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PROSPETTIVA ANTROPOLOGICA (CAP. 1)

L’antropologia viene definita come lo studio della natura umana, della società umana e del passato

umano mira a descrivere cosa significhi essere umani. Le vite umane sono considerate come complicati

intrecci di lavoro e famiglia, di potere e significato.

L’antropologia è olistica (studio integrato), comparativa (occorre trovare prove tratte da più possibili

società umane per generalizzare la natura umana), basata sulla ricerca sul campo (raccolta dei dati avviene

a contatto con persone, siti o animali) ed evolutiva (esaminazione dell’evoluzione biologica e culturale della

specie umana). 

Non esistono gruppi umani privi di cultura obbiettivo specifico dell’antropologia = collocare ogni gruppo

umano in una data cultura

L’antropologia, in particolare, studia tre fattori, in quanto fatti sociali e culturali in una prospettiva olistica:

- COMPORTAMENTI = parte del vivere umano sociale che emerge da un punto di vista concreto. Gli

esseri umani sociali producono comportamenti pratiche economiche, cerimoniali, rituali,

sessuali; 

- MODI DI PENSARE = grande dominio delle rappresentazioni visioni del mondo, credenze

religiose, mitologie;

- FORME DI ORGANIZZAZIONE SOCIALE= comportamenti e azioni ripetitive e comuni che producono

un ordine sociale rapporti di parentela, di produzione, organizzazioni politiche.

La cultura è l’insieme delle idee e comportamenti appresi che gli esseri umani acquisiscono in quanto

membri della società, assieme agli artefatti e alle strutture materiali che gli umani creano e usano. Ciò

permette agli umani di adattarsi al mondo nel suo complesso e di trasformarlo attraverso le nostre

interazioni con le strutture materiali e gli oggetti presenti nelle comunità in cui viviamo.

L’ANTROPOLOGIA E LE ALTRE SCIENZE UMANE

ANTROPOLOGIA E STORIA = in principio vi era il proposito di studiare i “popoli senza storia”, cioè popoli

pensati come immutati nel tempo. Tuttavia, i popoli senza storia non esistono. Gli antropologi osservano

prevalentemente ciò che accade nel presente. Il loro sguardo sul passato è sempre finalizzato a

comprendere il presente.

ANTROPOLOGIA E PSICOLOGIA = la psicologia studia i processi mentali dei singoli individui, mentre

l’antropologia studia la cultura e il contesto sociale di cui gli individui fanno parte.

ANTROPOLOGIA E SOCIOLOGIA = entrambe si occupano dello studio della società. Nel passato la

differenza era il luogo dell’indagine, oggi la distinzione non è più fra interno/esterno, ma sul metodo e

finalità. La sociologia studia i fenomeni di scala più ampia, gli antropologi più circoscritti. Inoltre la

sociologia usa in genere categorie generali come “famiglia” e “lavoro”, l’antropologia mette in discussione

tali categorie rilevandone la mutabilità in specifici contesti.

BRANCHE DELL’ANTROPOLOGIA

 

Antropologia biologica un tempo l’oggetto di studio era la nozione di razza, la quale si collegava

direttamente all’idea di cultura (IDEA IMPLICITA a ogni razza corrispondeva una certa cultura).

Questa stretta connessione oggi è stata abbandonata, ovvero una forma di determinismo tra modi di

vivere e caratteristiche anatomiche.

 

ANTROPOLOGIA CULTURALE chiamata anche antropologia sociale o etnologia. Studia le diversità

delle credenze e dei comportamenti dei diversi gruppi umani e come si organizzano per svolgere

compiti collettivi. Gli antropologi studiano tutte le società umane e le comparano fra loro. Particolare

interesse è rivolto alle società umane che non organizzano burocrazie, ma svolgono comunque la loro

attività, e poi sulla parentela di sangue che lega reciprocamente i soggetti alla nascita. Si studia genere,

sessualità, urbanizzazione, globalizzazione, edilizia abitativa, abbigliamento, riti e utensili. Gli

antropologi culturali raccolgono i dati durante un lungo periodo di ricerca sul campo che comprende la

frequentazione ristretta con la popolazione alla quale si interessano e partecipano attivamente alla vita

quotidiana di coloro con cui ha stabilito di vivere. Ricevono informazioni sulla cultura e la lingua da

soggetti definiti informatori, che fanno parte di quella società umana studiata, interessati ad aiutare la

ricerca. Questo metodo è chiamato osservazione partecipante. L’etnografia è una descrizione scritta o

filmata di una particolare cultura da parte di un antropologo. L’etnologia è lo studio comparativo di due

o più culture.

 

Antropologia linguistica diversità dei modi di parlare.

 

Archeologia studi di fossili, resti.

 

Antropologia applicata studi finalizzati per ottenere un certo obiettivo.

 

Antropologia medica studio della salute e malattia.

PERCHE’ IL CONCETTO DI CULTURA E’ IMPORTANTE? (CAP. 2)

STORIA DELL’ANTROPOLOGIA CULTURALE

Si sviluppa nell’Europa occidentale, l’antropologia è stata influenzata dagli eventi del periodo ‘800-900, tra

cui la colonizzazione e la rivoluzione industriale flusso evoluzionistico. Contatto tra le culture altrui

influenzate da dominio, rapporto paternalistico tra occidente e altre culture, conoscere altre culture per

insegnare loro i nostri valori e conquiste.

DEFINIZIONE DI CULTURA

La cultura è un insieme complesso, le sue parti sono diverse, articolate, eterogenee, mutevoli. Esse vanno

studiate in costante rapporto reciproco (approccio olistico). La somma delle parti è meno complesso

dell’insieme dei fatti culturali.

Il compito dell’antropologia è distinguere i due seguenti significati:

 SIGNIFICATO DI ORDINE GENERALE (o senso comune) = la cultura è un fatto qualificativo

dell’intelligenza di un popolo. E’ il processo di formazione della personalità umana e la sua capacità

di progredire.

 SIGNIFICATO SCIENTIFICO (antropologico – etnologico) = insieme complesso che include le

conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume (= abitudini) e qualsiasi altra capacità

ed abitudine che l’uomo acquisisce come membro di una società definizione di Edward Burnett

Tylor (Primitive Culture, 1871).

Scomposizione e analisi della definizione di cultura di Tylor:

- Insieme complesso = insieme articolato, fatto di parti non facilmente separabili, gli elementi sono

sistemici;

- Qualsiasi capacità e abitudine = non soltanto valori e idee, ma tutta la dimensione del vivere

sociale;

- Acquisiti dall’uomo = processi di naturalizzazione e processi di apprendimento. La cultura non è

innata, non vive in patrimoni genetici

- Come membro di una società = processi di inculturazione in famiglia, scuola, strada, luoghi di

lavoro, ecc.

La definizione di cultura ci fa pensare alla cultura come un deposito dove si accumulano esperienze

sovrapposte una sull’altra. Quest’idea era accettata dagli antropologi ed evoluzionisti, poiché le culture si

accumulano su se stesse generando una continua evoluzione di qualcosa che rimane però costantemente

nelle radici.

L’esperienza dimostra invece che la crescita di cultura può abbandonare le vecchie credenze e crearne

delle nuove (le culture possono cambiare, adattarsi). Le culture è meglio intenderle come processi, cioè

esperienze umane condivise e che mutano in continuazione.

CULTURA → modelli di comportamento e le idee che gli essere umani acquisiscono in quanto membri della

società, insieme agli artefatti materiali e alle strutture che creano e usano.

cultura – apprendimento – pensiero simbolico

La cultura è:

- appresa → non viene reiventata a ogni generazione, ma viene appresa dagli altri membri dei gruppi

sociali ai quali apparteniamo (socializzazione/ inculturazione) = habitus

- condivisa

- basata su modelli → credenze e pratiche culturali connesse tra loro che fanno la loro comparsa in

aree diverse della vita sociale

- adattiva → le pratiche culturali apprese aiutano a padroneggiare gli appropriati modi di agire e

pensare per la sopravvivenza

- simbolica → un simbolo è qualcosa che sta per qualcos’altro

La cultura non è emersa tutta in una volta, ma si è evoluta nel corso del tempo.

Processi posti a fondamento della cultura

- TRASMISSIONE CULTURALE: alcuni fatti si trasmettono, altri no;

- MEMORIA CULTURALE: base della costruzione della cultura (archivi orali o digitali); dimensione

selettiva (oblio), tutte le culture memorizzano allo stesso modo in cui obliano. Gli antropologi sono

sempre verso il presente, per rendersi conto di com’è ora il popolo.

- REITERAZIONE: occorre che i fatti culturali siano reiterati, devono essere rivissuti non depositati.

Cogliere la dimensione della ripetizione. Le culture mettono continuamente alla prova le

competenze e conoscenze acquisite.

- INNOVAZIONE

- SELEZIONE: le culture scelgono una strada rispetto a un’altra.

La cultura quindi non è una cosa misurabile con dei confini, ma è uno strumento per studiare in

antropologia i diversi modi di vivere. E’ all’interno del nostro gruppo che noi apprendiamo una lingua, le

tecniche del corpo, camminare, salutare e strumenti concettuali per sopravvivere nel mondo, non subendo,

ma agendo sul mondo (agentività = capacità di avanzare nel mondo, ma limitata e condizionata da

relazioni sociali e ambiente storico). La cultura non è solo fatta di idee e di saperi, ma vive in ciò che noi

facciamo con tutto il nostro corpo. Ecco perché occorre l’esperienza.

INCULTURAZIONE = l'assimilazione della cultura del gruppo d'appartenenza durante il processo di

socializzazione dell'individuo

ACCULTURAZIONE = processo mediante il quale un popolo o un gruppo etnico assume, in seguito a

migrazione, conquista o contatti indiretti, la cultura di un altro popolo o di un altro gruppo o parte

sostanziale di essa.

Esempio: Giocare con la modernità, la decolonizzazione del cricket indiano, in Modernity at Large, 1996 (A.

Appadurai) Cricket e decolonizzazione.

APPROCCIO ALLA DIVERSITA’ CULTURALE – GLI STRUMENTI DELLA CULTURA

La diversità è sempre relazionale e situazionale. La diversità delle culture si presenta in modo corporale e

sensoriale, suscita una forma di disagio. La dimensione della diversità si può sperimentare in tanti modi.

Ogni gruppo culturale dà una spiegazione diversa della diversità culturale: intervento divino, fondamento

scientifico, fattori ambientali e sociali.

Ogni cultura, quando guarda altre culture, associa la percezione delle diversità a un certo numero di

giudizi, delle valutazioni (es. affermare che questo tipo di alimentazione è rozzo, poco elaborato)

giudizio di valore. L’elaborare un discorso sulle differenze culturali ci porta ad articolare questo discorso.

Il sistema delle differenze viene articolato in base a:

- Pertinenza (chi sono i portatori di questa pratica culturale? Come li posso distinguere? ...)

- Gerarchia (chi ha la maggiore o minore misura di conoscenza? Rapporto tra chi consuma beni e

pratica di consumare prodotti vegetali, …);

- Collegamento (con altre caratteristiche).

All’inizio dell’antropologia, nel sistema delle differenze entravano diversità culturali collegate alla diversa

pigmentazione dei corpi umani formazione di discriminazione razziale (pelle scura associata a minor

attitudine). I sistemi delle differenze non sono mai destinati all’accettazione e all’uguaglianza.

Il sistema può operare come: 

1. Diversità non problematica molto spesso una differenza culturale non porta al conflitto o

all’allontanamento. Esempio: morfologia specifica della lingua, il parlare lingue diverse non è

considerato un fatto ostile.

2. Diversità negativa sono prevalenti, serve a marcare l’ostilità e l’allontanamento. Vedere gli altri

in elemento di assenza rispetto al proprio patrimonio. Esempio: loro non sono ancora arrivati alla

democrazia. 

3. Diversità positiva considerazione positiva, cioè quando si fa parte di una cultura e a un certo

punto riconosce una maggiore efficienza di altre culture. Esempio: popoli che appartenevano

all’Impero Romano erano contenti di essere “romanizzati”.

La diversità è caratterizzata dall’etnocentrismo e dal relazionismo, i quali sono dei concetti problematici.

ETNOCENTRISMO

L’etnocentrismo è il termine tecnico che designa una concezione per la quale il proprio gruppo è

considerato il centro di ogni cosa e tutti gli altri sono classificati e valutati in rapporto ad esso (W. Summer,

1907).

Si parla di etnocentrismo nel momento in cui, studiando altre culture, faccio riferimento all’insieme di

giudizi e valori che sono maturati all’interno della mia cultura (proprio modo di vista è naturale è giusto,

perciò quello degli altri è sbagliato). Il risultato ultimo può essere la guerra e il genocidio = tentativo di

sterminare un intero gruppo basandosi sulla razza, religione, origine nazionale o altre caratteristiche

culturali. 

La problematicità dell’etnocentrismo etnocentrismo critico, esprime il problema epistemologico della

soggettività del conoscere. Riconosce, di fronte a una cultura “altra”, la necessità di una presa di coscienza

critica della propria storia culturale e politica di osservatore, cioè io sto osservando una cultura aliena

attraverso categorie storicamente determinate (le mie), e ciò è inevitabile.

Il caso della ricerca di Ernesto de Martino la terra del rimorso (1959): il ciclo coreutico di

Maria di Nardò

Con il termine “tarantismo” può indicare allo stesso tempo la malattia di tipo isterico e convulsivo causata

dalla fantomatica puntura principalmente al morso di un ragno (taranta) o da insetti e animali velenosi, e

una pratica musicoterapica tradizionale di tipo “magico-religiosa” un tempo molto comune in Puglia e nelle

regioni del sud Italia. Consisteva in un cerimoniale finalizzato alla cura delle persone e delle donne in

particolar modo, colpite da fenomeni isterico-convulsivi.

Gli ultimi strascichi di tale fenomeno furono analizzati e documentati solo nel ‘59 in Salento

dall’antropologo Ernesto De Martino.

Il tarantismo, si manifestava nei mesi estivi e il periodo coincideva in Puglia con la mietitura del grano. La

patologia era costituita da sintomi di malessere generale quali: stati di prostrazione, depressione,

malinconia, quadri neuropsicologici come catatonia o deliri, dolori addominali, muscolari o affaticamento.

La malattia includeva elementi che in passato si associavano alle nozioni di epilessia e isteria.

Il tarantismo è un fenomeno con il quale si sono confrontate diverse scuole di pensiero e discipline:

etnologia, psicologia, storia delle religioni, mitologia, estetica, medicina, antropologia culturale,

etnomusicologia, zoologia, psichiatria.

Grande contributo alla comprensione di tale fenomeno è stato senza ombra di dubbio dato

dall’antropologo Ernesto De Martino nel suo saggio “La terra del rimorso”. Nel saggio vengono

documentate una serie di casistiche poi analizzate in quadro generale, peculiare, culturale e ambientale.

Secondo De Martino il fenomeno dei “tarantolati” (affetti dalla malattia del tarantismo) è inquadrabile dal

punto di vista della tradizione e della pratica come un fenomeno di tipo culturale e religioso molto antico,

successivamente legato al culto di S. Paolo (protettore degli animali velenosi), e dall’altro come la

manifestazione di un malessere psichico che sfocia in una patologia.

I due livelli (patologico e culturale-religioso) si intrecciano in una metodica accettata e ben definita dalla

comunità. La tarantolata si autodichiara malata e “morsa” dal ragno e la comunità risponde con la cura

musicoterapica.

Benché il tarantismo avesse una cura, e fosse inserito in un sistema culturale ben radicato nella società, il

dichiararsi “tarantolati” rappresentava una vera e propria disgrazia e vergogna per la famiglia colpita.

Nello stesso tempo la sua manifestazione rappresentava una forma di liberazione fisica (periodica) di un

problema intangibile che logorava la psiche della malata.

Secondo De Martino, la visione di tipo relativistico non poteva essere adottata, poiché non si sentiva

estraneo a questa realtà (del Salento), dato che era un altro versante nella società italiana nel suo

complesso. In quanto componente di questa società, sentiva di fare un discorso critico sulla propria cultura

che aveva consentito di sviluppare questa forma di superstizione. Si pone come di una persona che non è

neutra di fonte al mondo religioso-magico, ma vuole la risoluzione di questa situazione. Questo tipo di

atteggiamento lo chiamò etnocentrismo critico, poiché era in base ai suoi giudizi.

Etnocentrismo critico per De Martino significa studiare altre culture in un rapporto critico di responsabilità

rispetto alla propria cultura di origine. Non si può rinunciare all’impiego di categorie interpretative

maturate dentro la propria storia culturale e scientifica.

RELATIVISMO CULTURALE

Il discorso del relativismo è invece opposto. Si parla di relativismo quando le culture si giudicano sulla base

dell’esperienza, la quale è interpretata da ciascun individuo in termini della sua inculturazione. Viene

considerato il carattere universale della cultura e la specificità di ogni ambito culturale, ogni società è unica

e diversa da tutte le altre, mentre i costumi hanno sempre una giustificazione nel loro contesto specifico.

Il relativismo culturale infatti porta avanti la convinzione per cui ogni cultura ha una valenza

incommensurabile (tanto grande da non poter essere misurata) rispetto alle altre, ed ha qu

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria2001b di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Tiragallo Felice.
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