Etnografi in famiglia
Questo libro adotta un’etnografia riflessiva. Ad essere analizzate sono le pratiche del fare ricerca: il modo in cui sono state costruite le relazioni con le famiglie partecipanti (firma dei consensi informati), o le tracce del fare ricerca impresse negli strumenti utilizzati (diari di campo, videoriprese della vita delle famiglie). Tali dettagli sono ritenuti irrilevanti dalla letteratura scientifica, esterni alla “scena ufficiale”.
Defamiliarizzare l’esperienza
Vi sono tre metafore paradigmatiche che riflettono scopi e metodi della conoscenza scientifica:
- Scoprire la verità: implica la produzione di conoscenza oggettiva tramite teorie descrittive. La verità equivale alla realtà e il linguaggio ne è il rispecchiamento neutrale. Coerentemente con il pensiero positivista, si esalta il primato del metodo scientifico: di conseguenza, per l'antropologia, l'umanità è un laboratorio vivente in cui effettuare comparazioni controllate.
- Illuminare profondità insondate: tentare di andare oltre l’evidenza, di mettere in risalto ciò che è nascosto. Il primato passa dal metodo all’oggetto: v’è una struttura nascosta dietro le cose, un rivestimento di superficie che occulta la realtà, le sue cause o il senso dei fenomeni.
- Defamiliarizzare l’esperienza: conoscenza anomala che porta ad una revisione degli schemi cognitivi, delle categorie e del senso comune del ricercatore. In tal senso, l’etnografia diviene il simbolo del rifiuto dell’obiettività e di una conoscenza situata: l’attenzione è posta al modo in cui i ricercatori e nativi fanno convergere i loro punti di vista, usando le proprie risorse culturali per costruire interpretazioni del mondo e degli altri. Dunque, l’enfasi è posta sul punto di vista.
La ricerca, quindi, non si riduce a un’esperienza soggettiva ma mira a produrre, attraverso il dialogo e le pratiche intersoggettive, una conoscenza reciproca del sé e dell’altro di tipo defamiliarizzante. Ciò vuol dire che non domina più l'idea di verità, né c'è più il tentativo di illuminare aree di profondità svalutando la superficie, ma riconosce un valore nella funzione defamiliarizzante della scienza.
Fasi dell'antropologia contemporanea
L'antropologia contemporanea ha dunque percorso tre fasi:
- Strutturalismo (Levi-Strauss): sguardo dall’alto e da lontano. L’osservatore deve essere opportunamente distante da non essere “disturbato da particolarità”: lo sguardo troppo vicino farebbe emergere differenze culturali e soggettive che impediscono di cogliere i modi di agire della mente.
- Etno-scienza (Goodenough): visione attraverso gli occhi del nativo. V’è la credenza di poter entrare nella mente del nativo e ricostruire le sue classificazioni generate da un pensiero localizzato.
- Ermeneutica (Geertz): si conosce solo dentro una relazione che si sta svolgendo in un “qui ed ora”. Si conosce solo dentro una condizione di intersoggettività, la quale prevede che l’altro e il sé entrino in relazione con il loro bagaglio di preconoscenze, modi di pensare, sentire e agire. Tale mondo intersoggettivo è, per il ricercatore, un modo per riflettere sul proprio sé culturale.
In sostanza, si devono riconoscere i propri limiti nel conoscere l'altro: questi limiti derivano dal fatto che il ricercatore è “posizionato” in un dato contesto di schemi e preconoscenze.
Etnocentrismo critico di De Martino
L’etnocentrismo critico di De Martino anticipa la svolta riflessiva, segnalando i limiti della conoscenza etnografica. Le categorie del ricercatore, infatti, sono inevitabilmente “etnocentriche”: l’osservazione delle culture aliene parte da determinate categorie di osservazione generatesi e sviluppatesi in un contesto occidentale. Quindi, il rischio sta nell’impiegare queste stesse categorie per studiare altre culture: è possibile che così la storia e il modo di pensare occidentale venga erroneamente attribuito alle culture osservate. Paradossalmente, così facendo il ricercatore osserverà solo una “proiezione di lui nell’alieno”, non l’alieno. Questo paradosso si supera se si accetta la limitazione etnocentrica delle categorie di osservazione occidentali: è grazie all'incontro con l'altro che noi mettiamo in discussione il nostro modo di categorizzare. L'incontro etnografico stimola il “reciproco posizionamento” e provoca una crisi nell’appartenenza, che segna la fine dell’etnocentrismo critico.
Questo cambiamento di prospettiva si rispecchia anche nel genere di scrittura scientifica nelle scienze sociali. Dagli anni ’80 il ricercatore non usa più un linguaggio neutrale e descrittivo, ma ricorre a metafore e trame narrative e, soprattutto, si riconosce come “autore del testo”. Diviene necessario documentare e interpretare la relazione che il ricercatore istituisce con l’oggetto di ricerca.
Riflessività testuale
Questo cambiamento nell’oggetto, nel linguaggio e nella posizione del ricercatore ha promosso una riflessività testuale, la quale mette in luce la natura artificiale, costruita del resoconto etnografico. Il fare antropologia nel XIX secolo si fondava su un pregiudizio: si parlava di “primitivi”, tendendo ad associare la lontananza spaziale alla distanza temporale (l’altro si trova nel passato). Di conseguenza, era intrisa di artifici testuali colpevoli di produrre discriminazione conoscitiva ed etica.
Scritture in famiglia
L’etnografia è una pratica di scrittura dell’osservazione partecipante che si realizza rendendo visibili gli effetti di vicinanza e distanza culturale tra osservatore e osservato. In quanto tale, implica un lavoro di traduzione, ovvero il trasporre una cultura nelle parole di un’altra: è infatti necessario rappresentare e interpretare fedelmente un punto di vista estraneo mostrando come l’osservatore sia dentro la scena.
Due esempi di analisi delle scritture familiari sono:
- Diario della madre: costituisce una cronaca essenziale della famiglia dal punto di vista della madre, e rappresenta un sacrificio dell’identità passata (brucia le lettere d’amore col marito) in favore dei bisogni della prole. Il testo rappresenta il gruppo familiare vivo e unito, e se stessa come trama che connette una famiglia oramai allargatasi e dunque a rischio di perdere unità.
- Scarabocchi del figlio: l’incessante scarabocchiare tag, firme e soprannomi sembra un tentativo di manutenzione "zen" dell'identità. Una scrittura che esplora la tensione tra un mondo personale segreto e un’immagine di identità pubblica.
Il graffitismo, che nasce negli anni ’60 all’interno della cultura hip-hop, si fa oggi espressione di un moto di rivendicazione della scrittura personalizzata del soggetto individuale contro la tendenza della tecnologia a “spersonalizzare la scrittura” a beneficio della grafica, dell’automatizzazione e dell’anonimato. I writer, in sostanza, lottano affinché il segno acquisti visibilità e oppongono sistema ad immagini anonime. Per far ciò, si danno una doppia identità, un nome segreto: al pari di quello che avviene nelle chat on-line, il fingersi un altro serve per raccontare cose altrimenti indicibili.
Graffiti e internet permettono di crearsi un’identità, un’interfaccia per dialogare con il mondo esterno, extrafamiliare. È possibile vedere in queste pratiche centrate sulla firma una conferma di come l’identità possa essere concepita come un mediatore del legame sociale, che mette in comunicazione due mondi, l’interno e l’esterno, in un costante processo di circolazione.
Sulla soglia
Dalla seconda metà del '900 si è assistito ad un vistoso cambiamento in direzione riflessiva. Il ricercatore diviene consapevole che non è possibile vedere il mondo e i fatti indipendentemente da chi li guarda: l’osservatore è inscindibile dal contesto osservato. Non essendo possibile mostrare la realtà così com’è, senza alcuna mediazione, v’è bisogno di ricorrere ai punti di vista degli altri, che lo aiutino a defamiliarizzarsi per poter rivedere il proprio operato e arricchire la scena di dettagli oscurati.
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