La nozione di cultura nelle scienze sociali
Denys Cuche - Indice
- Introduzione Pag. 2
- Capitolo 1 Origine termine cultura Pag. 2
- Capitolo 2 L'invenzione del concetto scientifico di cultura Pag. 3 (Tylor, Boas, Durkheim, Lévy-Bruhl)
- Capitolo 3 Il trionfo del concetto di cultura Pag. 5 (Kroeber, Malinowski, Benedict, Mead, Linton, Kardiner, Strauss)
- Capitolo 4 Lo studio delle relazioni tra le culture e il rinnovamento del concetto di cultura Pag. 8 (Bastilde, Herskovits, Powell)
- Capitolo 5 Gerarchie sociali e gerarchie culturali Pag. 10
- Capitolo 6 Cultura e identità Pag. 11
- Capitolo 7 Obiettivi e usi sociali del concetto di cultura Pag. 12
- Conclusione Pag. 14
Introduzione
Il concetto di cultura sta al centro della riflessione delle scienze sociali, ora più che mai. Sembra essere la risposta più indicata alla questione della differenza tra popoli: 15 milioni di anni fa inizia il processo di antropogenesi che rappresenta l’adattamento genetico dall’ambiente naturale all’ambiente culturale. Questo processo vede una graduale regressione degli istinti, in favore della cultura e ne consegue un adattamento “al contrario”: l’ambiente si adatta all’uomo, e la cultura diviene la chiave di interpretazione della natura stessa. Le popolazioni si distinguono fra loro a partire da questo, ossia dalle differenti soluzioni originali che usano per far fronte ai vari problemi.
Oggi il concetto di cultura si è ampliato a “i modi di vivere e di pensare”, all’ordine simbolico e alla sfera del senso comune. Per studiarlo con lente scientifica è necessario analizzare la sua evoluzione storica, strettamente legata all’origine dell’idea moderna di cultura. Questa relazione tra cultura e società esiste e si afferma con forza, tanto che attraverso uno studio attento dell’incontro tra culture è possibile notare come siano le gerarchie sociali a determinare le gerarchie culturali, sebbene ad ogni cultura resti un grado di autonomia intaccabile e sostanziale, la cui preservazione è legata alla sopravvivenza di un’identità collettiva. Ecco che si viene a delineare un fil rouge che lega i diversi concetti: una ulteriore relazione, tra cultura e identità. Entrambi concetti che rimandano ad una stessa realtà.
Capitolo 1: Origine sociale del termine e dell'idea di cultura
Per rimanere su un piano scientifico, l’invenzione del concetto di cultura può definirsi “sintomatico” di un aspetto fondamentale di quella stessa cultura, che per comodità chiameremo cultura occidentale. Poiché non esiste un equivalente di “cultura” nelle lingue orali delle società abitualmente studiate dagli antropologi, si vede necessario ricostruirne l’origine sociale (molte di queste società non si pongono il problema della cultura, né tanto meno di definirne una propria).
Il dibattito franco-tedesco o l'antitesi cultura-civilizzazione
L’evoluzione semantica del termine si compie nella lingua francese durante l’Illuminismo (XVIII sec) inizialmente associato a diversi campi «cultura delle arti» «cultura delle lettere», per poi slegarsi progressivamente dai complementi e andare ad indicare la «formazione», l’«educazione» dello spirito. Alla fine del secolo viene legittimato l’uso di cultura nel senso contrario: da azione, a condizione, evidenziando l’opposizione concettuale natura-cultura.
Gli illuministi sostengono che la cultura sia la somma delle conoscenze accumulate e tramandate dall’umanità nel suo insieme, in linea con le idee allora predominanti di progresso, evoluzione, ragione, educazione etc. Passa poi in primo piano un nuovo termine che all'inizio si accosta spesso a quello di cultura, ossia di «civilizzazione» che richiama i processi collettivi. Viene così a definirsi un processo di riforma delle istituzioni e della legislazione che interessa tutta la società e vuole coinvolgere tutti i popoli (quelli “selvaggi” devono inserirsi in questo movimento con l’aiuto di quelli già civilizzati, più avanzati).
In Germania invece la contrapposizione di cultura (Kultur) e civilizzazione è di diversa natura, definita soprattutto dalla situazione di netta separazione tra borghesia e aristocrazia. Diventa quindi centrale la contrapposizione tra i valori dell’aristocrazia e quelli borghesi. Il malcontento per questa distanza sociale porta un gran numero di intellettuali a classificare i valori borghesi come autentici e profondi, fondati sulla scienza, l’arte e la filosofia, al contrario dei valori superficiali e privi di sincerità dell’aristocrazia. Ecco lo snodo che porta alla distinzione sopra citata: tutto ciò che è autentico e contribuisce all’arricchimento intellettuale e spirituale riguarda la cultura; ciò che invece è solo apparenza, raffinatezza e superficialità riguarda la civilizzazione.
Capitolo 2: L'invenzione del concetto scientifico di cultura
L’adozione di un approccio positivo nella riflessione sull’uomo e sulla società, porta alla creazione della sociologia e dell’etnologia come discipline scientifiche. L’etnologia scientifica raccoglie l’eredità della filosofia dei Lumi (l’uomo in quanto unità) e tenta di dare una spiegazione alla diversità umana, che non sia semplicemente data da differenze biologiche («differenza di razze»). Si vengono a creare due filoni dell’etnologia contrapposti ma che coesistono:
- Quello che privilegia l’unità e minimizza la diversità, concependo quest’ultima solo come temporanea (concezione evoluzionista);
- Quello che al contrario privilegia la diversità.
Il concetto fondamentale che viene utilizzato per spiegare entrambi gli approcci sarà proprio cultura, in senso prettamente descrittivo. Con accezione universalista o particolarità in base alle varie scuole di pensiero che verranno a formarsi.
Tylor e la concezione universalista di cultura
L’antropologo britannico Edward Tylor (1832-1917) è il primo a fornire una definizione di cultura in senso etnologico, come l’insieme complesso di conoscenze, credenze, arte, morale, diritto, costume e qualsiasi cosa l’uomo acquisisca in quanto membro della società. La cultura è espressione della totalità della vita sociale dell’uomo, è centrale la dimensione sociale. È un’eredità sociale (perlopiù inconsapevolmente acquisita) e non biologica.
Nel suo Primitive Culture, Tylor si interroga sulle «origini della cultura» e sulla sua evoluzione. È stato il primo a dedicarsi allo studio della cultura in tutti i suoi aspetti e in tutti i tipi di società. Centrale nel suo studio è il concetto di «sopravvivenze culturali»: in Messico ha avuto modo di osservare la coesistenza di costumi ancestrali e recenti e sviluppa così il proprio principio metodologico, secondo il quale si può risalire al complesso culturale originario attraverso le sopravvivenze. Giunge ad una conclusione: esiste una cultura originale a tutta l’umanità, rappresentata dalla somma delle culture dei popoli primitivi contemporanei. Essa stessa è una sopravvivenza dell’evoluzione culturale.
Per fare questo tipo di studio (attraverso le sopravvivenze) diventa necessario adottare un nuovo approccio, per cui Tylor introduce in etnologia il metodo comparativo. Per studiare le singole culture, avendo esse medesime origini, le mette a confronto fra loro, di modo da stabilire stadi della loro evoluzione culturale. Il suo intento è quello di dimostrare la continuità tra la cultura primitiva e la cultura più progredita, e che perciò la distinzione tra uomo selvaggio e uomo civilizzato è solo a livello di avanzamento culturale. Secondo Tylor ogni popolo dà e ha dato un contributo fondamentale per il progresso culturale, e questa considerazione per la relatività culturale nell’evoluzionismo tyloriano è un tratto piuttosto raro per l’epoca.
Boas e la concezione particolarista della cultura
Franz Boas (1858-1942) proveniente da una famiglia ebrea tedesca, è il primo antropologo che va a fare ricerca sul campo, nonché l’inventore dell’etnografia: attraverso l’osservazione diretta e prolungata delle culture primitive. Boas è il fondatore dell’antropologia culturale statunitense (nel 1887 si trasferisce negli Usa e prende la cittadinanza americana). Egli sostiene che la differenza fra gruppi umani è di ordine culturale e non razziale. Per fare ciò e demolire la nozione pseudo-scientifica di «razza» effettua uno studio su una popolazione di immigrati negli Stati Uniti, facendo ricorso al metodo statistico. Dimostra quindi che non esistono caratteri razziali immutabili, che la caratteristica dei gruppi umani è proprio la loro plasticità, il meticciato.
A differenze di Tylor, Boas tenta di studiare culture, e non la cultura, e critica infatti il comparativismo dell’evoluzionismo che all’epoca era in voga e che cercava leggi universali sul funzionamento delle varie culture umane. Per amore del rigore scientifico, Boas rifiuta qualsiasi generalizzazione che non si possa dimostrare empiricamente e viene riconosciuto come fondatore del metodo induttivo ed intensivo sul campo (ogni più piccolo dettaglio osservato deve essere annotato, deve essere imparata la lingua della cultura che si studia, e più che le interviste vanno annotate le conversazioni spontanee). A Boas si deve il concetto antropologico di relativismo culturale, anche se non inventa lui il termine, ma lo applica come principio metodologico -> ogni cultura è particolare, unica (influenza particolarismo storico tedesco).
L'idea di cultura nei fondatori dell'etnologia francese
In Francia le scienze sociali si sviluppano in maniera differente: l’etnologia è una branca della sociologia la quale predomina sulla questione culturale. Si deve aspettare fino agli anni Trenta prima che la nozione di «cultura» faccia la sua comparsa nell’etnologia francese, grazie al passaggio all’etnologia sul campo.
Durkheim e l'impostazione unitaria dei fatti culturali
Émile Durkheim (1858-1917), considerato il fondatore dell’antropologia francese, agisce per comprendere i fenomeni sociali nella loro totalità, inclusa la dimensione culturale (pur non utilizzando quasi per niente il concetto di cultura). Nella propria pubblicazione con Marcel Mauss cerca di proporre una concezione non normativa che includesse la pluralità delle civiltà senza andare a discapito dell’unità dell’uomo -> «La civiltà di un popolo non è nient’altro che l’insieme dei suoi fenomeni sociali». Non concepisce differenze di natura tra primitivi e civilizzati, e adotta un approccio relativistico: la normalità è relativa ad ogni società e al suo grado di sviluppo.
In Durkheim non è centrale la nozione di cultura, quanto piuttosto quella di legame sociale: come forma di teoria culturale, egli sviluppa una teoria della coscienza collettiva (la quale è a fondamento dell’esperienza individuale). La coscienza collettiva esisterebbe in ogni società, ed è costituita da ideali, valori e sentimenti comuni a tutti i membri ivi appartenenti. Sono la coscienza collettiva e le rappresentazioni collettive a realizzare coesione e unità all’interno della società.
Lévy-Bruhl e l'impostazione differenziale
Nel dibattito scientifico che contribuisce allo sviluppo dell’etnologia francese, si vede il confronto tra due diverse concezioni di cultura: unitaria (Durkheim) e differenziale (Lévy-Bruhl). Lévy-Bruhl dedica gran parte della sua vita allo studio delle culture primitive (fondatore dell’institut d’ethnologie) e pone al centro della sua riflessione la concezione di differenza culturale. Si oppone fortemente all’evoluzionismo unilineare e a qualsiasi teoria che sostenga l’esistenza di un criterio di funzionamento generale delle culture o una mentalità logica comune (Durkheim).
Questi contrasti sono l’espressione del dibattito scientifico allora vigente tra due concetti antitetici: alterità e identità culturale. Secondo Lévy-Bruhl, la diversità non impedisce comunque la comunicazione fra gruppi umani: sono diversi i modi di agire e di pensiero e non le strutture psichiche profonde; inoltre fa una distinzione, a sostegno della sua idea, tra mentalità prelogica (o primitiva) e mentalità logica -> coesistono in ogni società, ma ciò che fa concepire le differenze è la predominanza dell’una o dell’altra (fa quindi riferimento all'orientamento generale di una determinata cultura).
Capitolo 3: Il trionfo del concetto di cultura
Il concetto di cultura va quindi affermandosi nel panorama mondiale, trovando maggior “successo” nell’antropologia americana dalla quale viene rapidamente e diffusamente adottato. Perché tanta eco in questo paese? La risposta sta nella specificità del contesto nazionale: un paese di immigrati dalle diverse origini culturali. L’americano è un immigrato o figlio di immigrati e questo modello di integrazione di base permette la formazione di comunità etniche particolari -> non semplice riproduzione delle culture di origine, ma il loro adattamento.
Esistono e si sviluppano essenzialmente 3 differenti correnti di culturalismo:
- Da Boas, studio dal punto di vista della storia culturale;
- Studio dei rapporti tra cultura (collettiva) e personalità (individuale);
- Studio della cultura in quanto sistema di comunicazione tra individui.
L'eredità di Boas: la storia culturale
Kroeber e Wissler (tra i più emergenti) cercano di perfezionare la nozione di area culturale e di tratto culturale, muovendosi principalmente sul piano della dimensione storica (focus ereditato da Boas). Risulta però particolarmente difficile isolare e definire un elemento di un complesso culturale (tratto culturale), soprattutto in ambito simbolico. L’idea da cui partono è di studiare uno specifico tratto di culture vicine e analizzarne il processo di diffusione. Se in uno spazio dato risulta esserci una convergenza notevole di tratti simili, si parla allora di area culturale -> concetto che Kroeber dimostra funzionare bene nel caso delle culture indiane dell’America del Nord ad esempio. All’apporto teorico di questa corrente culturale dell’antropologia americana si deve la nascita del concetto di modello culturale (cultural pattern) = l’insieme strutturato di meccanismi per i quali una cultura si adatta.
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