Teologia – Riassunto del corso 1° anno
Visione del film: "La leggenda di Bagger Vance"
È un film del 2000 diretto da Robert Redford. Lo spezzone "Vedere il campo" mostra il nostro essere in Università e apre la panoramica dei vostri studi, compresi quelli di Teologia. Studiare teologia è un percorso che non consiste solo nel mettere in fila delle nozioni da acquisire, ma che ci implica in prima persona. Will Smith a un certo punto dice a Matt Damon: "Quello che devi fare lo puoi fare solo tu" e sfuma fino a scomparire. Dire quelle cose sono servite a far comprendere che il gioco del golf non è applicazione di una tecnica, ma un’esperienza che coinvolge tutto di noi: "C’è il colpo che è in armonia con il campo in cui sei, ed è il tuo colpo". L’esito di questa ricerca dipende da noi, come lo è stato per noi la scelta della facoltà cui iscriverci. Abbiamo ascoltato pareri e opinioni diverse, però siamo stati noi poi ad aver scelto definitivamente quale corso intraprendere. Quello che diciamo ha a che vedere con una questione che ci trascende, che ci supera, è un obiettivo che ci appare molto lontano da raggiungere, ma che ci coinvolge perché qualunque cosa che noi facciamo è legata a quell’obiettivo.
A cosa serve la teologia?
Teologia è etimologicamente "discorso su Dio". Dove si manifesta la necessità o la plausibilità di un discorso su Dio? Perché mai deve affacciarsi alla nostra mente una domanda su Dio? Si possono raggruppare in diversi ambiti:
- La necessità di dominare i fenomeni che sfuggono alla nostra comprensione facendo ricorso a un’entità superiore, nella fattispecie Dio;
- Il desiderio, attraverso il pensiero di Dio, di manipolare me stesso e gli altri;
- La necessità di porre una meta all’esistenza terrena della quale si percepisce il limite;
- La necessità di porre una morale. Perché si avverte che il fondamento di ogni legge morale sta al di fuori della morale stessa.
Come nasce la scienza?
La scienza si sviluppa a partire dall’esperienza, dalla considerazione del reale (metodo empirico-induttivo della scienza galileiana). La conoscenza nasce all’osservazione, dall’ascolto (di chi mi ha preceduto e di chi cammina con me) e dal confronto intelligente. Si impara attraverso la relazione. Conosco me stesso (mistero che si rivela) attraverso un altro che mi parla: la realtà, le persone. La realtà è un mistero, la mia vita stessa lo è. Bisogna conoscere il mondo in cui sono ed abbracciarlo in tutto il suo significato. Per questo dobbiamo osservare a ciò che ci circonda e mantenere un’apertura di chi si lascia introdurre nel mistero della vita, nella sorpresa di una rivelazione. Osservazione, rivelazione, intelligenza profonda e propria sintesi conferiscono il dono della Sapienza, la proporzione e la saggezza di una meraviglia che è la mia vita e che è la vita di chi mi circonda.
Chi arriva in una situazione nuova si accontenta di essere guardato, accettato, accolto. Ma questo sguardo, questa accettazione, questo accoglimento diventano via via più impegnativi e profondi, richiedono, dei "SÌ" e dei "NO", delle scelte. La grandezza di ognuno consiste nel non lasciarsi omologare o determinare dai propri ragionamenti e impulsi. Il nostro crescere è un crescere insieme. Ognuno è responsabile, per sé e per gli altri, della sua visione della vita, della sua storia, del suo destino. Non è pensabile che la mia domanda e le mie risposte siano puramente un fatto privato, solo personale e individuale, bensì trascinano il mondo e gli altri, e li condizionano.
Come aprire gli occhi prima di arrivare alla disperazione? Qualsiasi cosa che noi facciamo, o non, implica una responsabilità. Ad esempio, possiamo diventare complici di situazioni nelle quali siamo coinvolti e vediamo cose, ma non interveniamo. Come possiamo non ritenere "normali" situazioni ingiuste ma diffuse e vicine a noi? Responsabilità (dal latino responsus, participio passato del verbo respondere, ovvero "risposta", "rispondere") è ciò che rimanda alla mia libertà. Attraverso il proprio pensiero e il proprio esempio, ciascuno di noi può contribuire ad accendere o a spegnere dentro di sé ed intorno a sé la Speranza.
Chi è l’uomo - l’uomo come relazione, persona e non individuo
Di che cosa ha bisogno un uomo per vivere? La sua vita è relazione che comporta stare davanti a delle persone, e non a delle "cose". Ogni persona è un mondo per cui per entrarvi in relazione, devo impegnare in quel rapporto tutto me stesso. La conoscenza di una persona può avvenire attraverso i sensi: il tatto, che mi permette di toccare una persona. La vista, va oltre, mi dà la possibilità di conoscere cose e persone al di fuori della portata del mio tatto. poi c’è la ragione, che mi permette di conoscere e di relazionarmi con chi sta al di là dei miei sensi. Ciò non è sufficiente a conoscere una persona. L’unico modo per conoscere davvero una persona è entrare in una relazione personale per andare al di là delle apparenze, della "maschera". Per entrare in relazione devo ascoltare, devo far tacere tutte le altre cose, tutto ciò che mi può disturbare.
Quando il percorso di ricerca che facciamo ci mette davanti a Dio come persona, e non come "oggetto da studiare", diventa necessario che io mi metta in relazione con Lui. Il metodo della conoscenza richiede anche il cuore, ovvero un coinvolgimento affettivo e volitivo personale. Per conoscere veramente una persona bisogna stare davanti a lei nella verità, conoscendola nella misura in cui io sono attento e lei mi si offre. Io sono relazione, io esisto per una relazione di amore. Se questo è vero, è chiaro che ciò che qualifica la mia vita è la capacità di avere una relazione di amore.
Nella teologia quando si valuta l’ipotesi di Dio e si separano i saperi (ad esempio, la scienza dalla fede, la natura dalla grazia) si rischia di non capire nulla di nessuna delle realtà che si studia. La ricerca di Dio deve fare unità fra le cose che sappiamo. Oggi invece è in questione la stessa idea di natura: che cos’è la natura? Io valuterò chi mi sta davanti e questo caratterizzerà tutto il mio rapporto con lui. Questo approccio rende fragile la mia relazione: ci sono persone che si uccidono dopo essere state abbandonate. Per questo cerco amici, compagni; persino il lavoro mi realizza nella misura in cui mi pone di fronte agli altri. L’esperienza conferma che quanto più qualcuno è importante per una persona, tanto più la ferisce. Ferisce il suo dissenso, la sua mancanza è in qualche modo la misura e l’anticipo della sua morte.
Osservazione della realtà
Prima di tutto quindi devo osservare la realtà e cercare di capire se questo soggetto che sto cercando è dentro al mio campo visivo. Non è detto che possiamo affermare con troppa sicurezza che Dio non è visibile; magari io non lo vedo, ma può essere che io semplicemente mi sia posto in un punto di vista dal quale non posso vederlo. Per stabilire un rapporto non è necessaria la visione diretta di un soggetto: l’osservazione della realtà è il punto di vista della teologia: si può parlare di Dio solo nella misura in cui lo consideriamo un "oggetto" reale e conoscibile.
Esiste una verità?
La questione vera oggi si pone banalmente in questi termini: guardandomi attorno vedo tante idee tutte diverse fra loro; quindi, concludo che nessuna è vera e che finora mi hanno solo raccontato delle favole. Oppure faccio un esperimento: mi hanno sempre detto che se non vado a messa la domenica vado all’inferno. Ho fatto una prova, non sono andato a messa e non è successo nulla, non sono morto. Osservo la realtà e anche in questo caso concludo che quello che mi hanno insegnato è una favola da bambini. Decidere di non partecipare alla messa domenicale, molto banalmente, non ci consente di verificare se vado o no all’inferno. Il modo in cui si perde la fede alle volte è veramente banale. La questione, dunque, è quella di fondare i nostri passi, i nostri "esperimenti", sulla ricerca della verità, della quale possiamo parlare e alla quale possiamo avvicinarci, o allontanarci, ma che difficilmente possiamo pretendere o presumere di possederla tutta. Nell’ipotesi di Dio sta dentro tutta la nostra vita, ci sta il senso, il valore di tutto. Ma c’è chi, Jean Paul Sartre ad esempio, afferma il contrario: che se Dio esiste l’uomo non è niente.
Le posizioni di fronte all’esistenza di Dio
Sinteticamente, le posizioni di fronte all'esistenza o all'inesistenza di Dio possono essere schematicamente divise in tre categorie: posizioni teiste, atee e agnostiche.
- Teismo: per il teismo, esistono ragioni sufficienti per credere nell'esistenza di Dio o di divinità; si suddivide in ulteriori tre forme dissimili fra di loro:
- Il panteismo: Dio non solo esiste, ma è dappertutto,
- Il politeismo: Era la condizione più diffusa sia in Grecia che nella Roma imperiale; ci sono tanti dei che sono per lo più il prolungamento delle nostre esigenze e dei nostri bisogni;
- Il monoteismo: si innesta nella storia del popolo ebraico, Israele è consapevole che la sua esperienza di un Dio unico è anomalo in quanto tutti gli altri popoli avevano una molteplicità di dei.
- Ateismo: per l'ateismo non esistono ragioni sufficienti o necessarie per affermare l'esistenza di Dio o di divinità; oppure, l'esistenza di Dio o di divinità è un impossibile dal punto di vista logico od ontologico. Le ragioni che sostengono questa posizione possono essere diverse fra loro: c’è chi crede nella scienza (scientismo), oppure nella esperienza (pragmatismo), o ancora nella ragione filosofica (filosofismo) e non in qualcuno che la suscita.
- Agnosticismo: per l'agnosticismo l'esistenza di Dio è inconoscibile, oppure essa non è attualmente conosciuta (pragmatismo). Qui entriamo in una questione più complessa: l’agnosticismo, che si fissa nella convinzione che io non posso sapere, può diventare dogmatismo, ma qui cade in una contraddizione. Questa posizione, figlia del c.d. "pensiero debole", che non si spinge ad affermare se non quello che può con sicurezza dimostrare, non può neppure sostenere che io non posso sapere nulla di Dio senza contraddire il proprio assunto principale. Se dico che non posso sapere niente di Dio la pongo come affermazione assoluta: ma io ho appena detto che non posso fare affermazioni assolute.
Il teismo e l'ateismo si contrappongono portando a sostegno tesi per lo più logico-dialettiche sino al XIX secolo, dal XX anche ontologiche. Entrambi i campi possono essere a loro volta divisi in due gruppi ognuno, basati sul convincimento che la propria posizione sia o meno dimostrata definitivamente dalle argomentazioni.
Razionalismo e fideismo
Siccome stiamo parlando di una realtà "eccedente", trascendente, che supera i nostri limiti abituali, è possibile rapportarsi a Dio solo nella misura in cui questo è compatibile con la nostra piena razionalità. Il razionalismo afferma che esiste solo ciò che la nostra ragione comprende. Oggi credo che tutti conveniamo che sia inaccettabile pensare che esista solo ciò che io posso capire, ma da Kant in avanti ci si pone seriamente l’esigenza di approfondire rapporto tra la ragione e la realtà.
Il fideismo: la pretesa di usare la ragione per penetrare nel mistero è una pretesa folle. Attenzione però: razionalismo non significa ragione, perché la ragione in questo ambito eccede i confini che le sono assegnati dalla conoscenza, pretende di essere l’unica, non solo depositaria, ma addirittura creatrice della realtà: esiste solo ciò che io penso. La ragione ha una funzione più umile: quella di riconoscere la realtà, per quanto le è possibile. La fede non coincide d’altra parte con il fideismo, che è accettazione passiva, senza intelligenza, a una affermazione solo per il fatto che è stata pronunciata.
L’intelligenza della fede (epistemologia della teologia)
L’agnosticismo non significa "intelligenza della fede" che è la prospettiva che noi scegliamo. La fede mi permette di comprendere la realtà, di conoscere, letteralmente, la realtà. Già nel IV secolo sant’Agostino scrive: "Credere non è altro che pensare con assenso". Cioè aderire al pensiero. Agostino parla di autentica fede: un’adesione, un assenso del pensiero alla realtà. Il mio pensiero non è strumento di creazione della realtà, ma di ricognizione, di rielaborazione della realtà.
Un’altra testimonianza cui voglio ricorrere è quella di Hanna Arendt. Secondo lei stiamo mettendo semplicemente i presupposti per chiarire che, quando parliamo di fede, parliamo di adesione alla realtà pensata, a quella realtà riconosciuta dalla mia ragione quando entro in me stesso. Quando non sono troppo assorbito dalle troppe cose che mi sono proposte e che mi tolgono il tempo di pensare.
Papa Benedetto XVI e Papa Francesco: due diversi approcci
Oggi c’è una diversa concezione del rapporto tra fede e ragione: non lo dico per opporre queste due figure, ma per proporre due diverse polarità nell’approccio a questa questione. Benedetto XVI intende così il rapporto tra fede e ragione: la ragione è la possibilità di ampliare sé stessa, cioè la ragione credendo si apre a una intelligenza più profonda. La ragione non sarà mai capace di abbracciare tutta la realtà, ma è chiamata piuttosto a aderirvi. Dobbiamo sempre partire dalla realtà che ci interpella.
La ricerca del Fondamento è necessario sostegno alle esperienze di conoscenza quotidiana dell’uomo. Qui si pone la ricerca su Dio come totalmente inerente ad ogni cosa che sono e faccio, spero e perdo. Posso "essere" tante cose, avere tanti ruoli. Ma non tutte le "cose" che sono o i ruoli che ricopro mi fanno crescere. Alcune mi distruggono. Occorre trovare un tu che non tradisca per comprendere davvero chi sono io. È necessario superare qualcosa che percepisco come impossibile, come il limite ed è difficile perdonare chi li pone. Anche un affetto eccessivo (possessivo) può essere percepito come violento. Così si può arrivare a non saper perdonare i genitori per ciò che sono o che hanno fatto di me. Ciononostante, è importante dare risposta a queste ferite che fanno parte della esperienza quotidiana di ciascuno. L’esperienza di essere incapaci di perdonare una persona che ci ha deluso ci rimanda inevitabilmente alla ricerca di qualcuno su cui appoggiare la nostra ricerca.
La questione dell’esistenza di Dio
Come posso sapere se esiste Dio? Perché l’uomo parla di Dio? Dio è solo una risposta che placa il mio desiderio di risolvere situazioni e problemi? Se è così, aveva ragione Marx nel definire la religione "oppio dei popoli". La morte non è un passaggio naturale, infatti la persona viene sepolta per essere conservata e onorata, non scompare nel nulla e questa esperienza è solo per l’essere umano.
Oggi non vogliamo sperimentare la morte, la si vede come un tabù: cimiteri fuori dalle città, esequie celebrate in luoghi asettici, la cremazione… la scienza oggi allunga la vita e così si pone il problema dell’immortalità (sopravvivenza biologica). Questo non elimina le domande sulla vita: proprio la possibilità della manipolazione della vita ci obbliga a vedere come la qualità della vita sia fondamentale per l’esistenza umana; infatti, quando si parla di eutanasia molti dicono che l’uomo può e deve disporre di sé, questa forma di individualismo miope non può fare i conti con la morte delle persone care.
Come possiamo indagare su Dio
Conoscere Dio richiede di essere in relazione con lui. La teologia più recente pone per poter studiare Dio, oltre al principio di causalità (se esiste un fenomeno, c’è una causa proporzionata che lo produce) o di contemplare attraverso le opere il credere. La ricerca teologica consiste nel porsi davanti a Dio, consegnando a Lui l’onere di manifestarsi nei segni della sua Presenza e Volontà. Avere fede significherà non tanto credere che Dio esiste, ma credere in Dio e credere a Dio che si manifesta attraverso dei segni. L’uomo può riconoscere in sé l’evidenza di questi segni, quindi può credere. La verità va quindi ricercata nelle proprie conoscenze, ma ci sono alcune persone che non riescono perché non hanno gli strumenti adeguati a farlo.
La vera alternativa a Dio: l’idolo
L’idolo è il vero antagonista di Dio: l’alter ego di Dio non è il diavolo, ma l’idolo, qualcosa da adorare al posto di Dio. Qualsiasi cosa o persona può diventare un idolo: quella ragazza, quell’amico, il denaro, il mio corpo. L’idolo è qualcosa che deve essere a mia disposizione quando voglio, mentre Dio per definizione, non lo è, non lo può essere. Però a quella cosa, a quella persona, io attribuisco la potenza salvifica che attribuisco a Dio. "Se accumulerò molto denaro sarò felice, sarò nella pace". Dio è una persona che liberamente mi chiama, che liberamente mi aspetta. Mentre l’idolo deve essere disponibile sempre alle mie esigenze. L’idolo non riempie quel vuoto, che non è possibile riempire con qualcosa che non sia il "tutto". Se io sacrifico al denaro la mia giovinezza, la mia dignità, la mia...
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