Strategie funerarie: onori funebri pubblici e lotta politica nella Roma medio e tardorepubblicana (230-27 a.C.)
Cap 1: Gli onori funebri pubblici, i destinatari e i richiedenti
Gli onori funebri pubblici
Funus publicum, laudatio funebris publica e luctus publicus Il primo funus publicum di cui si abbia notizia è quello per Lucio Cornelio Silla, deceduto probabilmente nel marzo del 78 a.C.
In precedenza, a parte i funerali pubblici per i re stranieri Siface Perseo, sono noti solo quelli di dubbia storicità che la tradizione attribuisce ad illustri uomini del lontano V secolo a.C. come Agrippa Menenio Lanato, Quinto Fabio Vibulano, ecc. Alla notizia della morte di Silla, Roma si divise in due fazioni: quella favorevole al trasporto della salma con grande pompa attraverso l'Italia alla sua esposizione in Foro e al funus publicum, e quella contraria capeggiata da Marco Emilio Lepido, intenzionato persino ad annullare gli Acta del defunto.
Dal racconto di Plutarco si apprende che tra i membri della prima fazione si distinse fra tutti Pompeo Magno: egli infatti, grazie al rispetto di cui godeva, fu il solo che con la preghiera e le minacce riuscì a far portare la salma di Silla a Roma e a garantire ai funerali sicurezza e onore; tuttavia è probabile che i disordini sorti attorno al corpo di Silla fossero stati più gravi di quanto possa sembrare a una prima lettura del testo di Appiano, non è da escludere l'ipotesi che a proporlo fossero stati lo stesso Gneo Pompeo oppure Quinto Lutazio Catulo, consapevoli che la morte di un personaggio come Silla avrebbe potuto generare un tumulto e che Marco Emilio Lepido, approfittando dei disordini, potesse prendere il potere; inoltre, a conferma della necessità di un iustitium, non è da sottovalutare quanto scrive Appiano: alcune persone avrebbero avuto paura di Silla anche da morto, era infatti come se l'ex dittatore fosse ancora presente e operante, portato di nuovo fra i piedi da una statua che lo rappresentava.
Ecco forse una delle ragioni della grande affluenza di gente al funerale e delle manifestazioni di dolore simulate da chi non poteva permettersi libertà d'espressione neanche davanti alla salma. Silla non era morto a Roma ma in Campania, a scrivere del trasporto della salma sono Plutarco e Appiano, ma è quest'ultimo il solo a fornire una descrizione particolareggiata: sarebbe stato condotto su di un letto lavorato in oro e degno di un re, seguito da molti trombettieri, dalla Cavalleria, da un gruppo armato di uomini e da quelli che avevano combattuto sotto il suo comando (tutti quei veterani secondo Appiano a cui Silla aveva concesso terre e proprietà in Campania attorno alla sua villa forse per vivere protetto come ai tempi in cui la sua tenda era piantata nel loro campo).
Le descrizioni del corteo che partiva dalla Campania e di quello che si trovava a Roma in attesa della salma presentano diverse analogie: gli uomini in armi che avevano combattuto sotto il defunto ex dittatore, la fretta con la quale tutti si muovevano dietro al defunto, la disposizione ordinata delle persone nei cortei, tutti questi atteggiamenti lascerebbero supporre che il trasporto del corpo assomigliasse più a una marcia militare: le insegne indici del potere detenuto e delle cariche ricoperte precedevano infatti il feretro, probabilmente si tratta dei simboli e dei Fasci di cui si ornava quando si mostrava in pubblico.
È probabile che i soldati che avevano ascoltato la salma fino a Roma non fossero entrati nella città dato che erano in armi, una loro presenza sarebbe stata vista come un pericolo. Durante le esequie potrebbero avere atteso nel Campo Marzio, (dove il corpo di Silla sarebbe stato cremato e dove avrebbe preso parte la sfilata dei Cavalieri attorno alla pira funebre), lasciando il compito di accompagnare il defunto entro il limite sacro di Roma ai soldati preposti all'ordine pubblico e a una rappresentanza di veterani e liberti di Silla.
La pompa funebre era ornata dalle 210 portantine colme di doni e dalle statue di spezie offerte dalle donne, abbellita dalle 2000 e corone d'oro, la salma di Silla fu condotta fino al foro sotto il vigile controllo dei soldati dell'esercito preposti al mantenimento dell'ordine pubblico. A tutela del cadavere erano i sacerdoti e le vestali, seguiti da senatori, ordine equestre ed esercito. Le insegne dorate e le armi d'argento erano quelle delle cerimonie, mentre la musica languida e triste dei trombettieri accompagnava tutto il corteo, i senatori invocavano il nome del defunto secondo il rito della conclamatio; le offerte per Silla consistettero in grandi quantità di costosi aromi donati dalle donne con cui vennero realizzate un'enorme statua del defunto e una di un littore.
La statua che rappresentava il defunto invece doveva nascere da due esigenze di diverso ordine, una pratica e l'altra di tipo religioso: il corpo infatti aveva intrapreso un viaggio di diversi giorni dalla Campania fino a Roma in condizioni già di per sé non ottimali se si tiene conto delle possibili patologie che Silla aveva al momento della morte nella villa Cumana; su un piano religioso poi a Roma la vista della salma costituiva una chiamata a vendetta, anche se Silla non era stato assassinato lo spettacolo del suo corpo avrebbe potuto suscitare reazioni violente sia tra i seguaci sia tra gli oppositori e rischiare di vanificare l'equilibrio raggiunto. Appiano ci dice che i doni per il defunto erano talmente tanto sontuosi da non poter essere descritti a parole, si limita a menzionare più costosi come le 2.000 corone d'oro, la scelta di offrire delle corone era probabilmente dovuta al ricordo di quelle che Silla aveva ricevuto quando era in vita.
Un interessante aspetto connesso con la sontuosità delle esequie di Silla si evince dallo studio di una legge che lui stesso presentò in vita, si tratta della lex Cornelia sumptuaria di cui è noto solo in parte il contenuto, è databile all’81 a.C. e prevedeva che la spesa massima per cena in occasione di Ludi e di feriae solemnes durante Calende, Idi e Non potesse forse essere di 300 sesterzi mentre per tutti gli altri periodi dell'anno non potesse superare i 30; generalmente condivisa dagli studiosi è l'identificazione con questa legge di un provvedimento ricordato da Cicerone in due epistole ad Attico datate al 45 a.C., nelle quali l'oratore lamenta i limiti di una legge sumptuaria sui funerali e sui monumenti funebri.
Questa identificazione si fonda su un passo di Plutarco più esplicito riguardo la natura funeraria delle restrizioni previste dalla legge di Silla, ricorda infatti che Silla in occasione della morte della moglie e Cecilia Metella nell'81 a.C. avrebbe violato la sua stessa lex sumptuaria “sui funerali”. Lo stesso non si dice nel suo caso: evidentemente la natura pubblica del suo funerale, decretato dal Senato, aveva posto Silla al di sopra di ogni lex sumptuaria e aveva così permesso di onorarlo nel rispetto della legge e nel modo più sontuoso possibile.
Riguardo alla grandiosità dei funerali di Metella, non si deve escludere che la morte della consorte fosse divenuta uno strumento politico di Silla, secondo una pratica che risaliva almeno al 328/7 a.C., quando in onore della defunta madre Marco Flavio aveva offerto alla plebe una visceratio in segno di ringraziamento per il sostegno che gli aveva fornito in un processo per adulterio, analogamente Silla doveva aver fatto della morte della moglie un'occasione per rinsaldare il favore della plebe e il sostegno dei Cecilii Metellii, divenuto fragile in seguito alla scomparsa della donna. (Inoltre Silla l'aveva allontanata dalla propria casa quando aveva saputo che era ormai in fin di vita facendole recapitare inoltre una lettera di divorzio).
Al funerale pubblico seguì il lutto anch’esso pubblico del quale l'unico a dare notizia è Granio Liciniano: sarebbe stato osservato dalle matrone per un intero anno, segno della loro devozione nei confronti del defunto. Il funus publicum di Silla fu il primo pienamente storico, il fatto che il Senato lo decretasse non spiega come o da chi la cerimonia fosse stata introdotta. È stato riconosciuto che dietro al funus publicum Romano vi fosse un modello ellenistico caratterizzato dalle processioni funebri dei re e dei nobili greci, molto apprezzate a Roma dalla nobiltà Patrizio-plebea, al punto forse da spingere lo stesso Silla ad introdurre una lex sumptuaria che limitasse simile lusso.
Tale genere di funerale doveva essere senz'altro troppo innovativo e orientalizzante per essere introdotto nel mos funerario romano; si può ipotizzare così che il gruppo Sillano avesse pensato di legittimare il funerale pubblico mediante retroproiezione, un meccanismo comune nel mondo romano. Non è escluso che esso avesse elaborato la tradizione relativa al funus publicum per Publio Valerio Publicola, primo console della Repubblica, allo scopo di offrire un antecedente al funerale di Silla.
La cinta di pubblico la fondatore della Romana Res Publica dovette nascere dai frequenti richiami a costui da parte dell'ex dittatore, come dimostra ad esempio l'estensione del Pomerio che aveva fatto di Silla un nuovo fondatore. Il gruppo Sillano si dovette avvalere di un sistema di richiami alla memoria culturale romana, in grado di conferire alla sua operazione la legittimità necessaria, una strategia che sembra riscontrabile anche dietro alla scelta di porre il sepolcro delle ex dittatore nel Campo Marzio.
La dimensione politica di questo funus publicum sembra confermata anche dalle cause che spinsero il Senato a decretarlo: di fronte ad una simile spaccatura della civitas e al rischio di un tumulto utile a chi avrebbe approfittato dei disordini per prendere il potere, il Senato dovette concedere un simile onore per avvolgere il ricordo di Silla in un'aura di rispetto e inviolabilità e come tale consegnarlo alla plebe: fu forse tutta una strategia dei sillani tesa a vanificare i piani di Lepido e dei suoi seguaci popolari: opponendo alla condanna del defunto la sua più alta celebrazione, si inibivano possibili azioni sovversive. Una conferma di questo potrebbe essere la proclamazione del iustitium.
Far votare in un Senato spaccato un simile onore non dovette essere semplice, una parte di primo piano dovette averla Pompeo, anche se dietro la testimonianza di Plutarco sembrerebbe celarsi una tradizione tesa a celebrare la magnanimità dell'uomo, non sembra inverosimile la notizia di un suo ruolo determinante nella mediazione tra le due opposte fazioni in merito alla divinizzazione del defunto in cambio del funus publicum.
Un altro elemento che prova la strategia seguita dai patres sillani in occasione del funerale del loro leader è offerto dalla statua del littore, simbolo del potere straordinario detenuto in vita da Silla che proprio a sottolineare l'eccezionalità della propria dettatura era solito farsi precedere da 24 littori e non dai consueti 12; questa statua come lo stesso funus publicum rispondeva alla necessità di vanificare l'operazione di denigrazione del defunto perpetrata da Lepido e dai popolari.
Al pari di funerale, iustitium e statua anche il lutto pubblico doveva far parte della strategia senatoria; provando infatti l'attaccamento e il rispetto della civitas per il defunto questo serviva a contenere ogni proposito di violenza verso la salma e sul piano politico ogni spinta sovversiva dei Popolari guidati da Lepido. Durante il funerale, quando la salma fu messa sui rostri, “il più illustre del tempo nell'arte della parola”, come scrive Appiano, recitò il discorso funebre, il compito spettava in genere ai figli del defunto ma Fausto era ancora molto piccolo.
Il più illustre si identifica con Quinto Ortensio Ortalo e sulla base del legame di parentela che questo aveva con il defunto tramite la nipote Valeria, ultima moglie dell'ex dittatore. Poche fonti parlano dell'elogio per Silla, il quale doveva anch'esso rispondere ad un preciso obiettivo politico di una parte almeno del Senato: infatti, alla morte dell'ex dittatore, il Senato e la civitas di Roma si spaccarono tra coloro che volevano onorare adeguatamente il defunto e coloro che invece ne chiedevano l'abbandono nelle correnti del Tevere come si addiceva ai tiranni.
L’elogio funebre doveva dunque tradurre in parole l'aspetto visivo della sua sontuosa pompa funebris e portare a segno l'obiettivo dei sillani. Nove anni dopo, nel 69 a.C., il Senato decretò le laudationes funebris publicae per Giulia, zia di Cesare e vedova di Gaio Mario, e per Cornelia, moglie di Cesare. Entrambi gli elogi furono recitati da Gaio Giulio Cesare, futuro dittatore, allora semplice questore.
È noto solo il contenuto della Laudatio per Giulia, di cui fonti preziose sono un passo di Plutarco e uno di Svetonio; a quanto è noto, col discorso pubblico Cesare ricordò l'origine di entrambe le famiglie della donna, Iuli per parte di padre e Marcii Reges per parte di madre, nel primo caso ribadendo che discendevano da Venere, nel secondo da un re, da Anco Marzio. Destinataria di questo forte messaggio politico era la plebe, alla quale Cesare intendeva mostrare di avere la sanctitas dei re e la caerimonia degli dei.
È probabile, dato che in quella occasione Cesare aveva reintrodotto nella pompa funebris della zia la maschera di Caio Mario, che avesse ricordato il leader popolare anche nella stessa laudatio, di fatto la trasposizione in parole della sfilata delle maschere degli antenati. Con l'elogio di Giulia, Cesare riportava nel momento presente la figura di Gaio Mario, major suo e della plebe urbana oltre che del gruppo popolare, con il fine evidente di riunire intorno a sé relazioni di potere un tempo organizzato intorno a quello.
Si trattò di un esempio di politica del mito, che diede il risultato sperato da Cesare, il sentimento popolare sembrò rinnovato e indirizzato verso di lui tanto che il popolo gridò in suo favore e lo applaudì, queste le parole di Plutarco. Probabilmente anche l'elogio per la moglie Cornelia aveva lo stesso fine di quello della zia, ovvero presentare Cesare come il più adatto a continuare la politica di Mario.
È probabile che nella laudatio fosse ricordato il padre della defunta, Lucio Cornelio Cinna, noto seguace di Gaio Mario. Nello stesso passo Plutarco sottolinea la novità che l'elogio costituì: in passato era uso rendere elogi funebri per donne anziane ma non per quelle giovani, Cesare avrebbe dunque abilmente introdotto a Roma questa innovazione per commuovere la plebe per via della giovane età della defunta moglie, questa può essere considerata una strategia della memoria basata sul recupero e associazioni, Cesare.
Un quel molto abile nello sfruttare gli elogi per Giulia e Cornelia al fine di avvicinare a sé la plebe quando era ancora agli inizi della carriera e di proporsi come suo nuovo capo politico popolare. Di tale strategia si conosce un'altra applicazione di qualche anno dopo, quando in una notte del 65 a.C., Cesare fece porre sul Campidoglio i trofei delle vittorie di Mario contro Cimbri e Teutoni, rimossi anni prima per volere di Silla.
In quell'occasione, come per il funerale della zia Giulia, il gruppo popolare avrebbe dato prova di ritrovata vitalità, infatti davanti alle critiche di una parte del Popolo i seguaci di Mario si incoraggiarono l'un l'altro e apparvero in numero tale da riempire il Campidoglio, questa iniziativa suscitò una ferma reazione del Senato poiché il censore Quinto Lutazio Catulo, avvalendosi delle autorità di cui disponeva e ricorrendo ad una serie di metafore militari volte a sottolineare la pericolosità dell'iniziativa cesariana, fece rimuovere quei trofei, questo esempio proverebbe come ancora diversi anni dopo la sua scomparsa Gaio Mario esercitasse sulla plebe un grande effetto.
Nelle fonti pervenute non si ha notizia di un funus publicum per Giulia, la figlia di Cesare e moglie di Pompeo Magno, deceduta nel settembre del 54 a.C., questo silenzio lascerebbe supporre che questo rito non ci sia stato, la tendenza delle fonti è infatti quella di registrare i casi eccezionali e il funus publicum per Giulia, semmai ci fosse stato, sarebbe rientrato tra questi perché l'unico concesso ad una donna in età repubblicana. Infatti, per le donne di età repubblicana sono noti solo laudatio funebris pubblica e di sepoltura a spese pubbliche o in luoghi non convenzionali come per la zia e per la moglie di Cesare elogiate pubblicamente, per la stessa figlia di Cesare Giulia sepolta in Campo Marzio o per la madre del futuro Augusto Azia sepolta a spese pubbliche.
Un ulteriore argomento che porterebbe a dubitare del funerale pubblico per Giulia potrebbe essere identificato nella strategia di minimizzazione seguita dal marito Pompeo, costui non avrebbe avuto alcun interesse a rendere alla moglie defunta un funerale pubblico che sarebbe andato a tutto vantaggio di Cesare e del suo gruppo politico, infatti il funerale avrebbe rafforzato l'affetto della plebe nei confronti del rivale mediante la commiserazione per la perdita della giovane figlia e avrebbe implicato una sfilata di maschere degli antenati della donna tra i quali Venere e Cesare, quindi il silenzio nelle fonti non stupisce poiché controproducente per Pompeo.
La distanza di Cesare da Roma e lunghi tempi di comunicazione con lui, dovettero autorizzare Pompeo in quanto marito della defunta a prendere ogni decisione affinché le cerimonie funebri fossero rese senza ritardi. Nel 54 a.C. Cesare non poter gestire le esequie della figlia e sfruttarle a proprio vantaggio, promise però di rendere a Giulia gli onori dovuti una volta tornato a Roma, si sarebbe trattato di gladiatorum paria e di un epulum, occasioni molto gradite alla plebe dati solo dopo la fine della guerra africana è significativamente nel contesto dei ludi Veneris genitricis, capostipite divina dei Giuli.
Il funus publicum meglio documentato per il periodo qui preso in esame è quello di Gaio Giulio Cesare tenuto a Roma il 20 marzo del 44 a.C., secondo parte della tradizione fu il suocero Lucio Calpurnio Pisone Cesonino ad occuparsi dell'organizzazione delle esequie, dopo l'expositio della salma nell'atrio della casa, curiosamente durata solo 5 giorni invece dei consueti 7, iniziò la pompa funebre che condusse...
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