Argomenti per esame di antropologia
Palude del Busatello
Introduzione
Nell'introduzione si ribadisce che la costruzione della natura va indagata, in quanto questa è il prodotto di un particolare tempo e di un particolare spazio: appare evidente la correlazione con la svolta ontologica e con le categorie descoliane.
Indigenous
Sempre nell'introduzione si compie una digressione sulle cosiddette IK, Knowledges, ossia sui saperi forti custoditi dalle cosiddette figure fragili, che spesso non sono ascoltati a livello “globale” per quanto riguarda la corretta gestione del territorio. R. Ellen ha individuato alcuni punti comuni di diversi saperi indigeni, come la trasmissione orale, il legame con la vita quotidiana, la derivazione dal lavoro di sopravvivenza, la fluidità. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante, dato che si è rilevato come nella “valle”, come viene chiamata la palude del Busatello dai locali, venga applicata costantemente la logica fuzzy.
Il termine fuzzy stesso richiama a concetti sfumati, impossibili da inserire in categorie ben delineate. La logica fuzzy viene quindi a porsi in contrasto con la logica aristotelica, di cui rifiuta il principio di non contraddizione e il principio del terzo escluso. In questo tipo di logica quindi si parla di prototipi, che non necessariamente devono avere tutte le caratteristiche di un insieme di oggetti: "Non per forza il prototipo possiede tutti i tratti posseduti dalla maggioranza dei membri, esso può semplicemente possedere la maggioranza dei tratti posseduti dalla maggioranza dei membri" (Piasere, 1998). Ad esempio, il prototipo di poltrona deve avere tutte le caratteristiche che permettono di poter inserire quel determinato oggetto in un insieme, che è tuttavia molto vasto e comprende al suo interno oggetti con differenti colori, dimensioni etc.
Entrando nello specifico, la palude del Busatello, di 80 ettari ca., si trova tra due province e regioni diverse, che quindi gestiscono il territorio in modo diverso.
| Veneto | Lombardia |
|---|---|
| Gazzo Veronese (VR) | Ostiglia (MN) |
| WWF, tratta la palude come oasi naturale | LIPU, gestione in base a convenzione di Ramsar (1971) |
Il mito d’origine
Il corso del fiume presenta delle forme sinuose, in quanto non è stato arginato. La sinuosità è anche ripresa nel mito d’origine del fiume, formatosi dalla traiettoria di un frate e di una vedova che si correvano dietro. In questo mito d’origine si può notare come la sessualità sia un elemento portante, dato che il tragitto irregolare del corso del fiume è giustificato da due personaggi che sono attivi sessualmente anche se per la società non dovrebbero esserlo. La sinuosità, eliminata dalle bonifiche che pongono degli argini ai corsi d’acqua, appare come una caratteristica fondamentale per la fuzzypalude. In questo senso, si può applicare la logica al paesaggio stesso, dato che nei corsi d’acqua non arginati si trova una mescolanza di acqua e terra, quindi una zona di passaggio, non un confine netto. Porre degli argini significa anche modificare la valle e impedire ad essa di estendersi, impedendo quella che viene chiamata la “naturalità sfumata di confini” che contraddistingue la palude.
Tempi
Nella palude si deve regolare l’afflusso d’acqua in base ai periodi di raccolta. Attorno al 25 marzo, quando la valle veniva riempita di acqua, la carice e la canna iniziano a crescere, per cui i mesi successivi sono dedicati alla raccolta di queste piante. La carice veniva raccolta in estate, e se era possibile si cercava di prosciugare la valle, altrimenti la si doveva raccogliere immersi nell’acqua. Tuttavia, molta acqua evaporava grazie alla calura estiva. A fine raccolta, si cercava di reinserire l’acqua per poter far crescere la canna. Intorno al 25 settembre la valle si prosciugava, dato che la canna, raccolta nei primi di dicembre, sarebbe marcita in caso di eccessiva umidità. Entro il 25 marzo invece la palude veniva incendiata. C’è quindi bisogno di sapere gestire l’acqua, di “tenerla su”, “insaccarla” e di lasciarla andare in modo alternato in base al periodo dell’anno. Gli uomini della valle sono anche ben coscienti della loro abilità nel sapere tenere l’acqua in valle, anche con pochi strumenti: la tecnica da loro usata, che prevede pochi pali, dei sacchi di nylon e delle vanghe, rientra a pieno titolo nelle Indigenous Knowledges. Infatti è anche stato rilevato come il proprietario di una valle non sapesse come gestire l’afflusso d’acqua, dal momento che le ruspe si erano rivelate inefficaci. In particolare nella tecnica usata per fermare l’acqua ci sono due termini principali, rostàr, costruire le roste con la paglia di riso, e fermare l’acqua appunto.
La perdita delle acque invece si ha con la bonifica, dovuta principalmente alla concezione secondo cui la palude è un luogo insalubre, uno spreco di territorio ecc. Nel terzo paragrafo si sono anche analizzate due espressioni degli uomini e delle donne della valle, ossia “venire/essere fuori” e “tenere/trattenere”. Essere fuori fa riferimento a qualcosa che può essere detto, di cui si può parlare, mentre trattenere si usa in riferimento a qualcosa di cui non si deve parlare, che non si dice. Questa terminologia rimanda a un’idea di clandestinità degli uomini della valle, che si nascondono nel loro spazio marginale.
Identità ambientali
Il prototipo degli uomini della valle è stato identificato nel pescatore, in questo caso Ido B., che è una sorta di guardiano della valle, che vi accede per bisogno. Infatti le risorse della palude sono utilizzate in funzione della pesca, e gli elementi vegetali sono accuratamente selezionati per costruire attrezzi. Inoltre, manipola il territorio, mantenendo navigabili canali e fossati, e costruendo gli argini che permettono all'acqua di rimanere in valle.
Figure fragili
Raccolta delle piante:
- Carice (Carex elata): Raccolta in estate, tra metà maggio e agosto
- Canna (Phragmites communis): Raccolta in inverno, dal 13 dicembre (S. Lucia) fino a marzo
Strumenti e metodi:
- Falcetto (messiról): Falcetto con il manico lungo, o ronchéta
- Zuli: Uso delle scàpole per proteggersi i piedi
Processi di lavorazione:
- Essiccatura: In palude sopra gli cespi di radice di carice sopra un reticolo di canne sottili
- Raccolta e trasporto: Carice secca raccolta in mazzi, legati con un cordolo di carice e a loro volta accatastati in cumuli a forma di parallelepipedo detti tombele; mazzi trasportati in magazzino o accatastati all'aperto in capanne di canne appoggiate a pali di legno per far passare l'aria e prevenire il marciume
- Squassadura: Operazione di squassadura (scuotimento) per dividere la carice troppo corta e pettinatura svolta dagli uomini o dalle donne più anziane
- Canne ridotte: Canne ridotte con una tagliola nella misura voluta, che cambiava in base alla destinazione. Le canne più grosse e lunghe venivano pelate formando le arele pelate servivano per i soffitti e le pareti divisorie delle case. Canne poco ravvicinate si usavano per i graticci per l'allevamento di bachi da seta. Le stuoie di canne erano fondamentali nelle fornaci di mattoni.
Si è passati da un’economia domestica a una proto industrializzazione per quanto riguarda la lavorazione delle piante. Il lavoro era strutturato secondo una ripartizione sessuale dei compiti: le donne, che rimanevano al confine con la valle, intrecciavano cordoni e legacci dalle piante raccolte dagli uomini, che dopo la lavorazione si occupavano della vendita. Sono poi giunti i magazzini, e le donne sono diventate vere e proprie operaie, perdendo progressivamente ogni contatto con la palude. Gli uomini hanno anche iniziato a occuparsi dell’organizzazione del lavoro delle donne, che erano pagate a cottimo, per cui il guadagno era basato sulla quantità prodotta. I magazzini erano quindi strutturati come una proto industria, con macchinari sempre più complessi e con una divisione dei compiti tra donne giovani, meno giovani e anziane.
Riguardo all’attività di raccolta in palude, si è osservato come siano utilizzate almeno 26 forme lessicali, ognuna delle quali esprime una sfumatura di significato diversa: ad esempio, taiàr a la man significa tagliare a raso, procedendo in maniera uniforme, mentre smacionàr significa tagliare a pezzi, procedendo a macchie in base alle erbe di migliore aspetto. L’attitudine alla ricerca dei raccoglitori è ciò che li ha preservati, nonostante molti svolgano lavori diversi oltre a quello in palude, come il lavoro agricolo, in risaia, per i Consorzi di bonifica ecc. Si è osservato come le attività svolte in palude siano da intendere come possibilità più che come lavori, e si sono preservate grazie a un’assidua frequentazione, anche grazie al legame emotivo con il luogo in cui le figure intervistate sono cresciute.
Si è anche cercato un riscontro con le figure di marginalità storica (che nel mondo occidentale non sono rientrate nel processo di proletizzazione) e con le società di caccia e raccolta. Si è giunti alla conclusione che le analogie con i gruppi di marginali storici sono deboli, dato che non si è stata elaborata una particolare ideologia sono verificate distinzioni nette tra stanziali – ambulanti, contadini – raccoglitori. Piuttosto, si potrebbe parlare di identità sfumate, che in qualche modo corrispondono anche al paesaggio in cui sono inseriti, dato che la palude è uno spazio intermedio, che congiunge acqua e terra.
Intagli di natura. Aria famiglia in palude
Si è analizzata la classificazione delle piante di palude da parte degli uomini che le raccolgono. Nel descrivere le varie specie, fanno sempre riferimento a tre prototipi, la carice, la canna e la pavéra, che sono correlate alle altre piante grazie a un rapporto di somiglianza: frequenti sono le espressioni “soméia”, “squasi uguale”, per cui gli uomini esplicitano linguisticamente la logica fuzzy alla base della loro conoscenza della palude.
Per quanto riguarda la careza, il suo valore commerciale è strettamente legato al colore che assumerà in fase di essiccatura, per cui è molto importante preservarla dalla pioggia, che la rende scura o rossastra. Si è notato che nel parlare delle tecniche di essicazione, gli interlocutori parlavano di “soli” intendendo “giorni”, per cui si riscontra una coincidenza tra il tempo atmosferico e il tempo cronologico: entrambi inoltre sono valutati in funzione utilitaristica, tenendo presente l’essiccazione della pianta.
Estendendo la catena delle somiglianza della carice, abbiamo il carezon (carex riparia), pianta più grossa che richiede acque più profonde, per cui è anche più difficile da raccogliere. Un’altra differenza sta nel fatto che la carice si taglia, mentre il carezon si “sfila”, in modo da sfruttare gli steli di colore tendente al bianco e quindi più esteticamente pregiati. Così come per la carice, si deve assolutamente vietare che sia esposta alla pioggia, ma si cerca di farle prendere la rugiada in modo da renderla più bianca.
Il regosin melosa fa riferimento alla seconda crescita della carice, mentre della braghéta non è stato possibile avere informazioni, ma la tecnica che si usa per la raccolta è simile a quella del carezon, mentre per dimensioni è simile alla pavéra, ma è più bassa. La careza mata è così definita perché non commerciabile: è infatti dura e non adatta alla lavorazione. Tuttavia, grazie alla sua scarsa marcescenza e resistenza all’umidità, poteva essere usata per i tetti nei casoni.
La pavéra (Typha latifolia) ha caratteristiche comuni sia al carezon sia alla cana. È infatti una pianta “sfogliabile”, ma si avvicina alla canna per i modi di riproduzione. È usata per assestare le botti e per intrecciare le borse, chiamate spórte. La pavéra, raccolta a livello individuale, frutta meglio economicamente rispetto alle altre due piante.
Ciascuna di queste piante inoltre ha un habitat diverso:
- Careza: Acquatici ma non fluviali
- Carezon: Su rive e sponde
- Pavéra: Acque profonde
L’ultima delle piante – prototipo della palude è la canna, le cui infiorescenze sono usate per la costruzione di scope, per cui anche in questo caso una stessa pianta può essere usata in modo diverso. Altri tipi di canna sono legati al prototipo per dimensione, colore (che dipende dall’acqua), condizioni ecologiche diverse. La cosiddetta paglia ottenuta dalle piante di palude non assorbe l’acqua, proprio come quella ottenuta dal riso e destinata alla costruzione delle roste. La qualità
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