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Capitolo primo

Natura e ambito dell'antropologia del linguaggio

L'antropologia del linguaggio è una disciplina autonoma, essa dev'essere studiata sia per i suoi risultati già ottenuti, sia per le future prospettive di lavoro dei ricercatori. È dunque interdisciplinare, ovvero attinge buona parte delle sue tematiche da due discipline separate: la linguistica e l'antropologia. Solo nel corso dei decenni l'antropologia è diventata autonoma, assumendo una propria specifica identità.

Definizioni

Duranti concepisce l'antropologia del linguaggio come: "lo studio del linguaggio come risorsa culturale e del parlare come pratica culturale". Questo campo di studi si basa su metodi già esistenti in altre discipline - linguistica e antropologia - e li sviluppa. Il suo obiettivo generale è quello di comprendere i molti aspetti delle lingua, intesa come insieme di pratiche culturali, cioè come sistema di comunicazione che non solo consente di creare rappresentazione interpsichiche (tra due o più individui) e intrapsichiche (in uno stesso individuo) dell'ordine sociale, ma aiuta i parlanti a farne uso nella costruzione di atti sociali essenziali.

Gli antropologi del linguaggio cercano di realizzare descrizioni delle strutture linguistiche utilizzate dalla gente reale, in un tempo e uno spazio reali, ovvero considera i propri oggetti di studio – i parlanti – come degli attori sociali: sono membri di complesse e specifiche comunità, ciascuna organizzata in un gran numero di istituzioni sociali. Ciò che contraddistingue gli antropologi del linguaggio è che incentrano la loro ricerca sulla lingua intesa come insieme di risorse simboliche che sono parte integrante del costituirsi del tessuto sociale e della rappresentazione individuale di mondi reali o possibili.

Dobbiamo quindi considerarla come parte del più ampio campo di studi dell'antropologia, poiché prende in esame le lingua facendo uso di categorie e interessi antropologici, come quello legato al problema della trasmissione e riproduzione della cultura, al rapporto tra sistemi culturali e diverse forme di organizzazione sociale ed ai modi in cui la comprensione del reale, messa in atto dalle persone, è influenzata dalle loro condizioni materiali di esistenza.

Gli antropologi del linguaggio hanno una visione delle lingua come un insieme di pratiche, mezzo attraverso cui è possibile mediare tra gli aspetti, ideativo e materiale dell'esistenza umana, dando vita a particolari modi di essere nel mondo. Quest'aspetto dinamico delle lingua conferisce all'antropologia del linguaggio il suo particolare ruolo nelle scienze umane e sociali.

Lo studio delle pratiche linguistiche

L'antropologia del linguaggio parte dall'assunto che le parole hanno una grande importanza, e dal dato empirico secondo cui i segni linguistici, intesi sia come rappresentazione del mondo che come modi di entrare in contatto con esso, non sono mai neutrali: al contrario essi sono sempre utilizzati per creare affinità e differenze culturali, che non operano soltanto nei codici simbolici che le rappresentano.

Esse non sono solo dovute alla sostituzione di un suono con un altro (/pane/ vs /kane/) o di una parola con un'altra (un vostro grande ammiratore vs un vostro grande cane), ma si manifestano anche mediante i concreti atti di discorso, il mescolarsi di parole e azioni, il fatto che le parole possano prendere il posto delle azioni. Gli antropologi del linguaggio si occupano di come le parole pronunciate in una determinata occasione offrono - ai partecipanti, ma anche ai ricercatori - un punto di vista, un modo di pensare al mondo e alla natura stessa dell'esistenza umana.

Come i filosofi hanno sottolineato, gli esseri umani sono le sole creature che pensano a se stessi come esseri pensanti. È questa una consapevolezza legata alla capacità di rappresentazione simbolica, e dunque alla facoltà di linguaggio. Il linguaggio però è molto di più che uno strumento riflessivo con cui tentiamo di dar senso ai nostri pensieri e azioni; attraverso l'uso linguistico facciamo anche il nostro ingresso in uno spazio internazionale che abbiamo, in parte, contribuito noi stessi a formare, un mondo in cui ogni scelta che facciamo è in parte legata a ciò che è accaduto in precedenza e concorre a definire ciò che accadrà in seguito.

Il caso dei saluti

In molte società i saluti assumono la forma di domande:

  • Nell'italiano: "come stai?"
  • Nel pal-polinesiano: "dove stai andando?"

Possiamo domandarci alla luce di queste considerazioni se queste siano o meno domande formulatiche, che presuppongano o meno una risposta, ma soprattutto se il contenuto di questi scambi linguistici di routine ci rivela o meno qualcosa della cultura di chi ne fa uso.

Gli antropologi del linguaggio danno anche molta importanza alle pratiche di scrittura, cioè ai modi in cui sia il parlato che altre attività simboliche vengono documentate e rese fruibili anzitutto per l'analisi, poi per la costruzione di ipotesi argomentative attraverso una serie di convenzioni di trascrizione e di uso di nuove tecnologie. La peculiarità dell'antropologia del linguaggio dev'essere ricercata nel suo interesse per i parlanti come attori sociali, per la lingua come risorsa cui fare appello nell'interazione sociale e insieme prodotto di quest'ultima, per le comunità linguistiche come entità al tempo stesso reali e immaginarie, i cui confini sono continuamente ridefiniti e negoziati attraverso una miriade di atti linguistici.

La ricerca viene incentrata sulla performance linguistica e sul discorso concretamente situato; il modo in cui il linguaggio consente la creazione e produce esso stesso differenze, tra gruppi, individui, identità. Bisogna tener conto anche dell'importanza che gli antropologi del linguaggio attribuiscono a dimensioni del parlare, come possono essere i silenzi e i gesti in relazione al contesto in cui sono prodotti.

Interessi teorici nell'antropologia del linguaggio contemporanea

Ciascuna delle tre aree sviluppatesi negli ultimi decenni, è dedita alla comprensione di una delle seguenti nozioni analitiche:

  • Performance
  • Indessicalità
  • Partecipazione

Performance

Questo concetto può essere ritrovato in un gran numero di fonti, e quindi essere interpretato in molti modi. Una delle origini è nel lavoro di Chomsky, che compì una distinzione fra competenza (competence) ed esecuzione (performance). Questa distinzione era in parte ispirata all'opposizione formulata da Saussure fra lingua (langue), che designava il sistema linguistico inteso come totalità indipendente dagli usi particolari di parlanti particolari, e parole, che designava il singolo irripetibile atto linguistico di un particolare utente del sistema.

In questo contesto, la competenza è la capacità che governa l'uso della lingua, cioè la conoscenza - per lo più inconscia - che un parlante nativo ha dei principi in base ai quali sono possibili l'interpretazione e l'uso di una lingua specifica. L'esecuzione è invece l'uso effettivo della lingua. Secondo Chomsky, esso non è solo basato sulla competenza, ma anche legato a fattori come l'attenzione, la percezione e la memoria cui non bisogna ricorrere per spiegare la nozione di competenza intesa come conoscenza astratta dei parlanti, indipendentemente dal loro uso effettivo della lingua.

La competenza è quindi, in questo caso, la conoscenza di una lingua in possesso di un parlante, l'esecuzione invece è la realizzazione di questa conoscenza nei concreti atti linguistici. La nozione di performance coniata da Austin è diversa, essa viene utilizzata per delineare la categoria dei verbi performativi, ovvero verbi che esplicitano il tipo di azione che un particolare enunciato cerca di portare a compimento. Quindi nell'enunciato "ti ordino di uscire dalla stanza", il verbo ordinare non descrive ciò che il parlante ritiene vero su di una realtà che esiste indipendentemente da esso, ma rappresenta un tentativo di agire sul reale, conformandolo alla volontà ed alle aspettative del parlante.

Secondo Austin, tutti gli enunciati fanno qualcosa, anche quelli che sembrano soltanto descrivere uno stato di cose ("il cielo è blu"), essi infatti svolgono il compito di informare. Gli antropologi del linguaggio sono interessati a ciò che i parlanti fanno con la lingua. Si può quindi ritenere che la loro ricerca possa situarsi sia nell'ambito della nozione chomskiana di esecuzione intesa come "uso del sistema linguistico", sia in quello della nozione austiniana di performance intesa come "fare cose con le parole".

Non bisogna però trascurare la terza accezione del termine, derivante da studi folcloristici; in quest'accezione la performance designa un ambito dell'agire umano in cui si presta particolare attenzione al modo in cui sono eseguiti gli atti comunicativi. Questa particolare attenzione è stata chiamata da Jakobson "funzione poetica della lingua".

Ne deriva che: "la performance è qualcosa di creativo, consapevole, perseguito", una dimensione questa legata alla musica e alle arti in genere. Questa nozione può però essere utile anche a descrivere fenomeni riscontrabili in normali interazioni quotidiane, ovvero ogni qual volta un parlante mostra una particolare attenzione e abilità nel pronunciare un messaggio. Si può allora ritenere che in quest'accezione del termine performance, ci sia implicata un'idea di creatività ed improvvisazione che è possibile ritrovare in qualsiasi genere e atto linguistico, dai più ritualizzati e formali ai più comuni e casuali.

Indessicalità

Kant distingue tra segni arbitrari e segni naturali. Le lettere che rappresentano i suoni linguistici possono essere un segno arbitrario, non vi è infatti alcuna relazione tra la forma delle lettere e un particolare suono a cui esse stanno. Invece il fumo che ci avvisa della presenza del fuoco è un segno non creato per convenzione, ma nasce dalla coscienza di un fenomeno naturale ricorrente, è dunque un segno naturale.

Partendo da osservazioni simili, Pierce definì il fumo come indice, distinguendolo dai segni del tutto arbitrari, denominati invece simboli, e dai segni che tentano di riprodurre alcuni aspetti dei propri referenti, che chiamò icone. Gli indici sono segni che hanno qualche tipo di rapporto esistenziale con ciò a cui si riferiscono, e significano in virtù di tale rapporto. A questa categoria possono appartenere anche i pronomi dimostrativi (questo, quello, questi), pronomi personali (io e tu), espressioni temporali (ora, allora, ieri), ed espressioni spaziali (alto, basso, sopra, sotto).

La proprietà di queste espressioni è stata chiamata indessicalità, ed essa può essere applicata alla gran parte delle comunicazioni linguistiche. È importante distinguere fra diversi tipi o gradi di indessicalità. Ad esempio, Silverstein ha ipotizzato che l'indice "questo" presupponga semplicemente l'esistenza di un referente identificabile; il pronome "tu", invece, implica qualcosa in più della semplice esistenza di un interlocutore; ovvero una persona fino a quando non ci si rivolga con il "tu", non è ufficialmente un interlocutore, mentre il tavolo è già in posizione vicino al parlante prima ancora che egli dica "questo".

Le lingue con pronomi di seconda persona che differiscono su basi sociali (tu/voi, tu/lei), poi, sfruttano ancora di più le proprietà indessicali dei pronomi personali, utilizzandoli come puntatori delle "coordinate sociali". Sono questi indici che Silverstein ha chiamato "creativi al massimo grado o performativi". Proprio questo aspetto creativo e performativo dell'indessicalità è utilizzato dai parlanti nella creazione delle identità etniche e di genere. Le parole portano con sé un potere che va al di là della descrizione ed identificazione di persone, oggetti, proprietà ed eventi; la lingua diviene uno strumento mediante il quale il nostro mondo sociale e culturale è ininterrottamente descritto, valutato e riprodotto.

Vi è dunque un forte legame fra l'indessicalità e la performance, un legame che si chiarifica con l'analisi del concetto di partecipazione.

Partecipazione

Hymes scrive, muovendo dalla critica alla nozione di competenza di Chomsky: "Dobbiamo dar conto del fatto che ogni bambino normale acquisisce una conoscenza delle frasi non solo considerandole grammaticali, ma anche in quanto appropriate. Lui o lei acquisisce una competenza relativa a quando parlare e quando non farlo, di cosa discutere e con chi, quando, dove e in che modo. In breve, un bambino diviene capace di realizzare un repertorio di atti linguistici, di prendere parte ad eventi linguistici e valutare il modo in cui gli altri hanno eseguito questi ultimi. Questa competenza, inoltre, fa tutt'uno con gli atteggiamenti, i valori e le motivazioni relativi alla lingua, alle sue caratteristiche ed ai suoi usi, oltre che con la competenza e gli atteggiamenti riguardo al rapporto di interazione fra lingua e ogni altro codice del comportamento comunicativo."

Possiamo riconoscere in questo brano il concetto per cui essere un parlante significa essere membro di una comunità linguistica, e ciò implica la possibilità di disporre di una serie di attività ed usi della lingua. Ciò significa essere in grado di "fare cose" con quella lingua, come parte di un più vasto insieme di attività sociali organizzate culturalmente e che debbono essere interpretate in base alla cultura.

Da qui la formulazione del concetto di partecipazione, una nozione che evidenzia il carattere sociale, collettivo e distributivo di ciascun atto linguistico. In questo senso, parlare una lingua significa essere in grado di utilizzare dei suoni che ci consentono di partecipare ad interazioni con altri, evocando un mondo che di solito è più vasto di qualunque cosa possiamo vedere o toccare in un dato momento. La possibilità di "far cose con le parole" crea un rapporto con questo mondo più vasto, sia esso reale o immaginario, ed esso è anche reso possibile dalla possibilità che le parole hanno di puntare qualcosa al di là di se stesse, cioè dalle loro proprietà indessicali.

Il concetto di partecipazione postula l'esistenza di una componente corporea, di un...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Padiglione Vincenzo.
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