Riassunto di storia del teatro e dello spettacolo
È nel teatro greco che nasce il concetto di teatro occidentale, anche se le fonti sono molto lacunose. Per quanto riguarda il teatro greco, le fonti sono distinguibili in quattro categorie:
Le opere teatrali
Le opere teatrali, fonti scritte, danno delle indicazioni, ma è soltanto una delle componenti, dato che nel teatro il testo spesso non è nemmeno la componente principale, e anche perché non risultano pienamente fedeli a quanto possa essere recitato sulla scena. I testi, oltre a non essere una presa diretta e ad essere inquinati dal tempo, sono anche molto pochi. Di tragedie integrali ne sono pervenute a noi solo 3, oltre a qualche frammento. I tre grandi tragediografi dell'antichità sono Eschilo, Sofocle e Euripide (i loro testi pervenuti sono 7 per il primo, 7 per il secondo e 18 del terzo). In epoca arcaica spesso l'autore coincideva con l'attore, e ci saranno secoli in futuro in cui questi due ruoli si distaccano, in cui gli attori hanno preso campo mettendosi al dettato dell'autore, creando un ulteriore inquinamento del testo. I testi greci non ci danno notizie di come fossero allestiti gli spettacoli, perché sono privi di didascalie (ciò che si trova all'inizio delle battute scritto in corsivo, che sta a suggerire i movimenti scenici dei personaggi), che sono importanti perché ci fanno capire la visione dell'autore sia verbale che gestuale.
I resti dei teatri
I resti dei teatri rendono ragione di qual era lo spazio in cui gli attori recitavano. Tali resti ci restituiscono la struttura spaziale, ma quelli del V secolo erano prodotti in legno, e in quanto lignei i più antichi non si sono per niente conservati. I resti su cui possiamo ragionare sono frutto di epoche successive, che a loro volta presentano dei rifacimenti e ristrutturazioni, quindi definire lo spazio in cui recitavano è molto difficile.
I trattati
I trattati, fatti da scrittori antichi che si sono occupati di teatro. Il testo principale è la Poetica di Aristotele; la tragedia nasce nel VI sec., la sua età aurea sarà il V sec., ma Aristotele scrive la Poetica nel 330 a.C., questo vuol dire che è una fonte indiretta visto che arriva 250 anni dopo, ma rimane comunque il trattato più antico e completo a noi pervenutoci, che ha insegnato un modo di guardare il teatro pervenuto fino al 1900. Altro trattato è il De Architectura di Vitruvio, che parla soprattutto di edifici, il quinto libro dell'opera, in particolare, affronta la descrizione dell'edificio teatrale classico greco e romano. Scritto I d.C., in epoca romana, presenta una concezione diversa del teatro. Altro trattato è L'Onomasticon di Polluce, I d.C., che descrive i costumi e le maschere.
I monumenti antichi
I monumenti antichi, vasi, sculture, statuette ecc. Opere di tipo artistico, che lasciano, però, il dubbio se quella rappresentata possa essere semplice fantasia dell'artista oppure una testimonianza delle rappresentazioni vere e proprie.
La Poetica
La Poetica è un trattato sulla poesia, Aristotele intende fare sia una descrizione sull'arte poetica, sia dare delle prescrizioni, indicare come si deve fare, come scrivere. Anche questo è un testo giunto fino a noi inquinato. Aristotele lo scrive dal frutto degli appunti dei suoi allievi, per questo è descrittivo e prescrittivo, perché la sua intenzione era quella di formare dei giovani poeti. Dalla Poetica ci è giunto un solo libro, anche se in realtà si pensa fossero due. Il 1° libro parla di due generi, la poesia tragica e l'epica, i generi principi e nobili greci. Nel 2° libro, cui Aristotele fa cenno, avrebbe dovuto parlare della commedia. Qualche notizia sulla commedia la si può ricavare per via implicita, dato che nel 1° libro Aristotele fa dei confronti tra tragedia e commedia. Non è lecito pensare che il 2° libro sia stato in qualche modo occultato, visto che quello greco è un teatro pagano che tratta di temi pagani, e ciò non doveva assolutamente essere gradito alla Chiesa.
Capitolo 1
Aristotele intende parlare dell'arte di far poesia in generale, nei suoi generi e anche nei loro diversi scopi, come si devono comporre le trame, perché ciò che vuole è formare dei poeti (la trama per Aristotele è la cosa più importante). Descriverà le parti della poetica, partendo dal generale per arrivare via via al dettaglio. (Aristotele scrive la poetica perché siamo alle soglie di un momento in cui certi meccanismi dell'epoca classica si stanno sgretolando e gli autori non esistono quasi più: Eschilo nasce nel 525 circa e muore nel 456, quindi muore 130 anni prima della composizione della poetica, Sofocle nasce nel 496 circa e muore nel 406, Euripide nasce nel 485 e muore nel 406. In questi quasi 100 anni dopo la morte di questi autori si andò perdendo il senso dell'integrità del testo ed è l'attore che prende il sopravvento, e cerca di costruire una propria drammaturgia, tagliando e interpolando il testo degli autori. Licurgo, il governatore di Atene, da l'ordine di fissare questi testi per mantenere la loro integrità. Quindi probabilmente scrivendo la poetica l'intenzione di Aristotele era quella di ripristinare il modello antico, per poterlo tramandare). Ci enumera quali arti fanno parte della poetica: epica, poesia tragica, commedia, la composizione di ditirambi (canti lirici in onore del dio Dioniso) parte dell'auletica e della citaristica (arti che comprendono strumenti musicali a fiato e a pizzico). Tutte queste sono in generale delle imitazioni (la poesia imita), ma si differenziano l'una dall'altra per i mezzi con cui imitano, per l'oggetto che imitano e i modi con cui imitano. Ritmo, parola e melodia è ciò che Aristotele ci indica come mezzi (il ritmo è quello della metrica, la parola la possiede il teatro ma non l'auletica e la citaristica, la melodia è la musica vera e propria). Ci sono poi arti che usano tutti i mezzi, come la poesia ditirambica, o quella nomica (canti in onore del Dio Apollo), la tragedia e la commedia, ma si distinguono perché alcuni li usano tutti insieme, altri separatamente o per diverse parti.
Capitolo 2
L'arte della poetica imita persone in azione (concetto antropocentrico e dinamico), e questo è l'oggetto. Le persone in azione possono essere: o serie o da poco, serie quando sono migliori di noi (oggetto della tragedia, che parla di miti e eroi) da poco quando sono peggiori di noi o come noi (oggetto della commedia, sono esseri umani normali).
Capitolo 3
Qui Aristotele fa una distinzione tra tragedia e l'epica. La tragedia e l'epica hanno entrambe come oggetto uomini migliori, ma l'epica racconta i fatti, sia facendo esternare i fatti dall'autore o alternandosi con il personaggio. La tragedia, invece, non mette mai in campo un narratore esterno, la narrazione procede sempre per mano dei personaggi attraverso le loro azioni, come nella commedia, ed è per questo che questi due generi assumono il nome di drammi, perché presentano persone che agiscono e fanno.
Capitolo 4
L'imitazione è qualcosa di innato per l'uomo, gli risulta naturale, ed è questo che lo distingue dagli animali (i bambini imitano per apprendere). La conoscenza dona una sensazione di piacere, e quindi nell'apprendere è presente un aspetto edonistico, oltre che pagano. L'apprendimento è fatica, ma più è la fatica più sarà il piacere alla fine. Ad esempio, anche quando si guarda un dipinto che mostra un cadavere, il modo perfetto in cui è rappresentato può dare piacere. Imparare è un piacere non solo per i filosofi, ma per tutti, anche se in diverse misure. L'origine della poesia viene da coloro che erano più portati nel provare piacere nell'apprendimento e nell'imitazione, con le proprie improvvisazioni. Si improvvisa quando siamo messi in un contesto, e l'improvvisazione varia in base al contesto di relazione (non nel chiuso di una stanza). (A parlare della nascita della tragedia oltre ad Aristotele c'è anche Erodoto nelle sue Storie, anche se difficili da interpretare) seguendo l'istinto naturale i poeti si andarono indirizzando presso vari generi. La tragedia nasce dall'improvvisazione, da quelli che intonavano i ditirambi, la commedia delle processioni falliche. Nascono da un momento collettivo, le processioni, la tragedia dai cori in onore di Dioniso, e quindi in ambito di un rito religioso serio, la commedia sempre inerente all'ambito religioso ma mostra degli aspetti scatenati (il fallo è il simbolo del potere virile e della fecondità, sono riti propiziatori). La tragedia mano a mano iniziò a crescere, quando i poeti iniziarono a svilupparla, (non è chiaro se i cori dei ditirambi da cui nasce la tragedia siano uno o due, perché non è chiara l'intenzione con cui Aristotele ci parla dei corifei, cioè coloro che guidano il coro, chiamati exarchontes in greco, appunto perché li annuncia al plurale, quindi o ci sono due cori e due corifei, o c'è un unico coro e quello che ci racconta Aristotele è stratificato nel tempo, quindi più cori e più corifei nel tempo), fatto sta che arrivato ad un certo momento il corifeo si stacca dal coro che guida, e invece di cantare all'unisono con essi, entra in un rapporto dialettico, interpolando narrazioni di gesta di eroi, in cui c'è la battuta del corifeo e la risposta del coro, innestando un meccanismo dialogico, da questo nasce la prima tragedia. Se risulta invece corretta l'ipotesi della presenza di due cori ovviamente il dialogo avviene tra di loro.
Capitolo 5
La tragedia dopo aver attraversato molti mutamenti si stabilizzò avendo raggiunto la propria natura, ed è questa stabilità che Aristotele intende descrivere. Eschilo fu il primo a portare gli attori da uno a due, riducendo la parte relativa al coro, sviluppando la forma dialogata degli attori. Sofocle introdusse il terzo attore, pensando che più attori ci sono più complessa può diventare la trama, e la decorazione della scena. La tragedia greca non avrà mai più di tre attori, il che significa che un attore e poteva impersonare più di un personaggio, compresi i ruoli femminili. I vari personaggi venivano distinti grazie all'uso delle maschere, con attori versatili dotati di capacità canore alte e mascherati. Aristotele sostiene l'autonomia del testo rispetto all'allestimento, non esiste una scenografia che interagisce con l'azione degli attori, ma è pure decorazione, probabilmente un fondale ligneo dipinto davanti il quale recitavano gli attori. Per "grandezza" si intende la durata. Inizialmente le forme erano molto brevi, dove il coro ha ancora grande importanza e dove è presente l'elemento satiresco, elemento scherzoso che man mano si sostituisce con la solennità, la serietà dei contenuti (persone migliori di noi). Cambia anche il metro, dal tetrametro (metro del coro) si passa al giambo (metro adatto al dialogo). All'inizio si usava il tetrametro perché i ritmi erano diversi, orientati verso la danza.
Capitolo 6
La commedia è l'imitazione delle persone che valgono meno, e mette in scena il ridicolo. Il ridicolo è un errore, un vizio, una bruttura che non offende e non crea sofferenza, ma l'intenzione di suscitare un insegnamento educativo. La commedia suscita sofferenza per i valori della chiesa che la censura, ma con il crollo dell'impero romano assistiamo proprio alla perdita del concetto di teatro. L'origine della commedia ci sfugge, perché all'inizio non fu presa sul serio, ed evidentemente Aristotele si basa su delle fonti che non ci sono pervenute. La commedia avveniva su piano volontario per un certo momento, fino a quando anche essa venne messo a disposizione un coro. Ma resta comunque difficile stabilire il suo sviluppo. L'epica concorda la tragedia in quanto imitazione di caratteri seri, l'oggetto della trama, e perché scritta in versi, differisce invece perché l'epica ha un solo metro, l'esametro, e perché è una narrazione di fatti, mentre la tragedia viene composta dalle azioni dei personaggi. Altra differenza sta nella durata, la tragedia segue l'unità di tempo (cerca di mantenersi all'interno di una giornata o poco più) l'epica invece è indeterminata nel tempo. (le unità aristoteliche sono quelle di: azione, luogo e tempo. L'unità di luogo con viene mai menzionata nella poetica, quella di tempo solo in questo capitolo, mentre impiega molto nella spiegazione di quella d'azione). Le preferenze di Aristotele vanno nei confronti della tragedia, perché comunica che la tragedia possiede degli elementi in più rispetto all'epica, e sono la musica e l'allestimento scenico. La funzione della tragedia è quella di essere rappresentata, non può essere solo letta perché sarebbe privativo di quegli elementi che possiede e che sono indispensabili.
Capitolo 7
La tragedia è imitazione di un'azione seria e compiuta, avente una sua durata (l'arco di una giornata, o poco più), con un linguaggio condito di ornamenti (musiche e danze), di persone che agiscono non tramite una narrazione (altrimenti sarebbe epica) ma attraverso pietà e paura, producendo la purificazione di questi sentimenti, la catarsi (in greco purificazione). La catarsi riguarda l'aspetto emotivo dello spettacolo, sentimenti che lo spettatore deve necessariamente provare al momento in cui assiste a una rappresentazione tragica, appunto per questo veniva rappresentata insieme al rito spirituale, per creare una purificazione dell'anima. Siccome la tragedia è imitazione di persone ne consegue necessariamente che parte fondamentale di essa sarà l'allestimento dello spettacolo (ma questo vale per qualsiasi forma teatrale), per la musica e la dizione (la composizione dei versi, la recitazione). Le persone che agiscono nella tragedia devono necessariamente essere dotate di carattere e di pensiero, quindi sono diverse l'una dall'altra, ma ciò che conta davvero sono i fatti, la concatenazione delle azioni che compongono la trama (unità d'azione). Si ha una cattiva trama quando si fallisce nello scopo primario della tragedia, cioè quello di creare la catarsi. I personaggi sono dotati di un proprio carattere e pensiero, ma ad Aristotele non interessa la delineazione psicologica del protagonista, esso gli interessa in quanto pedina di un ingranaggio che fa parte di quella concatenazione di azioni che compongono la trama (se la tragedia è ben sviluppato anche alla sola lettura è capace di provocare la catarsi, anche se l'effetto rappresentativo è fondamentale). La catarsi si verifica quando c'è un ribaltamento improvviso, da una situazione di fortuna a una tendenzialmente di sfortuna, perché Aristotele ammette che può anche succedere l'inverso. Tale ribaltamento provoca un effetto shock. È importante che i metri con cui la tragedia esercita il suo maggiore fascino sono i colpi di scena (il ribaltamento scioccante delle sorti del personaggio) e i riconoscimenti (anniezione, la scoperta che può scaturire il colpo di scena, di cui l'esempio più ben riuscito è quello dell'Edipo Re). In Grecia questi festival venivano organizzati per affermare l'identità collettiva della civiltà greca, e vi era la partecipazione dell'intero popolo, cosa che si perse nel periodo romano. (l'attore in Grecia era molto ben considerato perché si calava nel rito religioso, era quasi un officiante, e godeva di privilegi di legge, la situazione si capovolge per l'attore romano, che perde ogni suo diritto e viene considerato un mestiere infamante, questo perché si perde totalmente la sacralità del rito, dove l'attore è visto come un corpo mercificato). (nel 330 a.C. Licurgo, il governatore di Atene impone di fissare le opere ufficiali dei drammaturghi perché comprende che stava per cambiare qualcosa, dato che gli attori stavano iniziando a prevalere sugli autori. I testi che venivano scritti per gli agoni drammatici nascono inediti, ma iniziano ad essere inquinati quando le compagnie teatrali le portano nelle varie provincie e quindi modificano il testo per farsi capire da tutti, perdendo la sacralità del testo e la catarsi)
Il primo e più importante fattore della tragedia è la sistemazione degli eventi, ovvero la costituzione della trama. L'arte di far poesia è imitazione, la tragedia non è imitazione di persone, ma d'azioni. (non c'è teatro se non c'è azione, sennò è soltanto epica. Ed è un sistema che funzione fino al 1900, quando avviene una rottura, con dei testi che non seguono più le unità di misura aristoteliche. L'altra novità del '900 è l'immissione del regista, che diventa la figura di potere assoluta. Prima di Freud il concetto della psiche umana non esisteva, quindi per Aristotele quello che conta non è il carattere del personaggio ma le sue azioni. Quindi per noi contemporanei leggere dei testi antichi risulta più difficile perché istintivamente poniamo la sovra struttura della nostra cultura). Una tragedia deve avere un inizio visibile, che non deve obbligatoriamente seguire qualcosa, una parte mediana, quindi lo sviluppo composto da una concatenazione di azioni ed una conclusione. Per essere buona una trama non deve essere casuale, deve avere una stretta consequenzialità tra un'azione e l'altra, ogni passaggio deriva da quello precedente e porta obbligatoriamente a quello successivo. La durata di una tragedia non è di tipo quantitativo, deve essere tale che possa essere abbracciata dalla memoria, ovvero che lo spettatore non si dimentichi dell'inizio quando è arrivato alla fine, con azioni che si svolgono secondo verosimiglianza e necessità.
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