STORIA DELLA MUSICA OCCIDENTALE – DAL BAROCCO AL
CLASSICISMO VIENNESE
Musica per muovere gli affetti
Presso i letterati del ’500 viveva ancora il sogno utopico del
perfetto “cortegiano”: l’uomo di potere, ovviamente di origini
nobili, doveva unire alle necessarie conoscenze politiche e
militari anche la più sottile competenza artistica e letteraria,
oltre che l’esercizio delle migliori qualità umane.
Il blasone gentilizio, dunque, imponeva a chi se ne fregiava di
coltivare la musica anche in prima persona.
Il ’600 si incaricò di spazzare via queste illusioni, soprattutto
dopo la terribile crisi economica degli anni intorno al 1620 e
alle devastanti pestilenze che la seguirono: il potere andava
sempre più coagulandosi in regimi assoluti, e la brutalità ad esso
inevitabilmente connessa si esprimeva in modo ben più esplicito,
senza infingimenti “cortesi”. Questo mutamento ebbe i sui riflessi
anche in campo musicale: nella maggio parte dei casi, la musica
retrocesse a semplice bene d’uso, mezzo insostituibile per
celebrare i fasti dell’autorità e propagandarne l’ideologia.
L’aristocratico cessava di praticare la musica in proprio,
servendosi quasi esclusivamente di musicisti salariati e
inaugurando una netta separazione tra musicisti e pubblico.
Parallelamente a ciò, anche la musica avvertiva nuove esigenze.
La prima di tutte è l’esigenza di un nuovo tipo di tessuto
musicale: la monodia con basso continuo. Essa soppiantò quasi
completamente il vecchio stile polifonico, poiché era molto più
adatta della polifonia ad esprimere compiutamente il contenuto
emozionale del testo poetico a cui era associata. La musica,
infatti, voleva porsi al servizio della parola per attingere da
essa un’inedita intensità espressiva.
In secondo luogo, l’effetto della musica monodica veniva spesso
potenziato dalle risorse di varietà e di splendore sonoro
apportate dal nuovo stile concertante. Esso consisteva nel
“concertare”, nell’unire insieme elementi eterogenei: voci e
strumenti, o gruppi di voci, o gruppi di strumenti. Si andava
dunque frantumando l’ideale sonoro di unitarietà e compattezza
timbrica tipico del Rinascimento, in favore di una nuova estetica
che ricercava i contrasti più accesi e più vari.
A ciò va aggiunta la tendenza alla rappresentatività in musica:
vale a dire, tendenza ad essere spettatori di vicende teatrali
rappresentate in musica sotto i propri occhi. Questo fatto va
correlato alla nascita della sessa categoria del “pubblico”, fino
ad allora quasi inesistente. Ancora nel ’500, infatti, coloro che
fruivano di un’esecuzione musicale non si consideravano un
pubblico nel senso moderno del termine, perché la musica era quasi
sempre funzionale ad altri scopi e non fine a se stessi: è il caso
della musica ufficiale, cerimoniale, della musica liturgica, della
musica per danza o per banchetti. Solo nel caso della musica da
camera la funzione estetica della musica iniziava ad acquistare un
certo rilievo, anche se il suo scopo principale era quello di
veicolo del testo poetico. Tuttavia, in questa musica per
intrattenimento non vi era separazione fissa di ruoli tra
spettatori ed esecutori: chi suonava o cantava poteva deporre lo
strumento o la pagina musicale e riposarsi ascoltando gli altri,
viceversa, chi eventualmente stava assistendo poteva in qualsiasi
momento affiancarsi a coloro che facevano musica (senza contare il
fatto che generalmente si produceva musica per il solo diletto dei
nobili esecutori stessi, senza alcuna necessità di ascoltatori).
Nel ’600 tale intercambiabilità di ruoli scomparve pressoché del
tutto: da una parte, gli esecutori assunsero una dimensione
decisamente professionale (e a volte – soprattutto nel caso dei
grandi cantanti – addirittura divistica); dall’altra, la maggior
parte del pubblico depose ogni competenza musicale, non essendogli
richiesto altro che un ascolto passivo e plaudente. Tale
separazione tra spettatori e musicisti comportò anche il desiderio
del pubblico di assistere a vere e proprie azioni teatrali, i cui
personaggi creassero una realtà fittizia totalmente avulsa dal
mondo concreto.
Qual era, allora, il fine della nuova musica monodica, concertante
e – in qualche misura – rappresentativa? Per usare la fraseologia
del tempo, “muovere gli affetti” degli ascoltatori: la quarta e
fondamentale esigenza percepita nell’epoca barocca. Il termine
“affetto” significa “stato d’animo”, “sentimento”, “passione”
tanto positiva quanto negativa. Interpretando gli antichi testi
greci sulla teoria dell’”ethos”, già i trattati cinquecenteschi
avevano propugnato una musica che tornasse ad esercitare il suo
potere sull’animo umano. Ma fu nell’epoca barocca che questa
ricerca divenne consapevole, tanto nei teorici e nei musicisti
quanto nel pubblico, esasperandosi anche nella tensione verso gli
affetti più estremi, estranei all’equilibrio propugnato dall’uomo
rinascimentale. Le cronache dell’epoca, dal canto loro,
sovrabbondarono nell’esaltare l’emozione, il turbamento, la
commozione fino alle lacrime degli spettatori.
Spettatori che, dunque, consegnavano ai musicisti un enorme
potere. Per tutta la durata dell’esecuzione musicale, questi
ultimi, che nei ruoli delle corti occupavano un infimo rango,
paragonabile a quello dei cocchieri o degli addetti alle pulizie,
divenivano quasi i padroni degli animi del pubblico, manipolandone
a piacimento le emozioni.
Eppure, sembra proprio che i musicisti dell’epoca, forse anche per
la loro sempre maggiore mancanza di cultura, non si siano resi
conto delle potenzialità nascoste in una situazione di tale
genere. Tanto le autorità civili quanto quelle ecclesiastiche
sfruttarono consapevolmente le capacità di commozione e di
persuasione detenute dalla musica, rendendola veicolo dei propri
messaggi propagandistici. E di buon grado i musicisti si
assoggettarono a farsi strumento compiacente di quest’opera
politica.
Teorici, umanisti e compositori verso la monodia – Storia di
quattro teorici e due “camerate”
Durante il ’400 e il ’500, secoli che segnano l’apogeo della
polifonia, a lato dei raffinati intrecci madrigalistici si
svolgeva quell’intensa pratica di musica monodica definita
“umanistica”. Nelle principali corti italiane, infatti, i
letterati umanisti cantavano o facevano cantare le loro poesie su
semplici moduli musicali, in cui un unico cantante era
generalmente accompagnato da un liuto o da una viola da gamba.
In tali esecuzioni la musica era spesso “Ministra” della parola:
era il testo poetico ad esser posto in primo piano, e la musica si
limitava a servirlo con uno stile di canto molto simile alla
recitazione stessa. Questo stile vocale monodico, quasi ibrido tra
recitato e cantato, era molto diffuso in tutta la penisola.
Contemporaneamente a ciò che accadeva nelle musica pratica, anche
la riflessione teorica iniziò a prendere atto della crescente
predilezione per la monodia.
Nel 1555 uscì il trattato “L’antica musica ridotta alla moderna
pratica”, di Nicola Vicentino. Con questo libro cominciò ad essere
discusso anche in campo musicale un tema assai dibattuto nella
letteratura e nelle arti figurative: l’imitazione dell’antica
Grecia. Scopo di Vicentino era cercare di ricondurre ad una
“moderna prattica” quell’”antica musica” di cui si narravano gli
effetti portentosi su uomini e natura. Benché all’epoca si
ritenesse comunemente (al contrario di oggi) che i greci si
fossero serviti esclusivamente di musica monodica, Vicentino
tuttavia non volle rinunciare alla polifonia, propugnando
piuttosto una sua semplificazione a favore della comprensibilità
del testo. Si dovevano adoperare al massimo quattro voci e non di
più, seguendo scrupolosamente la pronuncia e l’accentuazione delle
parole.
Un’altra aspra polemica divise il mondo musicale della seconda
metà del ’500 contrapponendo Gioseffo Zarlino ad un suo stesso
allievo, Vincenzo Galilei. Si vede nascere quasi uno schieramento
di “progressisti” contrapposto ad uno di “conservatori”. Ma
possiamo constatare come nelle arti la situazione sia assai più
articolata e non abbia molto senso parlare di “progresso”: gli
stessi sostenitori del nuovo, come Galilei, esaltavano un’epoca
ormai scomparsa (quella dell’antica Grecia) quale culmine di ogni
perfezione. Zarlino, il “conservatore”, enunciò invece in un
trattato che ogni epoca fa un passo avanti rispetto alle
precedenti: un progresso, tuttavia, puramente tecnico (e tale
Zarlino considerava la stessa polifonia), che non garantisce di
per sé una musica migliore e più espressiva. Anzi, egli stesso
ammetteva che, probabilmente, la semplice monodia dei greci aveva
maggiore effetto sull’animo umano della polifonia più elaborata
(Zarlino fu però uno dei pochi teorici, fino ai nostri giorni, a
porre in dubbio che la musica greca fosse unicamente monodica);
rimaneva però che una causa non trascurabile di ciò fosse da
ricercare nello scarso valore della poesia messa in musica nella
sua epoca rispetto ai grandi capolavori della letteratura greca.
Infatti, dove i testi fossero stati di alto valore artistico,
anche i moderi musicisti avrebbero potuto raggiungere le corse più
profonde del’animo dei loro ascoltatori; come esempio di ciò
arlino citava i poemi cavallereschi di Ludovico Ariosto. Tuttavia,
Zarlino non auspicava minimamente, come faranno Galilei e altri,
una subordinazione della musica alla parola: egli rivendicava ad
ambedue una piena autonomia, che le faceva soggette solo alle
proprie leggi razionali. A suo parere, la musica non doveva
imitare il linguaggio parlato, ma doveva unirsi ad esso mantenendo
la propria indipendenza e libertà.
Di tutt’altro avviso era Vincenzo Galileo. Questi partì da una
contrapposizione nettissima: da una parte poneva il medioevo,
epoca di barbarie, che non a caso – secondo lui - aveva sviluppato
la polifonia; dall’altra l’antica Grecia, modello di ogni civiltà,
perfettamente espressa dalla sua musica monodica. I vantaggi della
monodia, secondo Galilei, erano molteplici: essa è una forma di
espressione più naturale, lascia comprendere appieno le parole,
stimola un ascolto di tipo emotivo e non una percezione
intellettualistica. Per di più, poiché ogni melodia era – secondo
i greci – apportatrice di un particolare “ethos”, attenendosi dal
sovrapporre polifonicamente più linee si evitava di cozzare di
“ethe” contrastanti. Dunque, la monodia più perfetta era quella
che più si avvicinava ad una declamazione naturale, simile a
quella degli attori della commedia dell’arte; bisognava
rinunciare, allora, ai madrigali, alle ripetizioni di parole per
soli fini musicali, e anche ai ritmi di danza che irrigidivano la
scansione ritmica di alcune forme musicali.
Le opinioni di Galilei erano largamente condivise dal gruppo di
giovani intellettuali che egli frequentava, i quali si riunivano a
Firenze in casa del conte Giovanni de’ Bardi e che costituivano un
gruppo informale: discutevano liberamente di poesia, di
astrologia, di scienze, di sport e anche di musica. Questa
camerata de’ Bardi ebbe il suo massimo rigoglio negli anni ’70 e
’80 del ’500.
Il conte Bardi, essendo egli stesso un valente musicista, aveva
stimolato da gran tempo le ricerche di Galilei: oltre ad aver
finanziato nei primi anni ’60 i suoi studi a Venezia con Zarlino,
lo incoraggiò a realizzare in pratica le sue teorie, componendo in
stile monodico.
Ma la produzione più importante che scaturì da questo fermento
culturale consistette negli intermedi fiorentini del 1589 per le
nozze di Ferdinando de’ Medici e Cristina di Lorena; essi giunsero
però in un momento in cui la fortuna di Bardi presso la corte
medicea andava declinando. Così, le riunioni della camerata
divennero sempre meno prestigiose, interrompendosi del tutto nel
1592, quando Bardi si trasferì a Roma.
L’eredità di tali discussioni fu pienamente raccolta e sviluppata
da un’altra camerata, che si riuniva – soprattutto negli anni ’90
– nel palazzo di un altro gentiluomo fiorentino, Jacopo Corsi.
L’esponente di punta di questo secondo gruppo era Jacopo Peri.
La camerata di Corsi, più che animare dispute teoriche, si avviò
subito alla realizzazione di eventi musicali concreti, basati
sulle conclusioni che le ricerche in casa Bardi ritenevano di aver
raggiunto: che cioè nell’antica Grecia le tragedie fossero
interamente cantate (oggi sappiamo, invece, che le cose non
stavano così) e che per riprodurre i medesimi effetti della musica
greca si dovesse coniare un tipo di emissione vocale come via di
mezzo tra canto e recitazione, che venne perciò detto “recitar
cantando” (questo termine è in realtà usato più dagli studiosi che
dai teorici e dai musicisti dell’epoca). Il canto doveva
rispecchiare pienamente le inflessioni della recitazione, evitando
salti melodici e grandi estensioni. Il ritmo, libero e flessibile,
doveva anch’esso riprodurre quello di una declamazione naturale.
L’assoluta predilezione del mondo fiorentino dell’epoca per la
monodia e la complementare avversione per la polifonia vanno
probabilmente collegate anche con un fattore di tipo sociologico:
in tale ambiente la discussione teorica venne quasi esclusivamente
monopolizzata dai nobili dilettanti a scapito dei musicisti
professionisti. Fu naturale, per i dilettanti, respingere il
contrappunto come un’arida prassi scolastica estranea alla loro
formazione e privilegiare invece uno strettissimo rapporto della
musica con quello che era uno dei loro terreni artistici favoriti:
la poesia lirica e quella drammatica.
Così, finanziata da Corsi, fu creata quella che forse costituì la
prima opera in musica: la “Dafne”, pastorale drammatica su testo
di Ottavio Rinuccini e musica di Jacopo Peri e di Jacopo Corsi
stesso, composta nell’inverno 1594-95 e rappresentata
pubblicamente per la prima volta nel palazzo Corsi durante il
carnevale 1598. Purtroppo la musica della “Dafne è andata perduta
(solo alcuni frammenti contenuti in vari manoscritti possono
essere ricondotti ipoteticamente ad essa); non si può dunque
avanzare alcuna conclusione sul suo reale stile musicale.
Emilio de’ Cavalieri compose il primo esempio totalmente
sopravvissuto di dramma monodico per recitar cantando: la
“Rappresentatione di Anima, et di Corpo”, allestita a Roma, presso
l’oratorio della Chiesa Nuova, nel febbraio dell’anno 1600. Essa
non è propriamente un’opera, perché tratta un argomento sacro (una
disputa tra Anima, Corpo e altri personaggi simbolici, che si
conclude con l’immancabile vittoria dei valori spirituali su
quelli terreni); ma la prima composizione drammatica, con scene e
costumi interamente cantata, che sia sopravvissuta fino ad oggi
(essa fu anche la prima composizione di tale tipo ad essere
pubblicata, essendo uscita a stampa nell’autunno del 1600).
In occasione dei festeggiamenti in onore del matrimonio per
procura di Maria de’ Medici con il re di Francia e di Navarra
Enrico IV, fu invece rappresentata a Firenze il 6 ottobre dello
stesso anno 1600 quella che oggi si considera la prima, vera opera
in musica perché è la più antica composizione di tale genere che
ci sia rimasta: l’”Euridice” di Jacopo Peri (e Giulio Caccini) su
testo di Ottavio Rinuccini.
Le nuove esigenze dell’incipiente epoca barocca (monodia con basso
continuo, stile concertante, tendenza alla rappresentatività,
volontà di muovere gli affetti) crearono così proprio allo
schiudersi del nuovo secolo un genere musicale che non conobbe più
tramonto: l’opera in musica.
Monteverdi e la “seconda prattica” – Storia dello sviluppo del
madrigale con Claudio Monteverdi
Il passaggio tra ‘5 e ’600 rappresentò davvero una svolta
decisiva: in tale periodo si serrarono definitivamente le porte
sull’epoca rinascimentale, schiudendole invece al nuovo mondo
barocco. Ciò condusse allo sbocciare di nuovi generi musicali o al
radicale ripensamento di quelli già esistenti.
Anche il vecchio e glorioso madrigale fu coinvolto in questo
processo. Esso dovette accantonare la sua intrinseca natura
polifonica e accogliere nel proprio tessuto musicale le nuove
esigenze barocche (monodia con basso continuo, stile concertante,
tendenza ala rappresentatività) per ottenere il fine principale
della musica dell’epoca: muovere gli affetti degli ascoltatori. Il
madrigale attraversò così una graduale ma inarrestabile
estinzione, che si può considerare praticamente compiuta alla metà
del ’600.
Claudio Monteverdi, a differenza dei suoi contemporanei, non
abbandonò tale genere musicale neppure addentrandosi in pieno
’600.
Claudio Monteverdi, cremonese, trascorse la prima giovinezza nella
città natale e poi buona parte della sua vita a Venezia.
Complessivamente il compositore cremonese pubblicò ben otto libri
di madrigali (un nono libro di madrigali e canzonette uscì
postumo), che formano l’ossatura portante della sua produzione. Il
materiale let
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