Antropologia culturale ed etnologia
“L’umanità è una, ma l’esperienza umana è ovunque diversa”
L’antropologia nasce dal fondamentale bisogno di comprendere la diversità culturale e di facilitare l’interazione tra i popoli. Dal momento che essa nasce dall’incontro con l’Altro è un “sapere di frontiera”, ma è anche un sapere critico perché teso alla critica storica e culturale (stile comparativo e antropologia come “traduzione”).
Con il termine antropologia si intende lo studio sull’uomo. L’antropologia può essere:
- Filosofica: settore della filosofia che cerca di capire quale sia la «natura» umana.
- Fisica o biologica (anatomia, fisiologia, genetica…): dallo studio delle “razze” alla genetica umana.
- Culturale e sociale: la scienza che studia tutti (presenti, passati, occidentali e del resto del mondo) gli esseri umani dal punto di vista della cultura che hanno elaborato nel tempo e che condividono con coloro che vivono nella stessa società. Essa guarda agli usi e costumi dei popoli cercando di comprenderne il modello culturale.
L’antropologia può indagare l’uomo da differenti punti di vista:
- Livello materiale: uomo come esponente del genere animale (dimensioni fisico-corporee).
- Livello astratto: l’umanità in relazione ad un’idea di uomo considerata normativa (visione filosofico-deduttiva).
- Livello simbolico: dalle “produzioni umane” si cerca di risalire alle categorie mentali o ai significati sottostanti.
Il sapere dell’antropologia culturale
Il sapere dell’antropologia culturale:
- È riflessivo, riguarda ciò che l’uomo sa e pensa di se stesso.
- È induttivo, si dedica alla raccolta dei fatti così come accadono/parte dal reale per costituire il suo percorso.
- Non ha canali privilegiati per comprendere l’umanità.
- Segue un metodo empirico, induttivo e orientato alla raccolta di dati.
- È relativista. N.B. i comportamenti dell’uomo sono talmente eterogenei che o non si considerano umani alcuni di questi (etnocentrismo) oppure si considera che nessun comportamento può pretendere di essere in sé esaustivo dell’umanità.
L’antropologia è una disciplina autonoma che ha differenze con:
- La psicologia, che si occupa degli aspetti emotivi.
- La sociologia, che guarda più alle società occidentali.
- La filosofia, che fa generalizzazioni a partire da un metodo deduttivo.
Etnocentrismo e relativismo culturale
“Ogni gruppo alimenta il suo orgoglio e la sua vanità, proclama la propria superiorità, esalta le proprie divinità e considera con disprezzo gli stranieri” William Graham Sumner, 1906.
L’etnocentrismo è l’idea di poter privilegiare alcune espressioni culturali, in specifico le proprie, squalificando le altre. Questa attitudine costituisce una tentazione per tutti i popoli in tutti i tempi, in quanto ogni etnia considera i propri costumi come espressione di un orientamento “naturale”, mentre denigra quelli altrui, visti come espressione di un’umanità limitata o degradata.
Teoria di G. Bateson sull’etnocentrismo: Bateson ritiene che le società si organizzino in strutture che reggono finché le persone sono convinte che siano adeguate. Da ciò si deduce che sul proprio modello culturale si ha un investimento emotivo (ethos) e ideale (eidos) tale da farci ritenere che sebbene il nostro modello sia uno fra i tanti, noi lo viviamo come se fosse l’unico possibile.
Teoria di Lanternari sull’etnocentrismo: sentimento di adesione inconsapevole alla propria forma di vita, connesso al processo di inculturazione, che produce atteggiamenti difensivi della propria “forma di vita” e di cultura.
Nel corso della sua evoluzione storica l’antropologia ha criticato il pensiero eurocentrico e di tutti quei sistemi di pensiero che vogliano stabilire una gerarchia tra culture o non riconoscono la piena umanità di tutte.
Vicenda di M. Herskovits: consapevole dei rischi della visione eurocentrica ed etnocentrica elabora lo “Statement on Human Rights”, documento nel quale afferma che una dichiarazione per essere universale e non etnocentrica deve tener conto della legittimità, per gli esseri umani, di pensare e agire in conformità alle credenze, ai costumi, ai codici morali della propria cultura. Lo Statement non fu mai accolto.
Secondo il relativismo cognitivo in ogni gruppo umano variano non solo i contenuti dei saperi, legati alle esperienze empiriche e alle congiunture storiche, ma anche le strutture stesse del pensiero, le categorie secondo le quali i saperi vengono prodotti e organizzati (es. lingua e immagine del mondo).
Il relativismo culturale si basa sulla valorizzazione delle differenze, ma allo stesso tempo apre ad alcuni problemi: è difficile pensare che un gruppo sia così omogeneo da avere gli stessi valori (considerazione fenomenologica) e la cultura può essere un valore normativo che appiattisce i suoi membri (considerazione etica).
Evoluzione storica dell’antropologia
L’attenzione ai costumi altrui ha costituito uno degli aspetti di tutta la civiltà occidentale. Infatti, l’antropologia accademica è solo un aspetto della complessa opera di ripensamento su se stessa che ogni cultura realizza e continua a realizzare.
La questione antropologica sta al centro della filosofia greca. In particolare, la riflessione sui comportamenti degli altri di Erodoto di Alicarnasso (~484-425 a.C.) può essere considerata una sorta di proto-antropologia.
Gli antichi romani si misurarono con la diversità dei popoli vicini come dimostrano le osservazioni etnografiche di Tacito (es. De Origine et situ Germanorum) e Cesare (es. De bello Gallico).
In epoca medioevale il crescente numero di viaggi (commerciali, bellici, evangelici etc…) sposta l’attenzione sui confini del mondo allora conosciuto (l’oriente, il grande nord iperboreo, le Americhe etc…). Non sono solo gli europei a muoversi, ma anche gli arabi.
In epoca moderna gli occidentali cristiani si trovano di fronte a culture che li mettono in discussione e impongono di modificare le loro categorie interpretative:
- Nelle Americhe le popolazioni amerinde mettono i cristiani di fronte a interrogativi come: perché esistono popoli ancora sconosciuti? Perché esistono popoli non citati nella Bibbia? È possibile che vi siano stati errori nell’opera creatrice? Seguendo i principi di Aristotele di umanità libera e schiavi, è lecito sottomettere e conquistare gli indigeni? N.B. Il celebre dibattito di Valladolid (1550-1551) contrapponeva, nelle figure del domenicano B. de Las Casas e del teologo J. G. de Sepulveda, due visioni di umanità.
- Lo studio delle popolazioni dell’estremo oriente (soprattutto Cina) e delle loro con culture raffinate (≠ primitive) offrì argomenti a quanti in Europa, per ragioni polemiche o filosofiche, propendevano verso un relativismo culturale e morale.
Fra ‘600 e ‘700 le spedizioni scientifiche segnano l’emergere di un pensiero orientato alla classificazione dei popoli (illuminismo e etnologia) e all’idea che il selvaggio sia testimone di tappe ormai passate della storia dell’umanità. Protagonisti dei resoconti di viaggio sono il mondo, i manufatti (reperti dei primi musei etnografici europei) e l’aspetto (indigeni esposti negli spettacoli di piazza) dell’indigeno. Si inizieranno ad esplorare Oceania, Nord America e Antartide. N.B. è la riflessione illuminista a permettere il cambio di prospettiva.
Nell’800 l’indigeno passa da “buon selvaggio” a primitivo segnato dal peccato originale (impossibilità di un progresso nelle culture indigene e incapacità di produrre artefatti superiori, perciò pervenuti da civiltà più sviluppate) o al derelitto da riscattare (primitivo come uomo in schiavitù e al quale rivolgere l’attenzione filantropica).
Dalla seconda metà dell’Ottocento iniziano gli studi teorici sui popoli primitivi (fase classica) che porteranno alla nascita dei primi musei etnografici (1876 Museo Pigorini a Roma).
Nel 1863 J. Hunt fonda la Anthropological Society of London, nella quale si può discutere di tribù non civilizzate, progresso, varietà del genere umano e teorie mono/poligenica.
Fra ‘800 e ‘900 i sostenitori del pensiero darwinista sviluppano i principi dell’eugenetica ritenendo di poter realizzare una gerarchia fra diversi gruppi umani e fra uomo e animale. Da quest’ultima distinzione non sarebbero esenti selvaggi e deficienti mentali. Inoltre, studia il primitivo come mezzo per conoscere di più sulle origini della cultura occidentale. Le scuole antropologiche che si rifanno al darwinismo seguendo il criterio di rintracciare l’evoluzione delle istituzioni e delle idee e studiano: la differenza fisica tra i popoli e la loro origine; lo sviluppo tecnico e le strutture politiche; l’origine delle istituzioni e la loro evoluzione la religione (scuola inglese), la famiglia (scuola tedesca, Bachofen, MacLennan, Morgan), la differenziazione sociale (scuola francese).
Nel 1896 viene istituita a Oxford la prima cattedra di antropologia e occupata da E.B. Taylor. N.B. Gli antropologi dell’800 comprendevano la singolarità delle culture “primitive” a partire dalla loro capacità creativa.
La prima metà del ‘900 fu l’“epoca degli studi sul campo” (Boas, Malinowski, scuola del relativismo culturale). Gli studiosi tra le due guerre hanno l’intenzione di documentare culture che stanno scomparendo, proporre modelli di lettura interpretativi e non solo descrittivi (etnografici) e fondare una nuova antropologia e una nuova maniera di scrivere sulle culture.
Antropologia oggi
Antropologia oggi consta di nuove correnti derivanti dalla mutata situazione sociale mondiale: interpretativista; studi del post-colonialismo, studi sul gender, studi sulla globalizzazione etc…
Si pone queste domande: con quale autorità l’antropologo interpreta le culture degli altri? Come entra in rapporto con loro?
Combatte innumerevoli sfide legate al fatto che le persone sono inserite in schemi di pensiero molto più confusi rispetto ad un tempo (Appadurai). Per esempio si può avere una maestra africana che utilizza la rete pur rimanendo nel suo contesto.
Il comportamento umano
Il comportamento umano, pur derivando da uno stato mentale e psicologico individuale, è comprensibile solo dentro una cornice collettiva. Perciò le azioni umane non sono semplicemente individuali, ma sono frutto di e istituiscono relazioni.
Il comportamento umano è un fenomeno molto complesso che non può essere spiegato con la semplice matrice biologica (Es. l’uomo risponde in modi diversi allo stesso bisogno fisiologico). Sebbene alcuni sostengano che è possibile individuare caratteri comuni fra il comportamento umano e quello animale, la componente biologica non è sufficiente. Non è sufficiente nemmeno quella psicologica (es. complesso di Edipo diverso nelle varie società). Il comportamento umano è talmente diversificato da cultura a cultura che è necessario che vi siano altri fattori (es. scelte culturali) ad influenzarlo.
Evoluzione del concetto di cultura
Ogni cultura si organizza attorno ad alcune direttrici:
- La cultura materiale (economia, strumenti, alimentazione...).
- Le relazioni sociali (famiglia, istituzioni sociali e politiche, amministrazione della giustizia, associazioni libere).
- La concezione religiosa, filosofica, l'arte e la letteratura.
Il concetto di cultura assume significati specifici nella scienza antropologica e non corrisponde né al modo col quale era pensato nella cultura classica né a quello del sentire comune.
Definizione classica di cultura: nel XVIII secolo il termine cultura si riferiva a quell’eccellenza della mente che derivava dall’insieme di usi e costumi della borghesia. Mentre nella 2° edizione del Dictionnaire del 1798 riguarda la condizione dell’uomo erudito.
Autori evoluzionisti (Tylor e Frazer):
Per Tylor, il primo a darne una definizione antropologica, la cultura è “quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine che l’uomo acquisisce come membro di una società”.
La cultura è vista come la sommatoria delle conquiste mentali e tecniche di un dato popolo, conquiste destinate ad affinarsi e a diventare via via più consapevoli.
La cultura è esterna all’uomo e concepita come una modalità di amplificazione delle sue possibilità biologiche e fisiche.
Autori relativisti (Boas, Mead, Freud e Benedict): concentrano la loro attenzione su aspetti psico-sociali (es. linguaggio), educabili e socializzabili (Mead) o da reprimere (Freud), la cui configurazione diviene il tratto fondamentale per distinguere le culture.
La cultura è “l’insieme delle reazioni e delle attività psichiche e fisiche che caratterizzano il comportamento degli individui…” (Boas) è un insieme coerente di tecniche e valori.
La cultura si acquisisce attraverso:
- L'educazione formale ed informale.
- L'imitazione.
- Le relazioni e lo scambio di significati e di pratiche.
Perciò, la cultura opera all’interno determinando una “personalità di base” ovvero l’omogeneità dei tratti psichici degli appartenenti al gruppo.
Ogni cultura ha una sua configurazione specifica che la rende unica e non comparabile.
Kroeber e Kluckholn pensano alla cultura come ad un modello interpretativo e interattivo.
Autori funzionalisti (Malinowski): la cultura è il mezzo con cui l’uomo raggiunge i suoi fini e soddisfa i suoi bisogni (primari legati alla sussistenza o derivati come la socialità) superando i limiti della dotazione organica. Questo processo adattivo si sviluppa con modalità che sono peculiari per ogni società e dipendono dalle risorse che il contesto offre.
Per Levi-Strauss la cultura è lo strumento mentale che ci permette di orientarci nel mondo, di apprendere e di interagire; è l’espressione epifenomenica di uno “stampato mentale” universale, una struttura cognitiva organizzata in un’architettura di opposizioni che si riflettono nei modi sociali del gruppo, nell’arte e nei miti. La cultura è perciò l’espressione dello spirito umano che rinvia ad un fondo comune.
Antropologia interpretativista (Geertz): Geertz aggiunge al dibattito sulla cultura come schema interpretativo l’idea che le modalità culturali debbano essere comprese nel contesto nel quale operano e circolano. Cultura come sistema di comunicazione interindividuale in un contesto, cultura che non ha entità propria ma vive nell’interazione delle persone. Non esiste alcuna cultura al di fuori delle comunità storiche e non esiste significato culturale separato dal contesto. N.B. L’antropologia come scienza interpretativa e in cerca di significati interpreta le interpretazioni degli altri (problema del senso).
Oggi la complessità sociale ha portato gli antropologi ad interrogarsi ed a considerare la cultura da diversi punti di vista:
- Si sviluppa il concetto di acculturazione (J.W. Powell trasformazione dei modi di vivere e di pensare degli immigrati a contatto con la società americana; R. Bastide sui culti afroamericani; M. Herskovits sul sincretismo culturale).
- Si studia la distinzione gerarchica tra culture (cultura dominante e dominata, culture popolari, cultura di massa).
- Si interessa alla cultura di massa, che per E. Morin segue gli schemi della produzione industriale.
- Si interessa alla cultura borghese (Le Wita, 1988) e all’attenzione rivolta ai dettagli, al controllo di sé, alla ritualizzazione delle pratiche quotidiane (es. galateo) e alla coltivazione della memoria genealogica.
- P. Bourdieu utilizza il termine habitus/disposizioni durevoli e trasponibili/principi generatori per indicare la materializzazione della memoria collettiva che riproduce nelle generazioni successive l’esperienza acquisita dalle generazioni precedenti.
- Per C. Geertz (Mondo globale, mondi locali, 1995) il catalogo delle identità disponibili si amplia e modifica in relazione al complicarsi della rete dei rapporti politici ed economici, per cui oggi l’analisi culturale è una impresa difficile.
Nel mondo contemporaneo cadono le coincidenze cultura-tradizione e cultura-geografia. I processi storico-economici hanno: accelerato i cambiamenti; modificato le appartenenze; reso spesso obsoleto il riferimento alla tradizione. Per questo occorre un nuovo concetto di cultura: la cultura è il risultato di interazioni durevoli tra individui (G. Bateson); è un codice di significati condivisi una ragnatela di significati (C. Geertz).
I diversi significati del termine cultura mettono in risalto: la dimensione a priori perché la cultura precede l’individuo (tema della tradizione); la funzione adattiva (rapporto natura-cultura); la dimensione interiore (cultura come modello psicologico e modello mentale). N.B. Fuori dalla comunità scientifica il termine cultura indica gruppi e modi di vivere che si vogliono marginalizzare e che si ritengono inadeguati (ritorno al selvaggio).
L’uomo è visto come un interprete e creatore di cultura, che non vive in cultura, ma culturalmente. La cultura diventa la capacità di progettazione, di avere delle strategie razionali, di attuare percorsi (attenzione all’agency del soggetto).
Secondo Appadurai l’uomo è immerso in panorami:
- culturali/Ethnoscapes: insieme delle persone che costituiscono il mondo mutevole in cui viviamo.
- tecnologici/Technoscapes: tecnologia globale che si muove a velocità diverse.
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