Antropologia e riproduzione
Introduzione
Nel 2015 a Roma, il ministro Beatrice Lorenzin presentava all’auditorium del Ministero della Salute il Piano nazionale per la fertilità, considerando che, secondo i dati Istat pubblicati l’anno precedente, nel nostro Paese negli ultimi cinque anni erano nati 64.000 bambini in meno e circa il 20% delle coppie aveva difficoltà a procreare per vie naturali. Il piano annunciava un riordino delle strutture sanitarie che si occupano di maternità e salute sessuale, ma soprattutto puntava sull’istituzione di attività formative rivolte agli operatori della salute e ai cittadini di diverse età. Un’attenzione importante veniva inoltre riservata al tema dell’oncofertilità.
Durante la presentazione fu annunciata l’istituzione di una giornata nazionale della fertilità che si sarebbe dovuta svolgere annualmente; il primo Fertility Day fu fissato il 22 settembre 2016. Prima ancora della celebrazione del Fertility Day la campagna suscitò un coro di proteste: fu paragonata a quelle del regime fascista che invitavano a fare figli per servire lo Stato; fu accusata di sessismo perché descriveva la maternità come dovere. La campagna affrontava il tema della fertilità in modo semplicistico e offensivo: istituendo una correlazione diretta tra infertilità e denatalità, occultava il peso dei fattori socioeconomici e degli equilibri relazionali sulla decisione di fare figli. Insisteva sulla responsabilità individuale nel preservare le proprie capacità riproduttive, rafforzando indirettamente lo stigma intorno alle coppie infertili, se non colpevoli, di aver assunto abitudini di vita e comportamenti scorretti.
Il problema risiedeva nel messaggio che si voleva trasmettere e nell’analisi da cui esso scaturiva. Nella parte del Piano nazionale per la fertilità dedicata agli aspetti sociali, professionali, economici ed etici delle “culle vuote” gli autori si chiedono cosa fare di fronte ad una società che ha scortato le donne fuori da casa, sospingendole ad un allontanamento dal desiderio stesso di maternità. Il dato della non scelta o del rinvio appare solo condizionato da fattori economici di precarietà, quanto più gli uomini e le donne crescendo raggiungono obiettivi di sicurezza e si concentrano su una dimensione individualistica, tanto più diminuisce la loro disponibilità ad accollarsi sacrifici e responsabilità del lavoro di cura genitoriale. Per questo, concludevano gli autori, è necessario diffondere una informazione quanto più possibile corretta e semplice sul tema della fertilità.
Le voci più conservatrici salutavano con favore l’analisi contenuta nel piano, che esplicitava la relazione tra denatalità e perdita di valori, ritardo nella maturazione personale, narcisismo, instabilità di coppia, ecc. ed evidenziava la necessità di riportare la procreazione al centro dei progetti di vita delle donne.
È stato soprattutto dagli anni Settanta del Novecento che il tema della riproduzione ha assunto una crescente centralità per la disciplina. In modi diversi antropologhe mediche e della parentela hanno riflettuto sulla centralità della procreazione e della cura dei figli per la vita individuale e collettiva. Hanno visto la luce studi ormai classici sulla nascita medicalizzata e non, sui diversi saperi e tecniche del concepimento, della gestazione, del parto e dello svezzamento. Si è inoltre consolidata una diversa attenzione al lavoro riproduttivo (lavoro necessario per la riproduzione biologica realizzato dalle donne attraverso la gravidanza, il parto e l’allattamento) e ai rapporti di riproduzione (presuppongono relazioni e attività organizzate dal sistema sesso/genere e dalle sue intersezioni con le gerarchie di razza, classe, nazionalità, ecc.).
Classe, razza, etnicità, fede religiosa, nazionalità e orientamento sessuale circoscrivono l’accesso alle possibilità, tanto che le forme di organizzazione della salute, della fecondità, della nascita e della cura dei figli, sono stratificate mentre la riproduzione di alcuni soggetti è socialmente sostenuta e premiata, il lavoro riproduttivo di altri è svalutato. La diffusione delle tecnologie riproduttive ha dato un importante impulso agli studi sulla riproduzione. La procreazione medicalmente assistita scompone e frammenta il processo riproduttivo; controlla i corpi e la sessualità; esternalizza dal corpo e dall’intimità il concepimento ed interviene nella generazione una pluralità di attori e mediatori. Ha inoltre determinato la produzione concettuale e materiale di nuovi esseri: come i pre-embrioni, gameti ed embrioni crioconservati e reso patologici certi eventi e soggetti (donne e uomini infertili, portatori di malattie genetiche, feti anomali, ecc.), consentendo di intervenire selettivamente sul processo riproduttivo.
Attraverso queste tecniche, coppie infertili, genitori single, coppie gay, donne in menopausa, possono realizzare forme di genitorialità e di famiglia alternative ai modelli normativi. Oltre che dalla disponibilità economica, l’accesso alle possibilità offerte dalla tecnica è circoscritto da norme statali e/o religiose. La pratica della gestazione per altri, surrogacy, è stata al centro di accese controversie. La surrogacy gestazionale commerciale (che comporta l’uso di ovuli che non appartengono alla gestante) sovverte il nesso simbolico tra gravidanza e maternità e fa intervenire nella procreazione disposizioni contrattuali che sollevano preoccupazioni etiche sullo sfruttamento delle donne, la mercificazione del corpo e il traffico di bambini.
Negli Stati Uniti, la gestazione è descritta come un gesto di altruismo che richiede responsabilità e sacrificio, un modo per aiutare coloro che non hanno scelta a creare la vita. Le gestanti non considerano come figli propri i bambini che danno alla luce. In Israele, le surrogates si dichiarano emotivamente distaccate dai bambini che portano in grembo, ma tendono a sviluppare rapporti intimi e duraturi con le madri d’intenzione. In India, al contrario, le gestanti rivendicano una relazione di parentela con i bambini che fanno nascere. È innegabile che, soprattutto nel Sud del mondo, la surrogacy dia luogo a forme di mercificazione e sfruttamento cui le donne povere e vulnerabili sono più esposte (queste donne non consideravano la gestazione soltanto come mezzo per ottenere denaro, ma come un modo per aiutare altre donne a superare lo stigma dell’infertilità).
Allo stesso modo, l’adozione e l’affidamento (fosterage) rappresentano modalità di cura diffuse a livello globale, ma mentre nelle società euro-americane tendono a essere visti come una “seconda scelta” rispetto alla filiazione biologica, in altri contesti hanno a lungo rappresentato forme di apparentamento frequente e socialmente valorizzate.
Le fratture della riproduzione
La riproduzione non è un processo lineare. Rapp e Ginsburg e Inhorn hanno utilizzato l’espressione “fratture della riproduzione” per descrivere le esperienze che interrompono le traiettorie ideali, dove al desiderio di genitorialità e al concepimento seguono la nascita e lo sviluppo di bambini sani, che garantiscono la formazione di famiglie e continuità generazionale. Tra le fratture che alternano il corso “normale” della procreazione e della genitorialità, figurano le gravidanze indesiderate, le interruzioni volontarie di gravidanza, l’infertilità, la fecondazione medicalmente assistita, gli aborti spontanei, la disabilità infantile, le adozioni, ecc.
Le fratture della riproduzione hanno cause sociali oltre che organiche: dipendono dalle risorse economiche, cognitive, sociali e biomediche cui è possibile o meno attingere; dalle rappresentazioni di determinate condizioni, come la disabilità o l’HIV, e dalle politiche attuate nei confronti dei soggetti che ne sono affetti. Come ha osservato Inhorn la riproduzione considerata normale è sempre il prodotto discorsivo di un sistema culturale egemonico che classifica come sane o patologiche fertilità e infertilità, generazione incapacità di generare, nascita e aborto. I confini della “normalità” non sono fissi, ma cambiano con il tempo; e spesso, in uno stesso momento storico, coesistono diverse concorrenti definizioni di normalità che agiscono sui corpi, sulla generazione e sulla genitorialità.
Nel dibattito pubblico alcune fratture della riproduzione, come l’infertilità o la bassa natalità, hanno maggiore visibilità di altri perché investono interessi collettivi. Si parla dunque di fratture che non si producono soltanto nei corpi, ma che spesso sono create dalle norme e dalle prassi istituzionali che circoscrivono e disciplinano le forme ammissibili di procreazione e di genitorialità. Ad oggi, i diritti riproduttivi, non riguardano più solo la contraccezione, l’aborto e l’accesso a un’assistenza sicura durante il parto, ma anche la possibilità di diventare genitori attraverso tecnologie riproduttive o l’adozione; di essere riconosciuti come genitori anche quando non si hanno con i figli dei legami biogenetici.
Capitolo 1: Segreti e silenzi. La riproduzione tra HIV e migrazione
L’introduzione delle terapie antiretrovirali a metà degli anni Novanta e il miglioramento dell’efficacia dei farmaci hanno inciso profondamente sul decorso della malattia dell’AIDS, tanto da divenire una malattia governabile e/o cronica, oltre che arginabile nella sua trasmissione, e non più malattia fatale. La cronicità e la normalizzazione, dal punto di vista medico-scientifico, della malattia devono comunque fare i conti con la distribuzione delle risorse tra aree geografico-economiche, con l’accesso alle cure, così come con le rappresentazioni sociali della malattia.
L’idea di normalità implica per i pazienti non solo la sopravvivenza biologica, ma piuttosto una vita sociale piena in cui poter immaginare la sessualità, l’espressione di sé e la riproduzione così come l’accesso al lavoro e ai diritti fondamentali. La normalizzazione della malattia ha contribuito inoltre a spostare l’analisi dai cosiddetti gruppi a rischio ai comportamenti che investono le sfere della sessualità, delle relazioni di genere e della riproduzione.
Si farà riferimento a frammenti etnografici tratti da un’osservazione partecipante svolta negli ambulatori durante le visite infettivologiche dedicate alle donne in gravidanza.
Gloria
Gloria, 22 anni, all’età di 16 arriva in Italia, dove, oltre ai genitori, raggiunge la sorella e due fratelli. Le relazioni familiari sono piuttosto difficili, in particolare con i genitori, che insistono affinché impari e rispetti le regole della collettività ghanese dislocata in Italia così come del contesto d’immigrazione. L’incontro avviene proprio nel momento in cui le viene comunicato il risultato positivo del test dell’HIV. Gloria reagisce dicendo che ci deve essere un errore perché “l’HIV non è una malattia contraibile in Europa” e successivamente sembrano apparire sentimenti di vergogna (“non ho fatto niente di male!”). Le viene detto che trovandosi in Italia potrà avere tutte le terapie necessarie.
Dopo due settimane scopre di essere incinta (il padre sembra essere un ragazzo ghanese bravo e cresciuto in Italia). Dopo aver predisposto alcune analisi, il medico le dice che per la legge italiana lei, dopo alcuni colloqui, avrebbe potuto valutare d’interrompere la gravidanza e che i medici, tenuti dal riserbo professionale, l’avrebbero supportata nel prendere le decisioni senza comunicare a nessun altro i risultati del test. Le verrà inoltre specificato che, qualora lei decidesse di tenere il bambino, la positività dell’HIV, di per sé, non sarebbe un ostacolo ma qualcosa di cui tener conto. Gloria deciderà di interrompere la gravidanza e di cominciare le terapie per il trattamento dell’HIV confidando nella possibilità di posticipare il tempo della riproduzione e auspicando condizioni diverse.
Il processo di accettazione/accomodazione dell’HIV da parte della paziente viene improntato nei termini di una specifica etica somatica, che ci consente di rilevare non un’etica di tipo morale ma, piuttosto, un’etica che ri-organizza i valori per la gestione della vita stessa intesa come esperienza biologica, somatica e incorporata.
Destin
Destin, 24 anni, cresciuta in Italia da quando aveva 3 anni, vive con la sorella più grande. Destin ha contratto l’infezione in utero della madre ed ha imparato a convivere con l’HIV; non manca mai ad un controllo medico e assume regolarmente la terapia antiretrovirale, ma la gestazione, desiderata e guidata secondo protocolli terapeutici, la mette sotto tensione facendo emergere atteggiamenti e reazioni emotive che gli stessi medici non si aspettavano.
In ospedale è guardinga, toglie tutti i farmaci dai rispettivi involucri e li nasconde in borsa, ripete le cose da fare durante la gestazione e dopo, chiede ripetutamente delle analisi cui sottoporre il nascituro. Essendo nata lei stessa con l’infezione non vuole che questo si ripeti anche per suo figlio. Interrompere la catena generazionale di trasmissione di madre in figlio e assicurarsi che non si diffonda la notizia della condizione di sieropositività all’HIV sono diventati per lei motivo di fortissima tensione.
Abena
Abena ha 32 anni e vive stabilmente in Italia da 8, è madre di quattro figli di cui solo il primogenito è nato in Italia. Non sa con certezza come abbia contratto il virus, ipotizza di essere stata contagiata dal primo marito. Nessuno è al corrente della sua malattia, solo il suo compagno anch’egli HIV positivo. La comune condizione di malattia li rende complici e la loro attenzione è tutta spostata sui figli affinché loro siano al riparo dal contagio (dopo l’anno di vita sono stati sottoposti al test che con sicurezza ha attestato la sieronegatività all’HIV). Nel parlare, Abena introduce il silenzio come condizione imprescindibile per evitare ai suoi figli di subire discriminazioni ulteriori e connesse all’HIV. Gli aspetti biologici e medici dell’HIV possono essere trattati, ma la dimensione sociale sembra essere più difficile da combattere.
Quelle descritte sono tre donne ghanesi emigrate in Italia, nelle cui narrazioni le reti familiari e quelle sociali s’intersecano e creano spazi sociali complessi e transnazionali dove l’HIV diviene elemento da occultare. L’AIDS ha avuto un impatto sociale, economico e politico non indifferente nel continente africano, e le campagne di prevenzione hanno coinvolto nel tempo figure molto diverse tra cui leader carismatici e religiosi, rendendo la sessualità argomento di comunicazione ma anche terreno di nuove pratiche di controllo da parte delle Chiese. Le organizzazioni religiose sono state infatti coinvolte nella promozione dell’educazione sessuale, nei programmi di prevenzione e talvolta nella cura dei malati.
Nel contesto ghanese le Chiese pentecostali-carismatiche hanno contribuito essenzialmente a rideclinare idee su matrimonio e fedeltà, relazioni di genere e in particolare a rinforzare i modelli di sottomissione delle mogli ai mariti. Abena introduce con chiarezza come la malattia, comunemente associata a comportamenti ritenuti immorali se non devianti rispetto alle norme locali, attraverso la testimonianza diretta e in condizioni rituali prestabilite possa consentire la redenzione e l’accesso alla salvezza. Questo tipo di salvezza però implica una confessione pubblica e l’ammissione di colpa che Abena non sente in alcun modo. Lei ritiene, proprio per aver contratto l’infezione dal marito, di non avere alcuna colpa da confessare né, tantomeno, reputa la malattia conseguenza di un comportamento immorale.
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