Criteri di differenziazione tra azione rituale e razionale
Un criterio usato per differenziare un’azione rituale e una razionale strumentale è stato formulato da Leach secondo cui la prima ha un fine specifico che viene verificato e produce risultati osservabili, mentre la seconda è un comportamento considerato potente ma non realmente, solo per delle convenzioni culturali di chi lo compie. Tuttavia, la componente efficace (esempio i medicamenti degli sciamani) produce dei risultati osservabili secondo i nostri criteri di verifica, però l’intera efficacia esiste come parte dell'intero processo della cura, processo che la rende accettabile e in grado di agire.
Convertire in una opposizione razionale/irrazionale il contenuto di un'esperienza rituale non risolve i problemi di una sua definizione oggettivista; il rapporto tra i fenomeni causalmente efficaci e la totalità dell’azione rituale rende conto di un simbolismo che getta sul mondo una rete di connessioni causali che perpetuano l’esistenza del rituale ma non possono definirsi come dimensione reale velata da superstizione o come una dimensione tecnico-razionale.
Spesso, per di più, l’antropologo è tentato di tradurre la categoria del rito ha estensioni vaste e comprende in realtà tutto il comportamento strettamente codificato. Per elaborare una teoria del rito non si può partire da una tipologia di forme di azioni definite a priori, poiché predetermina il risultato in quanto le definizioni contengono una teoria implicita.
Approcci scientifici alle azioni rituali
Gli approcci perpetuati fino ad oggi per spiegare scientificamente le azioni rituali sono stati quello intellettualista e funzionalista. Il primo ritiene che i riti siano la traduzione a livello di azione di credenze che dipendono da processi e preoccupazioni intellettuali; le credenze magiche servono per spiegare la natura e riti per controllarla. Il secondo approccio sostiene il carattere cognitivamente illusorio delle credenze ma non per un bisogno teorico o tecnico, ma per un bisogno morale o sociale.
Così, per esempio, il totemismo animale che crede esista un rapporto di parentela tra una specie animale e un gruppo sociale, non è un mezzo per controllare la natura ma serve a riprodurre nel gruppo la credenza che gli permette di costituire un’entità organica. È rilevabile l’influenza kantiana secondo cui la validità dei giudizi morali non dipende dalla loro verità o falsità, ma ha criteri distinti di validità dai giudizi teoretici. Tale influenza è chiara in Durkheim: se la funzione apparente dei riti è di rinforzare i vincoli che uniscono il fedele al suo dio, la loro funzione reale è di rinforzare i vincoli che uniscono l’individuo alla società di cui è membro, perché il dio non è che l’espressione figurata della società.
Le relazioni che egli tende ad identificare arbitrariamente tra le rappresentazioni religiose e la società sono difficili da giustificare per diversi motivi, tuttavia cerca di trascendere il dualismo kantiano del gnoseologico e del pratico; nell’interpretare una parte del pensiero durkheimiano che sostiene che il carattere necessario delle categorie intellettuali è dovuto all’intervento della società piuttosto che a una qualche forza misteriosa nascosta nell’intelletto è risultata feconda nell’elaborazione di tesi successive.
Approccio funzionalista
Radcliffe-Brown: rito e ordine sociale
Sostenendo che i riti esistono e si tramandano in quanto preservano la società stessa, riflettendone i valori essenziali e rafforzando la solidarietà sociale, secondo l’autore il rituale può esplicare questi effetti sociali e psicologici in virtù del suo carattere fisso e vincolante. Esso svolge delle funzioni e la sua attitudine emotiva è essenzialmente di rispetto verso gli interessi comuni che uniscono le persone di una comunità o che rappresentano simbolicamente tali oggetti.
Ci sono due classi di comportamento rituale: quelli che regolano le relazioni interpersonali e quelli che regolano le relazioni tra società e natura (animali e vegetali), perché certe specie naturali fanno parte dell’universo morale. È il valore che la società gli attribuisce a costituire il vero oggetto del rito, sia che riguardi un oggetto naturale o una persona.
Questa teoria è una riformulazione di quella durkheimiana; ma mentre per Durkheim gli oggetti naturali che simboleggiano la società sono scelti arbitrariamente e hanno valore solo in quanto segni, per R.B. il valore è determinato da una combinazione di motivi utilitari e intellettuali. L’analisi di questa teoria del valore del comportamento rituale come espressione del valore sociale di alcuni oggetti o relazioni interpersonali ha comunque il difetto di obbligare la società a diventare il metro di misura del valore relativo di ogni oggetto, e che questo sia insito nella coscienza degli individui.
Nell’analisi dell’autore per l’aspetto cognitivo e semantico del rito e il quadro teorico emerge la riduzione dell’interpretazione in termini di significato a una in termini di funzione come fossero termini intercambiabili; questo procedimento appare legittimo in alcune situazioni in cui il rito ottiene il suo effetto sociale significandolo, ma in molti altri riti il significato è una razionalizzazione, il cui valore è pratico: riproduce i comportamenti necessari alla società senza rappresentare il suo vero oggetto.
I manchesteriani: rito e conflitto
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