CULTURA POPOLARE IN ITALIA: DA GRAMSCI ALL’UNESCO.
Dopo la 2GM, l’antropologia culturale conosce in Italia un significativo sviluppo,
incentrato attorno all’interesse per la cultura popolare e a un paradigma teorico tratto
da Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, che aveva suggerito di considerare il
folklore in termini di cultura delle classi subalterne. Tra 50 e 70 ricca letteratura sulle
forme della cultura popolare tradizionale e contadina. Negli anni 80 declina, anche se
alcuni aspetti permangono e vengono fatti confluire all’interno del concetto di
patrimonio culturale intangibile. La demologia si è focalizzata sull’idea dello scarto tra
le forme di cultura egemoniche e quelle subalterne.
1.CULTURA POPOLARE: UN PANORAMA STORICO.
1)FOLKLORE, ETNOGRAFIA,POPOLARESCA: GLI STUDI SULLE TRADIZIONI
CULTURALI DALL’800 AL FASCISMO.
Nel 1911,per il 50ennale dell’Unità d’Italia, si tenne a Roma l’Esposizione Universale,
con una Mostra etnografica delle regioni con un Congresso di etnografia, a cura di
Lamberto Loira, per rappresentare la vita popolare negli usi, abitudini,fogge,utensili e
strumenti di lavoro e ricordare le differenze culturali, assumendoli non come limiti ma
ricchezze(bene culturale). Nella 2°metà dell’800 molti studiosi si erano dedicati alla
raccolta e all’analisi della poesia e della narrativa popolare. A fine secolo, con
Giuseppe Pitrè, si ampliò l’interesse dei folkloristi fino a includere feste e spettacoli,
lavoro, medicina, religione popolare, cerimonie del ciclo dell’anno e della vita--
>nascono società di studi, riviste specialistiche, musei e collezioni e insegnamenti
uni(demopsicologia). Ma la 1GM interrompe questa stagione creativa e negli anni 20 e
30 intervengono altri 2 fattori: lo storicismo idealistico di Benedetto Croce (critico del
positivismo, diffida di ogni studio che intenda applicare i metodi delle scienze naturali
a un ambito che si presta a un’intelligenza storica; svaluta le scienze sociali, poiché
prive di autonomia epistemologica) e affermazione del fascismo (le politiche
autarchiche isolano la cultura italiana dai contesti internazionali). Il fascismo è
interessato ad appropriarsi del folklore sul piano ideologico: la valorizzazione della
tradizione regionale è un punto di forza per le politiche di educazione di massa e
costruzione del consenso-->da un lato ripresa o invenzione di feste tradizionali (Feste
dell’uva) come riti di massa; dall’altro ideologia ruralista e conservatrice per esaltare i
valori del regime (nazionalismo, devozione cattolica, donna madre e casalinga).
Questa politica fu svolta dall’Ond (Opera nazionale dopolavoro). Alcuni studiosi (Corso
e Cocchiara) aderirono al fascismo, sostenendo il razzismo e il colonialismo. Altri
(Toschi) speravano nell’autonomia scientifica (vana). La folkloristica italiana fu
inglobata nell’apparato ideologico del regime, cambiando la denominazione in
“popolaresca”, evitando l’uso del termine sassone “folklore”. Fu costruito il Comitato
nazionale italiano per le arti popolari e ripresa la rivista Lares. -->Esaurimento
dell’impresa scientifica che la Mostra aveva fatto sperare.
2) IL PARADIGMA GRAMSCIANO.
Dopo la 2GM, nuovo interesse per la cultura popolare. “Osservazioni sul folclore” di
Gramsci scritte in carcere. Nel 48 “Quaderni del carcere” in cui G offriva un’ampia
visione sia della storia e della cultura italiana che degli scenari economici-politici
mondiali. Sottolineava la complessità degli apparati culturali con cui i dominanti
esercitano il potere. Intende il dominio di classe come un processo di egemonia dei
ceti intellettuali su tutti gli aspetti della vita culturale, dalla letteratura all’arte, alla
cultura popolare e di massa. Critica la tradizione di studi erudita e classificatoria che
vede il folklore come materiale pittoresco sulla base di un ambiguo concetto di popolo;
invece occorre studiarlo come concezione del mondo e della vita di determinati strati
della società in contrapposizione con le concezioni ufficiali del mondo. Il folklore si
costituisce per caduta di elementi residuali e fossilizzati della cultura alta, ma è anche
in grado di esprimere innovazioni creative e progressiste, determinate da condizioni di
vita diverse dai dirigenti. È il riflesso delle condizioni di vita culturale del popolo. G
valorizza la cultura locale e popolare (uso dialetto, canti e teatro popolare).
Identificazione del popolo con le classi subalterne e valorizzare il folklore per dar voce
ed emancipare i ceti subalterni. Da un folklore conservatore e fascista a uno
rivoluzionario e socialista.
3) ERNESTO DE MARTINO E LE “PLEBI RUSTICHE DEL MEZZOGIORNO”.
Formazione filosofica e storico-religiosa, allievo di Croce, influenzato da Gramsci, e dal
marxismo e dalle esperienze nel Mezzogiorno, socialista e comunista, disagio
questione meridionale (Cristo si è fermato a Eboli) ->studi sulla cultura, folklore e
religione delle plebi rustiche del Mezzogiorno non come tratti arcaici e pittoreschi, ma
aspetti centrali della loro condizione storica e sociale. 3 grandi monografie sul
Mezzogiorno (pratiche del lutto e pianto rituale; magia popolare in Lucania;
tarantinismo mistico-rituale). Il mondo magico-religioso è un modo per proteggere la
“presenza” dall’incombere quotidiano della miseria e dell’oppressione e mette in
relazione le pratiche popolari con lo sviluppo storico del discorso egemonico. Ma la
magia li tiene confinati fuori dalla storia per questo De M. ne auspica in ultima analisi
la scomparsa: nella rivoluzione non c’è posto per la magia; l’emancipazione richiede la
conquista dell’alta cultura. Ma uso progressivo del folklore: canti popolari per
esprimere protesta e supporto alle lotte contadine-->influenza nel campo della
produzione artistica (Cantacronache, I dischi del sole) in cui era centrale l’idea di una
produzione dal basso per dar voce ai ceti subalterni e forme di educazione delle
masse.
4) “ELOGIO DEL MAGNETOFONO”: GIANNI BOSIO E LA STORIA DAL BASSO.
Nel far emergere i tratti distintivi dei ceti subalterni, il ricercatore partecipa alla
battaglia per la loro emancipazione, si fa dunque intellettuale organico alle classi sub
alt, rendendosi partecipe a dar voce, operando una mediazione altrimenti impossibile
tra livello subalterno ed egemonico. Ma ciò non vale solo al Sud con De Martino, ma
anche Nord con Gianni Bosio, intellettuale e politico che persegue il progetto
anticrociano di una storia dal basso. Con “Elogio al magnetofono” esprime una poetica
che sarà condivisa da molti studiosi: fissare col magnetofono modi di essere, porsi e
comunicare dona alla cultura delle classi oppresse la possibilità di preservare la
propria cultura. Bosio a diff di De Martino lavorava in contesti con tradizioni di
organizzazioni politica e sindacale, accentuando il tema della coscienza di classe.
L’immagine dell’intellettuale rovesciato descritta da Bosio esprime il rapporto tra
cultura popolare e mondo engagé della ricerca di quegli anni: il magnetofono è lo
strumento che consente di invertire il rapporto tra cultura alta e bassa->lavoro sulle
fonti orali e documentarie.
Anche nella storiografia la nozione di cultura popolare ha grande fortuna: storia dal
basso proposta dai marxisti inglesi o gli Annales della scuola francese. Cultura
popolare come “moda” della storiografia internazionale italiana. Carlo Ginzburg è stato
il principale interprete dell’interesse storico per il popolare, tentando di delineare un
sostrato di cultura popolare distintivo rispetto alla cultura egemonica, che poteva però
rilevarsi solo nell’esame di questi ultimi, interpretando il non detto e le incongruenze.
5) ALBERTO M. CIRESE E IL CONSOLIDAMENTO DELLA NUOVA DEMOLOGIA.
Nel 60 il dibattito sul folklore sembra diventare passione per la storia dal passo e
progetto di dar voce alle classi subalterne, alimentato da fermenti sociali,
trasformazioni, ecc(68). De Martino muore nel 65 e mai si era dichiarato folklorista;
per lui la cultura popolare non definiva una disciplina, ma l’ingrediente di un sapere
etnologico o storico-religioso, ecc. Dopo di lui molti danno sistematicità allo studio
della cultura popolare, stabilendo continuità con la tradizione folk lorica italiana
dell’800, come Alberto Cirese che pratica il campo del folklore regionale (canti e
proverbi), ma anche dibattito politico-culturale sul meridionalismo, e anche
antropologia internazionale. In “Cultura egemonica e culture subalterne” del 73,
appoggiava la definizione di Gramsci che aveva delimitato l’oggetto di studio
(demologia) ed era convinto che il nuovo paradigma potesse assorbire il vecchio.
Teoria dei dislivelli interni di cultura: questi sono quelli all’interno della nostra società,
quelli esterni sono delle società primitive->l’etnologia studia i dislivelli esterni; la
demologia quelli interni, ovvero la diversità culturale accompagnata da quella sociale.
La definizione di Cirese è relazionale: un fatto culturale può risultare sia popolare sia
egemonico. Ma anche definizione essenziale o sostantiva: tra tutte le concezioni
culturali vengono studiati solo quelli che hanno un legame di solidarietà col popolo.
6) LA QUESTIONE DELLA CULTURA OPERAIA.
Fine anni 70 sviluppo della demologia sulla base gramsciana, ma gli orientamenti sono
diversi: scuola di Cirese, meridionalisti, scuola di De Martino, antropologia culturale
anglosassone e poi singoli studiosi, ma sono accomunati nel paradigma e nel
considerare la questione della cultura popolare come fulcro della tradizione
antropologica italiana. Nell’80 esce la rivista antropologica “La ricerca folklorica” di
Glauco Sanga (primo numero è La cultura popolare. Questioni teoriche), in cui c’è
dibattito sulla nozione di cultura del popolo: entità unitaria o tante culture quante tanti
ceti? La classe operaia va collocata nell’ambito della cultura popolare? Per molti no
perché caratterizzata dall’accesso al consumo e ai mezzi di comunicazione e confini
sfumati rispetto ai ceti bassi, ma c’è contraddizione.
7) CULTURA POPOLARE E CULTURA DI MASSA.
Il Mezzogiorno rurale e arretrato è stato visto come luogo privilegiato della demologia
in virtù di una certa concezione della cultura popolare. Ma Bertolotti fa notare che ciò
ha ridotto le possibilità di cogliere le trasformazioni della società italiana. Pietro
Clemente ha sostenuto la necessità di un ridimensionamento del concetto di folklore,
carico di implicazione arcaicizzanti e ruraliste, e l’assunzione del proletariato
industriale dentro l’interesse demologico, non nel richiamo agli aspetti progressisti, ma
la vita familiare, i modi del permanere, la riproduzione dell’esistenza collettiva. Ma in
realtà l’attenzione alla cultura operaia non c’è e le forme culturali di massa restano un
oggetto opaco e inafferrabile. La rivesta nell’83 dedica un numero a questo tema:
critica alla visione interclassista della cultura di massa e alle capacità di resistenza
opposta ai media e all’industria culturale da parte delle tradizioni locali. Sono
presentate ricerche su come la modernizzazione si insinui all’interno di forme della
tradizione, ma è come se l’antropologia si occupasse di cultura di massa solo per i
modi in cui interveniva a modificare il suo oggetto classico, oppure lo assorbe nei
propri prodotti (film, pubblicità che incorporano il folklore contadino). In Inghilterra
invece c’erano i Cultural studies sulle culture subalterne basati sull’etnografia del
consumo della cultura di massa tra gli strati popolari. Quella italiana se ne preoccupa
solo di distanziarsene e a preferire la cultura popolare perché studiare la CdM sarebbe
rischioso per l’autonomia della disciplina, poi perché le teorie dell’industria culturale si
impongono al popolo che passivo ne subirebbe la forza egemonica, poi perché la CdM
è sia oggetti di critica teorico-politica che di disgusto estetico nel senso sociologico
(disgusto per gli aspetti in autentici e kitsch). Per alcuni intellettuali l’alternativa
all’industria culturale consisteva nelle tradizioni della grande arte, musica e
letteratura. Per altri nella spontaneità del folklore e della cultura contadina. Il folk
assume valore distintivo: le case coloniche e l’arredamento rustico sono simboli di
status; il canto, il teatro e le feste popolari sono oggetto di riproposizioni che si
saldano con lo spettacolo d’avanguardia.
8) L’ANTROPOLOGIA CULTURALE ITALIANA OGGI: QUALE SPAZIO PER LA
CULTURA POPOLARE?
Se negli anni 70 la CP era il centro unificante dell’antropologia italiana, dagli anni 80 i
tentativi di demarcare il popolare sono falliti e nell’antropologia ita assumo maggior
importanza le ricerche di etnologia extraeuropea(terreni lontani). Oggi sono in pochi
che si occupano di dislivelli interni, perché molti sono più focalizzati sul fieldwork
extraeuropeo. Hanno comunque posto al centro gli oggetti classici della disciplina
(feste locali e religiose, folklore ed espressione orale) ma con altri quadri interpretativi
e influenzati->rinuncia di ogni ricerca di autenticità, ma sottolineare la capacità di
rinnovamento intrecciate alla cultura globalizzata. Da un altro lato l’attenzione si è
posta sulle pratiche di rappresentazione e patrimonializzazione della tradizione-
>antropologia museale (Simbdea) e riflessione sui processi di patrimonializzazione
della tradizione e dei beni etnografici, in dialogo critico con le politiche culturali
dell’Unesco relative ai tesori viventi e al patrimonio intangibile. È una tradizione
confrontata con i contesti contemporanei e come forma di resistenza alla
deculturazione prodotta dal potere dei media e del consumo di massa; ma non è che
la demologia si chiuda alla società globalizzata; al contrario è come se i meccanismi
della cultura di massa potessero essere affrontati solo attraverso le forme più
classiche del folklore.
Negli ultimi 20 anni sia l’antropologia che la sociologia culturale hanno prodotto, in
Italia, studi etnografici su aspetti della cultura di massa, come spettacolo sportivo,
turismo, consumo tv/musica/cinema, pratiche alimentari, uso oggetti ordinari, cultura
della rete e pratiche comunicative su internet. Di solito non c’è nessuna continuità tra
questi studi e quelli folklorici.
Mentre la demologia di Cirese poggiava su marxismo, semiologia e strutturalismo, gli
attuali studi poggiano su approcci interpretativi di stampo Geertziano o teoria delle
pratiche; mentre la prima produceva repertori documentari e filologici, oggi puntano
sull’etnografia in profondità di singoli casi. La sfida è pensare cose apparentemente
inconciliabili (teatro contadino e partita di calcio) all’interno di una stessa cornice
interpretativa.
2. LA STAGIONE DEL FOLKLORE: ROMANTICISMO, POSITIVISMO, FASCISMO.
1) L’INVENZIONE DELLA CULTURA POPOLARE.
Gramsci propone un paradigma demologico che influirà sull’Italia del secondo 900;
prendendo distanze dal “prima”, descrivendo il folklore di allora come un elemento
pittoresco e la sua scienza è costituita da erudizione, metodi di raccolta e
classificazione.
L’interesse per il popolare nasce in Europa dalla seconda metà del 700, quando i ceti
dominanti cominciano a pensare se stessi come moderni, lasciandosi alle spalle i
residui arcaici. Capitalismo, tecnologia e industrializzazione, liberismo e illuminismo
sono i capisaldi di una nuova visione di un mondo che precede in modo disuguale,
lasciando dietro sé dislivelli di cultura(Cirese) esterni (popoli primitivi confinati in una
statica dimensione preistorica) e interni(ceti popolari dell’occidente).
Quella del popolo contadino era una cultura fatta di usi e costumi antichi,
immobilizzati dalle norme della tradizione, di credenze e riti magici, religione
superstiziosa, linguaggio arcaico, repertori standardizzati di arte e letteratura
trasmessi oralmente(proverbi,canti,fiabe). Queste forme culturali diventano oggetto di
studio del vulgares antiquitates o popular antiquities e poi del “folklore”, termine
coniato nel 1846 da William Thoms, con la missione di salvataggio di quel patrimonio
destinato a scomparire. Lo studio della CP inizia dunque tra 700 e 800, durante
Romanticismo, in cui si fa strada l’idea di una cultura peculiare e distintiva prodotta
dal popolo come entità collettiva e che esprime l’autentico spirito di quel popolo-
nazione. Per i romantici il loro compito è la raccolta, il fissaggio nella scrittura e il
salvataggio di quella cultura orale dalla modernità->raccolta di canti e fiabe popolari
(fratelli Grimm).
2) ALLE ORIGINI DELLA FOLKLORISTICA ITALIANA: Niccolò TOMMASEO E
BEATRICE DI PIAN DEGLI ONTANI.
In Italia gli intellettuali sono poco interessati al frisson romantico e l’atto di nascita di
questo campo autonomo arriva con Niccolò Tommaseo, che pubblica nel 1832 “Gita
nel Pistojese” e narra dell’incontro con Beatrice di Pian degli Ontani, la poetessa
pastora, che praticava l’improvvisazione poetica in ottava rima. Tommaso vede in lei
impersonato il fascino per l’ispirazione istintiva e per la creazione collettiva e forme
artistiche che sgorgano dal popolo; poi passa dall’esaltazione dell’arte tardomedievale
delle chiese di Pistoia a quella del popolo che incontra. Antichità, istinto, natura,
popolo sono da riscoprire contro la modernità. I popolani non hanno consapevolezza
del loro tesoro linguistico e poetico e nell’esprimerlo lo mescolano con cose di scarso
valore (cosucce stampate) e sta al folklorista separarle. Tommaseo parla di “loro” per
un pubblico diverso e per finalità estran
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