Antropologia nella corporation
Capitolo 1: Le narrazioni scientifiche
Una storia della scienza che possa essere recepita dal più ampio insieme di lettori diversi come l’unica storia della scienza, e in quanto unica possa essere considerata come una storia universale, una sorta di patrimonio collettivo, una conquista dell’umanità considerata, almeno per una volta, nella sua complessa unità. Una siffatta storia della scienza può almeno in principio essere agilmente condivisa, appropriata e disseminata da parte di studiosi provenienti da contesti culturali diversi, e potrebbe essere inserita all’interno dei più disparati percorsi educativi, inseriti in altrettanti contesti di formazione anche molto eterogenei e lontani fra loro.
Nel quadro di questa narrazione ogni soggetto, indipendentemente dal proprio posizionamento, potrebbe essere educato all’interno di un percorso di scienza universale; ed essere educati all’interno di un percorso di scienza universale dovrebbe potenzialmente creare, per tutti, le condizioni necessarie per diventare dei buoni scienziati, indipendentemente dal contesto geografico e culturale in cui si verrebbe educati, e da quello nel quale si decidesse di svolgere il proprio futuro lavoro scientifico. La scienza come perfetto esempio di ecumene globale.
Quella che diffusamente viene identificata oggi come la disciplina della storia della scienza in Occidente, e che grazie alla sua dichiarata premessa di universalità viene esportata dall’Occidente come storia della scienza tout court, è in realtà il risultato di un ben peculiare e non riproducibile percorso epistemologico. Seguendo alcune tracce epistemologiche della Rivoluzione Scientifica, e alcune delle ragioni per cui non siamo mai stati moderni, possiamo constatare che un elemento centrale di co-definizione e co-sviluppo dell’epistemologia della scienza occidentale è costituito dalla determinante relazione dialettica, di opposizione e spesso di aperto conflitto, con la religione.
La moderna scienza europea emerge alla ribalta della storia contemporanea da una lunga tradizione di conflitti, di confronti, serrati, di reciproche condanne e di alcuni reciproci riconoscimenti, quindi di ricorsiva mutua interdipendenza nei confronti del Cristianesimo. Il confronto continuo e spesso difficile con importanti settori degli ambienti religiosi ha indotto la tradizione scientifica europea ad articolarsi e a consolidarsi in forme sempre più efficaci, sia sul piano teorico che su quello empirico.
La scienza moderna che si afferma a partire dalla Rivoluzione scientifica nell’Europa del Seicento seleziona e individua come nuova e sostanzialmente unica strategia attendibile per la ricerca e il raggiungimento della conoscenza della Natura pratica dell’esperienza empirica, e afferma con precisione sempre maggiore la convinzione della possibilità di stabilire relazioni causali, univoche e coerenti, fra fenomeni naturali osservati.
Attribuire un valore tanto alto alla conoscenza costruita su basi empiriche e un’autonomia epistemologica definitiva alla relazione tra causa ed effetto, indipendentemente dal soggetto, comporta l’introduzione di un’istanza di progressivo e inesorabile superamento della dimensione umana della stessa conoscenza e della sua origine contingente.
La nuova scienza della moderna Europa definisce se stessa attraverso nuove procedure per la validazione degli esperimenti, nuovi criteri per l’isolamento dei fenomeni che una volta isolati possano essere riprodotti e ripetuti, vengono stabilite nuove strategie di indagine il cui fine è rendere i risultati indipendenti da contesti, variabilità e limitazioni, sono proprio tali procedure, criteri e strategie definitorie a eliminare progressivamente dal processo di genesi della struttura della conoscenza scientifica dell’Occidente la sua originaria componente antropica (relativo alla distribuzione e all'attività degli uomini), dubitativa e dialettica.
Il confronto con il mondo religioso condiziona le stesse premesse costruttive della conoscenza moderna, e la dialettica storicamente avviata non è certo oggi superata: il discorso intorno al ruolo della religione nel definire ambiti e limiti della scienza resta centrale, e la religione continua a svolgere, un ruolo di riferimento culturale non certo limitato alla sola sfera dei valori etici e morali che pure costituiscono la base della cultura occidentale.
La scienza contemporanea ha prodotto e continua ad avviare progetti di ricerca su larga scala, che richiedono consorzi di istituzioni sovranazionali e budget paragonabili ai bilanci di intere nazioni. Ma la progettualità di imprese scientifiche su scala planetaria, la Big Science che ha caratterizzato gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, in prima istanza con la corsa alla conquista dello spazio e con quella agli armamenti atomici, è legata ad un ben preciso periodo storico, in cui la supremazia politica veniva giocata anche sul piano del successo tecnologico, con la sostanziale differenza che quella competizione politica per la supremazia è ormai finita. Altri progetti di scienza globale si scontrano senza apparente soluzione con problemi di ordine etico.
La sfida energetica, un altro campo di ricerca urgente e cruciale, lasciato in mano ai soli scienziati, incontra nella realtà ostacoli e difficoltà, poste dai movimenti ambientalisti, che si inseriscono nelle discussioni della ricerca con autorità scientifica di variabile livello, anche molto alta. Sono tutti segnali che fanno pensare alla necessità di una ridefinizione del concetto stesso di grande scienza, del rapporto tra scienza e società, è necessario rinegoziare l’esigenza di autonomia con i rischi di autoreferenzialità di certi ambiti specialistici.
Nonostante tutti questi problemi evidenti, la tradizione scientifica europea non ha mostrato un concreto interesse a confrontarsi con le proprie implicazioni epistemologiche, con l’antropologia e la sociologia della scienza, con l’epistemologia, se non in pochi e isolati casi. Gli scienziati sono stati inclini piuttosto ad affermare che il discorso pubblico sulla scienza non si possa seriamente svolgere a causa della scarsa preparazione scientifica del grande pubblico. Ma altrettanto, la preparazione epistemologica, storica o anche solo linguistica degli scienziati specializzati è veramente bassa.
Una posizione di chiusura al confronto extra-disciplinare e al dialogo, quella degli scienziati, che può essere compresa considerando il percorso storico, attraverso cui lo scienziato europeo moderno ha prima costruito e poi faticosamente difeso la propria legittimazione, rivendicando continuamente posizioni di autonomia.
Una storia indiana della scienza
Nell’affrontare il discorso su una possibile storia indiana della scienza, ci si rende conto sin da subito di quanto sia inevitabile assumere un approccio di tipo comparativo (questo non è necessario con la narrazione della storia della scienza dell’occidente).
La tradizione eterodossa dell’India arcaica, e la permanenza di tale eterodossia nella composizione sociale e religiosa dell’India contemporanea. La composizione sociale eterogenea dal punto di vista religioso, linguistico ed etnico si riflette storicamente nella struttura aperta delle relazioni che si instaurano fra individui appartenenti a gruppi diversi, e nelle strategie di dialogo e di confronto utilizzate abitualmente fra rappresentanti di diverse confessioni. L’attitudine eterodossa ha plasmato sin dalle origini i più importanti momenti dialettici nella storia dell’India antica, che nel corso dei millenni ha visto la coesistenza più o meno pacifica di induisti, buddisti, giainisti, ebrei, cristiani, musulmani, parsi, sikh.
La tradizione di tolleranza e rispetto reciproco fra gruppi diversi, è indicata non solo nei precetti fondamentali contenuti nei Veda, ma garantita anche dalle frequenti conversazioni che nel corso della storia hanno continuamente modificato la distribuzione geografica e numerica dei diversi gruppi religiosi. Il confronto costruttivo attuato attraverso la pratica del dialogo assume nell’eterodossia indiana un valore esemplare. Anche quando la pratica del dialogo assume nell’eterodossia indiana un valore esemplare. Anche quando la pratica dialettica porta alla delineazione di divergenze e a momenti di inconciliabilità, la tensione del dialogo va nella direzione di attribuire alla divergenza un valore positivo, di possibile arricchimento futuro, piuttosto che verso il tentativo di sopraffazione dell’altro e di ottenimento della ragione finale.
L’imperatore Ashoka Maurya il Grande riunì, durante il III secolo, il terzo e più esteso concilio dei devoti alla religione buddista seguito alla morte del Gautama Buddha. Si tratta forse della prima forma di “assemblea generale” nella storia umana, a cui furono invitati delegazioni e rappresentanze provenienti dalle scuole buddiste e dai luoghi di culto di tutte le regioni dell’Asia. Riuscì a mostrare che attraverso la pratica della discussione e del dialogo si potessero affrontare questioni di ordine generale.
Eterodossia ci si riferisce a una serie di opinioni, ideologie, scelte di vita o credenze non in linea con quelle dominanti o maggiormente diffuse.
Il secondo esempio di autorevole invito alla pacifica coesistenza religiosa nell’India multi-confessionale e multi-linguistica giunge da Jalal Uddin Akbar, imperatore Mogul dell’India islamizzata, vissuto alla fine del secolo XVI. La sua idea più moderna, è una sorta di rivendicazione del primato umano su quello divino: la sua è un’affermazione moderna della supremazia della ricerca della verità svolta secondo i dettami della ragione, un’esaltazione dell’autonomia della ragione sull’osservanza ubbidiente della tradizione, un approccio laico, pensiero quasi pre-illuminista.
La politica di Akbar fu, in senso moderno, fortemente multiculturale, Akbar si espresse sempre in favore di una concezione dello stato che mantenesse una posizione di neutralità rispetto alle diverse confessioni religiose, e il suo atteggiamento di apertura finì per riflettersi non solo nella pratica politica della sua epoca, ma anche nella concezione delle arti, nella diffusione della poesia, nella musica e nella tradizione letteraria.
La tradizione culturale dotata di una importante componente laica ebbe profondi influssi sulla genesi del processo intellettuale da cui scaturì, alla fine del secolo XIX, il movimento che portò all’indipendenza dal Raj britannico e alla costituzione della Repubblica Indiana. La tesi sostenuta da Amartya Sen è che grazie a tale tradizione pluralista ed eterodossa, l’India politica tende tutt’oggi a garantire e mantenere una posizione di neutralità fra le diverse religioni, piuttosto che sancire la proibizione astratta dell’influenza della religione sulle questioni di stato.
Il principio di neutralità dello stato risponde ad una specifica domanda di laicità indiana che è causalmente diversa da quella percepita negli ambienti secolarizzati occidentali, quella indiana è una concezione della laicità che permette, quando possibile, il raggiungimento della condizione dell’eguaglianza attraverso la garanzia per ognuno di poter compiere delle libere scelte, piuttosto che dall’imposizione di regole generali valide per tutti e dalla definizione di prescrizioni negative.
Dal discorso sulla scienza, emerge il rispetto per un atteggiamento mento filosofico diffusamente eterodosso, che consente alle scienze di svilupparsi in modo libero e non vincolato dal confronto con alcuna scrittura religiosa, quindi anche in aperto contrasto con la tradizione dominante, anzi, più correttamente nel caso dell’India antica, nell’assenza di una vera e propria tradizione dominante.
Una tradizione di tipo argomentativo, di disposizione e apertura continua al dialogo, è documentata e presente già nella storiografia sugli scienziati indiani antichi. È un esempio di come il ragionamento sulla natura argomentativa della conoscenza condotto da Amartya Sen investa sia aspetti scientifici che epistemologici, sociali e religiosi, e proprio questa validità multidisciplinare gli permette di affermare che il “ruolo costruttivo dell’eterodossia e il coraggio di esprimere il dissenso hanno svolto una funzione determinante tanto nel promuovere la scienza, che nell’incoraggiare il dibattito pubblico, che nel gettare le basi della democrazia”.
Le science wars
Gli storici della scienza, quasi tutti occidentali, si sono accalorati per decenni in un dibattito che è stato definito delle “science wars”, divisi tra modernisti, schierati a favore di una ricostruzione unitaria in cui il pensiero dell’Occidente a partire dalle sue origini elleniche, avrebbe giocato il principale e solo ruolo di traino intellettuale, e i cosiddetti postmodernisti, che raccontano al contrario una storia complessa, con una genesi policentrica (esistenza di più centri), nata dall’inclusione e dalla sovrapposizione non preordinata dei contributi diacronici di provenienza araba, islamica, cinese ed ellenica.
Elleniche si riferisce a “cose riguardanti la Grecia”. Sono un’opera storiografica di Senofonte, trattano gli avvenimenti della storia della Grecia.
Diacronia indica lo studio e la valutazione dei fatti linguistici considerati nel loro divenire nel tempo secondo una prospettiva dinamica ed evolutiva.
Lo stesso Bruno Latour, che si considera uno dei fondatori del campo degli Science Studies, discute dell’ambiguo rapporto che si può instaurare tra un sistema di potere – anche nel contesto contemporaneo – e l’avvio di un processo di critica “sociologica” dell’autorità scientifica: la possibilità di mettere in discussione le verità acquisite tramite la scienza si trasforma facilmente in un meccanismo di critica del potere, perché il “controllo della verità” non è mai un’operazione politicamente neutrale.
Il suo discorso si riferisce in particolare alla gestione dell’informazione dei dati sul global warming da parte dell’amministrazione Bush nei primi anni 2000, i consiglieri di Bush stavano abbracciando le più radicali teorie postmoderniste e costruttiviste pur di poter continuare a utilizzare una certa versione della scienza a loro vantaggio, cioè a vantaggio delle lobby industriali e del petrolio statunitensi.
Il successo scientifico è stato costruito insieme a fattori contingenti e sociali, ed il suo ruolo è stato quello di elemento sistemico e funzionale ai processi di costruzione e mantenimento del potere. Senza la scienza non si sarebbe generata la tecnologia, senza tecnologia non si riuscirebbe a mantenere l’egemonia.
La rivoluzione scientifica e il colonialismo
Nel caso specifico dell’Europa, le ragioni della rivoluzione scientifica del secolo XVII si sono consolidate intersecandosi con quelle del colonialismo, dell’arricchimento senza precedenti delle monarchie, con le conseguenti crisi economiche che questo ha comportato, la rivoluzione scientifica si è alimentata con l’eccezionale disponibilità di materie prime e con lo sviluppo di tecniche nuove per la loro sempre più intensa estrazione trasformazione. Una storia della scienza senza questi elementi culturali al contorno non ha senso di essere scritta.
Il suo interesse (di Needham), è tutto spostato verso l’analisi della società cinese la sua lettura riguarda le strutture amministrative dell’impero, che non ha reso necessario lo sviluppo di grandi tecnologie dei trasporti per ampliare i confini del dominio, la forte omogeneità linguistica, tutti elementi che segnano importanti diversità dall’Europa degli stessi secoli. Tali differenze secondo Needham sono alla base della diversa “domanda di innovazione” posta dalla società cinese alla propria scienza, e si ripercuotono sui processi di diffusione interna delle conoscenze. In un suo scritto più tardo, Needham suggerisce che la storia scienza europea andrebbe (ri) scritta a partire da un posizionamento esterno alla stessa Europa.
Analisi di simile impostazione sul rapporto tra scienza e cultura sono state fatte per l’Europa da Robert Merton, che ha esteso il ben noto discorso di Weber sul rapporto tra etica protestante e spirito del capitalismo alle ipotetiche condizioni culturali favorevoli che avrebbero permesso lo sviluppo della scienza moderna proprio in Europa. Paradossalmente le stesse caratteristiche che per la Cina vengono identificate come elementi frenanti e limitativi di un pensiero illuminato, in Europa avrebbero giocato un ruolo opposto.
Alla fine delle “science wars”, prevale la visione per cui il contesto europeo premoderno ha beneficiato dei contributi di idee, sistemi di pensiero e strumenti di misura, visioni della natura e tecniche per il suo controllo che sono sorte indipendentemente in molteplici centri dell’Eurasia; tutti questi processi seminali però hanno conosciuto delle fasi di involuzione o di arresto, e solo in Europa hanno incontrato le condizioni economiche e sociali favorevoli per svilupparsi nella forma che conosciamo.
Il ragionamento della scienziata e attivista Vandana Shiva, si applica bene anche al discorso contemporaneo: la crisi ambientale globale che stiamo attraversando deriva da un distorto rapporto tra gruppi umani e ambiente, che è la conseguenza della vittoria di un pensiero scientifico unico e del suo approccio finalistico all’uso della natura; un pensiero orientato allo sfruttamento e privo di radici multiculturali. Al contrario se la scienza moderna-senza attributi geografici e realmente globale – riuscisse ad (ri) includere i molteplici sistemi di competenze tradizionali, riconoscendone il ruolo non solo di eredità ma anche di partner paritari, e sviluppasse un dialogo sulle nuove forme di gestione della contemporaneità, verrebbero superati estremismi ecologici.
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