INTERPRETAZIONE DI CULTURE - CLIFFORD GEERTZ
INTRODUZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA
Geertz fece molte riflessioni sul carattere problematico e relazionale della cultura sotto
l’aspetto della “globalizzazione”. La ricezione delle sue opere, in Italia, è stata tardiva e
limitata ai suoi riflessi metodologici. Prima di scrivere Interpretazione di culture Geertz
aveva alle spalle un lavoro ventennale di ricercatore sul campo in Indonesia, studiò la
religione di Giava, l’Islam in Indonesia e la struttura politica a Bali.
In questo libro e nel successivo “Antropologia interpretativa” lo stile interpretativo di
Geertz è la conseguenza di un lavoro empirico (=tipo di ricerca che basa le conclusioni
sull’osservazione diretta o indiretta dei fatti) di grande respiro.
Geertz propose il metodo chiamato Thick description, cioè un’analisi a zig zag tra
l’osservazione dei particolari della vita sociale e i grandi quadri concettuali. Uno dei suoi
saggi più famoso fu quello sul combattimento dei galli a Bali: era uno sport semilegale, un
gioco in cui i balinesi immettono un significato profondo nella loro esistenza, un significato
che è legato soprattutto allo status di maschi a cui allude il testo nel titolo originale
(cockfight). Questo è un esempio di ciò che si potrebbe chiamare meta-analisi delle scienze
sociali. La soggettività dei balinesi è proprio l’elemento assente in un testo costruito
sull’idea di cultura come esperienza soggettiva. Geertz avrebbe messo in scena la propria
soggettività di antropologo bianco.
L’interpretazione thick è complessa e virtualmente interminabile, contrapposta a quella di
thin ovvero falsamente semplice del paradigma positivissimo nelle scienze sociali.
Geertz non ha mai difeso un relativismo radicale nelle scienze sociali. Riporre ora
Interpretazione di culture significa tenere in vita una prospettiva più aperta e non
fondamentalisti nella rappresentazione delle culture non occidentali.
VERSO UNA TEORIA INTERPRETATIVA DELLA CULTURA
Il concetto di cultura è essenzialmente un concetto semiotica (disciplina che studia i segni e
il modo in cui questi abbiano un senso) e la loro analisi è una scienza interpretativa in cerca
di significato. Nell’antropologia sociale, ciò che gli specialisti fanno viene chiamata
etnografia: fare etnografia significa intrattenere rapporti, scegliere degli informatori,
trascrivere testi, ricostruire genealogie, tracciare mappe di campi, tenere un diario ecc..
L’attività intellettuale consiste in un complesso avventurarsi in una thick description
(qualcosa che non penetra affondo nelle cose).
Esempio base è di Ryle: quello in cui due ragazzi contraggono rapidamente la palpebra
dell’occhio destro: è un segnale di intesa ad un amico o un tic volontario. I due movimenti
sono identici e un’osservazione di tipo meramente fotografico non ci permette di distinguere
qual è il tic e quale l’ammiccamento. Chi ammicca sta comunicando un messaggio
intenzionale a qualcuno. L’oggetto dell’etnografia è una gerarchia stratificata di strutture
significative nei cui termini sono prodotti, percepiti e interpretati tic, ammiccamenti,
parodie.
Tutti questi ammiccamenti possono sembrare un po' artificiosi. La ricerca antropologica è
un’attività basata maggiormente sull’osservazione che sull’interpretazione. La cosa
importante è solo rilevare che l’etnografia è thick description; fare etnografia è come cercare
di legger un manoscritto (straniero, sbadato, pieno di ellissi e incongruenze). 1 di 18
La cultura è pubblica come la parodia di un ammiccamento. Una volta che il
comportamento umano sia visto come azione simbolica la questione se la cultura sia
comportamento strutturato o forma mentale non ha più senso. “La cultura è situata nella
mente e nel cuore degli uomini”.
L’etnoscienza o antropologia cognitiva è la scuola di pensiero che ritiene che la cultura sia
composta da strutture psicologiche per mezzo di cui gli individui o i gruppi di individui
guidano il loro comportamento. La cultura di una società consiste in tutto ciò che si deve
sapere o credere per operare in maniera accettabile ai suoi membri. La cultura è pubblica
perché lo è il significato.Nono si può strizzare l’occhio senza sapere che cosa significhi
ammiccare o come si fa fisicamente. Ammiccare significa lanciarsi dei segnali d’intesa.
La ricerca etnografica consiste nel metterci nei loro panni, un’impresa che non riesce mai
perfettamente. Noi non cerchiamo di diventare indigeni ma cerchiamo di dialogare con loro.
Lo scopo principale dell’antropologia è l’ampliamento dell’universo del discorso umano.
Altri scopi possono essere: la trasmissione della conoscenza, il divertimento, i consigli
pratici, lo sviluppo morale e la scoperta dell’ordine naturale nel comportamento umano. La
cultura è un contesto entro cui i fatti sociali possono essere descritti in maniera intelligibile
cioè in modo thick. Nello studio della cultura l’analisi penetra nell’oggetto stesso: noi
cominciamo con le nostre interpretazioni di ciò che fanno i nostri informatori o quello che
pensiamo che facciano, e poi li sistematizziamo. Il confine tra la cultura come fatto naturale
e la cultura come entità teorica tende a divenire confuso: quest’ultima è presentata sotto
forma di descrizione delle concezioni di ogni cosa, dalla violenza all’onore, dalla divinità
alla giustizia, dalla tribù alla proprietà, dal patronato al ruolo di capo.
Gli scritti antropologici sono essi stessi interpretazioni: sono invenzioni, qualcosa di
fabbricato. La cultura esiste nella stazione commerciale, nel libro, nell’articolo, nella
conferenza, nella mostra, nel museo o ai giorni nostri nei film. Rendersi conto di questo
significa comprendere che nell’analisi culturale non può tracciare il confine tra i modi di
rappresentazione e il contenuto effettivo; questo fatto minaccia lo status oggettivo della
conoscenza antropologica, suggerendo che la sua fonte non è la realtà sociale ma un artificio
dello studioso. L’etnografia è descrizione thick e gli etnografi sono colore che la descrivono.
Tramite i sistemi simbolici noi otteniamo un accesso empirico ad essi esaminandoli e non
sistemando entità astratte in schemi unificati. La coerenza non può essere la maggior prova
di validità per una descrizione culturale; i sistemi culturali devono avere un grado minimo di
coerenza. Se l’interpretazione antropologica consiste nel costruire una lettura di ciò che
accade, separarla da ciò che accade significa separarla dalle due applicazioni e renderla
vuota.
L’interpretazione antropologica traccia l’andamento di un discorso sociale, lo fissa in una
forma che si possa esaminare; l’etnografo inscrive il discorso sociale e lo annota e ciò che
egli scrive è il contenuto del parlare.
Che cosa fa l’etnografo? La risposta standard è che lui osserva, registra e analizza.
L’analisi culturale consiste nell’ipotizzare significati, valutare ipotesi e trarre conclusioni
esplicative dalle ipotesi migliori.
Le caratteristiche della descrizione etnografica sono:
è interpretativa
1. quello che interpreta è il flusso del discorso sociale
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l’interpretazione ad essa inerente consiste nel tentativo di preservare il detto di questo
3. discorso dalle possibilità che esso svanisca e di fissarlo in termini che ne consentono una
lettura
Fa l’esempio del Kula che attualmente è mutato o scomparso, ma che in Argonauti del
Pacifico Occidentali esiste ancora
4. è microscopica
Gli antropologi non studiano i villaggi (tribù, città, quartieri), ma essi studiano nei villaggi.
Le famose ricerche che si propongono di dimostrare che il complesso di Edipo (maturazione
del bambino attraverso l’identificazione col genitore del proprio sesso e il desiderio nei
confronti del genitore del sesso opposto) era rovesciato tra i Trobriandesi, che i tuoi dei sessi
erano invertiti presso i Ciambuli e che gli indiani del Pueblo mancavano di aggressività non
si fondano su ipotesi scientificamente provate e dimostrate, quale che sia la loro validità
empirica.
Il lato debole degli approcci interpretativi a qualunque genere di cosa è che essi tendono a
resistere, o vien loro permesso di farlo, all’articolazione concettuale e a sfuggire così alle
valutazioni di tipo sistematico; un qualunque tentativo di esprimere ciò che dice in termini
diversi dai propri è considerato travisamento ed etnocentrico.
Per Geertz non esiste nessuna ragione per cui la struttura concettuale di un’interpretazione
culturale dovrebbe essere meno definibile di un’osservazione biologica o di un esperimento
fisico.
Esistono diverse caratteristiche dell’interpretazione culturale:
La necessità che la teoria resti più vicina a terra di quanto tende ad essere nel caso di
1. altre scienze maggiorente in grado di abbandonarsi all’astrazione immaginativa.
Soltanto i voli brevi del raziocinio (capacità di ragionare intesa come uno di sani criteri e
2. ben senso) tendono ad essere efficaci in antropologia
Non deve essere padrona di se stessa: essendo inseparabile dalle immediatezza
3. presentate dalla thick description la sua libertà di modellarsi nei termini della sua logica
interna è piuttosto limitata.
Invece di seguire una curva ascendente di scoperte cumulative, l’analisi culturale si
4. frammenta in una sequenza sconnessa ma intellegibile di sortire sempre più audaci.
Le ricerche si edificano su altre ricerche: si approfondiscono maggiormente le ricerche
5. passate, si mobilitano fatti scoperti in precedenza, non si procede per teoremi già
dimostrati alla dimostrazione di teoremi nuovi. Una ricerca costituisce un progresso se è
più incisiva della precedente e non si appoggia alle loro spalle. Si porta la ricerca
precedente ad una maggiore precisione ed una più ampia rilevanza
L’analisi culturale è intrinsecamente incompleta e più si approfondisce tanto meno è
completa. L’antropologia interpretativa è una scienza i cui progressi sono contrassegnati più
da un raffinamento dei dibattiti che da un aumento di consenso. L’importanza dei saggi è in
quello che testimoniano: un enorme aumento di interesse, non solo in antropologia, ma nelle
scienze sociali in genere, verso il ruolo delle forme simboliche nella vita umana. Osservare
le dimensioni simboliche dell’azione sociale, l’arte, la religione, la scienza significa
immergersi in mezzo ad esse. La vocazione essenziale dell’antropologia interpretativa è di
mettere a disposizione risposte che altri hanno dato e includerle così nell’archivio
consultabile di ciò che l’uomo ha detto. 3 di 18
PARTE SECONDA
Verso la fine del suo libro Il pensiero selvaggio Lévi-Strauss nota che la spiegazione
scientifica consiste nel sostituire una complessità poco intelligibile con una che lo è di più.
L’avanzamento della scienza consiste in una complicazione progressiva. Il tentativo di
ricostruire una descrizione comprensibile di che cosa è uomo, è stato il fondamento del
pensiero scientifico. La concezione illuministica dell’uomo sosteneva che egli era tutt’uno
con la natura umana regolarmente organizzata, assolutamente immutabile e
meravigliosamente semplice come l’universo di Newton. Alcune delle sue leggi sono
diverse ma esistono delle leggi; è immutabile. Il concetto illuministico della natura umana
aveva delle implicazioni molto meno accettabili, di cui la principale era che, tutto ciò la cui
intelligibilità, verificabilità o concreta affermazione è limitata a uomini di una speciale età,
razza, temperamento, tradizione o condizione. L’antropologia moderna è salda nella
convinzione che uomini non modificati dalle usanze di luoghi particolari non esistono e non
sono mai esistiti: non potrebbero esistere per la natura stessa della cosa.
I balinesi cadono in stati di estrema dissociazione in cui compiono tutti i generi di attività
spettacolari, come ad esempio staccare la testa di polli vivi, più in fretta e più facilmente di
quanto la maggior parte delle persone non faccia per addormentarsi. Per loro gli stati di
trance sono fondamentali per ogni tipo di cerimonia. L’antropologia ha tentato di farsi strada
verso un più utile concetto di uomo, in cui si tenesse conto della cultura e della variabilità
della cultura. Coltivare l’idea che la diversità di usanze nello spazio e nel tempo non è solo
questione di credere anche che l’umanità è tanto varia nella sua essenza quanto lo è
nell’espressione. E con questa riflessione si comincia ad andare malamente alla deriva di
acque pericolose perché si scarta l’idea che l’ Uomo con la U maiuscola va cercato dietro,
sotto o al di la delle sue usanze e la si sostituisce con quella che l’uomo scritto con la
minuscola va cercato dentro di esse e per questo si rischia di perderlo completamente di
vista. I tentativi di collocare l’uomo in mezzo alle sue usanze hanno preso parecchie
direzioni e adottato tattiche diverse: una definizione, la concezione “stratigrafica” dei
rapporti tra fattori biologici, psicologici, sociali e culturali della vita umana. In questa
concezione l’uomo è un composto di livelli, ciascuno che si sovrappone a quelli sottostanti
sostenendo quelli sopra: vengono sfogliati gli strati uno dopo l’altro. Sfogliando le forme
variegate della cultura, si trovano regolarità strutturali e funzionali dell’organizzazione
sociale; sfogliano i fattori psicologici troviamo le fondamenta biologiche. Si potevano
interpretare i fatti culturali sullo sfondo di fatti non culturali senza dissolverli in quello
sfondo e senza dissolvere lo sfondo in essi. L’uomo era un animale gerarchicamente
stratificato.
I 4 livelli sono:
organico
1. psicologico
2. sociale
3. culturale
4.
Sul piano della ricerca concreta questa grande strategia si manifestò, in primo luogo, in uno
sforzo per correlare questi universali, una volta trovati, alle costanti fisse della biologia
umana, della psicologia e dell’organizzazione sociale. Il concetto di “concetto generale” era
presente nell’Illuminismo e probabilmente lo è stato in tutti i tempi in questa o quell’epoca.
Alcuni aspetti della cultura assumono la loro forma specifica unicamente come risultato di
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incidenti storici mentre altri sono plasmati da forze che si possono propriamente definire
come universali. La vita culturale dell’uomo è spaccata in due:
parte di essa è indipendente dai moti interiori degli uomini newtoniani
parte è emanazione di quei moti stessi
C’è un conflitto logico tra asserire che, ad esempio, la religione, il matrimonio o la proprietà
sono universali empirici e conferire ad essi un contenuto determinato. Se si definisce la
religione in modo generico e indeterminato non si può attribuire contemporaneamente a tale
orientamento un contenuto molto circostanziato perché chiaramente ciò che creava
l’orientamento più importante verso la realtà tra gli esaltati Aztechi che levavano al cielo i
cuori pulsanti delle vittime sacrificali ancora vive, non è lo stesso di altri orientamenti. Il
ritualismo ossessivo e il rilassato politeismo degli indù esprimono una visione piuttosto
differente del “veramente reale” rispetto all’assoluto monoteismo. Come avviene con la
religione così è per il matrimonio, la proprietà e tutto il resto che Kroeber definì “falsi
universali”: non vi sono generali
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