Parte I: La politica economica ed il conflitto
Cos'è la politica economica (PE)
La politica economica è quella scienza che studia una comunità, e riguarda l'individuazione ed il perseguimento dei fini, incluso l'esito di un eventuale loro intervento.
I fini di una comunità
La comunità è un aggregato di individui con preferenze eterogenee. La "teoria delle scelte collettive" cerca di stabilire come, a partire dalle finalità delle singole unità che lo costituiscono, un corpo complesso arrivi ad individuare i suoi obiettivi. La politica economica studia inoltre la gestione dei conflitti tra gli obiettivi che ci si è assegnati.
Il perseguimento dei fini
Individuati i fini, la PE esamina i possibili modi per perseguirli mediante la "teoria della controllabilità", che studia le condizioni che devono essere soddisfatte affinché sia raggiungibile il fine che l'ente collettivo si pone.
I soggetti della politica economica
I soggetti della PE sono i privati (consumatori, imprese e cittadini) ed i policy maker (ente aggregatore delle preferenze individuali che si limita ad osservare le preferenze degli individui, a stabilire un fine e decidere se e come intervenire per realizzarlo). Il modello di Musgrave suggerisce di rappresentare i policy maker come l'insieme dei 3 uffici che si differenziano per la natura degli obiettivi perseguiti, ovvero allocation bureau (che persegue gli obiettivi microeconomici), stabilization bureau (che persegue gli obiettivi macroeconomici) e redistribution bureau (che si occupa degli interventi sulla redistribuzione del reddito). I policy maker inoltre possono essere di livello internazionale, nazionale e territoriale. Infine, parlando della natura dei compiti svolti dai policy maker, possiamo distinguere i politici (che individuano i fini e le eventuali azioni da intraprenderle per raggiungerli) ed i burocrati (che mettono in atto le misure individuate dai politici). I policy maker si limitano quindi ad attuare gli interventi appropriati per raggiungere i fini derivanti dalla struttura di preferenza dei privati. La scuola delle Public choice sostiene invece che i policy maker siano uomini in carne ed ossa che perseguono i propri obiettivi, e che possono avere poco a che fare con gli obiettivi degli individui che costituiscono la comunità.
La teoria normativa della politica economica
L'uso dei modelli in economia
La PE, pur non essendo una scienza in senso stretto, segue comunque un metodo scientifico in cui:
- L’investigazione economica parte dall’osservazione di fenomeni che esistono realmente;
- L’attenzione si rivolge a fenomeni che mostrano una certa regolarità;
- Vengono enucleati “fatti stilizzati”;
- Vengono creati modelli al fine di spiegare i fatti stilizzati;
- Viene avviato un processo di valutazione del modello.
Un modello è una descrizione semplificata della realtà e deve essere semplice e generalizzabile. Può essere letto in modo positivo (descrittivo, che ci dice cosa succede e perché) o normativo (prescrittivo, che ci dice cosa deve essere fatto affinché vengano raggiunti certi risultati).
Le relazioni
Le relazioni che intercorrono tra gli elementi del modello possono essere illustrate in un modo discorsivo o formale. Gli economisti rappresentano i modelli mediante l’uso di equazioni. Si distinguono 4 categorie di relazioni:
- Relazioni tecniche: comprendono equazioni che descrivono la tecnologia o le preferenze degli individui, come la funzione di produzione ( ) e la funzione di utilità;
- Relazioni comportamentali: descrivono il comportamento degli individui, come le funzioni di domanda/offerta del mercato ( e la funzione di consumo aggregato keynesiana ( = + );
- Relazioni di equilibrio: come l’imposizione dell’eguaglianza tra quantità domandata e quantità offerta di un certo bene [() = ()];
- Relazioni di definizione: servono a definire una grandezza, come la domanda aggregata ( = + + + - ).
Le variabili esogene ed endogene
In ogni modello figurano delle variabili endogene (il valore della variabile viene spiegata all’interno del modello) ed esogene (il valore viene preso come dato e non spiegato all’interno del modello). Nelle relazioni tra variabili figurano anche parametri di comportamento (valori numerici nelle relazioni sui comportamenti dei soggetti) e parametri tecnici (valori numerici nelle relazioni tecniche). Nel costruire un modello si cerca di dare spiegazione al maggior numero di variabili, ma nonostante ciò esistono variabili esogene poiché sono importanti anche variabili non economiche o perché bisogna porre un limite all’ampliamento del modello. Un modello può avere una forma strutturale (le equazioni che compongono il modello legano variabili endogene con altre variabili endogene ed esogene) o una forma ridotta (compare un’equazione per ogni variabile endogena e ogni variabile endogena viene spiegata solo in funzione delle variabili esogene). Il modello è in “forma ridotta” quando viene risolto, ovvero riscritto in modo che ciascuna variabile endogena risulti funzione di variabili esogene.
Gli obiettivi e gli strumenti
Tra le variabili possono essere individuati:
- Obiettivi: un fine dell’azione del policy maker e può essere fisso (quando il policy maker mira a raggiungere un valore puntuale di una certa variabile) o flessibile (quando ci troviamo di fronte ad un problema di massimizzazione o di minimizzazione);
- Strumenti: una variabile che viene usata dal policy maker come leva per raggiungere un fine. Per essere tale una variabile deve essere controllabile, isolata dall’influsso di elementi esterni ed efficace sugli obiettivi che il policy maker si pone.
Gli obiettivi fissi nel modello formale di politica economica
Secondo il teorema della regola aurea di Tinbergen, la condizione necessaria affinché un modello statico e deterministico di PE con obiettivi fissi sia controllabile è che il numero di strumenti a disposizione del policy-maker sia almeno pari al numero degli obiettivi. La condizione individuata è necessaria ma non sufficiente (dal momento che bisogna richiedere che gli strumenti siano anche indipendenti fra di loro), quindi dinanzi ad un sistema di equazioni (obiettivi) per incognite (strumenti), sono possibili 3 casi:
- =: il numero degli strumenti è perfettamente uguale al numero degli obiettivi, ed il sistema è perfettamente controllabile ed esiste una e una sola soluzione;
- <: il numero degli strumenti è maggiore rispetto a quello degli obiettivi, ed il sistema è sottodeterminato e presenta infinite soluzioni;
- >: il numero di strumenti è minore rispetto a quello degli obiettivi, ed il sistema non è controllabile. In questa situazione è possibile agire in tre modi, ovvero lasciare perdere alcuni obiettivi, cercare di costruire ed inventare nuovi strumenti, od abbandonare gli obiettivi fissi e perseguirne uno flessibile.
L'obiettivo flessibile
Il modo più consueto di costruire funzioni obiettivo nella teoria della PE è quello di costruire una funzione di perdita che dipende da quanto la realizzazione di una variabile si discosta dal valore ritenuto ottimale dal policy maker. La funzione di perdita è:
∗=∑ ∙ ω ∙ ( = )
L'indice di malessere di Okun è una funzione obiettivo da minimizzare nell’ambito degli obiettivi flessibili che si può porre il policy maker. L’indice corrisponde alla somma tra il tasso di inflazione ed il tasso di disoccupazione (legati dalla curva di Philips) in un dato Paese: = +
La critica di Lucas
L’idea che la possibilità, per la PE, di raggiungere i suoi obiettivi possa essere valutata guardando alla risolvibilità di un sistema di equazioni matematiche è stata contestata da Lucas, secondo cui, nel momento stesso in cui un’azione di PE viene messa in atto, questa muta il quadro nel quale gli individui si muovono. L’effetto della PE sulle variabili obiettivo è pertanto imprevedibile. La PE ha effetto sulle variabili economiche in un modo che non può essere previsto sulla base dei comportamenti osservati nel passato. È dunque meglio astenersi da interventi attivi in quanto l’esito del loro intervento è sempre imprevedibile.
I fondamenti dell'economia del benessere
Che cos'è l'economia del benessere
L’economia del benessere (welfare-economics), la cui paternità è attribuita a Pigou, si occupa di fornire criteri per valutare socialmente allocazioni alternative. È composta da 4 linee guida:
- Vecchia EdB: tenta di costruire funzioni di benessere sociale partendo dalle utilità degli individui che compongono la società;
- Nuova EdB: si rifà alla teoria del consumo al fine di costruire un’imposizione assiomatica della funzione di benessere sociale;
- Teoria delle votazioni: ritiene che la scelta sociale sia da attribuire all’esito delle votazioni;
- Public choices: ritiene che i rappresentanti degli enti collettivi perseguano fini propri.
L’indicatore del benessere sociale deve dipendere dalle utilità dei componenti della collettività: = ( , , … , )
Secondo Bentham, il benessere di una collettività è la somma del benessere dei singoli individui: = da cui: = ( , , … , )
Nel caso in cui una società sia formata da 2 individui, una curva di isobenessere è la curva che contiene tutte le combinazioni di utilità degli individui a cui è associato il benessere sociale: = +
Secondo Rawls, il benessere sociale coincide con il livello di utilità dell’individuo che sta peggio: = ( , , … , )
Secondo Nietzsche, il benessere sociale coincide con il livello di utilità dell’individuo che sta meglio, ed è dunque l’opposto della funzione di Rawls.
Il criterio paretiano ed i teoremi dell'economia del benessere
Secondo il criterio paretiano, una configurazione è preferibile ad una se i soggetti nello stato stanno almeno non-peggio che nello stato e che , almeno un soggetto stia strettamente meglio. Il criterio si basa sul concetto di ottimo paretiano, secondo cui un’allocazione è pareto-efficiente quando è impossibile trovare un’allocazione differente in cui almeno un individuo stia strettamente meglio e ciascuno degli altri stia almeno non peggio. Tale criterio richiede l’unanimità di valutazione, ed ha il grosso difetto di condurre ad una soluzione chiara quando i confronti si presentano come ovvi, ma di essere inconcludente nei casi più frequenti ed interessanti. La principale ragione del perché gli economisti sono interessati a valutare la paretp-efficienza delle allocazioni, è che esiste una corrispondenza tra gli equilibri concorrenziali e le allocazioni pareto-efficienti.
Da qui, sorgono i 2 teoremi fondamentali dell’EdB:
- Primo teorema EdB: ogni allocazione di equilibrio economico generale di perfetta concorrenza è un ottimo paretiano. Un’allocazione di equilibrio economico generale è da intendersi come un insieme di prezzi e di quantità domandate/offerte se ogni consumatore fronteggia prezzi che assume come dati e domanda una quantità di beni tale da rendere massima la propria utilità, se ogni impresa produce beni utilizzando input secondo una tecnologia data, e se sul mercato di ogni bene si realizza l’equilibrio (domanda = offerta). In poche parole, il meccanismo di libero mercato, nel produrre un’allocazione di equilibrio, la produce efficiente. Le condizioni del teorema sono che ciascun soggetto non può modificare i prezzi con il proprio comportamento (price-taker) e dunque non possano esistere mercati non concorrenziali, l’utilità di ogni individuo deve dipendere unicamente dai livelli dei suoi consumi, devono essere chiaramente definiti i diritti di proprietà dei beni, devono esistere mercati per tutti i beni esistenti, e l’informazione deve essere completa e simmetrica (e quindi nota ad ogni individuo);
- Secondo teorema EdB: ogni allocazione pareto-efficiente può essere raggiunta da un’economia di libero scambio, a patto di redistribuire appropriatamente le dotazioni iniziali. Tale teorema assicura che il mantenimento del libero mercato, corretto con un’appropriata redistribuzione delle risorse, consente di pervenire ad un’allocazione equa e pareto-efficiente. L’efficienza può essere raggiunta dall’economia di mercato senza il bisogno d’interventi esogeni e l’equità può essere invece raggiunta con interventi esogeni.
Nell’ambito dei due teoremi dell’EdB, la scatola di Edgeworth è uno strumento che consente di analizzare la distribuzione e lo scambio delle quantità di 2 beni tra 2 soggetti economici: descrive un’allocazione efficiente in senso paretiano, ma assai poco convincente sotto il profilo dell’equità distributiva. La maggior parte dei beni esistenti è posseduta dall’individuo 2, mentre l’individuo 1 gode di un livello molto basso di utilità.
Parte III: Il potere di mercato
L'inefficienza allocativa del monopolio
Quando una o più imprese operano sul mercato di un certo bene, godono di potere di mercato, ovvero possono influenzare i prezzi con il loro comportamento. Consideriamo il caso in cui il mercato di un bene è servito da una sola impresa (monopolio) che persegue la massimizzazione del profitto. La teoria del monopolio assume che:
- L'impresa percepisca come dato il comportamento dei consumatori, = ( );
- L'impresa assuma come data la tecnologia di produzione a sua disposizione, = ( );
- L'impresa presente sul mercato non tenga conto del comportamento di altre imprese estranee al mercato.
Essendo in monopolio, la quantità prodotta dalla singola impresa q coincide con la quantità complessivamente immessa sul mercato e quindi, = .
La funzione obiettivo dell'impresa monopolista (ossia la massimizzazione della differenza tra il suo ricavo ed il suo costo totale di produzione) sarà = ∙ ( ) - ( )
La presenza di inefficienza allocativa nel punto di ottimo per l’impresa può essere spiegata con la perdita netta o secca di monopolio. Il passaggio dal punto ottimale dell’impresa (M) al punto di benessere sociale (SW) comporta per i consumatori un surplus (area +A+B) e per l’impresa una perdita (-A) ed un incremento (+C). Il guadagno netto di benessere per la società è così dato da (+A+B-A+C) = (+B+C). La perdita netta di monopolio è dunque la differenza tra benessere sociale massimo e benessere sociale di monopolio.
Perché esistono i monopoli?
Il monopolio naturale è quella situazione nella quale l'allocazione di concorrenza perfetta produrrebbe profitti negativi per le imprese. In tale caso la presenza del monopolio è da addebitare alla configurazione oggettiva del mercato, e quindi alla dimensione della domanda e dei costi di produzione, che rende impossibile il fatto che più di un'impresa ottenga profitti positivi. Il monopolio naturale è dunque quella situazione in cui il profitto d'impresa è negativo, e ciò accade quando il prezzo (costo marginale) è inferiore al costo medio.
Il monopolio è inefficiente in senso dinamico?
Il monopolio determina inefficienza allocativa, ma parlando di efficienza/inefficienza in senso dinamico:
- Schumpeter: il monopolio è efficiente in senso dinamico. La concorrenza perfetta consente che le attuali generazioni si trovino meglio rispetto ad una situazione di monopolio, ma che le future generazioni potrebbero stare peggio in quanto la crescita economica associata a regimi di monopolio è più forte rispetto alla crescita economica associata a situazioni di concorrenza perfetta. Tutto ciò perché l’innovazione richiede ingenti e rischiosi investimenti da parte delle imprese in R&S e solo l’impresa monopolista, con i suoi guadagni più elevati rispetto alle altre, potrebbe garantire una crescita più veloce;
- Arrow: il monopolio è inefficiente in senso dinamico. La concorrenza perfetta garantisce l’efficienza statica ed un tasso di crescita economica più elevato rispetto a quello associato a situazioni di monopolio. Tutto ciò perché chi gode di rendite monopolistiche non ha incentivi a compiere R&S (e ciò non genera crescita), ed anche perché le informazioni sulla tecnologia usata dai monopolisti sono protette da brevetti (e quindi circolano in modo difficoltoso, rallentando così la crescita).
Le vie d'uscita dall'inefficienza statica di monopolio
In caso di monopolio i policy maker devono decidere se tollerare o meno la presenza del monopolio:
- Se il monopolio non viene tollerato, si avvia una politica di liberalizzazione del mercato che prevede l’attuazione di politiche di tipo istituzionale (antitrust) che permettono di modificare norme e leggi al fine di favorire l’ingresso di altre imprese, e la concessione di sussidi per la produzione del bene per le imprese entranti;
- Se la presenza del monopolio viene tollerata, bisogna influenzarne il comportamento in modo da evitare l’inefficienza allocativa. Si procede così a statalizzare l’impresa e a renderla di proprietà pubblica. In seguito si procede ad attuare la regolamentazione (cioè cercare di influenzare i comportamenti dell’impresa monopolista privata tramite la regolamentazione della quantità e della produzione).
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