La politica economica ed il conflitto
La politica economica
La politica economica è quella parte della scienza economica che studia una comunità e riguarda l’individuazione ed il perseguimento dei fini, compreso l’esito di un loro eventuale intervento.
La comunità (o ente collettivo) è un aggregato di individui con preferenze eterogenee.
La "teoria delle scelte collettive" cerca di stabilire come, a partire dalle finalità delle singole unità che lo costituiscono, un corpo complesso arrivi ad individuare i suoi obbiettivi. Individuati i fini, la PE esamina i possibili modi per perseguirli mediante la "teoria della controllabilità", che studia le condizioni che devono essere soddisfatte affinché si raggiunga il fine che la comunità si pone.
I soggetti della PE
Sono:
- Privati: individui che perseguono i propri obiettivi individuali (consumatori, imprese);
- Policy maker: “autorità di PE”, ovvero un ente non dotato di una propria personalità ma che si limita ad osservare le preferenze degli individui, a stabilire un fine e decidere come intervenire per realizzarlo.
Il modello di Musgrave suggerisce di rappresentare i policy maker come l’insieme degli uffici:
- Allocation bureau: persegue gli obbiettivi microeconomici;
- Stabilization bureau: persegue gli obiettivi macroeconomici;
- Redistribution bureau: si occupa degli interventi sulla redistribuzione del reddito.
I policy maker possono inoltre essere internazionali, nazionali o territoriali. Infine, a riguardo della natura dei compiti svolti dai policy maker, possiamo distinguere:
- Politici: individuano i fini e le azioni da intraprendere per raggiungerli;
- Burocrati: mettono in atto le misure individuate dai politici.
La scuola delle Public Choices sostiene invece che i policy maker siano uomini in carne ed ossa che perseguono i propri obiettivi e che poco hanno a che fare con gli obiettivi degli individui che costituiscono una comunità.
La teoria normativa della PE
L’utilizzo dei modelli in economia. Un modello è una descrizione semplificata della realtà e deve essere semplice e generalizzabile. Può essere inoltre letto in modo positivo (ci dice cosa succede e perché) o normativo (ci dice cosa deve essere fatto affinché vengano raggiunti certi risultati).
Le relazioni nei modelli economici
Le relazioni che intercorrono tra gli elementi di un modello possono essere illustrate sia in modo discorsivo che facendo ricorso a delle equazioni. Le relazioni sono:
- Relazioni tecniche: descrivono la tecnologia o le preferenze degli individui (come la funzione di produzione o di utilità);
- Relazioni comportamentali: descrivono il comportamento degli individui (come la funzione di domanda o di offerta di mercato);
- Relazioni di equilibrio: come la curva IS o LM;
- Relazioni di definizione: servono a determinare una grandezza (come la domanda aggregata).
In ogni modello figurano delle variabili endogene (il valore della variabile viene spiegato all’interno del modello) ed esogene (il valore viene preso come dato e non spiegato all’interno del modello). Ciò che è endogeno in una lettura positiva del modello, diventa esogeno in una lettura normativa dello stesso modello. La distinzione tra variabili esogene ed endogene risiede nella scelta di elaborare il modello. Risulta però essere palese preferire un modello con tante variabili endogene, che però ne potrebbe comportare l’ampliamento del modello stesso per poter spiegare al meglio tali variabili. Ciò che è endogeno in un modello può essere esogeno in un altro modello.
Variabili esogene ed endogene
Esistono e si prendono in considerazione anche variabili esogene perché bisogna porre un limite all’ampliamento del modello o perché ad esempio, nei fenomeni economici, risultano spesso rilevanti anche variabili non economiche (come le condizioni atmosferiche) che un modello economico non spiega ed assume come date (appunto esogene). Inoltre, arrivati ad un certo punto del modello, non si può fare a meno delle variabili esogene in quanto, per comodità, alcune variabili devono essere trattate come provenienti dall’esterno.
Esempio: Il modello keynesiano interpreta il reddito come endogeno e la spesa pubblica come esogena (cioè decisa dalle autorità di governo nella loro autonomia).
D: Posto un livello di reddito esogeno da raggiungere, quale valore deve assumere la spesa pubblica per raggiungere tale obiettivo?
R: Si deve trovare un valore per la spesa pubblica che in precedenza era assunto come dato (esogeno). Il reddito, viceversa, che nella lettura positiva rappresenta l’incognita di cui si vuole trovare il valore, viene sostituito dal valore obiettivo desiderato.
Un modello può avere inoltre una forma strutturale (le equazioni che lo compongono legano variabili endogene con altre variabili) o ridotta (quando viene risolto, ovvero riscritto in modo tale che ciascuna variabile endogena risulti funzione di variabili esogene).
Obiettivi e strumenti
Tra le variabili possono essere individuati:
- Obiettivi: un fine dell’azione del policy maker e può essere fisso (quando si mira a raggiungere un valore di una variabile) o flessibile (quando ci si trova di fronte ad un problema di massimizzazione o di minimizzazione);
- Strumenti: una variabile che viene usata dal policy maker come leva per raggiungere un fine. Per essere tale, una variabile deve essere controllabile, isolata dall’influsso di elementi esterni ed efficace sugli obiettivi che il policy maker si pone.
La possibilità di perseguire gli obiettivi dipende dal numero degli strumenti disponibili rispetto alle variabili.
Gli obiettivi fissi
Secondo il teorema della regola aurea di Tinbergen (il quale cerca di stabilire se un piano di PE sia o meno realizzabile), se non si crede nella possibilità che l’osservazione storica possa essere utile nella previsione degli effetti della PE, allora non ha senso chiedersi quali debbano essere le azioni da intraprendere. L’astensione da PE attive potrebbe rivelarsi una scelta obbligatoria, anche se significherebbe rinunciare a modificare il mondo ed accettare lo Status Quo (immobilismo). La condizione necessaria affinché un modello con obiettivi fissi sia controllabile è che il numero di strumenti messi a disposizione del policy maker sia almeno pari al numero degli obiettivi. Tale condizione è necessaria ma non sufficiente (dato che gli strumenti devono anche essere indipendenti tra di loro) e quindi dinanzi ad un sistema di n obiettivi per m strumenti, sono possibili 3 casi:
- i = n = m: il sistema è controllabile ed esiste una sola soluzione;
- i < n < m: il sistema è sottodeterminato e presenta infinite soluzioni;
- i > n > m: il sistema non è controllabile. In questo caso è meglio lasciare perdere alcuni obiettivi, cercare di costruire nuovi strumenti o perseguire un obiettivo flessibile.
Gli obiettivi flessibili
Il modo più consueto di costruire funzioni obiettivo è quello di costruire una funzione di perdita che dipende da quanto la realizzazione di una variabile si discosta dal valore ritenuto ottimale dal policy maker:
\[ L=\sum \omega_i \cdot (y_i-y^*)^2 \] dove \(\omega_i\) rappresenta l'insieme dei coefficienti di ponderazione.
Se \(\omega_i=0\), il policy maker non attribuirà alcuna importanza allo scostamento della variabile e quindi scomparirà l’obiettivo su tale variabile.
L’indice di malessere di Okun è una funzione obiettivo da minimizzare nell’ambito degli obiettivi flessibili che si può porre il policy maker, e corrisponde alla somma tra il tasso di inflazione e di disoccupazione in un dato Paese:
\[ IMO = \pi + u \]
Il tasso di disoccupazione e di inflazione sono legati tra di loro da una relazione che potrebbe essere una curva di Phillips. Tale problema potrà essere risolto per sostituzione e trovando il punto di massimo/minimo globale, o con il metodo di Lagrange. Se il problema è matematicamente risolvibile, allora tale obiettivo di PE con obiettivo flessibile si dirà “controllabile”.
La critica di Lucas
L’idea che la possibilità, per la PE, di raggiungere i suoi obiettivi guardando alla risolvibilità di un sistema di equazione matematiche, venne contestata nel 1976 da Lucas. Gli individui utilizzano tutte le informazioni messe a loro disposizione e le elaborano al fine di decidere quale sia il comportamento ottimale da intraprendere.
Nel momento stesso in cui un’azione di PE viene messa in atto, questa muta il quadro nel quale gli individui si muovono. L’effetto della PE sulle variabili obiettivo è pertanto imprevedibile. La PE ha effetto sulle variabili economiche in un modo che non può essere previsto sulla base dei comportamenti osservati nel passato. È dunque meglio, per i policy maker, astenersi da interventi attivi in quanto l’esito del loro intervento è sempre imprevedibile. Cittadini e policy maker sono coinvolti in un vero e proprio gioco, in cui la strategia ottimale per ognuno dipende da quello che fanno gli altri.
Lucas e Friedman
La curva di Phillips ipotizza una relazione negativa stabile tra tasso d’inflazione e di disoccupazione. Se aumenta l’inflazione, diminuisce il tasso di disoccupazione. Per oltre un decennio (’60 - ’70) la PE ha cercato di ridurre la disoccupazione, generando inflazione.
Friedman criticò tale imposizione, sostenendo che la curva di Phillips trascurasse di considerare le aspettative inflazionistiche. Nel momento in cui l’inflazione indurrà anche aspettative inflazionistiche, la curva inizierà a spostarsi poiché la precedente relazione diventerà instabile. Qui entra in gioco Lucas. La PE ritiene di poter calcolare quale sia il tasso d’inflazione da mettere in atto al fine di perseguire l’obiettivo relativo alla disoccupazione. La critica di Lucas porta tuttavia a rilevare che, nel momento stesso in cui una politica inflazionistica viene messa in atto, i cittadini mutano i propri comportamenti poiché vengono alimentate aspettative di inflazione. Le modifiche comportamentali dei cittadini faranno sì che il risultato dell’azione di PE sia diverso da quello stimato dai policy maker, e la differenza tra esito preventivato ed atteso sarà riconducibile al fatto che la politica attuata ha determinato cambiamenti nei comportamenti dei cittadini.
I fondamenti dell'economia del benessere
L’economia del benessere. La paternità è stata attribuita a Pigou e si occupa di fornire criteri per valutare socialmente allocazioni alternative. È composta da 4 linee guida:
- Vecchia EdB: costruisce funzioni di benessere sociale partendo dalle utilità degli individui che compongono la società;
- Nuova EdB: si rifà alla teoria del consumo al fine di costruire un’imposizione assiomatica della funzione di benessere sociale;
- Teoria delle votazioni: ritiene che la scelta sociale sia da attribuire all’esito delle votazioni;
- Public choices: ritiene che i rappresentanti degli enti collettivi perseguano fini propri.
L’indicatore del benessere sociale dipende dalle utilità dei componenti della collettività:
\[ SW = f(U_1, U_2, ..., U_N) \]
La funzione di benessere sociale afferma che il benessere sociale dipende dall’utilità degli individui che compongono una società. Tale funzione può essere:
- Alla Bentham: il benessere di una collettività è la somma del benessere dei singoli individui:
\[ W = \sum_{i=1}^{N} u_i \]
Nel caso in cui una società sia formata da 2 individui, una curva di isobenessere è la curva che contiene tutte le combinazioni di utilità degli individui:
\[ SW = U_1 + U_2 \]
- Alla Rawls: il benessere sociale coincide con il livello di utilità dell’individuo che sta peggio:
\[ W = \min(U_1, U_2, ..., U_N) \]
- Alla Nietzsche: il benessere sociale coincide con il livello di utilità dell’individuo che sta meglio, ed è dunque l’opposto della funzione di Rawls:
\[ W = \max(U_1, U_2, ..., U_N) \]
Il criterio paretiano
Una configurazione è preferibile ad una se i soggetti nello stato X stanno almeno non-peggio che nello stato Y, e che almeno un soggetto stia meglio. Il criterio si basa sul concetto di ottimo paretiano, secondo cui un’allocazione è pareto-efficiente quando è impossibile trovare un’allocazione differente in cui almeno un individuo stia meglio e ciascuno degli altri stia almeno non peggio. Tale criterio richiede l’unanimità di valutazione, ed ha il grosso difetto di condurre ad una soluzione chiara quando i confronti si presentano come ovvi, ma di essere inconcludente nei casi più frequenti ed interessanti.
I due teoremi fondamentali dell’EdB
Sono:
- Ogni allocazione di equilibrio economico di concorrenza perfetta è un ottimo paretiano. Ricordiamo che l’economia di mercato si basa sull’istituzione della sovranità degli operatori economici (imprese e consumatori). Il meccanismo di libero mercato, nel produrre un’allocazione di equilibrio, la produce efficiente. Le condizioni del teorema sono che ciascun soggetto non può modificare i prezzi con il proprio comportamento, non possono esistere mercati non concorrenziali, l’utilità di ogni individuo deve dipendere unicamente dai livelli dei suoi consumi, devono essere chiaramente definiti i diritti di proprietà dei beni, devono esistere mercati per tutti i tipi di beni e l’informazione deve essere completa e simmetrica (ovvero nota ad ogni individuo);
- Ogni allocazione pareto-efficiente può essere raggiunta da un’economia di libero scambio, a patto di redistribuire appropriatamente le dotazioni iniziali. Tale teorema assicura che il mantenimento del libero mercato, corretto con un’appropriata redistribuzione delle risorse, consente di pervenire ad un’allocazione equa e pareto-efficiente. L’efficienza può essere raggiunta dall’economia di mercato senza il bisogno d’interventi esogeni, mentre l’equità può essere raggiunta con interventi esogeni.
La scatola di Edgeworth
È uno strumento che consente di analizzare la distribuzione e lo scambio delle quantità di 2 beni tra 2 soggetti economici:
Punto A: descrive un’allocazione efficiente in senso paretiano, ma assai poco convincente sotto il profilo dell’equità distributiva. La maggior parte dei beni esistenti è posseduta dall’individuo 2, mentre l’individuo 1 gode di un livello molto basso di utilità.
Il potere di mercato
L’inefficienza allocativa del monopolio. Quando una o più imprese operano sul mercato di un certo bene godono di “potere di mercato” (influenzare i prezzi con il loro comportamento).
Si consideri il caso in cui il mercato di un bene è servito da una sola impresa (monopolio) che persegue la massimizzazione del profitto. La teoria del monopolio assume che:
- L'impresa percepisca come dato il comportamento dei consumatori: \(P=P(Q)\);
- L'impresa assuma come data la tecnologia di produzione a sua disposizione: \(c=c(q)\);
- L'impresa non tenga conto del comportamento di altre imprese estranee al mercato.
Essendo in monopolio, la quantità prodotta dalla singola impresa coincide con la quantità complessivamente immessa sul mercato , e quindi \(Q=q\).
La funzione obiettivo dell'impresa monopolista, ossia la massimizzazione della differenza tra il suo ricavo ed il suo costo totale di produzione, sarà:
\[ \pi = Q \cdot P(Q) - c(Q) \]
La presenza di inefficienza allocativa nel punto di ottimo per l’impresa può essere spiegata con la perdita netta (secca) di monopolio. Il passaggio dal punto ottimale dell’impresa (M) al punto di benessere sociale (SW) comporta un surplus per i consumatori (area A + B) ed una perdita per l’impresa (-A) insieme ad un incremento (+C). Il guadagno netto di benessere per la società sarà così dato da:
\[ (A + B - A + C) = (B + C) \]
La perdita netta di monopolio è il decremento di benessere sociale che si ha in monopolio rispetto all’allocazione cui si perverrebbe in condizioni di concorrenza perfetta, e corrisponde alla differenza tra benessere sociale massimo e di monopolio.
Perché esistono i monopoli?
Il monopolio naturale è quella situazione nella quale l'allocazione di concorrenza perfetta produrrebbe profitti negativi per le imprese. In tale caso la presenza del monopolio è da addebitare alla configurazione oggettiva del mercato, e quindi alla dimensione della domanda e dei costi di produzione, che rende impossibile il fatto che più di un'impresa ottenga profitti positivi. Il monopolio naturale è dunque quella situazione in cui il profitto d'impresa è negativo, e ciò accade quando il prezzo (costo marginale) è inferiore al costo medio.
Il cartello
È un accordo tra le imprese volto a massimizzare una funzione obiettivo comune. Tali accordi prevedono una diminuzione delle quantità immesse sul mercato, in modo tale da determinare un incremento del prezzo, provocando così una situazione di inefficienza allocativa. I cartelli tendono ad essere instabili poiché, una volta raggiunto l’accordo, ogni impresa ha incentivo a tradire tale accordo.
Il monopolio è inefficiente in senso di...
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