Tristi tropici: Claude Levi-Strauss
Cap. 1 – La fine dei viaggi
Ppartenza
Tristi Tropici si apre con un’affermazione sconcertante: “Odio i viaggi e gli esploratori, ed ecco che mi accingo a raccontare le mie spedizioni.” Levi-Strauss condivide con Rousseau (uno dei suoi maggiori punti di riferimento) l’odio non tanto per i viaggi quanto per la civilizzazione in tutte le sue forme; quest’odio si oppone all’amore per quello stato naturale di innocenza perduta che, con un po’ di immaginazione, potremmo ritrovare nelle tribù sudamericane visitate e raccontate da Levi-Strauss. Il quale ne indaga le relazioni di parentela, la forza del mito, la logica del pensiero, nella consapevolezza che ogni intervento, anche il più neutrale, ha forte incidenza sulla realtà oggetto di studio e tuttavia risulta necessario al fine di prevenire la sua definitiva scomparsa.
È uno sforzo immane quello a cui si sottopone l’etnologo, anni segnati da fatiche, privazioni, pericoli e dall’idea che un mondo totalmente opposto all’Occidente per stile e sostanza stia lentamente morendo. L’odio per i viaggi denuncia anche la pratica degli etnologi da “libreria popolare”, che fanno dell’esotico materia per racconti di successo, più che per ricerche serie; e forte è la critica rivolta anche al pubblico ignorante ed ipocrita, non in grado di comprendere l’originalità e l’importanza delle scoperte etnologiche. Certo, vi sono state eccezioni e ogni epoca ha conosciuto apprezzabilissimi esploratori: ad esempio, lo psicologo (e maestro) George Dumas, che partì da giovane per il Nuovo Mondo e contribuì alla fondazione dell’Università di San Paolo, presso la quale Levi-Strauss sarà chiamato nel 1934, rimanendo in Brasile fino al 1939.
In questi cinque anni, Levi-Strauss ricopre la cattedra di sociologia e organizza spedizioni etnografiche nel Mato Grosso e in Amazzonia, venendo in contatto con diverse popolazioni e raccogliendo diverso materiale etnografico. Tristi Tropici, edito nel 1955, narra le esperienze, le riflessioni e le memorie dell’autore che ricorda questa parte della sua vita alla luce anche di ciò che ha vissuto successivamente (es. fuga dall’Europa).
In navigazione
Al tempo dei suoi primi viaggi, Levi-Strauss e i suoi compagni ricercatori venivano privilegiati in tutto, anche se di questo egli prende coscienza solo anni dopo, quando sarà costretto a fuggire dall’Europa e a viaggiare in tutt’altre condizioni. Nel 1939, grazie ai suoi precedenti studi in Brasile, Levi-Strauss riesce a guadagnarsi un posto nel progetto americano di “salvataggio dei cervelli” in fuga dall’Europa invasa dai Nazisti e ovviamente, essendo inoltre ebreo, ne approfitta subito; tuttavia il viaggio non è privo di imprevisti. Fermato più volte, Levi-Strauss riesce a cavarsela solo grazie all’aiuto di alcune sue autorevoli conoscenze, maturate negli anni universitari. Durante la fuga, stringe amicizia con il poeta saggista André Breton e con lo scrittore Victor Serge.
Il viaggio avviene in condizioni igieniche indicibili, aggravate dal numero eccessivo di persone a bordo. Il piroscafo approda infine a Fort de France (Martinica), dove i passeggeri vengono fatti scendere e ammassati in un campo, “il lazzaretto”, ad eccezione di tre persone (fra cui Levi-Strauss).
Antille
Levi-Strauss decide nel pomeriggio di andare a consolare i compagni di viaggio rinchiusi nel lazzaretto e, nel percorrere le strade della città, si sofferma sul ricordo delle sue passate esplorazioni in Brasile, accennando in particolare ad alcune sue disavventure ed equivoci avvenuti sia durante i viaggi, sia in occasione dei rientri in patria (materiale etnografico sospetto). Anche in Martinica, Levi-Strauss si trova costretto a dichiarare il suo bagaglio, contenente oggetti utili alla ricerca ma potenzialmente sospetti. Infatti, viene costretto ad abbandonare la Martinica su un piroscafo diretto a Portorico, dove rimane per tre settimane in attesa dei controlli dell’FBI, dopo i quali viene finalmente ammesso sul suolo americano.
Ricerca di potenza
La visione del mondo esposta nelle prime pagine è marcatamente critica nei confronti dell’Occidente e della sua volontà di potenza, di cui i viaggi d’esplorazione sono la manifestazione più esplicita, dal momento che servono a studi etnografici troppo superficiali e pieni di pregiudizi per essere di qualche utilità scientifica. “Ciò che per prima cosa ci mostrate, o viaggi, è la nostra sozzura gettata sul volto dell’umanità.” Capisco allora la passione, la follia, l’inganno dei racconti di viaggio. Essi danno l’illusione di cose che non esistono più e che dovrebbero esistere ancora per farci sfuggire alla desolante certezza che ventimila anni di storia sono andati perduti. L’umanità si cristallizza nella monocultura e si prepara a produrre la civiltà di massa. Povera selvaggina presa al laccio della civiltà meccanizzata.
Levi-Strauss si rammarica di non aver vissuto all’epoca dei primi viaggi, che avvenivano in un ambiente non ancora contaminato e maledetto: più si va avanti nel tempo più questi luoghi vengono privati delle proprie tradizioni. D’altra parte, è anche vero che gli antichi viaggiatori non avevano gli strumenti adatti per comprendere quello che avevano di fronte e dunque il dilemma si presenta come insolubile.
Cap. 2 – Giornale di viaggio
Guardando indietro
Levi-Strauss guardandosi indietro racconta di come ebbe inizio la sua carriera da etnologo: a 26 anni, venne invitato a far parte di una commissione incaricata di organizzare l’Università di San Paolo. Dal 1934 al 1939 ricopre la cattedra di sociologia e organizza spedizioni etnografiche, anche se già al tempo vi era chi, in Brasile, era convinto che di indiani non ne era rimasto neanche uno: a che punto l’élite rinnegava le proprie origini! Per fortuna, a 3000 km da San Paolo gli indiani c’erano ancora.
Come si diventa etnologi
Levi-Strauss racconta come avvenne la sua vocazione in etnologia: studia e si laurea in filosofia, ma giunto all’insegnamento si rende conto che questa branca del sapere non rispecchia del tutto il suo pensiero. “L’insegnamento filosofico esercitava l’intelligenza nello stesso tempo che inaridiva lo spirito.” Deluso dall’eccesso di artificiosità e speculazione delle riflessioni filosofiche, si avvicina agli studi giuridici e a quelli etnologici. Nel 1928, racconta, vi era una netta distinzione fra studenti di diritto e medicina, e studenti di lettere e scienze: i primi estroversi, i secondi introversi. Tutto per via della natura dei diversi sbocchi lavorativi: l’insegnamento e l’indagine scientifica sono piuttosto il tirocinio di un mestiere, un’impresa ambigua fra missione e rifugio. Come la matematica o la musica, l’etnologia è una delle rare vocazioni autentiche. “Pur ritenendosi umano, l’etnologo cerca di conoscere e di giudicare l’uomo da un punto di vista sufficientemente elevato e distaccato, per astrarlo dalle contingenze particolari a una data società o a una data civiltà. Le condizioni di vita e di lavoro dell’etnografo lo staccano fisicamente dal suo gruppo per lunghi periodi; la brutalità dei cambiamenti ai quali si espone produce in lui una specie di disancoramento cronico: mai più si sentirà a casa in nessun posto, rimarrà psicologicamente mutilato.”
Oltre all’etnologia, Levi-Strauss cita altri ambiti di studio che hanno avuto una forte influenza sul suo pensiero: Bergsonismo, Neo-Kantismo, Psicanalisi, Marxismo, Geologia, Linguistica, etc. Gli autori verso cui Levi-Strauss si dichiara debitore sono Lowie, Boas e Kroeber (etnologia anglo-americana).
“L’etnologia mi dà una soddisfazione intellettuale: in quanto storia che tocca ai suoi estremi la storia del mondo e la mia, essa rivela contemporaneamente la loro comune ragione di essere. Nel propormi lo studio dell’uomo, mi libera dal dubbio, poiché considera in lui le differenze e le trasformazioni che hanno un senso per tutti gli uomini, escludendo quelle proprie di una sola civiltà, e che non hanno alcun valore per chi non abbia un interesse specifico. Essa calma, infine, quell’appetito inquieto e distruttore di cui ho parlato, garantendomi un materiale praticamente inesauribile, fornito dalle differenze degli usi, dei costumi e delle istituzioni. Essa riconcilia dunque il mio carattere e la mia vita.”
Il tramonto
Levi-Strauss racconta la sua prima partenza verso il Nuovo Mondo, avvenuta nel febbraio del 1934, sulla tratta Marsiglia – Santos: giovane e ancora estraneo all’etnografia, con rammarico ricorda la sua incapacità di far tesoro di ogni singolo momento del viaggio. Ciò che attirava la sua attenzione erano le albe e i tramonti. Segue una lunga e dettagliata descrizione di un tramonto, il brano propone anche una riflessione sul significato che da sempre l’inizio e la fine del giorno hanno per gli uomini, presentandosi come un abbandono totale in una musica di parole e colori e pensieri.
Cap. 3 – Il nuovo mondo
La fossa nera
L’accusa spesso rivolta a Levi-Strauss, ossia che egli privilegerebbe troppo la sincronia, alla ricerca delle strutture profonde che sottendono le culture e trascurando le storie specifiche, è smentita dalle prime pagine che egli dedica al Nuovo Mondo, cui approda attraversando in mare la Fossa Nera, ripercorrendo cioè la stessa rotta di Cristoforo Colombo. Levi-Strauss racconta che tale tratto era assai temuto in passato, poiché in questo punto l’aria appare immobile e sembra che ogni segno di vita abbia abbandonato il mare: la Fossa Nera rappresenta una linea di confine fra il mondo antico e quello nuovo, fra passato e presente.
“(L’America del Sud) ridotta ad una preziosa pozzanghera, alla quale solo pochi privilegiati possono accedere, essa ha cambiato natura, ed è divenuta da eterna a storica, da metafisica a sociale.”
In passato le terre vergini del Nuovo Mondo erano paragonabili ad un paradiso terrestre e gli indigeni rappresentavano un mistero: si aveva timore di ciò che non si conosceva, per questo presto si diffuse l’idea che gli indigeni fossero in qualche modo perversi e andassero domati, fatti schiavi, civilizzati. Gli indiani, d’altra parte, consideravano i bianchi quasi come dei e non comprendevano i pregiudizi di cui erano sempre più vittime. Ciò che mancava in quest’epoca era infatti una riflessione scientifica: si può parlare dunque di ignoranza e debolezza di spirito e di osservazione, ma non vanno dimenticati i meriti di questa generazione.
Gli uccelli marini preannunciano la fine del viaggio, cambiano pian piano gli odori, appaiono le coste del Nuovo Mondo: un nuovo mondo di nome e di fatto, poiché la sua maestosità dà l’impressione di essere in un’altra stupefacente dimensione, creando un senso di spaesamento.
Guanabara
È il nome dato alla municipalità di Rio de Janeiro, dopo che la capitale federale fu spostata a Brasilia nel 1960: il nome deriva dalla Baia Guanabara che bagna la costa orientale e su cui si trova Rio. Levi-Strauss arriva in questi luoghi con in tasca il breviario dell’etnologo protestante Jean de Lery (XVI), che approda in Brasile alla ricerca del missionario Villegaignon, fondatore della prima colonia della baia, il Forte di Coligny: costui, infatti, dopo la diffusione di un’epidemia fra gli indigeni che frequentavano la colonia, visse una profonda crisi spirituale e si convertì al protestantesimo, unendosi a Lery nell’organizzazione di un nuovo villaggio e nel tentativo di conversione dei cattolici. Ci furono conflitti continui, i Portoghesi si impadroniscono del Forte nel 1560.
La prima impressione di Levi-Strauss una volta arrivato a Rio è di trovarsi in una Galleria di Milano a cielo aperto, solo l’aria è più calda, le architetture fuori moda, l’impressione stravagante.
“Si considerano generalmente i viaggi come spostamenti nello spazio. È troppo poco. Un viaggio si inserisce simultaneamente nello spazio, nel tempo e nella gerarchia sociale. Vi fu un tempo in cui, viaggiando, ci si veniva a trovare a confronto con civiltà radicalmente diverse dalla propria, che s’imponevano per la loro stranezza. Da qualche secolo, però, queste occasioni diventano sempre più rare. La ricerca dell’esotismo si riduce a un collezionare stati più o meno avanzati o ritardati di uno sviluppo familiare.”
Passaggio del Tropico
Il passaggio del tropico è un’ulteriore occasione per rievocare le imprese della civiltà occidentale in America latina: dopo aver decimato la popolazione locale, ha schiavizzato i sopravvissuti nelle miniere (oro, diamanti) e nelle piantagioni (zucchero, caffè) e ha imposto il suo dominio alla natura. Nonostante tutto ciò abbia fatto di Santos uno dei centri del commercio internazionale, il luogo conserva una segreta bellezza, specialmente la riviera fra Rio e Santos: un paesaggio da sogno, di gran lunga superiore al nostro, noi ignoriamo la natura vergine; solo una volta giunti sulla sommità, è possibile vedere gli effetti distruttori dell’opera umana e della fiammata agricola che in cento anni ha attraversato tutta la regione.
In America latina si alterna, infatti, una natura spietatamente sottomessa e brutalizzata, e una natura meno popolata e coltivata, non selvaggia ma ancora sufficientemente rude, non dimentica del tutto dell’antica purezza.
Sao Paulo
L’America, ci dice Levi-Strauss, è stata definita con ironia come un paese che è passato dalla barbarie alla decadenza senza conoscere la civiltà. Tale affermazione può avere un fondamento se si considera un elemento chiave della civilizzazione, per come è intesa dall’Occidente, ovvero la nascita e lo sviluppo delle città. Le città del Nuovo Mondo sono caratterizzate da cicli di evoluzione molto rapidi, nascono con impressionante rapidità e sono soggette a precoci devastazioni; sempre giovani ma mai sane, il passare del tempo non le arricchisce, come avviene per le città europee, bensì ne provoca la decadenza.
Queste città riuniscono i più disparati aspetti e sono caratterizzate da una forte specializzazione lavorativa, per cui ogni individuo è associato ad una specifica funzione. Tale specializzazione sul piano mondano va di pari passo con un insaziabile appetito enciclopedico: diffusione del sapere, istruzione pubblica, apertura al sapere occidentale.
Cap. 4 – La terra e gli uomini
Città e campagne
A San Paolo era possibile dedicarsi ad una etnologia domenicale, osservando la curiosa presenza e mescolanza di sobborghi siriani o italiani, villaggi di primitivi biondi di origine germanica, quartieri di giapponesi, meticci frutto di svariati incroci fra bianchi, neri, indiani, etc. I prodotti venduti in città conservavano un carattere tradizionale “più puro” ma è soprattutto nei dintorni della città che era possibile ricavare materiale folkloristico nonché credenze e superstizioni.
L’urbanizzazione avveniva in modo informe, aveva maggior successo nelle città sulla costa, mentre quelle dell’interno sembravano soggette al medesimo rapido ciclo di evoluzione, nascevano e sparivano, più che progredire sembravano regredire. Cambiavano spesso nome, erano soggette a rivolgimenti storici e naturali. L’espansione della ferrovia, ad esempio, pose fine a molte borgate fluviali.
Nel 1935 vi erano due tipi di città tradizionali ancora in vita: Pousos (villaggio di incrocio) e i Boccas do Sertao (accessi alla boscaglia). Il camion diventava il mezzo ideale per gli spostamenti, anche se le strade erano più che altro piste formate dal livellamento dovuto al continuo passaggio: fragili e precarie.
Zona di pionieri
Alla ricerca di popolazioni indigene, Levi-Strauss si avventura oltre la frontiera dello stato di San Paolo, segnata dal fiume Paranà; zona rimasta vergine fin quasi al 1930, data dopo la quale gli inglesi hanno iniziato a penetrare nella foresta, con disboscamento e costruzioni, strade e ferrovie, città e lotti di terra. Una città, una sinfonia, un poema sono oggetti della stessa natura poiché provengono dal medesimo livello dell’inconscio, benché sia nel primo caso collettivo, nel secondo individuale. “La città si pone alla confluenza della natura con l’artificio. Agglomerato di esseri che racchiudono la loro storia biologica entro i suoi limiti e la modellano con tutte le loro intenzioni di creature pensanti, la città, per la sua genesi e per la sua forma, risulta contemporaneamente dalla procreazione biologica, dall’evoluzione organica e dalla creazione estetica. Essa è nello stesso tempo oggetto di natura e soggetto di cultura; individuo e gruppo.”
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