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Percorsi di antropologia della danza

La danza negli studi antropologici

La danza come oggetto di ricerca

L'antropologia della danza è "l'applicazione delle teorie e dei metodi della disciplina antropologica alla comprensione della danza come fenomeno culturale". È importante stabilire però se l’uso del termine 'danza' sia universalmente utilizzabile. In lingua inglese, che è quella nella quale sono scritti la maggior parte degli studi di settore, il termine viene tradotto in: dancing, dance.

Se analizziamo la traduzione nelle altre lingue europee, avremo una sempre maggiore difficoltà a stabilire un'esatta corrispondenza, poiché la parola utilizzata ricondurrà ad altri significati, legati alla gioia, al divertimento, alla sfera religiosa:

  • Tra i Nande della Repubblica Domenicana del Congo o in altre lingue bantu, non esiste un evento sociale in cui non si mettano a danzare. Vi è perciò una sovrapposizione di significati.
  • In Swahili, koucheza: gioco, distrazione, divertimento, piacere.
  • In lingua Peul, hirdè: danza, gioco, veglia, distrazione, gioia, far festa.
  • Nella lingua twi, parlata dalla popolazione del Ghana, kom: stesso verbo per profetizzare.
  • Nel Gabon, danzare il bwiti: significa partecipare al culto bwiti, sottolineando il legame fra culto e danza.
  • In lingua persiana, raqs, termine di origine araba: significato simile al nostro, intende il movimento ritmico del corpo, distinto dal canto, dalla recitazione ed alla musica.

Spesso il ballo è associato al termine "Recitazione" e generalmente l'idea del teatro e danza come due generi distinti è lontana dalla realtà performativa di molti contesti culturali.

Secondo Mario Franceschini, nel contesto indiano, è difficile individuare un equivalente dell'italiano "danza": i termini più prossimi sono nrti, nrtya, nrtta, tutti termini che comprendono anche il significato di "rappresentazione in forma drammatica". È molto difficile separare la danza indiana dalla recitazione e dalla musica, con le quali compone un'unica complessa forma di espressione artistica. Caratteristica della danza indiana, infatti, è la forte connotazione simbolico narrativa, attuata attraverso un codice di postura del corpo, plastici e movimenti, posizione delle mani, espressioni del volto, trucco e abiti di scena. Nel Natyasastra, del mitico Bharata, il primo trattato in cui questo codice espressivo trova spiegazione, viene narrata l'origine divina di quest'arte drammatica: la nascita del Natya viene attribuita all'opera del dio Brahma, che la generò miscelando il nettare distillato da ciascuno dei quattro Veda: la parola dal Rigveda, la musica dal Samaveda, il codice mimico-gestuale dallo Yajurveda, le emozioni ed i sentimenti dall'Atharvaveda.

La distinzione etimologica della parola danza nelle varie culture non ha ripercussioni solo accademiche, bensì anche sul piano politico e identitario. Un esempio: un danzatore indiano sottolinea come la traduzione "Dance" non può descrivere la componente fisica, mentale e spirituale della loro Natya.

Adrienne Kaepler, autrice di un articolo sull'Annual Review of Anthropology del 1978, illustra quanto è discutibile ricondurre la dimensione motoria di tre attività distinte (mikagura, la forma culturale giapponese eseguita presso gli altari; la buyo, eseguita sola o nell'ambito del teatro kabuki, e la bon, eseguita in onore dei morti) nella stessa categoria analitica. Solo dal punto di vista di un estraneo queste tre forme culturali utilizzano il movimento del corpo considerato danza dagli occidentali.

Essendo perciò il termine "danza" troppo ristretto, lo studio antropologico preferisce inserirla nella categoria più ampia dell’antropologia del movimento.

Drid Williams spiega: "Con l'espressione 'movimento umano', intendo un'ampia varietà di sistemi strutturati di azioni umane che includono danze, linguaggio dei segni, sport, arti marziali, rituali e sistemi di conteggio manuali". Anche per quanto riguarda le arti marziali possono esserci molti i livelli integrati, che potrebbero essere assimilati all'attività coreutica.

Come spiega Roberto Sassi relativamente alla Qi Gong, o Chi Kung, ovvero "Lavoro energetico", sono 5 i livelli su cui la pratica si struttura: il movimento armonico del corpo, la respirazione sincronizzata al movimento, le sensazioni interne, l'autopercezione, l'intenzione che orienta verso un risultato, l'immaginazione, attraverso l'evocazione di immagini suggestive.

Anche l'esempio del linguaggio dei segni può essere valutato attraverso le sue similitudini con l'attività coreutica: Sebastiana Papa, nel suo libro "I segni del silenzio", confronta la gestualità della danza indiana sia con movimenti quotidiani sia con il linguaggio non verbale adottato dai monaci che osservano la regola del silenzio. Il sistema dei segni prevede un vero e proprio vocabolario nel quale molte parole sono composte da una combinazione di segni più semplici, alcuni dei quali per essere capiti richiedono la contestualizzazione storica. Così come una lingua è soggetta a trasformazioni nel corso del tempo, allo stesso modo i codici non verbali creano nuovi gesti per riuscire a raccontare ciò che prima non esisteva.

I primi studi

“L’antropologia partendo da questa affermazione si rende familiare ciò che è strano e strano ciò che è familiare”; può sostenere come lo studio di altri tipi di danza ha permesso di gettare un nuovo sguardo sulle nostre forme coreutiche.

Lo studio antropologico della danza nasce in contesti esotici che rappresenta un elemento importante nella vita di molte delle popolazioni visitate dagli antropologi di fine '800 e inizio '900, fornendo una descrizione delle forme coreutiche locali. Tali descrizioni sono un tratto culturale significativo, che rappresenta un elemento utile a rafforzare la coesione sociale.

In diversi paesi si sono distinti questi studiosi:

  • Nell'area Stati Uniti, la cultura è intesa come risultato di combinazione tra ambiente e storia e la danza è fondamentale per definire una specifica area culturale e la personalità degli individui.
    • Henry Rowe Schoolcraft: illustra e raccoglie molti dati sulle danze, sia direttamente osservandoli (Personal Memoirs of a resident of thirty years with the Indian Tribes) ritenendo come i nativi americani siano attaccati alle loro danze e considera questo come l'ultimo elemento culturale da abbandonare nell'evoluzione verso la civiltà ed il progresso. “I guerrieri, con i vestiti da guerra, danzavano in cerchio alla musica dei loro tamburi e del loro sonagli. Dopo aver fatto un numero fisso di giri si fermavano e lanciavano un forte grido di guerra. Un uomo allungava il passo e colpendo con la sua mazza un palo al centro, narrava una propria impresa di guerra. La danza ricominciava e si svolgeva allo stesso modo, venendo ripetuta fino a quando vi erano imprese da narrare. Il numero di piume che guerrieri avevano in testa simboleggiavano le volte in cui avevano marciato contro il nemico”.
    • Lewis Henry Morgan: considera l'attività coreutica un elemento fondamentale della vita dei nativi ed evidenzia il loro sforzo di non abbandonare la danza nonostante le pressioni dei missionari. Dovessero davvero abbandonare la danza cesserebbero di essere Indiani. Morgan stesso considera queste danze "rappresentazioni meravigliose".
    • James George Frazer: si interessa invece al rapporto tra magia (tentativo dell'uomo di esercitare controllo sulla natura) e la danza. Quest'ultima considerata un'azione che sostituisce ciò che non si può realizzare concretamente.
    • Edward B. Tylor: considera la danza uno strumento per agire sulla realtà in mancanza di altre raffinate strategie. Essa può essere da noi considerata un frivolo divertimento, ma “nell'infanzia della civiltà” era densa di significato. Afferma che ai livelli più bassi della cultura gli uomini danzano per esprimere i propri sentimenti e desideri, facendo della danza un atto di culto.
    • Franz Boas: sostiene da un lato la necessità di studiare contesti geografici delimitati, dall’altro l’importanza di analizzare i processi storici che portano all’esistenza di specifici tratti culturali. Distingue inoltre tra danze sociali e danze religiose. Boas raccoglie testimonianze filmate sulla danza e sui fenomeni coreutici per:
      • superare il pregiudizio che la danza non fosse un elemento legittimo di analisi scientifica, dato il suo contenuto emozionale;
      • dimostrare quanto fosse determinante per la comprensione dei comportamenti umani la dimensione culturale invece di quella razziale.
    • Alfred Kroeber: allievo di Boas, sceglie la danza come tratto culturale utile a distinguere aree diverse.
    • Margaret Mead: descrive le danze samoane come esempio di attività nella quale l’individualismo e l’originalità vengono considerati positivamente. Non sono mai troppo giovani per cimentarsi nella danza della loro cultura, diversamente da altre azioni, i parenti si crogiolano nella precocità della danza che in qualsiasi altro campo li farebbe vergognare.
    • Gregory Bateson, insieme alla Mead: studiando le società balinesi si dedica alla componente educativa dell’apprendimento motorio e alla specificità culturale di comportamenti corporei che costituiscono una peculiarità locale.
    • Pearl Primus e Katherine Dunham: studiose di antropologia, danzatrici e coreografe, superano la distinzione tra teoria e performance, in cui tale superamento include per la Dunham un alto coinvolgimento nelle pratiche coreutiche nelle popolazioni studiate.
  • Area Britannica:
    • Bronislaw Malinowski: con un approccio funzionalista – secondo il quale ogni singolo elemento della cultura è funzionale all'esistenza dell'insieme - apre nuove prospettive di studio della danza, smentendo il luogo comune secondo il quale le danze non occidentali erano un’attività collettiva, nella quale non vi era spazio per coreografi, compositori e insegnanti. Spiega inoltre come coloro che hanno inventato determinate danze ne siano i proprietari e abbiano il diritto di eseguirle al villaggio. Per poter essere eseguite in altri villaggi necessita un pagamento (Isole Trobriand).
    • Raymond Firth: allievo di Malinowski, sottolinea la dimensione della creazione della danza, composta sulla base di suggestioni fornite da composizioni coreutiche.
    • Edward Evans Prichard: primo a dedicare un articolo solo alla danza, gbere buda, danza della birra Zande, mette in discussione la prospettiva della coercizione e dell’armonia sociale. Per lui non necessariamente le danze creano armonia sociale, c'è possibilità di disordini e litigi.
    • Victor Turner: lo studio delle danze rientra nell’analisi delle performance culturali in quanto non solo riflettono la cultura ma possono essere agenti attivi di cambiamento.
  • In Italia è sicuramente fondamentale lo studio di Ernesto di Martino con la Terra del Rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, un’opera importante per la comprensione di un fenomeno coreutico-musicale complesso ormai scomparso: il tarantismo. Stabilisce correlazioni con fenomeni appartenenti ad altri contesti, caratterizzati dalla possessione e dal suo trattamento coreutico-musicale. Sulla dimensione coreutica, in quanto componente fondamentale di un fenomeno rituale di tipo terapeutico, viene svolto un lavoro da un’equipe.

La svolta degli anni ’60 e i successivi sviluppi

Gertrud Prokosh Kurath, madre dell'etnologia della danza, è la protagonista della svolta degli anni '60. Danzatrice, insegnante e coreografa, studia le danze dei nativi americani e del Messico. Il suo nome è legato soprattutto al tentativo di fornire ai ricercatori del settore una metodologia di base, chiarisce i contenuti e gli scopi della disciplina della danza "dance ethnology", con una proposta metodologica arricchita di precisi esempi etnografici.

Illustra tre differenti circuiti di studio:

  1. Esamina i problemi e gli aspetti che lo studio dell’antropologia e lo studio della danza hanno in comune.
  2. Illustra le procedure coreografiche.
  3. Espone considerazioni relative agli aspetti pratici del lavoro di documentazione e di diffusione dei materiali.

Nel rapporto tra danza e relazioni sociali individua i seguenti soggetti d’indagine:

  • A) Il rapporto individuo/gruppo: lo spazio concesso alla creatività di un danzatore varia secondo il contesto culturale, in base alla funzione assolta dalle danze. Le danze profane in genere hanno più libertà di improvvisazione (prerogativa degli uomini), mentre in quelle sacre l'aggiunta di nuovi elementi è scoraggiata.
  • B) Ruoli maschili e femminili: danze in cui o uomini o donne sono esclusi e rispettivi rituali iniziatici. Importante anche l’assenza o la presenza e la qualità del contatto fisico, che si stabilisce tra uomo e donna nell’ambito di una danza collettiva o di una danza di coppia.
  • C) Organizzazione: una danza può riflettere gerarchie e ruoli occupazionali, possono differire in base alla classe sociale o alla casta.

Riguardo quelle che definisce 'aree coreografiche' Kurath mette in evidenza come l’ambiente influenzi il contenuto e la forma delle danze, ma sarebbe improprio stabilire un criterio ecologico per individuare gli stili coreutici. Le danze possono continuare a rappresentare degli elementi dell’ambiente ormai scomparsi, oppure mutare il repertorio in concomitanza con l’abbandono di determinate pratiche.

Sostiene inoltre che lo studio delle forme coreutiche necessita di uno strumento aggiuntivo, rispetto ai sistemi di raccolta dati antropologici tradizionali: il sistema labanotation, ovvero un sistema di notazione del movimento ideato da Von Laban, oltre che filmati e fotografie. Le ricerche per la Kurath possono avere un certo peso se a farle sono esperti di danza. Sostiene che lo studio della danza o coreologia, è una parte legittima e necessaria dello studio etnologico, che per essere compresa, deve essere considerata accordando ad essa la stessa importanza che riveste nella cultura studiata. Sulla sua scia, si formano in questo settore Kaeppler, Hanna, Williams, Peterson Royce ecc. Attingendo da diversi paradigmi teorici e attirando l'attenzione sul nuovo ambito di ricerca.

A seguito di questo studio è nata l’istituzione Congress on Research in Dance, un’associazione con sede a New York che inizia a pubblicare molti studi diventando un punto di riferimento. A partire dagli anni 80 sono stati fatti sempre più significativi studi nell’antropologia della danza, da quella che è stata definita la “Seconda generazione degli studiosi della danza”, basandosi sulle relazioni tra cultura, corpo e movimento.

Gli studi recenti sono arrivati all’immagine della danza come di un’espressione che contesta l’ordine sociale, contribuendo a dare forma alle relazioni sociali. Gli studi di settore si sono arricchiti di riflessioni sul ruolo svolto dal pubblico, analisi sul rapporto tra artisti omosessualità, figure di danzatori emarginati.

Vecchi paradigmi e nuovi stereotipi

L'eredità di Curt Sachs: evoluzionismo ed etnocentrismo negli studi coreutici

C'è una mancanza di comunicazione nel rapporto tra gli studi etno-antropologici e quelli relativi alla storia della danza, che prendono di riferimento gli studi di Sachs, Storia mondiale della danza. Il lavoro di Sachs aveva messo in luce la necessità di una contestualizzazione storica e i limiti di un'impostazione di approccio teorico ormai superato.

Diversi studiosi tra i quali Alexandra Carter, Theresa Buckland, Diego Carpitella hanno in precedenza sottolineato l'ambito degli studi di Sachs e una necessaria lettura critica della sua opera.

La critica a Curt Sachs

Il libro di Sachs viene inteso comunque come un modello non appropriato per il moderno studio antropologico della danza e diversi studiosi avanzano critiche al suo lavoro. Suzanne Youngerman è stata la prima a criticare sistematicamente, affermando come il lavoro di Sachs fosse da collocare in una corretta prospettiva. I suoi dati erano limitati e distorti, le sue teorie erano fondate sull'evoluzi...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mir.romano85 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Natali Cristiana.
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