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loro erano eterogenei. Egli riteneva che in etnologia lo scopo degli studi storici fosse quello di accertare la migrazione e la diffusione di cicli e quindi

l’influenza di una cultura su un’altra. Per lui le culture umane erano frutto di influenze reciproche.

Un missionario austriaco si nome Wilhelm Schmidt fu uno dei più influenti. Insegnò a Vienna e a Roma, fondò la scuola di Vienna che ebbe

diramazioni anche in Italia. Schmidt venne elaborando una visione della storia culturale umana tramite due forme culturali primitive di base ovvero

il culto della madre-terra e del padre-cielo. Egli si dedicò alla ricostruzione dell’origine e dello sviluppo delle idee religiose e in particolare dell’idea

di Dio. Pubblicò uno scritto chiamato l’origine dell’idea di Dio che completò nell’arco di molti anni. Tramite questa teoria egli accrebbe il lato

degenerazionista del diffusionismo. Per lui qualunque elemento sarebbe andato soggetto ad un’alterazione e decadimento.

L’ultimo decennio dell’Ottocento fu designato da lavori importanti come quelli di Powell sui miti e le lingue aborigene e di Cushing sui miti degli

Zuni.

Una figura di grande rilievo dell’antropologia americana fu il tedesco Franz Boas. Studiò gli eschimesi (Inuit). Boas concepiva il lavoro sul campo

come studio di singole culture o di aree culturali particolari, si batté contro il razzismo. Pubblicò nel 1911 L’uomo primitivo contro il razzismo e a

favore della tesi del carattere unitario; sostenne la mancanza di relazioni tra cultura e razza dimostrando come le caratteristiche culturali di un popolo

non avessero alcun rapporto con l’aspetto fisico dei suoi membri.

Un altro testo molto famoso ma di natura teorica fu I limiti del metodo comparativo dell’antropologia che rappresentò una rottura dei confronti della

prospettiva antropologica (cioè l’evoluzionismo). In questo lavoro enunciò i principi generali del metodo storico. Boas negava qualsiasi valore allo

sforzo di costruire una storia sistematica uniforme dell’evoluzione della cultura. Boas produsse una serie di esempi, come l’origine della

associazione tra clan e totem ovvero tra un gruppo di consanguinei e un simbolo di natura animale o vegetale.

Boas mostrò come la formazione di un simile tipo di società poteva essere il prodotto di una tendenza consistente nella scissione di tribù numerose in

segmenti più ampi definiti clan.

L’obiettivo fondamentale dell’etnologia era la coscienza delle cause storiche che avevano determinato la diffusione dei tratti culturali propri di una

certa popolazione. Questo tipo di approccio avrebbe consentito di determinare le cause storiche che hanno portato alla formazione dei costumi in

questione ai processi psicologici. Queste considerazioni costituivano i principi fondamentali del metodo/particolarismo storico il cui oggetto era

rappresentato dallo studio e dalla conoscenza delle culture singole. Un tema emerso era la distinzione tra scienze della natura e scienze dello spirito.

Boas condusse una ricerca tra i gruppi nativi della costa americana del Pacifico settentrionale: i Kwakiutl e di essi studiò una istituzione particolare

ovvero il potlatch. Viene chiamato potlach un’insieme di pratiche rituali tra le popolazioni native della costa della Columbia britannica e sull’isola di

Vancouver (Canada). Si trattava di un insieme di pratiche rituali di ostentazione che prevedevano la distribuzione di grandi quantità di beni

considerati di prestigio cioè privi di un valore d’uso corrente. Attraverso il potchland individui di uno stesso status sociale si sfidano in gare istruttive

allo scopo di affermare il proprio rango ed abbassare quello rivale. I Kwakiutl erano una società stratificata con persone libere di vario rango e

schiavi. Questa pratica permetteva il mantenimento di un equilibrio del sistema. L’analisi del potlach faceva uso del linguaggio dell’economia di

mercato in un contesto che considerava la società occidentale come l’unica dotata di una vera economia.

Uno dei compiti fondamentali dell’etnologia era determinare i processi psicologici che operavano nello sviluppo dei fenomeni culturali. Boas pose il

problema di come un individuo reagendo alla propria cultura, contribuiva a riprodurre e a modificare al tempo stesso i modelli sociali di

comportamento. L’antropologia di Boas era destinata ad esercitare un’influenza determinante e duratura sulla tradizione antropologica statunitense.

Per Boas cultura è l’insieme delle attitudini mentali e psicologiche degli individui. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento Boas intraprese una

campagna per sostenere che:

1. la pretesa di ricostruire l’evoluzione della cultura umana a partire dallo studio dei popoli primitivi era privo di fondamento,

2. il pensiero dei primitivi era analogo a quello dei civilizzati

3. natura e cultura (intese da lui come razza e cultura) erano due cose ben distinte e che il razzismo, invece, le collegava tra loro attribuendo alla

razza un ruolo determinante nei confronti della cultura.

Boas, per questo, tentò di fare della cultura qualcosa di separato da tutto il resto.

Alfred L. Kroeber fu il primo studente a laurearsi sotto la guida di Boas. Il suo esordio lo ebbe tramite la critica della prospettiva causale nella

spiegazione dei fenomeni culturali. Criticò le teorie sull’origine del mito; esse si configuravano come aggregati di una serie di tendenze

indistinguibili che si compenetravano dando vita al mito stesso. La compresenza di varie tendenze costituisce l’irriducibilità del fenomeno mitico che

deve essere compreso nella sua totalità individuale e non nei suoi singoli aspetti separati. La concezione di tali fenomeni culturali li rende parte di un

complesso la cui comprensione non può avvenire in base all’assunzione di singole causali. Per Kroeber i sistemi di parentela riflettevano la

psicologia dei soggetti culturali: essi esprimevano la psicologia e non la sociologia.

I termini di parentela possono essere associati a domini semantici diversi da quello parentale (come per esempio quando usiamo termini come

“padre, zio, nonno” in riferimento a individui che non ci sono parenti in senso stretto). Per Kroeber esistono 8 principi fondamentali che regolano la

costituzione di tutti i sistemi terminologici, ma quelli che vengono ritenuti più importanti sono 4 ovvero:

1. differenza tra persone della stessa generazione e di generazione diverse

2. differenza tra parentela in linea diretta e in linea collaterale

3. il sesso del parente

4. distinzione tra parenti consanguinei e acquisiti per matrimonio

Da questo momento in antropologia questi due concetti resteranno divisi e distinti della realtà. Per Kroeber l’oggetto dell’antropologia coincideva

con la cultura intesa nell’accettazione Tyloriana ovvero un insieme complesso e che l’ordine dei fenomeni culturali è di natura superorganica

irriducibile ai fenomeni biologici. I fenomeni culturali sono visti come provvisti di una esistenza di tipo autonomo. Essi sono spiegabili soltanto sulla

base di altri fenomeni culturali ed appartenenti allo stesso livello di realtà. Kroeber si posizionava in maniera differente da Boas, infatti lui

promuoveva una reificazione della cultura. L’antropologia di Kroeber rappresentò un grande contributo nel campo dell’etnografia degli indiani.

Negli stessi, anni negli ambienti antropologici statunitensi, si iniziò a studiare la distribuzione geografica delle culture indiane, i loro contatti e

prestiti reciproci sul piano della cultura materiale. L’area culturale veniva designata come area geografica entro la quale erano presenti determinati

tratti (elementi culturali) quali una certa tecnica di cattura della selvaggina, un istituto matrimoniale o una credenza. Questa questione passò

dall’essere una ricerca di alcuni tratti culturali a vedere come erano distribuiti e di conseguenza i processi di diffusione.

Wissler venne elaborando una teoria delle aree culturali come ambiti di diffusione di tratti simili; parlò di aree cronologiche: per lui i tratti che si

trovavano più lontani dal punto di diffusione iniziale dovevano essere i più antichi e quindi appartenenti ad un nucleo culturale originario. Fece

osservare che esse non si distribuivano in maniera uniforme in tutte le direzioni. Altri studiosi fecero rilevare che, la trasmissione dei tratti culturali,

poteva essere dovuta ad una migrazione dei gruppi umani.

DALLA PRIMA GUERRA MONDIALE ALLA META’ DEL NOVECENTO

In questo periodo inizio il declino delle teorie evoluzioniste in campo culturale. Tale declino fu dovuto a un cambiamento della mentalità dell’epoca.

I progressi dell’etnografia furono sia di tipo qualitativo che quantitativo. Gli sviluppi dell’etnografia che vengono ritenuti più significativi si ebbero

in Gran Bretagna. Lo sviluppo della ricerca sul campo sollecitò una nuova metodologia di ricerca e soprattutto dell’oggetto di studio

dell’antropologia

William Rivers, medico e psicologo, ebbe intuizioni molto importanti che influenzarono i lavori di Malinowski. Gli studi di Rivers si concentrarono

soprattutto sull’organizzazione sociale dei popoli primitivi e delle terminologie di parentela. Ribadiva, infatti, il carattere socialmente significativo

dei sistemi terminologici di parentela. Egli si opponeva a Kroeber (pensava che le terminologie di parentela fossero fatti culturali). Rivers pensava

che i termini di parentela avessero uno spettro semantico più ampio rispetto a quello relativo alla parentela in senso stretto; iniziò a raccogliere i

termini di parentela ed illustrò i dati raccolti in un suo testo. Egli si distingueva dagli “antropologi da tavolino” in quanto faceva ricerca sul campo

come gli etnografi-missionari. Per raccogliere questi dati egli chiedeva, ad un individuo, il nome dei suoi parenti già prossimi e il termine di

parentela con cui venivano designati parere, madre ecc. Questo serviva per accorciare le distanze tra ricercatore e nativo: cercava di mettersi sullo

stesso piano del nativo. Tale modo di comunicare portava svariati vantaggi come ad esempio di risalire, mediante la conoscenza delle genealogie,

indietro nel tempo a un’epoca in cui le culture primitive non erano ancora state intaccate dagli effetti dell’influenza europea. Per lui niente era

inutile, infatti studiava contemporaneamente: la sociologia, la lingua, la tecnologia e il loro modo di vita. Questo tipo di studio era definito come

prospettiva olistica (intera). Durante il primo conflitto egli si dedicò alla cura e allo studio delle psicosi di guerra e dei traumi psichici. Rivera si

accostò ad una prospettiva diffusionista (rapidi progressi dell’archeologia) poiché aveva capito i limiti dell’evoluzionismo.

Nei primi anni del Novecento in Gran Bretagna diventarono note le teorie di Smith e Perry. Per loro esisteva un unico diffusore di cultura ovvero

l’Egitto; da lì la cultura si sarebbe diffusa all’intero globo. La motivazione per la quale la pensavano in questo modo era che gli aborigeni avevano un

modo particolare di trattare i cadaveri e questo non potevano appreso tramite sviluppo autonomo ma tramite gli egiziani.

Nello stesso anno della morte di Rivers (1922) Malinowski pubblicò un libro destinato a segnare un momento decisivo nella storia dell’antropologia

chiamato Argonauti del Pacifico occidentale. L’oggetto centrale di questo libro era la forma di attività di scambio che veniva praticata in alcune isole

comprese entro un’area circoscritta. Essa veniva chiamata Kula. Tra le isole circolavano due tipi di oggetti: collane di conchiglie rosse e braccialetti

di conchiglie bianche. Le prime circolavano solo il senso orario e i secondi solo in senso antiorario. Gli oggetti circolavano in continuazione e

venivano barattati periodicamente. Tali scambi avvenivano tramite dei rituali accompagnati da pratiche magiche. Uno degli aspetti della vita locale

fu l’esistenza di ciò che gli antropologi chiamano “sfere di scambio” ovvero ambiti non comunicanti in cui circolano oggetti di natura differente,

infatti gli oggetti potevano essere scambiati solo tra di loro.

Questo libro è entrato a far parte della tradizione della grande letteratura etnografica come il testo che inaugura la pratica della ricerca sul campo.

Malinowski diede a questo libro un’importanza di tipo economico a causa della funzione che esso assolveva nel mantenere e rafforzare i rapporti tra

gli individui e i gruppi. Esprime la sua idea sul fatto che il trobriandese lavora spinto da motivi che non hanno a che vedere con la soddisfazione di

raggiungere un utile. Tra le tribù e i clan è presente il principio di reciprocità e tutte le operazioni sono regolate da una logica sociale. Questa

dinamica sociale si tramuterà nella teoria del dono di Mauss.

Egli studiò l’organizzazione sociale, economica e giuridica, le tecniche di costruzione delle canoe, i miti, i riti, la lingua e il comportamento sessuale

dei Trobriand. Venne definito come una persona che sapeva farsi strada nel cuore del più diffidente selvaggio e venne considerato come un esempio

di perfezione scientifica.

Malinowski diede il via alla pratica dell’osservazione partecipante ovvero una tecnica che consentiva ai ricercatori di entrare in un rapporto empatico

coi nativi e cercare di cogliere ill loro punto di vista e la visione del loro stesso mondo. Egli era una persona rude e che passò gran parte del suo

tempo a sperare di essere altrove.

Malinowski presentò la famiglia come il luogo della riproduzione sia biologica che culturale. L’incesto è bandito in quanto disgregherebbe la

famiglia e i rapporti che si instaurano all’interno di essa. L’esogamia (obbligo di scegliere il partner al di fuori della propria comunità) era un mezzo

per risolvere la proibizione di essa. Per Malinowski la società era un’insieme di pratiche e comportamenti tra loro integrati tendenti al mantenimento

dell’equilibrio della società e del suo funzionamento.

Per lui cultura è il tutto integrale consistente degli strumenti e dei beni di consumo, delle carte costituzionali per i vari raggruppamenti sociali, delle

idee e delle arti, delle credenze e dei costumi. Il funzionalismo allargato è per lui: apparato strumentale cioè una serie di risposte alle necessità

imposte dall’adattamento all’ambiente esterno.

Un altro testo molto importante di Malinowski è Magia, scienza e religione. Questo lavoro si fondava sulle ricerche alle Trombriand dove egli aveva

studiato la magia agricola degli abitanti. La magia è un possesso primordiale che afferma il potere autonomo dell’uomo di creare dei fini desiderati e

mette l’uomo in grado di compiere con fiducia i suoi compiti importanti; la sua funzione è ritualizzare l’ottimismo dell’uomo. Per Malinowski magia

e religione vanno distinti perché la magia è un mezzo di rassicurazione di fronte al carattere aleatorio dell’esistenza, mentre la religione è un mezzo

per rassicurarsi di fronte alla prospettiva della fine.

L’influenza teorica di Malinowski andò attenuandosi in seguito alla sua partenza per gli Stati Uniti. Egli ebbe influenza soprattutto sulle generazioni

successive in America ed altrove. I testi di Malinowski non danno quasi mai l’impressione di voler trasmettere delle informazioni definitive riguardo

ai suoi studi.

Con l’espressione di antropologia psicoanalitica si è soliti indicare tutti i tentativi di applicazione della teoria psicoanalitica ai fenomeni riguardanti

la sfera della cultura e del comportamento sociale anche in riferimento a contesti non occidentali. Essa costituisce il punto di partenza della moderna

riflessione condotta dall’etnopsichiatria sui disturbi e le sindromi rivelate da soggetti trapiantati in contesti culturali estranei come ad esempio i

migranti di oggi. Egli rappresentò un ideale di comportamento etnografico.

Una teoria dell’origine e dello sviluppo della cultura veniva proposta da Sigmund Freud nel suo lavoro Totem e Tabù. In questo testo si nota come

per lui siano nati esogamia e totemismo. Il padre ha il controllo assoluto delle femmine, madri e suoi figli, il conflitto tra padre e figli si accentua

fino a quando il padre viene ucciso e viene divorato sotto la forma del cannibalismo. Dopo l’uccisione e il pasto i figli si autopuniscono vietandosi le

donne del proprio gruppo dando così origine al totemismo e all’esogamia. L’uomo diventa sociale e religioso solo dopo aver commesso il parricidio

(uccisione di un parente).

La proibizione non elimina la pulsione e si crea, in questo modo, la fissazione psichica da cui deriva un comportamento nevrotico: egli vuole

eseguire quell’azione ma al tempo stesso la ripudia e ne ha orrore. La pulsione del desiderio viene chiamata libido. Per mantenere valida la sua

ipotesi Freud porta degli esempi:

1. il trattamento dei nemici uccisi: il morto viene placato con doni e preghiere, mentre l’uccisore è considerato tabù

2. dei sovrani

3. dei morti

Malinowski si trova nelle isole Trobriand quando prese in considerazione l’idea di verificare la validità del complesso di Edipo (spiega la

maturazione del bambino attraverso l’identificazione col genitore del proprio sesso e il desiderio nei confronti del genitore opposto). Nelle Trobriand

la famiglia è di tipo monogamico: l’autorità sulla prole di una coppia viene esercitata dallo zio materno, lo zio doveva anche trasmettere i beni al

nipote; il rapporto tra padre e figlio non aveva un ruolo diretto della prole di sua moglie poiché i nuovi nati erano considerati la reincarnazione di

spiriti defunti.

Il distacco del bambino dalla madre avveniva in tempi più lunghi rispetto a quelli tipici della cultura europea: venne definito complesso matriarcale

caratterizzato dal desiderio di unirsi alla sorella e di uccidere lo zio materno.

Geza Roheim rappresenta la linea di continuità con le posizioni freudiane al riguardo del problema culturale. Tentò di dimostrare come le culture

primitive potessero esser considerate elaborazioni di risposta ai pericoli generati da conflitti psichici e cercò di sviluppare l’idea secondo la quale la

cultura sarebbe un edificio costruito allo scopo di realizzare le fantasie della nostra infanzia e che in qualunque uomo che sceglie una determinata

professione possiamo trovare un elemento latente che è la situazione infantile

Il rito Maki venne osservato da Layard a Malekula. Un uomo, sacrificando maiali maschi, si appropriava della forza della vittima e si metteva ai

riparo, dopo la morte, dalla distruzione ad opera di uno spirito preposto sulla sua persona. Ogni sacrificio comportava una specie di rinascita sociale

da parte dell’interessato il quale assumeva di conseguenza un nuovo nome. Il ciclo rituale si componeva di due parti:

1. veniva eretto un monumento simile ai menhir dell’europa preistorica: una pietra oblunga che veniva associata al sesso maschile

2. veniva eretto un secondo monumento simile al dolmen che veniva associato, invece, al sesso femminile.

Secondo Layard il maki era una forma particolare del processo di individuazione grazie al quale il soggetto mira a stabilire un equilibrio dinamico tra

la vita e il proprio inconscio. Per quella popolazione i defunti dovevano raggiungere il vulcano che era simbolo della relazione madre-bambino e

della sessualità maschile e femminile.

L’affermazione della prospettiva diffusionista venne elaborata da Padre Wilhelm Schmidt. Egli diffuse le proprie teorie presso i missionari. Uno

degli elementi frenanti per lo sviluppo dell’etnologia italiana era il regime fascista. Si pensava che in Africa ci fosse una inferiorità mentale e che era

possibile contaminarsi con essa. La messa a punto del Manifesto della razza doveva costituire la base ideologico-giuridica della politica razzista

condotta dai fascisti. Il Museo Nazionale di Antropologia ed Etnologia di Firenze era il principale centro in Italia in cui si elaboravano le idee

razziste.

Ernesto de Martino scrisse un’opera che viene definita come la radicale riforma del sapere etnologico ed era una forte critica al naturalismo che

caratterizzava la scuola francese e quella austro-tedesca. Per lui questo tipo di pensiero era un’atteggiamento che riduceva i fenomeni culturali tipici

dei popoli primitivi. Lui pensava che non fosse possibile ridurre l’esperienza umana ad una indagine di tipo scientifico poiché le scienze erano

destinate ad avere applicazioni pratiche.

Negli anni 1930 a Milano sotto la guida di Banfi si costituì un gruppo di giovani studiosi; questo gruppo era chiamato Scuola di Milano e seguiva le

posizioni di Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Per loro il primitivo era una persona che viveva prigioniero nelle forme di pensiero che lo pongono

al di qua della dimensione teoretica e pratica. A Levy-Bhrul de Martino rimproverava di aver elaborato una teoria della mentalità primitiva che

faceva dei popoli lontani una umanità doppiamente distante, la cui esperienza storica non poteva essere compresa in quanto ne risultava una umanità

pace di di rappresentazioni e di esperienze che non è possibile rievocare in noi se non in minima parte e molto imperfettamente. De Martino non

accettava l’idea di una contemporaneità del pensiero mitico e del pensiero razionale e negli anni del dopoguerra de Martino iniziò la sua riflessione

etnologica sostenuta dalle ricerche etnografiche condotte nelle regioni dell’Italia meridionale.

ETNOLOGIA FRANCESE

Negli anni compresi tra la fine dell’Ottocento e lo scoppio della prima guerra mondiale la riflessione francese sulle società primitive era piuttosto

scarsa a causa del poco sviluppo dell’etnografia che invece prevalevano in lingua inglese e in lingua tedesca. In Francia ha avuto un grande sviluppo

l’africanistica e negli anni 1920 la conoscenza delle culture primitive divenne affare di stato.

Marcel Griaule (africanista) era un allievo di Mauss convertitosi all’etnologia dopo aver studiato matematica. Fece una breve ricerca in Etiopia da

cui poi scrisse un libro. Griaule scrisse uno dei libri antropologici più letti di tutti i tempi ovvero Dio d’acqua: è un resoconto della cosmogonia

(parte dell’astronomia che studia la formazione dei corpi celesti) scritto nello stile di dialogo con un anziano cacciatore cieco. Contiene il pensiero

dogon; dimostra come un popolo che era considerato primitivo possedesse una cosmologia sofisticata. Attualmente ci si chiede se Griaule non abbia

scritto ciò che i dogon volevano che venisse scritto di loro e che le autorità dogon si siano sforzate per far apparire la propria cosmologia simile ad

una religione. Le informazioni che sarebbero confluite in Dio d’acqua sono state acquisite in maniera difficile e in un lungo periodo di tempo.

Griaule fu un sostenitore della etnografia d’urgenza con il compito di registrare fatti sociali e culturali destinati a scomparire rapidamente sotto

l’influenza della cultura occidentale. Gli anni Quaranta furono tragici per l’etnologia francese poiché alcuni degli studiosi migliori vennero fucilati

dai nazisti. Vennero fatte alcune accuse a Griaule e ad altri suoi allievi poiché congelava le culture in forma di sistemi di pensiero e strutture sociali.

Una figura di grande rilievo della prima metà del Novecento era Maurice Leenhardt (oceanistica) che fu, in Francia, il fondatore dell’etnologia

oceanistica. Egli era un missionario ed era a contatto con gli abitanti della Nuova Caledonia (Australia) chiamati canak e lì sviluppò i propri interessi

etnologici. Leehnardt intraprese una grande indagine sulla lingua canak, studiò i loro simboli, rappresentazioni e idee complesse relative alla vita,

alla morte e alla persona. Per Leehnardt i canak erano persone animate da uno spirito profondamente religioso. Il mito gli appariva strettamente

legato all’idea di persona, infatti esso appariva come un complesso di rappresentazioni pervasive della vita dei canaki. Il mito era in grado di dare un

senso al tempo, al paesaggio e alla persona; era lo spazio intellettuale in cui il primitivo costruiva il proprio mondo ed era uno spazio di

partecipazione.

USA 1930-1950

A partire dagli anni 1930 l’antropologia cominciò ad interrogarsi sui rapporti tra individuo e cultura da un punto di vista psicologico.

Nel 1920 prese piede una nuova prospettiva chiamata configurazionismo, significava che ogni cultura costituirebbe il prodotto dell’interazione di più

modelli culturali o configurazioni (=ovvero forme espressive in cui una determinata cultura si articola.)

Di questa concezione di cultura fa parte Ruth Benedict allieva di Boas. Lei faceva rilevare come lo studio della diffusione dei tratti culturali

avvenisse per lo più in base ad una concezione della cultura come aggregazione di elementi isolati: il significato di un tratto culturale era

conseguenza del modo in cui si collegava agli altri. Sosteneva, inoltre, che ogni società esprimeva una propria modellizzazione e che essa produceva

un modello culturale “medio” che la Benedict pervenne a definire grazie all’utilizzazione di nozioni di tipo psicologico. Lei presentava le culture

umane come complessi integrati ma in maniera approssimativa attraverso categorie psicologico-intuitive.

Tra gli antropologi degli anni 1930 che svilupparono una visione originale dei rapporti tra l’individuo e la propria società vi è Gregory Bateson che

fu allievo di Malinowski. Egli proseguì le sue ricerche nel campo della psichiatria e dell’etologia animale (disciplina che studia il comportamento

animale nel suo ambiente naturale). Esordì con una ricerca sul campo in Melanesia nel 1927. Rifiutò la prospettiva corrente che tendeva a

considerare la società come divisa in settori (economia, politica, religione). Il naven era un rituale di travestimento che veniva celebrato quando un

giovane compiva per la prima volta un’azione rispondente ad un valore positivo e fondamentale della cultura locale: uccisione di un nemico,

cambiamento di status sociale ecc.. I suoi parenti si travestivano assumendo i comportamenti del sesso contrario quindi le donne si dimostravano più

fiere, aggressive e con un atteggiamento solenne, mentre gli uomini dovevano esser più affettivi ed emotivi.

Uno dei momenti più significativi dell’incontro tra antropologia e scienze psicologiche venne rappresentato dal lavoro di Abram Kardiner formato

nella scuola di Boas. Sviluppò il tema dell’interazione individuo-società sotto il profilo psicologico. Per Kardiner la personalità di base è un

complesso di tratti tra loro correlati alla cui costituzione concorrono quelle che egli chiama istituzioni primarie e secondarie.

I. le istituzioni primarie sono ciò che contribuisce a plasmare la personalità degli individui nella fase infantile della loro esistenza

II. le istituzioni secondarie sono quegli elementi culturali che una società elabora allo scopo di spostare le tensioni derivanti dall’azione delle

istituzioni primarie sulla psiche individuale come ad esempio riti, tabù, i riti e le leggende

Margaret Mead era anche lei allieva di Boas e fece la sua prima ricerca nelle isole Samoa in un arcipelago della Polinesia. Il primo lavoro di

Margaret Mead s’intitolava l’adolescenza a Samoa ed era uno studio focalizzato sul periodo di vita adolescenziale della donna samoana. Il

significato dello studio della Mead consisteva nel mostrare come, a valori culturali diversi, corrispondessero modelli educativi differenti e come

questi ultimi dessero luogo alla formazione di personalità individuali diversamente orientate. Grazie a lei venne introdotto in antropologia il

concetto di relativismo culturale: esso indica l’idea secondo la quale un’azione o un valore devono essere considerati all’interno del contesto

complessivo entro cui si collocano per essere compresi. Il relativismo può avere delle conseguenze negative sul piano etico, ma in antropologia è un

atteggiamento che mira a comprendere e collocare le cosa al giusto posto.

Dopo la partenza di Malinowski per gli Stati Uniti la figura più influente dell’antropologia britannica era Radcliffe-Brown, professore di Oxford.

Egli compì ricerche nell’arcipelago delle isole Andamane nei primi anni del Novecento. Secondo lui lo studio dei popoli primitivi doveva essere

chiamato antropologia sociale. Le condizioni di scientificità nello studio dei popoli primitivi era rappresentato dalle possibilità di fondare questa

disciplina su un metodo di tipo induttivo caratteristico delle scienze naturali. L’antropologia sociale era dunque una scienza naturale della società che

indaga fenomeni appartenenti ad uno specifico ordine di realtà e che sono irriducibili ad atti di natura differente. Il concetto di struttura sociale

divenne centrale per l’antropologia di Radcliffe-Brown e l’espressione “struttura sociale” divenne centrale per la sua antropologia: essa corrisponde

ai rapporti intercorrenti ed osservabili tra i membri di una società. Per lui esso ha un valore epistemologico (conoscenza certa/filosofia della scienza).

Nello studio dei sistemi di parentela ha fornito il contributo maggiore: la sua competenza era soprattutto sullo studio degli aborigeni australiani. Ha

studiato il sistema Kariera che prende il nome da una tribù. Si tratta di un sistema a quattro sezioni in base al quale un individuo viene assegnato alla

nascita a una sezione matrimoniale su quattro diversa tanto da quella del padre quanto da quella della madre, deve sposarsi in con un individuo che

non è né della sua sezione né di quella dei suoi genitori. E’ grazie al sibiling group che un individuo può chiamare padre tanto il fratello del proprio

padre quanto la sorella del padre.

Un altro principio strutturale è l’unità di lignaggio e, tramite a questo principio, un individuo può rivolgersi a tutti gli individui appartenenti alla linea

di discendenza di uno dei genitori con lo stesso termine.

L’altro settore di studi è l’analisi del totemismo e cioè la tendenza ad associale il nome di un animale ad una gruppo sociale (clan, tribù). Il totem ha

una funzione sacra in quanto è simbolo della società.

Radcliffe-Brown rappresentò il punto di riferimento per quasi tutti i ricercatori in Gran Bretagna tramite il suo funzionalismo strutturale (studio della

realtà sociale; “strutturale”=rete di relazioni sociali e personali in cui ogni tratto esercitava una sua specifica funzione in relazione al tutto). Alla fine

del secondo conflitto mondiale emersero i primi segni di un allontanamento dalle posizioni di Radcliffe-Brown.

Evans-Pritchard fu una figura di passaggio tra le due concezioni dell’antropologia e tra due epoche: l’antropologia di Radcliffe-Brown subì

importanti mutamenti di prospettiva. Evans-Pritchard passò da posizioni struttural-funzionaliste ortodosse a una prospettiva opposta a quella che

vedeva nell’antropologia una scienza naturale della società fondata sulla metodologia comparativa e sull’induzione. Il libro più importante è

Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande che è una celebre monografia etnografica. Egli scrisse che qualunque disgrazia poteva essere attribuita

alla magia che è considerata una condizione organica interna. La stregoneria provoca la morte e la magia serve a vendicarla.

La fama che ricevette Evans-Pritchard, però, è legata soprattutto agli studi sull’organizzazione sociale e politica dei Nuer del Sudan, popolo di

agricoltori ed allevatori di bovini. Evans-Pritchard si propose di illustrare la dinamica politica della società tramite il modello segmentario a cui egli

diede espressione tramite un diagramma. Se x1 e x2 si trovano in opposizione si contrapposizione sono derivanti comunque

dallo stesso antenato. La dinamica sociale crea dei contesti di gruppi legati assieme ad

altri gruppi. Equilibrati. Nel caso estremo x2 si confronta con gli inglesi allora

avremo tutta la società nella quale il comportamento dipende dalla relazione.

Ogni persona riesce ad elencare anche 20 antenati di riferimento. Ogni singolo gruppo

di discendenza alla base è pensato come un segmento (come gli anelli di un lombrico,

secondo Durkheim). Queste società segmentarie agiscono a seconda del principio di

unità e solidarietà, è come si ci fosse una dinamica politica all’interno di queste

società. Matriosche che hanno tra di loro lo stesso peso. Il modello segmentato di

Evans-Pritchard.

Con Evans-Pritchard la società prende un carattere completamente dinamico: la

segmentazione non era più un fatto di semplici aggiunte e sottrazioni di parti della

società ma diventava un processo contestuale e relativo: più l’antenato era distante e

più il segmento diventava ampio, più l’antenato era considerato vicino e meno ampio

risultava il segmento.

Evans-Pritchard polemizzava con Frazer il quale forniva esempi decontestualizzati

per dimostrare delle teorie precostituite. Egli avanzò una proposta di metodo comparativo su scala ridotta e proponeva un lavoro di verifica delle

ipotesi avanzate dai ricercatori su varie tematiche definite.

LA SECONDA META’ DEL NOVECENTO

ETNOLOGIA E ANTROPOLOGIA IN ITALIA NEL SECONDO DOPOGUERRA

Gli anni successivi alla seconda guerra mondiale furono anni difficili per gli etno-antropologi italiani poiché furono contrassegnati dalla diffidenza

del mondo culturale, politico e accademico italiano.

Un momento di rilancio per gli studi venne da Ernesto de Martino, un napoletano che compì un tentativo di estensione della filosofia crociana allo

studio del mondo primitivo. Lui si impegnava in una ricostruzione della struttura del mondo magico poiché per lui la comprensione di un’era magica

si presentava anche come condizione per poter comprendere l’era attuale soprattutto della razza e della guerra.

Benedetto Croce suddivise la categorie dello spirito in quattro:

1. l’attività teoretica che sono la filosofia e l’arte

2. l’arte è conoscenza

3. economia è atteggiamento pratico mirante al raggiungimento di un fine particolare

4. etica morale è la volontà di perseguire un fine universale

Per Croce diventò esplicita la convinzione secondo cui una realtà storica come quella del mondo magico non potesse essere compresa dall’esterno,

dall’alto di una visione ispirata dalle categorie dello spirito.

Per comprendere l’universo magico appare centrale comprendere l’analisi della costruzione della realtà magica la quale ruota attorno al processo di

costruzione della presenza: la presenza è qualcosa che l’uomo si sforza di affermare per sfuggire all’idea insopportabile di non esserci; un moto

sofferto ma vitale a cui non ci si può sottrarre.

De Martino descrisse l’emergenza progressiva del magismo: lo stregone è la figura centrale di questo universo magico. Studiò, inoltre, il concetto di

perdita della presenza: analizzò il lamento funebre nel mondo antico interpretandolo come forma culturale il cui scopo è di far fronte alla crisi della

presenza che minaccia la comunità e la soggettività che ne sono parte. Questi temi costituiranno gran parte delle opere di de Martino.

Prende piede il concetto di destorificazione: indica quel meccanismo per cui è solo pensandosi fuori dalla storia e dalla realtà che diventa possibile

sopportare entrambe. Egli inaugura una antropologia del negativo che resta il suo contributo più durevole.

De Martino si rende conto che il rapporto osservatore-osservato non è neutro, per questo per lui l’etnografo deve prescindere totalmente dalla propria

storia culturale nella pretesa di farsi nudo come un verme di fronte ai fenomeni culturali da osservare, diventare cieco e muto di fronte ai fatti

etnografici e perdere la propria vocazione specialistica senza avere immediate valutazioni etnocentriche. Per lui la cultura occidentale è quella

superiore poiché è l’unica che si sia posta in maniera scientifica per la comprensione dell’altro.

Un altro etnografo molto importante del secondo dopoguerra è Giuseppe Cocchiara, siciliano. Il suo lavoro si concentrò soprattutto su questioni di

folklore (studiò il paese di cuccagna)

L’ANTROPOLOGIA AMERICANA ALLA META’ DEL NOVECENTO

Nei decenni 1940-1960 l’antropologia americana andò incontro ad importantissime novità, come l’emergere della prospettiva nomotetica, termine

con la quale si intende indicare la ricerca delle leggi come obiettivo delle scienze. Ad essa era contrapposta la dimensione ideografica o descrizione

del particolare, ovvero la prospettiva favorita da Boas.

Tra i primi antropologi che si fecero interpreti della rinascita nomotetica fu Leslie A. White noto per le sue teorie dell’evoluzione culturale. Fece

ricerche trai Pueblo del sud-ovest degli Stati Uniti; studiò i sistemi terminologici di parentela e il tabù dell’incesto.

Nel corso degli anni 1930 White intraprese la rivalutazione dei testi di Morgan. Per lui egli era stato dimenticato a causa di due motivazioni

principali:

1. l’opera di Morgan aveva subito la stessa sorte di tutti gli altri evoluzionisti accusati di astrattezza e genericità

2. le sue teorie sul progresso umano erano state elevate al rango si classico del socialismo

Le teorie di White possono essere ordinate in tre tematiche principali:

I. la teoria dell’evoluzione culturale= deve prevedere la possibilità di individuare un sistema di misurazione della crescita culturale. Il criterio di

misurazione di tale incremento va individuato nella quantità di energia pro capite che una società è in grado di produrre, controllare e sfruttare.

L’agente attivo dell’evoluzione culturale è la tecnologia impiegata dagli uomini allo scopo di produrre energia

II. il determinismo culturale è oggi difficilmente condivisibile. Egli criticò la relazione tra cultura e religione. White sostenne che l’affermazione

“il signore è il mio pastore” rifletteva un’economia pastorale

III. la concezione della cultura e dello studio di essa chiamato culturologia. Questo termine venne coniato da lui stesso per designare il campo

relativo ai fenomeni materiali, sociali, simbolici caratteristici della cultura

Julian H. Steward promosse un’antropologia che metteva in rilievo l’aspetto simbolico della cultura. Egli studiò gli Shoshoni e furono loro a

fornirgli lo stimolo per l’elaborazione delle sue teorie definite come ecologia culturale. Essi erano un modello di uomo al limite della sopravvivenza

poiché vivevano in una terra proibitiva fatta di grandi deserti e di paesi selvaggi. Steward fornì un contributo anche all’archeologia e per lui

l’antropologia aveva un indirizzo di scienza naturale. Egli definì la propria prospettiva come evoluzionismo multilineare, una metodologia basata sul

presupposto del mutamento culturale e si preoccupa di determinare l’esistenza di leggi culturali. L’evoluzione multilineare non ha schemi o leggi. Le

forme semplici come la famiglia o la banda non scompaiono ma vengono modificate in maniera graduale.

Marvin Harris, allievo di White diede un ulteriore sviluppo alle teorie di White. Esso è rappresentato dal materialismo culturale: i materialisti

culturali cercano di perfezionare la strategia originaria di Marx aggiungendo grafica e le variabili ecologiche. Il materialismo culturale ha come

compito fornire spiegazioni causali delle differenze e delle somiglianze esistenti negli schemi di pensiero e nel comportamento delle comunità

umane. Harris sottolineò la necessità di guardare i fenomeni culturali da un punto di vista esterno che prescinda da qualunque considerazione del

punto di vista del nativo.

Venne sviluppata l’antropologia economica, essa rappresenta un tentativo di controbattere alcuni indebiti sconfinamenti della teoria economica in

campo antropologico e allo stesso tempo di fornire un quadro teorico generale per una considerazione dei fenomeni economici da un punto di vista

antropologico.

L’antropologo Robbins fece della massimizzazione dell’utile il principio basilare di ogni comportamento e questo finì per diventare il modello

esplicativo di ogni attività umana. L’economista Karl Polanyi studiò le istituzioni del capitalismo liberale e dei suoi rapporti con lo stato, non fu un

antropologo sul campo. Il termine “economico” indicava il rapporto che l’uomo, per sopravvivere, intrattiene con la natura e con i propri simili. Per

Polanyi l’economia consisteva in un processo dipendente dalla variabilità delle strutture sociali. Polanyi elaborò una tipologia descrittiva dei sistemi

economici in base alla quale è possibile raggruppare tutte le forme di circolazione in tre categorie:

1. reciprocità= fondata sul supporto istituzionale della simmetria

2. ridistribuzione= fondata sul principio della centralità

3. scambio= dove domina l’istituzione del mercato

Il principio libero è assente e le modalità in cui avviene la circolazione dei beni dipendono dallo statuto sociale delle parti in causa. Nelle economie

di mercato lo scambio avviene invece sulla base del principio di libera concorrenza.

A metà del novecento venne sviluppandosi un indirizzo noto come “etnoscienza” ovvero la ricostruzione del modo in cui una cultura organizza la

conoscenza del proprio mondo sul piano linguistico, percettivo e categorie; può anche essere considerata il prodotto di quella che era stata definita

rinascita nomotetica. Il termine etnoscienza mira a ricostruire il modo in cui il soggetto vede e categorizza il mondo naturale.


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eliinyan

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in antropologia, religioni, civiltà orientali
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eliinyan di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Mangiameli Gaetano.

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