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La cultura come conoscenza socialmente distribuita

Le ricerche più recenti hanno sviluppato una nuova prospettiva sulla cultura intesa come

conoscenza. In questo caso la conoscenza non è più qualcosa che si trova nelle operazioni mentali

di un individuo, ma nell'affermare che la cultura è socialmente distribuita, i ricercatori intendono

riconoscere che:

-l'individuo non è sempre il punto d'arrivo del processo di acquisizione;

-non tutti hanno accesso alle stesse informazioni o fanno uso delle stesse tecniche per raggiungere

alcuni obbiettivi.

Ciò implica che la conoscenza non è sempre tutta nella mente di un individuo, ma anche negli

strumenti utilizzati da una persona, nell'ambiente, nell'attività congiunta di molte menti e corpi che

aspirano a raggiungere lo stesso scopo, nelle istituzioni che regolano le funzioni degli individui e le

loro interazioni. E' questa la posizione assunta da Hutchins, che studiando il modo in cui si svolgeva

la navigazione su di una nave della marina, concluse che l'unità di analisi adatta per parlare di come

avviene la cognizione devi includere le risorse, umane e materiali, che rendono possibile la

soluzione del problemi. La diversità della distribuzione della conoscenza fra partecipanti e

strumenti, non riguarda solo gli ambiti più difficili, tecnici o specializzati, ma anche le attività

quotidiane. L'idea che la conoscenza è distribuita modifica la nostra nozione di cosa significhi

essere membro di una cultura, infatti la concezione più diffusa è quella che sostiene che tutti i

membri di una cultura possiedano le stesse conoscenze, ovviamente non è così. Sapir infatti afferma

che: "ogni individuo è il rappresentate di almeno una delle sottoculture che possono venire

astratte dalla cultura generalizzata del gruppo in cui egli si trova a far parte". Esiste, infatti, un

grado di diversità in ogni comunità, le pratiche linguistiche posso essere importanti strumenti

attraverso i quali possiamo rilevare l'omogeneità di una cultura, poichè le lingu forniscono categorie

pronte per l'uso e generalizzazioni accettate come dati di fatto. Ad esempio possiamo parlare di

"americani","italiani", "giapponesi" come se fosseri dei gruppi monolitici, e nonostante le comunità

varino di grado di ampiezza delle diversità al loro interno, la diversificazione è la norma piuttosto

che l'eccezione.

La cultura come comunicazione

Dire che la cultura è comunicazione significa vederla come sistema di segni, ovvero adottare un

approccio semiotico alla cultura. Questo approccio afferma che la cultura è una rappresentazione

del mondo, un modo di dar senso alla realtà oggettivandola in storie, miti, descrizioni, teorie,

proverbi, prodotti e rappresentazioni artistiche, i prodotti culturali, dunque, possono essere

considerati come altrettanti modi in cui gl'esseri umani si appropriano della natura, mediante la loro

capacità di creare rapporti simbolici fra individui, gruppi o specie. La visione del monfdo di un

gruppo quindi, per essere vissuta, dev'essere anche comunicata.

Lévi-Strauss e l'approccio semiotico

Secondo l'antropologo, "tutte le culture sono sistemi di segni destinati ad esprimere delle

disposizioni, cognitive profonde, che ordinano il mondo in base ad opposizioni binarie". Egli

parte dall'assunto per il quale la mente umana è ovunque la stessa, e che le culture sono

realizzazioni diverse di proprietà logiche astratte fondamentali del pensiero, comuni a tutti gli esseri

umani e adatte alle specifiche condizioni di vita. In questo senso non esiste differenza tra chi pensa

il mondo mediante concetti astratti come espressioni algebriche, cifre binarie o chi lo pensa

mediante nomi totemici, le differenza riguardano le risorse di cui le une e ele altre fanno uso nel

costruire le proprie teorie. Lévi-Strauss utilizza concetti presi dalla teoria linguistiche per spiegare i

rapporti fra le diverse categorie culturali, ha quindi esteso la distinzione tra natura e cultura alla

teoria di Jakobson sull'acquisizione dei suoni del linguaggio.

Secondo Jakobson, il bambino inizia a dare un senso ai suoni che percepisce creando un sistema di

opposizioni in cui ritroviamo, da una partre una distinzione binaria fra vocali e consonanti, dall'altra

una distinzione ternaria fra le tre vocali (a,u,i) e le consonanti (p,t,k) dotate del più grande valore

distintivo. I triangoli di opposizione fra vocali possono essere descritti con due opposizioni

essenziali tra proprietà acustiche dei suoni: compatto, diffìuso e quella tra tratti denominati: grave e

acuto. Attraverso questo triangolo Lévi-Strauss parla delle trasformazioni culturali della natura,

compresa l'attività universale del cuocere, crea così il triangolo culinario, in cui le proprietà dei cibi

prendono il posto dei suoni, e le opposizioni fra tratti acustici, sono sostituite da quelle fra cultura e

natura e fra elaborato e non-elaborato.

La distinzione binaria fra "non-elaborato" ed "elaborato" è utilizzataper rappresentare l'azione

trasformatrice che sia la cultura (cotto) sia la natura (decomposto/marcio) esercitano sul cibo. La

categoria del "crudo" è a metà fra natura e cultura, poichè il cibo crudo è di solito presente nelle

tradizioni culinarie, ma non è altrettanto elaborato o trasformato dei cibi cotti.

Clifford Geertz e l'approccio interpretativo

Geertz sviluppa un metodo di indagine che sottolinea il processo interpretativo senza fine

caratteristico dell'esperienza umana, in tal modo può comprendere le culture umane ivece chi

limitarsi a spiegarle in base a teorie causali, in questo senso scrive:

"Il concetto di cultura che adotto è di tipo semiotico. Ritenedo, insieme al sociologo Max Weber, che l''uomo è un

animale impigliato nelle reti di significati che egli stesso ha intessuto, credo che la cultura consista in queste reti e

che perciò la loro analisi non sia anazitutto una scienza sperimentale in cerca di leggi, ma una scienza

interpretativa in cerca di significato".

Le "reti" di cui è composta la cultura vengono scoperte attraverso ricerche e riflessioni etnografiche

accurate. Il concetto di descrizione densa, è uno dei principali nella teoria di Geertz, esso è una

matafora con cui si spiega che l'azione dell'etnografo fà nelle'analizzare più e più volte gli stessi

materiali, crea degli "strati", che aumentano densità e concentrazione. Gli esseri umani che creano

una cultura devono anche interpretarla, essa è esterna agli individui; le manifestazioni culturali sono

atti di comunicazione, questa partecipazione congiunta non solo implica ma crea delle visioni del

mondo, comprese le nozioni locali di persona, e comunica anche una serie di nozioni relative

all'ordine pubblico, ai diritti individuali e alla cooperazione sociale: comunica un particolare

concetto di persona nello stesso momento in cui lo si pone in essere.

La cultura come sistema di mediazione

Questa figura rappresenta il ruolo di mediazione svolto dagli strumenti:

ESSERI UMANI ----------------- STRUMENTO ------------------- AMBIENTE

Gli strumenti ed ogni genre di manufatto prodotto dall'umo si situano tra gli esseri umani ed il loro

ambiente, questo rapporto cioèè mediato dagli strumenti oggettivi o sociali. La cultura organizza

l'uso di strumenti mediante attività specifiche, in ognuno di questi casi, la capacità delle persone di

appropiarsi della antura per sfruttarla e controllarla viene accresciuta o anche modificata dall'uso di

questi strumenti. La natura umana ha dunque una duplice possibilità di avere un rapporto con

l'ambiente mediato o diretto, questa possibilità viene rappresentata così:

E' implicita in questo modello la possibilità che vi siano sia oggetti culturali materiali, sia oggetti

non-materiali o ideativi come i simboli ; la linea tratteggisata sta ad indicare la natura non certa del

rapporto tra esseri umani e ambiente, infatti esso, come detto prima, può avvenire o meno.

possiamo dunque affermare che la cultura comprende sia oggetti materiali che non-materiali,

entrambe sono strumenti attraverso i quali gli esseri umani mediano il loro rapporto con il mondo.

La teoria della cultura come attività mediatrice fra le persone e il mondo in cui vivono è nient'altro

che l'estensione della nozione di linguaggio come sistema di mediazioni. Parlare della lingua come

un'attività mediatrice significa vedervi uno strumento per farne cose nel mondo, riproducendo la

realtà ma anche trasformandola: mediante la lingua ci facciamo nemici o amici, suscitiamo o

tentiamo di risolvere conflitti, impariamo qualcosa sulle nostre società e tentiamo di conformarci ad

essa o di cambiarla. La lingua è queindi vista come uno strumento di azione a nostra disposizione

che ci offre possibilità e allo stesso tempo di pone dei limiti.

Cultura come sistema di pratiche

Questa nozione è in gran parte debitrice del movemento intellettuale noto come poststrutturalismo.

L'autore principale, Bourdieu,ad esempio, mette in evidenza lo strettissimo rapporto che intrercorre

tra conoscenze e azione nel mondo, tra condizionamenti passati e presenti, su questo scrive:

"la teoria di pratica in quanto pratica riafferma con forza che gli oggetti della conoscenza sono costruiti, ed alla

base di questa costruzione vi sia un insieme di disposizioni struttutrate e strutturanti, l'habitus".

Introduce quindi la nozione di habitus come unità di analisi, l'habitus è un sistema di disposizioni

dotato di una dimensine storica, e attraverso il quale i neofiti possono acquisire una

competenza mediante la partecipazione ad attività da cui emergono una serie di aspettative

sul mondo e sui vari modi di essere nel mondo. Si tenta qui di superare la dicotomia esistente tra

orientamenti oggettivisti e soggettivisti nelle scienze sociali: questo approccio sottolinea come il

soggetto o attore umano può esistere ed agire culturalmente solo in quanto partecipa ad una serie di

attività abituali. La cultura esiste solo nell'azione ripetuta e abitudinaria, di cui sono parte

integrande sia le condizioni materiali, sia l'esperienza degli attori sociali. Bisogna poi tener presente

l'importanza del linguaggio come sistema definito in forma attiva da processi sociopolitici di cui

fanno parte, una lingua, insomma, esiste solo in quanto habitus linguistico, cioè come serie di

sistemi ricorrenti e abituali di disposizioni ed aspettative.

Cultura come sistema di partecipazione

Quest'idea è connessa a quella che vede la cultura come un sistema di pratiche, essa infatti si fonda

sull'assunto che qualunque azione nel mondo, compresa la comunicazione verbale, possegga una

caratteristica intrensecamente sociale, collettiva e partecipante. Si tratta di una noziaone di cultura

molto utile se ci interroghiamo sui modi in cui la lingua è utilizzata nel mondo reale, poichè parlare

una lingua significa essere in grado di prendere parte ad interazioni in un mondo molto più vasto di

noi, di ciò che possiamo vedere e toccare. Le parole poi ci mettono in relazione con le altre persone,

con le altre situazioni, eventi, atti, credenze, sensazioni. L'indessicalità del linguaggio è parte

integrante di qualsiasi atto linguistico, inteso come atto di partecipazione ad una comunità. Parlare

dunque vuol dire scegliere un particolare modo di fare il proprio ingresso nel mondo e di

intrattenenre rapporti con coloro i quali entriamo in contatto, diveniamo membri di una comunità

principalmente attraverso l'uso del linguaggio. Qualunque sistema di partecipazione ha bisogno di

una componente cognitiva, in grado di gestire il recupero delle informazioni possedute e di predire

le azioni altrui, inoltre necessita di una componente corporea che dia conto della nostra capacità di

agire funzionalemente in un ambiente fisico pieno di oggetti materili e di esserri viventi. La

partecipazione richiede inoltre l'implicita condivisione di risorse già esistenti e la valutazione

implicita di queste ultime in vista dell'utilizzazione più immadiata.

Capitolo terzo

La diversità linguistica

I grammatici generativi, come Chomasky, si dedicavano alla spiegazione delle differenze

fonologiche, morfologiche e sintattiche fra le lingue, sviluppando così una teroria della

"Grammatica Universale" come insieme di regole e condizioni relative a regolòe che dovrebbero

consentirci di descrivere la grammatica di qualsiasi lingua.

I grammatici formali, tendono ad ignorare le differenze esistenti all'interno di una stessa lingua;

danno per scontata l'omogeneità all'interno delle stesse comunità di parlanti.

I sociolinguisti, criticano questa teoria, essi infatti parto dall'assunto che esiste una notevole

differenziazione all'interno di qualunque comunità linguistica relativa alla pronuncia delle parole,

alla costyruzione e interpretazione degli enunciati e ai modi in cui vengono create unità discorsive

più complesse a seconda dei diversi contesti sociali.

Gli antropologi del linguaggio, si sono occupati di problemetiche simili, ma in più hanno

affrontato la complessa questione del rapporto tra lingua e pensiero, ovvero l'"ipostesi delle relativià

linguistica".

Franz Boas e l'uso della lingua nativa

E' uno dei padri findatori dell'antropologia americana. L'esperienza presso gli eschimesi e gli

indiani kwakiutl lo indusse alllo studio del linguaggio e delle lingue indiane, egli sosteneva che

"non è possibile comprendere davvero una cultura senza avere un accesso diretto alla sua

lingua". Lo studio linguistico, secondo Boas, non ha solo carattere pratico, ma anche teorico,

poichè esiste un forte legame tra lingua e cultura:

"[...] il servizio resoci dall lingua è innanzitutto pratico: è un mezzo per capire più chiaramente fenomeni

etnologici che di per sè non hanno nulla a che vedere con problemi linguistici...lo studio toerico delle lingue

indiane non sembra però essere meno importante della loro conoscenza pratica, e la ricerca strettamente

linguistica è parte essenziale di un indagine approfondita dalla pscicologia dei popoli del mondo [...]il linguaggio

umano è una delle manifestazioni più importanti della vita mentale, sembrerebbe entrare di diritto nel campo di

studio dell'etnologia."

L'idea principale secondo cui il la lingua è necessaria al pensiero umano, e dunque alla cultura,

divenne una delle teorie fondamentali dell'antropologia culturale americana. Questo modo di

considerare il ruolo della lingua nella cultura fece sì che i sistemi linguistici potessero essere

analizzati come guide per analizzare poi i sistemi culturali. In seguito Boas comprese che molte

delle idee contenute nelle sue opere sulle "lingue primitive", erano empiricamente erronee, come ad

esempio l'affermazione che nelle lingue indiane d'america i suoni non venivano pronunciati con

altrettanta esattezza che nelle lingue europee: quest'affermazione si basava sui limiti

dell'osservatore, che trovava difficikle identificare suoni non comuni nelle lingue europee. Il

metodo utilizzato da Boas, poi, creò un "presente etnografico" empiricamente discutibile, gli

etnografi infatti badacvano sopratutto alle raccolte di tradizioni passate realizzate dagli informatori

e ignoravano così il tempo in cui c'era stato il contatto con gli europei, e i cambiamenti che ne erano

conseguiti. Inoltre i testi erano realizzati spesso da un unico "informatore principale o chiave", e

non venivano controllati comparandoli ad altre fonti o versioni. Ciònonostante, i metodi di Boas

divennero importantissimi negli studi dell'antropologia del linguaggio, Boas insisteva nella

necessità di pubblicare parola per parola i reseconti forniti dai nativi, di cerimonie ed altra aspetti

della loro eridità culturale. Quando l'osservazione partecipante venne introdotta ed accettata in

etnografia come metodo standard di indagine, l'esperienza diretta delle pratiche culturali divenne la

base di quase tutte le discrizioni e della raccolta dati, allo stesso tempo venne abbandonata la prassi

di pubblicare i tersti contenenti i resoconti. Boas traducendo e trascrivendo i testi nativi, si sorprese

dei modi diversi con cui le lingue differenti classificano il mondo e l'esperienza umana, utilizzò

quindi, quest'osservazione come prova a favore del "relativismo culturale", o meglio per la tesi

secondo cui ciascuna cultura dovrebbe essere compresa in base ai suoi stessi principi, e non come

parte di un ampio disegno di progressiva elevazione morale e intellettuale, alla sommità delle quale

solitamente vi erano gli europei. Boas utilizzo la sua conoscenza delle lingue indiame d'america per

dimostrare che il modo in cui le lingue classificano il mondo è arbitario: "ciascuna liggua ha infatti

il proprio modo di costruire un vocabolario che sezioni il mondo e crei categorie ed esperienze.

Capitolo quarto

Metodi etnografici

L' etnofotografia offre un prezioso complesso di tecniche atte a connettere le forme linguistiche a

particolari pratiche culturali, ed uno dei meriti principali degli intropologi del linguaggio è stato

quello di integrare l'etnografia ad altri metodi per la documentazione del modelli linguistici

Cosa è una etnografia?

E' una descrizione scritta dell'organizzazione sociale, delle attività sociali, delle risorse materili e

simboliche e delle pratiche interpretative caratteristiche di un particolare gruppo di persone. Tale

descrizione è l'esito di un prolungato soggiorno presso la comunità studiata ed implica due qualità

apparentemente contradditorie: 1)capacità di riytrarsi e distanziarsi dalle proprie reazioni immediate

e culturalmente prevenute, per raggiungere un accettabile grado di "oggettività", 2) la propensione

ad identificarsi o sviluppare una forma di empatia con i membri del gruppo, per fornire una

prospettiva interna che gli antropologi chiamano "visione emica". Poichè dunque esisteno diversi

gradi di distanza o vicinanza a una data realtà etnografica, per l maggior parte degli etnografi

l'adeguatezza descrittiva si colloca nel mezzo. L'equilibrio tra l'essere insensibile e totalmente

empatici, sta nell'ammettere che scrivere un'etnografia implica la comprensione di molti punti di

vista a volte contradditori, a volte complementari. Quindi un etnografia ben riuscita non è una

forma di scrittura in cui l'osservatore assume un unico sguardo, ma uno stile con il quale il

ricercatore stabilisce un dialogo tra i diversi punti di vista e voci, comprese quelle della popolazione

studiata, dell'etnografo e delle sue scelte teoriche. In quasi tutte le etnografie , tuttavia, è assente

un'esplicita analisi e documentazione delle pratiche dialogiche da cui scaturiscono le descrizioni; la

praticha della trascrizione rappresenta un elemento essenziale di questo processo, in quanto i

ricercatori rendono esplicite le fonti dalle quali derivano la loro comprensione di un dato fenomeno

culturale.

Studiare le persone all'interno delle comunità

La lingua rappresenta un'importante indicazione di appartenenza a una comunità, inoltre la

variazione del modelli linguistici e la frequente commutazione fra lingue, dialetti e registri, sono

indice di una possibile suddivisione interna nell'ambito della stessa comunità. Nonostante ciò gli

etnografi sono ancora alla ricerca di modelli: configurazioni ricorrenti nei comportamenti delle

persone, nelle descrizioni, procedimenti interpretativi, uso che esse fanno delle risorse naturali,

nella produzione e utilizzazione di strumenti e manufsatti. Il resoconto etnografico, quindi, cercherà

di dioscrevere non soltanto in che modo un particolare gruppo sia tenuto insieme dalle somiglianze,

ma anche in che modo quel gruppo mantengga la propria coesione nonostante le differenze. Gli

etnografi sostengono di poter raccogliere queste informazioni mediante particolari tecniche di

raccolta dei dati; gli etnografi vivono per un lungo periodo con la popolazione che vogliono

comprendere, li osservano lavorare, mangiare, giocare, parlare. L'osservazione di una partiocolare

comunità tuttavia non è realizzata da una posizione distante e sicura, al contrario l'etnografo sta nel

bel mezzo degli eventi, cioè partecipa.

Argomenti per uno studio etnografico

Gli emografì sono interessati a cosa fanno le persone nella vita quotidiana (ad esempio, le attività

nelle quali sono impegnate, come sono organizzate, da chi e per chi) quello che costruiscono usano

(manufatti) chi controlli l'accesso ai beni (prodotti della terra) e alle tecnologie, quello che le

persone conoscono, pensano, provano come comunicano fra di loro come prendono decisioni (ad


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in intervento e modelli psicologici nello sviluppo e nell'invecchiamento
SSD:
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Padiglione Vincenzo.

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