Sin dalla nascita del primo alveo amministrativo palesatosi alla fine
del XVI secolo in Francia la tendenza accentratrice, peculiarità del
sistema burocratico continentale ha inciso nello sviluppo
dell’amministrazione, dapprima partendo dalla costituzione delle
circoscrizioni amministrative, le quali hanno permesso di
razionalizzare le finanze statali in vista di una sempre più crescente
competizione internazionale, aprendo una necessità di
razionalizzazione tutta in divenire, traghettata dall’evolversi delle
circostanze politico-sociali, sempre di ansiose di libertà negate
durante il periodo dello Stato assoluto e costituzionalizzate seppur in
Statuti brevi e ancora assoggettati all’ingerenza regia gelosa delle
proprie prerogative. Le conquiste della Rivoluzione hanno portato
sino a noi italiani dopo la discesa di Napoleone nella penisola una
ventata d’aria fresca che è stata ben accolta dai popoli e
forzatamente imposta ai sovrani dagli eventi seppur condite dal
carattere ottriato dei primi testi (1848). Tornando all’amministrazione
anche qui viene attuato nel Regno di Sardegna, nel periodo
antecedente l’unità il famoso quadriellage alla francese (durante il
governo Alfieri, 1848). La burocratizzazione degli apparati di
governo, e la tendenza centralizzatrice necessaria inizialmente per
istituzione di apparati unitari rispondenti al disegno del soggetto
statale, sono stati il trampolino di lancio verso un graduale
riconoscimenti dei diritti e verso una razionalizzazione della stessa
macchina statale. Nel periodo Cavouriano (1852) gli organi collegiali
sono ancora privi di esistenza statutaria, stesso quadro nel quale va
collocata l’assenza di mezzi che consentano al presidente del
consiglio una chiara leadership che possa contare sul sostegno di
una maggioranza solida, al tempo stesso frammentata dai vari
interessi regionali, che tuttavia vedono inserire il Piemonte, tramite
l’avvio di lavori pubblici, nel mercato europeo. Per riconoscimento
democratico decentralizzatore, bisognerà attendere che le classi
moderate siano sufficientemente stimolate dalle necessità di
governo, che in Italia avrà luogo in modo crescente grazie al
ricercato appoggio delle Deputazioni provinciali, strumenti necessari
per ricercare forme di consenso basate su un intercambio di interessi
fra centro e periferia, che daranno luogo ad un centralismo meno
organico di quello francese, favorito appunto dalla comunicazione
istituzionale dal basso verso l’alto. Concentrandosi sull’ordinamento
comunale e provinciale vengono progressivamente enunciati per
legge (1859) uguali ordinamenti di comuni ( con sottrazione di
cespiti locali a favore della finanza statate) gli organi e le funzioni ad
esso associati: sindaci di nomina governativa affiancati da una
giunta e analogamente in provincia, governatore di nomina regia
affiancato dalla deputazione provinciale. Sempre durante il governo
Rattazzi vengono enunciate una serie di leggi per il riordino
amministrativo, come l’istituzione della Corte dei Conti e il riordino
del Consiglio di Stato. Cavour dopo Rattazzi e gli avvenimenti delle
guerre d’indipendenza cerca di dare impulso all’istituzione delle
regioni tramite la creazione di una direzione generale delle provincie
presso il ministero degli Interni a Farini e Minghetti che propongono
misure all’avanguardia ma troppo in anticipo coi tempi, ovvero la
creazione di assemblee regionali deliberanti non antagoniste del
Parlamento, con compiti volti a decentrare alcune funzioni statali
come lavori pubblici, istruzione superiore, caccia, pesca e
agricoltura. Le proposte verranno accantonate in seguito alla
spedizione dei 1000 che mutano il quadro politico e soprattutto per
la difficile gestione delle Luogotenenze istituite presso le Regioni
liberate dai borboni. Dopo la morte di Cavour vanno annoverati i
provvedimenti all’avanguardia di Ricasoli alla base del futuro assetto
amministrativo: parificazioni dei nomi e degli stipendi dei funzionari
pubblici, scomparsa della distinzione politica e amministrativa tra
prefetto e intendente. Il prefetto cumulando le due funzioni diventa il
pilastro dell’ordinamento statale in provincia mentre con altri decreti
vengono trasferite alle Prefetture competenze in materia di servizi di
pubblica utilità, pubblica sicurezza, istruzione e culto. Vengono
quindi accantonate le proposte minghettiane e i provvedimenti
transitori ricasoliani sanciscono la definitiva organizzazione del
Regno d’Italia. Tra gli interventi legislativi sono da segnalare i (dopo
Ricasoli e Peruzzi) l’intervento per l’unificazione legislativa e
amministrativa del Regno del generale La Marmora, sanciti dalla
legge comunale e provinciale del 1865, proposta dal ministro
dell’Interno Lanza, composta di 6 allegati:
- A: Conferma della legge comunale e provinciale;
- B: legge di pubblica sicurezza (confino e ammonizione);
- C: viene estesa la legislazione sanitaria vigente nel Regno di
Sardegna a tutto il territorio nazionale;
- D: introduce la legge sul Consiglio di Stato, con la quale
vengono eliminati tutti gli organi analoghi sopravvisuti;
- E: sancisce il passaggio del contezioso amministrativo dai
tribunali speciale alla magistratura ordinaria (ma solo in materia
dei diritti civili e politici, oppugnabili tramite ricorso di tipo
gerarchico);
- F: criteri di classificazione di infrastrutture e attribuzioni per la
costruzione e manutenzione a determinati enti locali.
In questo periodo viene inoltre sancita la prima unificazione
legislativa del paese perché entrano in vigore il codice civile, di
procedura civile, di commercio e della marina mercantile.
L’amministrazione periferica ricalca la geografia delle provincie e
le funzioni del prefetto sono: sovrintendere alla pubblica sicurezza,
è capo della polizia, può sciogliere i consigli comunali e nominare i
sindaci, ed è capo della deputazione provinciale, esercita quindi
poteri di amministrazione attiva. Caratterizzante della fase
antecedente al primo conflitto mondiale, seppur fatta eccezione
per il breve periodo antecedente al governo I governo Depretis, è
il crescente disavanzo nei conti pubblici, foraggiato da un
ventaglio di impopolari imposte sui consumi. Per ovviare al
dissesto finanziario durante il governo Menabrea (1867) vengono
istituiti la Ragioneria di Stato l Ragioneria centrale dei ministeri e
gli uffici di intendenza provinciali (obiettivo precluso anche
durante il successivo governo Lanza che si occuperà dello
spostamento della capitale a Roma). La crisi finanziaria della
borsa di Vienna (governo Minghetti) è il crescente malcontento
operato dall’insorgere di nuove tasse che gravano sulle masse
popolari favoriscono l’ascesa di consensi nei confronti della
sinistra storica, che include anche i meridionalisti (Stradella:
istruzione laica e gratuita, estensione del suffragio, parziale
decentramento). Quest’esperienza è comune anche ad altri paesi
europei alla fine del XIX secolo, i quali ampliano la spesa pubblica
innestando i primi interventi previdenziali (Germania, invalidità di
vecchiaia programmi assicurativi contro gli infortuni). Gli eventi
istituzionali di rilievo nel continente sono rappresentati dalla
nascita del Reich e dal mutamento della forma di governo in
Francia in seguito alla caduta di Napoleone III. In Italia durante il
governo Depretis è da annoverare la legge Coppino sull’istruzione,
laica, gratuita e obbligatoria (sanzioni per genitori inadempienti)
dai 6 ai 9 anni, legge che finirà col legarsi alla successiva legge
elettorale. In politica estera dopo Depretis, gli eventi vedono
protagonista Cairoli, incapace di porre una trattativa efficace con
l’Austria al Congresso di Berlino in merito alla restituzione del
trentino (dopo che l’Austria aveva occupato la Bosnia-Erzegovina)
e dopo il “problema tunisino”, che vide lesi gli interessi economici
italiani in Tunisia (paese dove ebbe una forte influenza economica
pari a quella francese, paese che vi esercitava di fatto
un’egemonia) dopo l’instaurazione del protettorato su di esso da
parte francese. Lo scacco subito in Tunisia spingerà l’Italia a
iniziare le trattative per la Triplice alleanza, evento che provocherà
delle contrapposizioni politiche trasversali agli schieramenti
tradizionali (germanofili e francofili). La stipula del trattato
coincide con la riforma elettorale, che ribalta il sistema del collegio
uninominale, incentrato sui legami notabiliari, introducendo il
sistema plurinominale con scrutinio di lista, rendendo la riforma
uno strumento di manovra elettorale a favore della sinistra,
collocandosi oltretutto nella manovra trasformista di Depretis che
ammette di non poter rigettare “chi vuol diventare progressista”,
azione mirata all’unione dei centri per arginare le forze
extraparlamentari dei rossi e dei neri. Il gioco trasformista si
realizzerà solo nella forma, tuttavia Depretis sarà il vero fulcro
della politica italiana fino al 1888 (3 esecutivi), momento nel quale
subentrerà alla presidenza del consiglio la figura del grande
statista Francesco Crispi. Crispi riuscirà a far varare il un decreto
che darà chiara preminenza politica al presidente del consiglio
rispetto ai suoi omologhi, fissando l’organico dell’ufficio e fornendo
alla segreteria funzioni di coordinamento politico e amministrativo,
oltre che a ridimensionare il principio di responsabilità degli altri
ministri. Si procede inoltre al riordino dell’amministrazione,
sancendo la discrezionalità del governo nella creazione o
soppressione di ministeri, riuscendo così a separare la Finanza dal
Tesoro. Con l’articolo 2 dello stesso provvedimento vengono
istituiti i sottosegretari di Stato (viceministri) trasformando una
carica amministrativa in carica politica. Per quel che riguarda
l’ordinamento comunale si fanno procedere libertà individuali e
rafforzamento dell’esecutivo parallelamente, in quanto viene tolto
al prefetto la presidenza della Deputazione provinciale, che da
adesso avrà un presidente eletto dal consiglio, provvedimento
affiancato dalla creazione della giunta provinciale amministrativa
di cui il prefetto è presidente, con un consiglio composto da due
membri designati dal ministro dell’Interno più altri 6 membri
nominati dal consiglio provinciale. La deputazione perde così la
tutela sui comuni, che viene affidata alla giunta amministrativa. La
creazione della GPA risponde inoltre alla questione lasciata irrisolta
dall’allegato E in merito al contenzioso amministrativo, in quanto
essa sono attribuite funzioni giurisdizionali in prima istanza,
mentre i giudizi in seconda istanza sono affidati alla IV sezione del
Consiglio di Stato (operante come soggetto terzo, istituita con una
legge precedente), operando una diversa gradualità della tutela
che adesso interessa gli interessi legittimi, lasciando la lesione dei
diritti civili e politici alla magistratura ordinaria. Viene così
interrotta la commistione tra apparati centrali e apparati
amministrativi. Viene sancita l’elettività dei sindaci nei comuni con
popolazione superiore a 10.000 abitanti e viene ristretta la soglia
tributaria a 5 lire, estendendo l’elettorato amministrativo (riforma
dei poteri locali inclusa nel testo unico della legge comunale e
provinciale, 1889). Viene inoltre promulgata nel 1888 la legge
sulla sanità che sancisce la liceità dell’intervento statale in campo
sanitario, che fornisce l’indirizzo ai funzionari periferici. Nel 1890
viene invece istituita la congregazione della carità, nella quale
confluiscono le opere pie esistenti, base per il futuro sistema
previdenziale. Viene promulgato il codice penale Zanardelli che
abolisce la pena di morte e inserisce nella legislazione penale il
sistema della gradualità delle pene, riducendo le stesse per i reati
minori, e introducendo indirettamente la liceità dello sciopero,
accogliendo quindi gli orientamenti liberali. Contemporaneamente
viene promulgato il testo unico di pubblica sicurezza che restringe
invece le libertà (riunione), confermando l’uso dell’ammonizione e
del domicilio coatto, utilizza anche strumenti repressivi preventivi
per contrastare il fenomeno criminale e di opposizione politica (atti
repressivi contro le persone pericolose). Rafforzamento
dell’esecutivo e riconoscimento delle libertà individuali procedono
parallelamente. la riforma dell’amministrazione diventa
inevitabile, e si parte dal ministero dell’Interno che viene
strutturato in quattro direzioni generali: sanità pubblica, carceri,
pubblica sicurezza, amministrazione civile. A sua volta la direzione
di pubblica sicurezza verrà articolata in due divisioni: polizia e
polizia giudiziaria amministrativa. Gli interventi dell’esecutivo
fanno appello alla ritrovata centralità della direzione statistica. Il
ministero di Crispi cadrà a causa della maggioranza irrequieta a
causa dell’aumento della pressione fiscale e del disavanzo
pubblico. Prima del ritorno dello statista siciliano vi sarà una
parentesi rappresentata dal breve governo Rudinì (che reintroduce
il collegio uninominale) incentrato sul ridimensionamento degli
eccessi del crispismo (non ha maggioranza) e dal primo governo di
Giolitti che farà varare la legge sull’unificazione degli istituti di
emissione (1893, istituzione della Banca d’Italia). Questo governo
deve fronteggiare il crollo del sistema bancario, il dissesto
economico e la nascita delle prime organizzazioni dei lavoratori,
fronteggiate con la proclamazione dello stato d’assedio e con la
proclamazione delle leggi eccezionali antianarchiche. Il ministero
dura 3 anni a causa della stratificazione dell’opposizione, che
accoglie settori della borghesia a causa dell’inasprimento fiscale,
oltre che radicali e socialisti (avvicinati dal malcontento sociale). Il
crispismo ha ufficialmente fine con la sconfitta di Adua, che
consegna all’Italia il triste primato di potenza europea sconfitta in
Africa. Il ministero vedrà presidente Rudinì orientato su un
riformismo conservatore che avrà come positivo lascito solo
l’introdotta elettività dei sindaci anche nei comuni con popolazione
inferiore a 10.000 abitanti, completando la legge comunale
crispina (sto stronzo voleva inserire il voto plurimo ma gli è stato
approvato solo il suddetto provvedimento). Il governo di Rudinì
(Bava Beccaris, 100 morti a Milano) e il successivo governo
Pelloux (provvedimenti eccezionali, forzature costituzionali) si
distingueranno per la dura repressione nei confronti delle masse in
seguito all’aumento dell’imposta sul grano. Durante il successivo
governo Saracco si assisterà (dopo l’uccisione di Umberto I e
l’insediamento di Vittorio Emanuele III) ad una transizione delle
classi dirigenti verso posizioni più aperte alle riforme sociale, per
citare Sonnino “riformare per meglio conservare” e Giolitti che
sosteneva che bisognava impadronirsi di ciò che è ragionevole del
programma socialista. In questo periodo il paese è smosso dalle
rivolte a seguito allo scioglimento della Camera del lavoro di
Genova, momento che vede gli scioperi propagarsi nel resto della
penisola (per ragioni diverse); i giolittiani votano una mozione di
censura contro l’azione del governo approvata a larga
maggioranza. Saracco presenta le dimissioni (1901) e l’incarico è
affidato a Zanardelli con Giolitti all’Interno, i quali inaugurano una
politica liberale che prevede la difesa della libertà sindacale e
l’esercizio dello sciopero nei limiti della legge con lo scopo di
inserire il movimento operaio nel sistema politico istituzionale. In
tal senso Giolitti svolge un’intensa opera di mediazione tra
lavoratori e imprese tramite i funzionari periferici per il
mantenimento dell’ordine pubblico, mentre al sud si registra una
linea più dura. L’attività di governo ha effetti innovativi sulla
legislazione sociale, vengono regolamentati il lavoro delle donne e
dei fanciulli, viene abolito il lavoro notturno e vengono previste
una serie di disposizioni assicurative e previdenziali nei confronti
delle lavoratrici madri e di altre categorie di lavoratori. Nel 1902
sono istituti l’ufficio del lavoro e il Consiglio superiore del lavoro,
con lo scopo di fornire all’esecutivo strumenti conoscitivi volti a
prevenire i conflitti sociali. Anche questi interventi sono limitati
agli strati più organizzati della classe operaia (nord). Emergerà la
polemica dei meridionalisti, e in tal senso Nitti riuscirà nel far
varare due leggi per Napoli volte all’unificazione dei debiti
comunali e ad avviare il processo di industrializzazione nella
capitale del sud (1904). Per quel che riguarda il resto del
meridione vanno annoverate le leggi per la costruzione
dell’acquedotto pugliese e la legge speciale per la Basilicata per la
sistemazione idraulica, la fornitura d’acqua potabile, per il
risanamento dei centri abitati, e per l’avvio della costruzione di
strade e ferrovie. Queste leggi daranno l’avvio per a
provvedimenti simili che si estenderanno ad altre aree del paese,
e come si può notare l’amministrazione opterà per l’uniformità
della P.A. istituendo organismi speciali, operanti in un arco limitato
di tempo, lasciando immutato l’intervento in campo
amministrativo. Zanardelli rafforzerà l’azione dell’esecutivo
facendo varare un decreto che conferirà al Consiglio dei ministri la
facoltà di nominare e revocare le più alte cariche dello Stato
(diplomazia, esercito, prefetti, procuratori), evitando al tempo
stesso il minis
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