Lezione 1
Caratteristiche tipologiche della lingua giapponese
• Una delle lingue più parlate al mondo (più di 120 milioni di parlanti)
• De facto lingua ufficiale del Giappone
• Lingua ufficiale, insieme all’angaur e all’inglese, nello stato di Angaur (ca.135 abitanti), Repubblica di Palau (a
causa della Guerra del Pacifico, che si è combattuta qui)
Miti sulla lingua giapponese
1. Virtuale isolamento dalle altre lingue (fattore che ha contribuito al nazionalismo, in alcuni casi)
a. Nazione sicamente isolata dal resto del continente asiatico
b. Continuum della variazione diatopica solo all’interno dei conni nazionali: parte dallo Honshu e
arriva a Kogoshima → se due persone native delle due zone si parlano, non si capiscono. Ai
piccoli arcipelaghi, inoltre, corrispondono i loro dialetti → il continuum si interrompe ai confini
delle 4 principali isole.
c. Lingua isolata (nessuna affiliazione genetica ampiamente accettata dagli studiosi)
2. Lingua essivo-agglutinante o semi-agglutinante
Una lingua agglutinante è un idioma in cui le parole (allo stato iniziale) sono costituite dalla sola radice
, a cui
vengono poi aggiunti prefissi o suffissi per esprimere categorie grammaticali diverse (ad esempio genere ,
numero , caso o tempo verbale ). → unione di più morfemi (radice, suffissi, prefissi ecc.)
flessiva
Una lingua , invece, è un tipo morfologico che si caratterizza nel poter esprimere più relazioni
grammaticali mediante un solo morfema . Ad es, gatt
e
: la "e" è un suffisso che indica sia il genere (femminile)
che il numero (plurale) dell'entità a cui si riferisce.
In giapponese, questa caratteristica è espressa attraverso la flessione nelle varie forme: mizenkei, renyokei ecc.
3. Struttura grammaticale
a. Ordine sintattico S (soggetto) O (oggetto) V (verbo)
b. Struttura tema-rema
watashi wa hon-kai no riji desu. watashi ga hon-kai no riji desu.
Io sono il direttore di questa azienda. Il direttore di questa azienda sono io.
→ Una parte della frase è un’info nuova, l’altra è data; le diverse parti sono evidenziate da particelle specifiche:
wa p
er il tema della frase, ga p
er il soggetto.
4. Lingua tonale?
Una lingua tonale è una lingua in cui la variazione di tono di una stessa sillaba ne determina il significato o
l'appartenenza a una classe grammaticale, per es. la lingua cinese.
5. Sistema di scrittura ibrido
6. Lessico ricco di prestiti lessicali
kotoba
a. Wago (o Yamato ): parole autoctone, usate anche prima dell’introduzione della scrittura
(es, 食べ物、たべもの)
Kango
b. : parole arrivate insieme alla scrittura cinese, la cui pronuncia però si è modificata nel
tempo
(es. 食物、しょくもつ)
Katakanago
c. : lessico straniero importato
(es. フ-ド)
7. Linguaggio relazionale : il complesso sistema dei cosiddetti “ onorici ”
Mangi qui?
ここで食べる? qui?
こちらで召し上がりますか。Mangia
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Il dibattito sull’origine della lingua giapponese
Nonostante sia una delle lingue più parlate al mondo, la sua origine è incerta: uno dei più grandi problemi nella
ricerca di relazioni genetiche tra il giapponese e altre lingue è costituito dal fatto che le fonti testuali disponibili
sono relativamente recenti: si tratta di opere dell’VIII sec, che riflettono quindi la lingua della fine del VII e
dell’VIII sec → sono solo parzialmente utilizzabili per la ricostruzione di forme proto-giapponesi.
→ Vari tentativi:
Correlazione tra la lingua giapponese e le lingue dell’Asia settentrionale:
❖ Teoria altaica o uralo-altaica
➢ Coreano (come parte della famiglia altaica)
➢ Ryukyuano (sia esso considerato una lingua o un dialetto)
➢
Correlazione tra la lingua giapponese e le lingue dell’Asia meridionale:
❖ Teoria maleo-polinesiana o austronesiana
➢ Teoria tibeto-birmano
➢
Correlazione tra la lingua giapponese e le lingue indoeuropee
❖ Altre teorie:
❖ Teoria secondo cui il giapponese ha un sostrato austronesiano e un superstrato altaico
➢ Teoria secondo cui il giapponese sia una lingua mista nata dall’incrocio di lingue austronesiane e
➢ lingue altaiche
Teoria altaica Katsuji
Iniziata da Anton Boller (1857), e continuata nel ‘900 dal linguista Fujioka , che ne ha sostenuto la
plausibilità con riscontri di tipo comparativo e tipologico.
Fujioka aveva predisposto una lista di tratti distintivi come base di comparazione delle lingue uralo-altaiche con
il giapponese:
- Non c’è mai nesso consonantico a inizio parola (es. sc oiattolo)
- Non esistono parole indigene che inizino con il fonema /r/
- Presenza dell’armonia vocalica ( enomeno fonologico per cui alcune vocali variabili di una parola o di
f
una frase cambiano a seconda del tipo di vocali fisse presenti nel resto della parola o della frase, per un
processo di assimilazione.
- Assenza di articoli
- Assenza della distinzione di genere grammaticale
- Flessione verbale realizzata con elementi di suffissazione
- Presenza di molti tipi di terminazione verbale
- Declinazione pronominale realizzata con l’uso di particelle
- Posposizioni in luogo di preposizioni
- Verbi di esistenza nelle espressioni di possesso
- Nei comparativi il secondo termine di paragone viene indicato con la particella ablativa “da” e non “di”
- Nelle proposizioni interrogative, una particella interrogativa è legata alla fine della frase
- Presenza limitata di congiunzioni
- Il modificatore precede il modificato o l’oggetto precede il verbo (SOV)
→ LIMITI della teoria:
caratteristiche tipologiche
➔ caratteristiche privative
➔ Non usa il metodo comparativo
➔ (fondamento della linguistica storica)
→ Sia Benveniste (1966) che Greenberg (1963) hanno
messo in evidenza che il solo approccio tipologico non è
sufficiente a stabilire relazioni genetiche, poiché lingue che
non hanno alcun rapporto genetico e sono geograficamente
separate possono tuttavia condividere un numero consistente di tratti distintivi. Ne è prova il fatto che proprio la
lista di Fujioka sia stata usata per sostenere la relazione genetica tra il giapponese e le lingue dravidiche.
Tra i SOSTENITORI della teoria altaica troviamo:
1. Murayama Shichiro (1908-1995): analizzando gli elementi fonologici e grammaticali in un’ottica
comparativa, ha individuato:
a. una correlazione della posposizione del caso dell’accusativo wo del giapponese antico con il
suffisso dell’accusativo mancese -be e il proto-tunguso -wa/-we
b. correlazione fra la posposizione dell’accusativo o e la posposizione tematizzante wa del
giapponese moderno con il proto-mancese-tunguso ba/be (che hanno funzione di marca
enfatica/esclamativa, proprio come le forme che si ritiene abbiano dato origine a wa e o
c. Corrispondenza delle consonanti di inizio parola tra proto-altaico (PA), proto-giapponese (PG), e
giapponese antico (GA)
2. Roy Andrew Miller (1924-2014): attraverso la comparazione con il coreano, lega il giapponese alle
lingue altaiche.
→ sistema dei pronomi personali
→ numerali: conservano la strutturazione “binaria” che è per le lingue altaiche “il più importante
fenomeno singolo per la comprensione dello sviluppo storico dei numerali”
Correlazione con il coreano
Hakuseki
- Arai , filologo e studioso di kokugaku (“studi nazionali”), già nel 18° sec pubblica il Toga
(1717), un glossario etimologico di 670 voci in cui circa 80 lemmi vengono correlati al coreano. Qui si fa
spesso riferimento al coreano antico e si distinguono le varietà geografiche citate e i nomi degli
informatori madrelingua che forniscono i dati → una ricerca molto rigorosa, per l’epoca
- Ono Susumu (1919-2008): propone una comune genesi del giapponese e del coreano mettendo in
parallelo le forme lessicali che dimostrano corrispondenza delle consonanti (1957).
→ fu criticato da Hattori Shiro per la mancanza di attenzione per le corrispondenze delle vocali, che
potrebbero spiegare perchè la forma giapponese kuma in coreano abbia tre distinti corrispondenti
- Samuel Martin (1924-2009): comparazione semantica del coreano con il giapponese attraverso
l’elaborazione di una lista di 320 paralleli lessicali coreano-giapponese e la ricostruzione delle relative
protoforme
→ Miller (1967) e Mathias (1973) muovo critiche perché Martin ha usato termini del giapponese
moderno e non le più antiche attestazioni disponibili.
Correlazione con le varietà ryukyuane
Chamberlain
- Basil H. , ha evidenziato la sistematicità delle corrispondenze fonologiche nelle due lingue
ipotizzando un’identica matrice.
Shiro
- Hattori : riprende l’ipotesi e la approfondisce con maggior rigore metodologico.
Viene paragonato, per esempio, il giapponese con la varietà di Yoronto, parlata nell’omonima isola, ma
caratterizzata da una maggiore affinità con i dialetti delle varietà centrali → ci sono corrispondenze di parole
(es. “nuvola”, kumo → kumu), e la sintassi e la morfologia, inoltre, si rivelano molto simili.
Tuttavia, gli storici della lingua e i dialettologi considerano quelle delle Ryukyu varietà regionali (dialetti) del
giapponese.
Miller, invece, le considera due lingue sorelle derivate da una fase proto-coreana-giapponese (ma è un’ipotesi
poco credibile).
L’unica certezza derivata dagli studi comparativi è questa parentela tra le due varianti, il cui distacco viene fatto
Hokama
risalire tra il II/III sec e il VI/VII sec d.C [ , 1981]
Correlazione tra mongolo e giapponese
Shigeo
- Ozawa : si concentra esclusivamente sulla relazione tra giapponese antico e mongolo
medievale, concentrandosi sugli aspetti fonologici delle due lingue: evidenzia corrispondenze fonetiche
fra parole che considera associate, come per esempio parole che iniziano con la stessa lettera, senza
però dare alcuna spiegazione sulle variazioni notate.
→ Fu aspramente criticato da Miller a causa delle dubbie affinità semantiche delle coppie lessicali affrontate
Correlazione con il gruppo tibeto-birmano
- Primi studi di C.K. Parker (1939), che sulla base di raffronti sintattici e lessicali ha creduto di riconoscere
un’influenza tibeto-birmana sul giapponese.
- Yasuda Tokutaro (1952;1955): ha messo in relazione il lepcha, una lingua connessa con il birmano,
con il giapponese antico
Tatsuo
- Nishida : ha ipotizzato che le lingue tibeto-birmane e il giapponese abbiano origine da una
protolingua comune → prova a spiegare le differenze strutturali del lessico tibetano (per lo più
monosillabico) e di quello giapponese (per lo più bisillabico): il giapponese e il tibetano sna
ɸana
(“naso”), discenderebbero entrambi dalla piattaforma *sna.
→ Viene criticato da Miller, Kindaichi e Shibatani: non viene seguito un metodo “ortodosso”, procedendo
a ritroso sulla base di forme già attestate o attraverso leggi fonologiche
→ il suo è un vero e proprio “incidente epistemologico” nella storia delle ricerche sull’origine del
giapponese
Correlazione con la lingua ainu
Molte delle prime ricerche che hanno indagato la possibilità di un legame tra giapponese e ainu hanno fornito
conclusioni negative e si può dire che siano state intraprese più per la vicinanza geograca dell’area in cui
l’ainu viene utilizzato (e anche per il fatto che, in ambito protostorico, una porzione non indifferente dello
Honshu era abitata dalle popolazioni Ainu).
(
Teoria meridionale nanpo setsu )
- Shinmura Izuru (1911): accetta senza riserve la relazione tra il giapponese e le lingue uralo-altaiche,
ma propone come possibile causa della semplicità del sistema fonologico del giapponese un’antica
ibridazione con le lingue dei popoli dell’area del Pacifico meridionale.
D
- Polivanov E. . (1924): suggerisce che la formazione del giapponese sia stata frutto di una fusione di
elementi di lingue di origine altaica (tra cui il coreano) con lingue austronesiane.
Miller
→ Secondo , la “lingua mista” avanzata da Polivanov sta per una lingua non definibile né come
altaica né come maleo-polinesiana, in cui però vi è una forte presenza di elementi di entrambe le
famiglie linguistiche.
- Ono Susumu (1957): contribuisce a diffondere l’ipotesi di uno sviluppo stratificato del giapponese,
costituito da una lingua di origini e struttura sintattica altaiche, che si sarebbe poggiata su di un sostrato
di origini meridionali con un sistema fonologico simile a quello delle lingue polinesiane. La nuova lingua,
giunta con le migrazioni del periodo Yayoi (300 a.C. ca), non avrebbe soppiantato del tutto quella
preesistente, austronesiana, che riaffiora soprattutto nel lessico.
NB: Ono cambierà la sua posizione, ipotizzando un legame con le lingue dravidiche
Obayashi
- Murayama e (1973) : Murayama, che era stato precedentemente un fervido sostenitore
della teoria altaica, si interessa alla teoria di Polivanov e propone un processo per cui su un sostrato
austronesiano, base delle lingue parlate nell’arcipelago giapponese, si sarebbero sedimentati elementi
linguistici di origine altaica giunti con successive ondate migratorie. Convinto chel’ipotesi altaica non sia
sufficiente, sostiene la tesi della formazione del giapponese come risultato dell’interazione delle due
famiglie linguistiche.
Takao
- Kawamoto : propone invece una visione opposta: sostrato altaico e superstrato austronesiano:
una lingua che si impone su un sostrato preesistente influenza fortemente il lessico originario, mentre
nel caso del giapponese non si riscontra un numero congruo di forme lessicali di origine altaica.
Altre teorie:
- Go Minoru (1980): comparando il giapponese con sei lingue sulla base di 200 vocaboli di base, trova
una correlazione con le lingue papua.
- Ono Susumu (1980): correlazione con le lingue dravidiche e con il tamil in particolare: secondo la sua
nuova ipotesi, le prime forme di lingua parlate nell’Arcipelago giapponese attorno all’VIII millennio a.C.
avevano un inventario di fonologico molto semplice (con solo 4 vocali) di derivazione austronesiana o
papua. Nel medio Jomon (3500 a.C. ca), il proto-tamil si sarebbe sovrapposto alla base originaria in
conseguenza delle migrazioni verso oriente delle genti tamil. Più tardi, attorno al 300 a.C (periodo
Yayoi), una lingua altaica avrebbe introdotto altri elementi come l’armonia vocalica, scomparsa però
attorno all’VIII sec d.C perché le genti di origine tamil, più numerose dei nuovi immigrati, non si
sarebbero adattate ad un tratto fonologico a loro estraneo.
→ numerose critiche da Miller e da Murayama
Alexander Vovin (2010): In precedenza sostenitore della correlazione tra giapponese e coreano, Vovin
presenta una nuova analisi che getta una nuova luce sulla vicinanza delle due lingue. Secondo Vovin le
somiglianze tra giapponese e coreano sono dovute al contatto linguistico e non a una comune origine genetica.
La forte inuenza dell’antico coreano sul giapponese occidentale (western old Japanese) ha determinato quindi
una condivisione di tratti linguistici tipici della lega linguistica (linguistic area).
Secondo l’analisi di Vovin, che si basa sull’osservazione del giapponese antico (Western Old Japanese), dei
dialetti delle isole Ryūkyū e del giapponese antico orientale (Eastern Old Japanese), i tratti comuni con il
coreano riguardano principalmente la varietà parlata nel Giappone occidentale durante i periodi Nara e Heian. A
quell’epoca l’inuenza coreana si limitava, infatti, al centro culturale del Giappone che era situato nella regione
del Kansai. La parte orientale del Giappone e le isole Ryūkyū sono esenti da quest’inuenza e le loro varietà
linguistiche non presentano alla stessa maniera i tratti comuni osservabili nello Western Old Japanese. La
tipologia dei tratti comuni è tipica del contatto linguistico. Il fatto che molti di questi tratti tendono a sparire negli
stadi linguistici successivi viene interpretato da Vovin come la prova di elementi linguistici assorbiti dall’esterno
in un determinato arco temporale, (probabilmente nei periodi Kofun e Asuka).
Lezione 3
Periodizzazioni della lingua
L’inizio della storia della lingua giapponese viene fatto coincidere con i primi testi disponibili: il Kojiki (712), il
Nihonshoki (720) e il Man’yōshū (759). Queste opere possono fornire elementi per lo studio della lingua
giapponese risalenti alla fine del VI secolo o agli inizi del VII secolo poiché, soprattutto il Man’yōshū,
comprendono poesie risalenti a epoche precedenti la compilazione e ballate popolari ( kayō
) spesso
appartenenti a una tradizione orale più antica. Nella storia della lingua, l’evoluzione rappresenta un continuum
,
e qualsiasi divisione operata nella descrizione di questo continuum ha solo valore operativo: è cioè un
espediente per delimitare di volta in volta serie di descrizioni sincroniche che lo storico della lingua dispone
sequenzialmente per formare un’immagine del divenire della parole d
a cui viene ricavata una rappresentazi
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