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Le parole degli altri

I con-testi del biografico

L’antropologia classica, centrandosi sull’osservazione partecipante, tende ad escludere le tracce dirette degli interlocutori (dialoghi, diari di campo), in favore di una scrittura autoriale che rende più soggettivo e “romantico” il campo della ricerca antropologica. Tuttavia, in ogni campo di conoscenza il rapporto tra ricercatore e oggetto di ricerca è mediato dalla parola dell’altro, scritta o parlata: qui nasce l’antropologia dialogica, basata sulle parole degli altri.

Antropologia dialogica

Secondo Pietro Clemente, l’antropologia non deve studiare le leggi generali delle culture, ma il modo in cui, entro le singole vite, una cultura viene appresa, interpretata e modificata. Di conseguenza, le storie di vita divengono fonti culturali preziosissime, che meritano un ampio riconoscimento scientifico.

Studi demologici italiani

Tradizione italiana di studi sulla cultura popolare

Nella sezione dedicata alla tradizione italiana di studi sulla cultura popolare, Clemente sottolinea la crescente importanza che le fonti orali e le storie di vita hanno assunto nella ricerca antropologica. La storia degli studi demologici in Italia può sintetizzarsi in 3 fasi:

  • Storia antica (1800-1940): iniziano ad imporsi il valore del documento orale e dei suoi portatori come fonti. Soprattutto per quanto concerne il mondo agrario e le tradizioni popolari (Tommaseo), si nota come alla natura orale della fonte vengano attribuiti particolari valori di autenticità e di verità. Inoltre, l’800 è il secolo delle scienze sociali, e di una conoscenza prodotta “guardando il reale”.
  • Storia moderna (1940-1970): la biografia irrompe con De Martino e Scotellaro. Il primo ha avuto il merito di tentare di far vivere il documento orale come umanità vissuta e non oggettivizzata, mentre in Scotellaro v’è il passaggio dall’uomo subalterno come “scrigno di tesori orali” a individuo deposito di vicende, modi di concepire la vita e contraddizioni. Tuttavia, predomina un “atteggiamento nostalgico”, e il quadro metodologico della raccolta orale non è molto curato. Solo negli anni ’60, si assiste a un nuovo interesse per l’oralità, favorito da alcune nuove tecniche di rilevazione sul campo, come l’uso del magnetofono per registrare canti, musica e narrativa. Si fa strada, quindi, un modo di studiare usanze e modi di vita non più basato sull’osservazione di “intermediari”, ma sulla voce, la memoria, la lingua dell’informatore.
  • Storia contemporanea (1970-1980): un quadro ricco di percorsi diversi (etnomusicologia, fiabe).

Antropologia e storia

Nel secondo dopoguerra italiano, il rapporto storia-antropologia è stato considerato poco rilevante. Per molti etnografi, il marxismo ha portato a studiare la dimensione sociale dei fenomeni (canti, cibo) e, più in generale, a rivolgere l’attenzione sulle “classi subalterne” (mondo contadino). Bosio, ad esempio, collegò ricerca storico-demologica e militanza, dando grande valore alla ricerca idiografica e alla “scoperta” dei patrimoni culturali delle classi “non egemoniche”. Le sue ricerche, presentate con notevole fedeltà alle testimonianze dei protagonisti e al loro parlato dialettale, sono oggi considerate il punto di incontro tra storia contemporanea e antropologia.

Tuttavia, a parte gli studi di tradizioni popolari, l’antropologia marxista ha privilegiato lo studio delle leggi sociali, con un interesse storiografico e nessuna visione idiografica. Pertanto, Clemente considera il marxismo antropologico come un impoverimento della storicità della tradizione umanistica italiana. Il rapporto tra storia e antropologia è stato ripreso negli anni ’80 dalle istituzioni extrauniversitarie, e con esso l’uso delle storie orali in ambito storiografico. Tuttavia, le fonti orali non hanno ancora abbastanza riconoscimento sul versante antropologico italiano, dove dominano 2 tendenze:

  • Snobismo malinowskiano: la ricerca è osservazione, il suo luogo è la monografia, l’uso di tecnologie di registrazione audio-video non è “fine” né tanto meno “romantico”.
  • Snobismo demartiniano: l’aspetto essenziale della ricerca è quello interpretativo, per cui i documenti rappresentano solo l’aspetto euristico e tecnico della ricerca.

Sia l’antropologia che la storia beneficerebbero, secondo Clemente, da una loro maggior integrazione. Non è possibile ridurre l’antropologia ad una mera analisi di documenti (storici, appunto). In quest’ottica, le memorie diventano il punto di incontro tra storia e antropologia.

Statuti

Questa sezione è una riflessione sullo statuto conoscitivo delle storie di vita nella ricerca antropologica.

Edizione critica di testi biografici orali

Pur essendo un tipo di documento ancora poco conosciuto, la biografia orale si colloca su un versante opposto rispetto al sapere antropologico dell’Ottocento e del Novecento, la cui fondazione conoscitiva è affidata a leggi, regole, generalizzazioni, astrazioni e l’individuo è solo un potenziale “esecutore”. La biografia si pone contro i concetti euristici: non pretende di «dedurre l’albero dalla foresta», come le scienze sociali, ma è l’espressione più irriducibile dell’individualità e, come tale, suggerisce esigenze critiche e domanda nuove integrazioni e nuovi approcci. Un’operazione da compiere su tali testi è l’edizione critica, ossia la creazione di un sistema di note e saggi critici intorno a una breve testimonianza biografica a partire da una più ampia biografia orale. È un particolare tipo di pubblicazione che include saggi preliminari e note a piè di pagina allo scopo di rende

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher davril86 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Padiglione Vincenzo.
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