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Tra casa e bottega

Ritratto da etnografo

Nella cultura borghese otto-novecentesca, l’artista romantico ama raffigurarsi nei panni dell’acrobata o del pagliaccio. Il clown diviene un eroe patetico, umiliato ma non vinto, che con le sue buffonerie sfida l’ordine soffocante rappresentato da quelle visioni totalizzanti tipiche della società borghese. Oggi, una simile figura trasgressiva, un tale “acrobata del pensiero” può esser visto nell’antropologo.

Se nella prima metà del Novecento furono soprattutto letterati ed artisti a interessarsi di antropologia, nella seconda metà del secolo entrarono in campo scienziati e filosofi. Negli anni ’70, sempre più studiosi si ritrarranno da etnografi per abbandonare un mondo fatto di solide certezze (Bateson, Bruner, Sacks). Il successo dell’etnografia è conseguenza della sua imperfezione, della sua mancanza di uno statuto rigoroso che la rende duttile e aperta: in un periodo storico di insofferenza per le regole troppo rigide, l’antropologo è quella figura che non ha illusioni di ordine e razionalità, ragion per cui «deve scoprire come andare avanti senza le certezze che lo avevano messo in moto» (Clifford Geertz).

Il ’900 si lega al venir meno dei “modelli di ordine universale”, a una crisi di certezze e verità non più spiegabili con i modelli tradizionali della storia e della scienza. In questo contesto, l’etnografia si assume il compito di cogliere il senso che acquistano forme di vita differenti dalla nostra, di mettere in evidenza esperienze oscurate di gruppi sociali marginali attraverso un setting di apprendimento contestuale poco strutturato. Ciò implica che l’osservatore sia inscindibile dal sistema osservato, e che gli esseri studiati devono essere considerati partecipi di quel sistema riflessivo: è questo il senso della svolta riflessiva dell’antropologia contemporanea.

Svolta riflessiva

L’antropologia culturale ha così contribuito a caratterizzare lo stile dubbioso e riflessivo del XX secolo.

Dietro lo sguardo

L’antropologia si propone di esplorare le differenze e le somiglianze culturali all’interno dell’umanità, interrogandosi su come sia possibile intenderle e su cosa significhino per il nostro modo di ragionare e vivere. Per differenze culturali si intendono quei modi di vivere non ereditati biologicamente ma appresi/inventati dagli individui in quanto membri di un gruppo.

Tuttavia, le differenze culturali non costituiscono di per sé dei “segnali di appartenenza” (o di identità), ma lo diventano attraverso processi sociali di selezione per cui soggetti e gruppi si vedono e si pensano come un “noi” separato, enfatizzando alcuni caratteri di somiglianza piuttosto che altri.

L’identità etnica, cioè il sentimento di appartenenza ad un gruppo, non è un concetto fisso e stabile, poiché i suoi contenuti si determinano di volta in volta tramite le relazioni interetniche e di potere. Pertanto, nessuna differenza né identità culturale riguarda entità collettive precise, poiché:

  • È tramite l’arbitrio che “inventiamo” soggetti collettivi, estraendo da essi alcune proprietà comuni.
  • Le identità etniche e culturali hanno una natura instabile e mutano forma in relazione al contesto e alla sequenza conflittuale attivata.

Per alcune minoranze perseguitate (zingari), il distinguersi o l’integrarsi sono strategie relazionali cui fare ricorso per fronteggiare gli eventi. In tal modo, si creano delle vere e proprie identità sincretiche che rimodellano continuamente la tradizione e il senso di appartenenza in base al contesto.

Ciò non significa che la cultura è uno strumento negoziabile e gestibile dall’individuo! Ognuno di noi, infatti, appartiene a un determinato “orizzonte culturale”, dal quale derivano le nostre configurazioni di preconoscenze e i nostri modelli interpretativi della realtà. È dunque possibile appartenere a una comunità di interpretazioni, ovvero a un gruppo di persone che attribuiscono significati simili agli eventi, senza presupporre che queste persone condividano un’identità collettiva.

Un elemento di complessità è rappresentato dalla società contemporanea, la quale rende meno rilevabili le differenze culturali perché più immateriali e scarsamente confinabili in aree geografiche circoscritte. Le identità appaiono ancor più interdipendenti, sincretiche, temporanee.

Una prospettiva situata

La barzelletta della mosca nella birra è un caso di antropologia spontanea: un ragionare etnocentrico sulle differenze culturali, un riflettere sulle somiglianze e sulle diversità praticato da tutti i popoli. In merito all’etnocentrismo, l’atteggiamento di denuncia proprio di Levi-Strauss e dell’antropologia del ’900 si è ora trasformato in un’accettazione critica dello stesso. Oggi gli studiosi sono consapevoli delle necessità del pregiudizio: non si potrebbe agire senza giudizi precostituiti perché essi offrono la fluidità necessaria alla nostra esperienza del reale.

In quanto credenze e orientamenti dati per scontato, empiricamente verificabili ed efficaci, i pregiudizi (e la categorizzazione in generale) ci permettono di interpretare la realtà quotidiana dandoci una base e risparmiandoci estremi sforzi cognitivi. Questo ragionamento vale non solo per l’antropologia spontanea, ma anche per quella scientifica!

Mentre in passato si pensava che l’antropologo potesse collocarsi ad un livello di astrazione superiore per spiegare la cultura studiata senza distorsioni di carattere etnocentrico, attualmente si ritiene che l’antropologo produca “verità etnografiche” intrinsecamente parziali, compromesse e incomplete. Data l’impossibilità di non essere etnocentrici, l’antropologia contemporanea si concentra su altre vie.

In questo senso, l’antropologia pratica l’etnocentrismo critico proposto da De Martino: una riflessione critica sull’inadeguatezza delle categorie che usiamo, sul fatto che siamo tutti storicamente situati nel nostro personale punto di vista. Il “riconoscersi situati” non è più un limite, ma una risorsa per comprendere significati, e non presuppone più un osservatore neutrale che vuole pervenire ad un esito unico e totalizzante, ma un periodo di osservazione partecipante prolungata composto da relazioni dirette personalizzate con i nativi (etnografia). Il concetto di conoscenza situata, in sostanza, afferma che il processo del conoscere non è né generico né puramente cognitivo: la razza, l’identità, il genere e la classe sociali sono implicati nel come e che cosa conosciamo.

Come strumento principale della ricerca antropologica, l’etnografia accorda centralità all’esperienza personale del ricercatore per apprendere direttamente dai contesti di vita. In questo ambito la distanza culturale del ricercatore può allora essere intesa in modo diverso: è uno svantaggio poiché lo sguardo del ricercatore non è protetto all’interno di un contesto a lui familiare, ma al contempo è un vantaggio poiché risalta le differenze tra la cultura dell’osservatore e quella dell’osservato. Oggi si è abbandonata l’illusione dell’obiettività e della verità assoluta: non c’è niente nella produzione scientifica che non sia coinvolto in ciò che essa stessa studia.

Generi, contesti e usi

Da queste premesse è chiaro che l’antropologo debba seguire due strategie di ricerca:

  • Approccio orientato al contesto nel testo: poiché il linguaggio umano può fornire messaggi con significati ambigui, si ipotizza che vi sia una tradizione, un “contesto a monte” che offrono all’attore sociale messaggi preconfezionati ed organizzati sotto forma di giochi linguistici, modelli di pensiero e di espressione. In sostanza, è un lavoro interpretativo volto a rintracciare il contesto culturale e relazionale nel quale un testo si inscrive. Questo approccio può però risultare riduttivo!
  • Approccio orientato alla performance: non basta riferirsi alla tradizione cui un rito fa riferimento, ma bisogna anche considerare i suoi aspetti pragmatici e rilevare la specifica circostanza che vede il rito attualizzarsi e acquistare un significato per i soggetti impegnati nella sua realizzazione.

Questo duplice approccio alla pertinenza del contesto configura gran parte della ricerca antropologica: il ricorso all’approccio etnografico libera il fenomeno esaminato da ogni preconfezionata attribuzione di significati.

Facoltà, problemi e modelli

L’umanità possiede diversi modi per risolvere problemi comuni (mangiare, riposarsi, nascere, vivere, morire) servendosi di facoltà comuni (percezione, cognizione, emozione). Oggetto dell’antropologia è proprio la varietà di questi modi.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher davril86 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Padiglione Vincenzo.
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