Estratto del documento

Giovanni Boccaccio e il Decameron

Fino ad oggi sono stati individuati 23 codici riconducibili direttamente a Boccaccio, per lo più conservati a Firenze, ma anche a Berlino, Toledo, Londra, Cracovia e nella Città del Vaticano. Sappiamo anche di 12 libri che sono stati parte della sua biblioteca e su cui ha lasciato traccia delle sue letture (per lo più di autori latini come Apuleio, Lucano, Ovidio, Orazio, l’Odissea).

Hamilton 90 è il nome dell’unico manoscritto del Decameron scritto dallo stesso Boccaccio, conservato alla Staatsbibliothek di Berlino, oggi sottratto alla visione diretta, se non in casi eccezionali, per proteggerlo dal naturale deterioramento della pergamena di scarsa qualità usata dall’autore, indice della situazione d’indigenza in cui doveva trovarsi. "Hamilton 90" richiama, come per molti altri manoscritti, al nome del precedente proprietario del codice: l’inglese Alexander Douglas, duca di Hamilton.

Il manoscritto è molto grande, 37x26.5 cm, e gli studiosi l’hanno datato attorno al 1370, quando Boccaccio aveva cinquantasette anni e stava affrontando un periodo molto duro: i tentativi di riscattare la propria condizione attraverso i contatti con la corte angioina di Napoli erano falliti e le sue condizioni economiche continuavano ad aggravarsi. Il grande formato, la distribuzione del testo su due colonne e la scrittura "semigotica" (netta e precisa) richiamano al formato usato all’epoca per i libri universitari, trattati scientifici, filosofici e morali. Indice che Boccaccio fosse consapevole dell’importanza che il suo capolavoro.

La stesura del Decameron

Secondo diverse ipotesi, una prima stesura completa del Decameron dovrebbe essere stata ultimata entro il 1351, quindi, intorno al 1370, Boccaccio si occupò semplicemente di copiare il suo capolavoro di una ventina d’anni prima senza modificarne il testo, se non per qualche parola segnata al margine per cui presentava ancora qualche indecisione. Nel Medioevo la scrittura dimostrava alcune consuetudini differenti rispetto ad oggi:

  • Articoli e preposizioni sono legati alle parole seguenti
  • Mancano accenti (si, percio) e gli apostrofi (lompetuoso, lalte, dandare)
  • La punteggiatura è differente e quasi assente
  • Sono frequenti abbreviazioni per risparmiare spazio (no(n) i(n)gegnato, pe(r)cuotere)
  • La congiunzione "et" è un simbolo a forma di 7
  • I suoni nasali /m/ e /n/ sono compendiati da un trattino sovrascritto
  • Le sillabe "pro" e "pere" sono compendiate con un taglio sulla "p"

Tutto ciò rende la lettura del manoscritto inizialmente difficoltosa. Inoltre, la stessa pergamena presenta nodi, squamature e pieghe che devono aver reso la scrittura faticosa. L’inchiostro si sta staccando dalla superficie e in alcuni casi è quasi illeggibile.

La carta e la pergamena

La pergamena era un materiale costoso ma, per quanto ne sappiamo, Boccaccio scelse di usare la carta, che si stava già diffondendo, in due sole circostanze: il suo Zibaldone (Biblioteca Laurenziana di Firenze) e per una lettera privata.

Il manoscritto e le sue difficoltà

Il primo foglio del documento, contenente il proemio e parte dell’introduzione, è andato perduto (insieme a due fascicoli che comprendevano parte della settima, della nona e della decima giornata), ed è stato sostituito nel Quattrocento in modo da confondersi il più possibile con il resto del volume: solo un grande riquadro è rimasto bianco, dove avrebbe dovuto essere aggiunta una grande lettera iniziale miniata. Nonostante lo sforzo mimetico, la differenza con il resto del documento è evidente: l’inchiostro è più scuro e il tratto più nitido, la distanza tra le righe regolare, il testo è inquadrato da ampi margini.

Descrizione della peste e cornice del Decameron

La parte autografa del codice inizia nel mezzo della descrizione della peste del 1348 di Firenze con "Maravigliosa cosa è a udire quello che io debbo dire: il che, se dagli occhi di molti et da’ miei non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fededenga persona udito l’avessi". "Maravigliosa" è usato, in questo caso, come "straordinario", in riferimento ad un fatto negativo: la peste. In quattro colonne e mezza, Boccaccio descrive la terribile pestilenza di Firenze, descrizione non necessaria per i lettori dell’epoca, che avevano vissuto sulla loro pelle le atroci sofferenze derivatene. La descrizione, tuttavia, è indice di una necessità da parte dell’autore di condividere e testimoniare ciò che era accaduto, dare all’opera un valore che andasse oltre il semplice diletto.

Dopo la descrizione della peste, inizia la cornice del Decameron: sette donne e tre uomini decidono di lasciare la città per cercare di ricostruire un modo di vivere civile e degno di esser vissuto. Partono all’alba di un mercoledì e arrivano in un palazzo di campagna con un gran cortile, i servitori hanno già sistemato le camere, una per ognuno. La brigata decide di trascorrere le ore più calde della giornata a raccontare a turno delle storie: dieci al giorno per dieci giorni. Ogni giornata sarà governata da un re o una regina, che designerà le attività e il tema generale delle storie. Solo Dioneo ha libertà di scelta sul tema e il privilegio di raccontare per ultimo.

La visione di giovani raggruppati in un giardino per distrarsi e sfuggire alla morte non era inconsueta all’epoca: nel Camposanto Monumentale di Pisa è ancora oggi visibile un ciclo di affreschi, attribuito a Buffalmacco, rappresentante i “Trionfi della morte”.

Evoluzione del manoscritto

Per facilitare il lettore nell’orientarsi all’interno della struttura del libro e mettere in luce l’architettura complessiva del romanzo, Boccaccio ha previsto un metodo di maiuscole di diversa grandezza e colore per indicare i vari livelli della narrazione:

  • Inizio delle giornate: grande lettera maiuscola miniata grande poco più di quattro righe di testo, di colore turchese con filamenti rossi che bordeggiano la scrittura in alto e in basso. All’interno altre decorazioni rosse e turchesi
  • Inizio del discorso del narratore: i colori sono invertiti, il corpo è di colore rosso, con ornamenti turchesi. È alta la metà di quella precedente
  • Inizio della novella: piccola maiuscola di colore turchese alta poco più di una riga
  • Rubriche: piccoli riassunti che descrivono il contenuto delle novelle destando anche suspence nel lettore. Erano utili anche per scegliere la novella più adatta ad essere letta rispetto alle circostanze o alla sensibilità del lettore. Erano interamente scritte con un rosso brillante, così come i passaggi di giornata.

I manoscritti erano costituiti da vari fascicoli di fogli ripiegati, tutti legati assieme. Per garantire una corretta impaginazione, alla fine di ogni fascicolo un piccolo disegno raffigurante un personaggio serviva a richiamare il fascicolo successivo. Sul petto della persona raffigurata, infatti, un piccolo rettangolino è lasciato bianco in modo tale da poter scrivere la prima parola del fascicolo che lo seguiva.

Al contrario degli usi dell’epoca, nel Decameron sono presenti moltissimi nomi propri del mondo reale (Giovanni, Masetto, Filippo…) per i personaggi delle novelle, altri, dichiaratamente finti, per i narratori, proprio per coprirne la reale identità.

Nel Medioevo si potevano usare segni grafici diversi per il medesimo suono, come "kare" e "casa", "tutto" e "tucto", e anche scrivere la stessa parola in modi diversi, come "dieci" e "diece", "domani" e "domane". L’idea di uniformità grafica, su cui si fonda l’ortografia moderna, era molto debole, considerato che l’italiano non si era ancora standardizzato e non ne esisteva una codifica grafica condivisa. In alcune parole era presente una differenza tra la scrittura e la lettura, soprattutto in quelle latineggianti (advisare, gratiosissime, optimo…). Essendo il latino la lingua in cui si leggevano la maggior parte dei testi di studio della propria formazione, erano, per lo più, riflessi involontari.

Molte parole, più volte ripetute nel corso del manoscritto, sono scritte in modi che rispecchiano la pronuncia reale che andava diffondendosi nel fiorentino parlato dell’epoca (e in alcuni casi ancora presente). È il caso di parole come "bascio", "camiscia", "cuscina", "brusciare". Essendo il fiorentino una delle lingue italiane antiche che conosciamo meglio, possiamo affermare che quando Boccaccio copiava la sua opera, forme come "prego" e "priego", "prova" e "prova", più "moderni" rispetto a "pruova" e "priego".

Errori e incertezze nel manoscritto

Sono presenti anche alternanze delle forme "avemo" e "abbiamo", "fossono" e "fossero", "tu sie" e "tu sii", e più difficile è collegare cambiamenti di forma a motivi espressivi, come per ricalcare la rozzezza di un personaggio (per esempio, nella novella di Andreuccio da Perugia si alterna "voce" a "boce"). In alcuni casi non c’è dubbio sul fatto che Boccaccio usa termini diversi per caratterizzare il parlato dei personaggi, come per il termine "moglietaia" nella novella di Calandrino e Buffalmacco. I dialoghi nel manoscritto sono scritti di seguito, l’autore è costretto, perciò, a ripetere “disse” ad ogni battuta.

In cinque punti del manoscritto Boccaccio dimostra indecisioni, per esempio: nella decima novella della quinta giornata (sulla donna adultera di Pietro di Vinciolo) annota al margine "confortar", che vuol dire esortare, come eventuale sostituto di "pregara". Tra le due parole c’è un’evidente differenza di significato. Queste incertezze possono essere causate dalla volontà di rimandare ad altri episodi letterari, come in questo caso ad un passo delle “Metamorfosi” di Apuleio dove una donna adultera suadebat maritum ad andare a letto. Errori e sviste sono molto ricorrenti nella stesura del manoscritto, e, ogni volta, un segno di richiamo indica il punto del testo in cui inserire la correzione scritta a margine. Per esempio, in questo punto possiamo notare in interlinea l’aggiunta di una /b/, che indica come quella consonante era da Boccaccio percepita intensa: una serie di puntini segnala la porzione di testo da cancellare, dal latino EXPUNGERE, l’italiano espungere. Molte volte l’autore non si accorge di aver sbagliato e ricorrono omissioni, duplicazioni di parole o sillabe mentre andava a capo, salti di porzione di testo tra parole uguali e, addirittura, in due punti confonde i nomi dei personaggi. È perciò molto difficile distinguere semplici errori di trascrizione da forme che possono essere usate consapevolmente.

Molto spesso i manoscritti medievali presentano tracce anche dei lettori che li hanno stretti in mano nel tempo (con annotazioni, commenti etc.), sull’Hamilton 90 questi interventi sono, per lo più, discreti dato che la maggior parte dei lettori si sono occupati di ricalcare porzioni di testo in cui la scrittura aveva cominciato a sbiadire, riconoscibili per il diverso colore dell’inchiostro o agli ultravioletti. Molte di queste ricostruzioni hanno aggiunto anche errori, spesso maldestri come il caso di "belle monache" invece di "delle monache" e "marito" invece del nome del personaggio "Marato". Sicuramente, il lettore più illustre di questo testo è stato Pietro Bembo, nel Cinquecento, probabilmente venutone a contatto tramite Giuliano de’ Medici che lo possedeva nella propria biblioteca. Ha scritto semplicemente: calzari.

Agizione del codice

Tutti queste tracce hanno reso molto complicata l’agnizione del codice, cioè il riconoscimento dell’Hamilton 90 come scritto dallo stesso Boccaccio. Nel 1933 Alberto Chiari intuì che il manoscritto fosse stato scritto dalla mano dello stesso autore e lo comunica a Michele Barbi, importante filologo italiano e suo maestro, che subito conferma l’autografia. Chiari, però, dà la notizia alla comunità letteraria tramite un articolo di giornale, senza apporre un’adeguata dimostrazione alla scoperta. Questo errore fece sì che il suo nome non venne mai accostato al riconoscimento della proprietà autografa dell’Hamilton 90, oggi attribuito a Vittorio Branca che, nel 1962, affiancato da Pier Giorgio Ricci, si convinse dell’autografia.

Nell’ultima pagina del manoscritto è presente l’unica attestazione autografa del titolo completo dell’opera: “Qui finisce la Decima e ultima giornata del libro chiamato Decameron cognominato prencipe Galeotto”. Boccaccio non aveva padronanza del greco, ma la parola Decameron, probabilmente pronunciata dall’autore con l’accento sull’ultima sillaba, deriva dall’accostamento di deca, dieci, e emeròn, giorno. È possibile che l’opera fosse stata nominata in ricordo dell’Exameron di sant’Ambrogio, abbastanza diffuso al tempo. Il cognome dell’opera richiama il libro galeotto che fa innamorare Paolo e Francesca nell’Inferno di Dante che, a sua volta, riprende la storia di Lancillotto e Ginevra. Nome e cognome dell’opera sembrano rinviare a due mondi opposti: quello alto della patristica medievale, che rimanda a come il manoscritto è strutturato, sulla scia dei testi scolastico-universitari, e quello quotidiano e di svago della cultura cortese.

Francesco Petrarca e il Canzoniere

Il manoscritto è custodito nel cuore della Biblioteca Vaticana, un "bunker" voluto da papa Giovanni Paolo II nel 1983 per costudire le opere più importanti e delicate della biblioteca. Un deposito di settecento metri quadri con più di sei chilometri di scaffali con oltre ottantamila manoscritti. L’importanza dei contenuti aumenta se ci si avvicina a quella che viene chiamata la "Riserva" ed è qui dentro, tra i codici di media grandezza, che è conservato il “Rerum vulgarium fragmenta”.

È questo il titolo che Petrarca aveva riservato alla sua opera: lo si legge in testa alla prima pagina del manoscritto, in inchiostro rosso con decorazioni blu nel capolettera: “Francisci petrarche laureati poete Rerum vulgarium fragmenta”.

Il significato del titolo

Il "Frammenti di cose volgari" del poeta laureato in Campidoglio come poeta latino doveva fin dal titolo porre il lettore innanzi alla consapevolezza di quello che avrebbe letto: schegge, resti, reliquie riunite assieme. Il titolo generico, Canzoniere, ovvero “raccolta di canzoni”, è stato dato dai primi stampatori alla fine del Quattrocento e risulta poco adatto dal momento che l’opera non contiene solo canzoni e probabilmente sarebbe risultato oscuro anche all’autore che, per “canzoniere” indicava l’autore di canzoni, non la raccolta delle stesse, e con un valore per di più negativo. Sicché l’idea di “titolo” vero e proprio è abbastanza moderna, quella di Petrarca (come anche per Boccaccio) è più che altro una rubrica iniziale.

Oggi, la parola frammento ha un certo fascino per noi moderni, richiama alla particolare bellezza di un intero ormai perduto, ma quest’idea si fa strada nella cultura artistica europea solo a partire dal Quattrocento. Nel Medioevo la parola aveva una diffusione molto limitata e la si trova per lo più per descrivere ciò che resta di un naufragio, senza nessuna metafora. È, però, probabile che Petrarca usasse fragmentum con l’idea di mettere insieme ciò che il dolore aveva disunito. Troviamo un altro riferimento “ai frammenti” in una delle opere più intime del poeta, un lungo dialogo con sant’Agostino, il Secretum, in cui si legge:

“Sarò presente a me stesso quanto più potrò, e raccoglierò gli sparsi frammenti della mia anima e dimorerò in me, con attenzione”.

“Sparsa anime fragmenta”: la si trova nel primo verso del Canzoniere e in quella posizione rimanda immediatamente al titolo del manoscritto. È l’effetto che voleva creare l’autore nel lettore, ormai perso nelle edizioni moderne. Il primo sonetto del Canzoniere, trascritto nel manoscritto con i versi a coppie sulla stessa riga, è “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono”. Nella prima quartina descrive l’innamoramento di Francesco per Laura (il giovenile errore), mentre il resto del sonetto proietta quel ricordo nella consapevolezza di un tempo ormai irrecuperabile.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

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