I musei
Musei tra luoghi comuni e realtà
Negli USA oltre 17.500 musei accolgono 850 milioni di visitatori l’anno; 19.000 istituti europei ne hanno circa 500 milioni. I musei definiscono l’identità collettiva; esistono da secoli e ogni paese, ricco o povero, democratico o dittatoriale, ne possiede.
Cos’è un museo?
L’ICOM (International Council of Museums), organismo non governativo associato all’UNESCO e alle Nazioni Unite che si occupa dei musei, ha proposto negli anni 7 progressive definizioni di museo.
- 1946 - “Tutte le collezioni aperte al pubblico di materiale artistico, tecnico, scientifico, storico, archeologico, inclusi zoo e giardini botanici, ma escluse biblioteche, a meno che mantengano sale di esposizione permanenti”. Il riferimento al pubblico dà modernità alla definizione: senza avrebbe avuto senso anche secoli prima.
- 1951 - Introduce il concetto di interesse pubblico e le funzioni del museo: preservare, studiare, migliorare, esporre le collezioni per il diletto e l’istruzione.
- 1961 - Il museo è “un’istituzione permanente che conserva e espone, a scopo di studio, istruzione e diletto, collezioni di reperti di interesse culturale e scientifico”; sono chiarite le tipologie di iniziative che rientrano nella definizione di museo, aggiungendo i monumenti storici e le loro dipendenze e riserve naturalistiche.
- 1971 - Le contestazioni sociali hanno portato un vento di cambiamento anche nelle riflessioni culturali. Si dichiara che il museo è al servizio della società e del suo sviluppo: è un cambiamento che darà origine a nuovi piccoli musei locali spesso in ambito contadino, con un forte legame comunitario. Si comincia a parlare di una "nuova museologia", di un "museo aperto all’esterno, fuori dall’edificio, fatto dalla collettività e per la collettività"; abbatte lo scalone monumentale del museo, di abolire la distanza fra pubblico ed enfatizzare il suo ruolo di luogo di uso collettivo (Pinna).
- 1989 - Si fa una correzione terminologica: da "material evidence of man" a "material evidence of people".
- 1995 - Aggiunge due categorie all’elenco di istituzioni: amministrazioni pubbliche responsabili di musei e istituzioni impegnate nella formazione e nella ricerca museale. Le novità riflettono l’importanza dei musei e della ricerca che avviene fuori dal museo.
- 2004 - Aggiunge il concetto di patrimonio immateriale.
Il museo è...
- Un’istituzione permanente. La complessità dei suoi compiti richiedono una struttura stabile e un personale esperto con strategie di medio-lungo periodo.
- Senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. Come emerse già nel 1951/1971, nel senso che il centro non dovrebbero essere più i reperti ma i visitatori.
- Aperta al pubblico. L’interesse verso gli oggetti si è spostato dall'aspetto estetico verso quello di testimonianza culturale e sociale.
- Effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell’uomo e del suo ambiente. Non nel senso naturalistico, ma nel senso di territorio, cioè quel retroterra invisibile determinato dall’intrecciarsi di fattori complessi (sociali, economici, ecc) in cui si situa la vita di una comunità.
- Le acquisisce, le conserva, le comunica e le espone per scopi di studio, istruzione e diletto.
Finalità
Nel 1946 la definizione contava 36 parole; l’ultima ne impiega 250. Questa crescita testimonia dei cambiamenti portati dalla proliferazione di nuove iniziative difficilmente classificabili - creature ibride come gli ecomusei (vecchie filiere produttive e mulini); centri di interpretazione di parchi naturali; heritage centres. Non sempre queste iniziative si possono chiamare musei: magari ne realizzano le finalità senza averne la forma, oppure ne scimmiottano i comportamenti senza averne le finalità. Le definizioni, per quanto elaborate, lasciano sempre un margine di incertezza. Nel tempo si sono concentrate più sulle finalità che sulla morfologia del museo. Nel caso di dubbi dobbiamo quindi fare premio sulla missione; ma anche qui la definizione dell’Icom risulta un po’ astratta per essere completamente esaustiva.
Dall’Arca di Noè ai musei di domani
Molte specificità del museo si possono già leggere nei momenti salienti della sua storia. Il bisogno di conservare la memoria ha sempre avuto un ruolo importante per l’uomo. Le Goff ha affermato che tutte le società umane, comprese le primitive, si sono impegnate a trasferire informazioni considerate importanti alle generazioni successive; a cambiare sono le modalità di conservazione: si può distinguere tra società a memoria orale e a memoria scritta, e periodi di passaggio dall’una all’altra. Il museo è un modo tipicamente occidentale di conservazione e trasmissione della memoria collettiva, che poi è stato imposto un po’ ovunque. Per una popolazione nomade conservare delle collezioni non era agevole, di qui la preferenza per la conservazione orale della cultura.
Prima del museo
L’Arca di Noè, Babilonia e le piramidi. La parola museo deriva dal greco "luogo sacro alle Muse", figlie di Zeus e Mnemosine, dea della memoria. Museion era il nome dell’edificio voluto da Tolomeo I Sotere nel III secolo a.C. ad Alessandria d’Egitto, la massima istituzione culturale del mondo antico, dedicata alla conservazione, studio e ricerca.
Forme protomuseali sono presenti già prima. Renzo Piano ne identifica l’archetipo nell’Arca di Noè, in quanto destinata alla conservazione di ciò che va salvato dall’oblio e tramandato al futuro; più concretamente si individuano in templi e tombe (in quanto arricchite di oggetti e suppellettili capaci di rendere il defunto degno di memoria) di civiltà neolitiche. Tombe, templi e palazzi reali del mondo antico sono possibili musei ante litteram in quanto furono depositi della memoria collettiva: es. i palazzi e templi voluti da Nabuccodonosor II, che custodivano reperti e documenti di varie civiltà; le piramidi egizie; l’esercito di terracotta scoperto nel 1974 (migliaia di sculture di guerrieri che difendevano la tomba-mausoleo dell’imperatore cinese). Tuttavia questi luoghi custodivano un patrimonio che, pur custodendo la memoria collettiva di una cultura, non era accessibile: mancava ancora il fondamentale requisito di accessibilità pubblica.
Il Museion di Alessandria d’Egitto
Fondato attorno al 300 a.C., comprendeva la più vasta biblioteca del mondo antico; un osservatorio astronomico; un giardino botanico e zoologico; ospitava, fornendo vitto e alloggio, filosofi e scienziati.
Il culto delle Muse era affidato a un sacerdote, in modo che lo studio potesse procedere laicamente: non è quindi un luogo di culto ma di studio, ricerca, conservazione del patrimonio della memoria culturale. Era anche un’istituzione pubblica, in quanto la biblioteca era accessibile da tutti. Fu distrutto da un incendio nel 270 d.C.
Età Cristiana e Medioevo
L’età romana segnò una battuta d’arresto; il termine museum fu riferito a grotte e anfratti di giardini privati. La cultura greca continuò a esercitare fascino e i palazzi furono abbelliti con opere d’arte, ma secondo uno spirito ormai lontano da quello del Museion o delle pinacoteche elleniche: con rare eccezioni (biblioteca pubblica dell’Atrium Libertatis), le opere d’arte servivano per fini non pubblici, ma per esibizione di potere.
L’avvento del cristianesimo portò una chiusura nei confronti dell’arte pagana. Il colpo di grazia arrivò con le invasioni barbariche (V sec) che portarono alla fusione, per ragioni economiche, delle statue in bronzo. Nel Medioevo la conservazione di testimonianze del passato è affidata a chiese e monasteri, soprattutto perché il Cristianesimo esorta a non possedere cose superflue; i monaci hanno salvato la curiosità, assieme all’agricoltura, la scienza e la letteratura. Ma si è ancora lontanissimi dallo spirito ellenico: studio, ricerca e contemplazione estetica non trovano spazio. Nelle chiese, oltre a reliquie e oggetti delle meraviglie, si trovano reperti naturali rari, esotici (corni, denti di coccodrillo, lingue di serpente; nella cattedrale di Siviglia c’è un coccodrillo e una zanna di elefante). Le collezioni dei potenti sono unicamente uno strumento di ostentazione.
Il Museo Capitolino
Nel 1471 papa Sisto IV dona al popolo romano le statue pagane (p.za Campidoglio) già conservate in Laterano: è l’atto fondativo del Museo Capitolino, primo museo moderno e primo aperto al pubblico (per quanto le motivazioni siano politiche, non culturali).
Il primo museo moderno e la cultura della curiosità
Paolo Giovio (1483 - 1552) e il suo museo a Como (aperto 1543)
Nato a Como, studiò a Padova e Pavia, si laureò in medicina e filosofia. Fu al seguito di Giulio de’ Medici, seguendolo a Roma quando divenne papa col nome di Clemente VII. I rapporti con Paolo III Farnese furono inizialmente ottimi; poté allora frequentare Vasari, Francesco I, Carlo V, Cosimo de’ Medici. Ma proprio il consolidarsi di alcune di queste amicizie non troppo gradite al pontefice e le sue divergenze sulla Riforma della Chiesa (rifiutò di partecipare ad alcune sedute del Concilio di Trento) raffreddò il rapporto, tanto che Giovio abbandonò Roma e fece ritorno alla corte dei Medici.
Nel periodo di sintonia con Paolo III diede vita al Museo di Borgo Vico (CO); per la prima volta la parola museo è reintegrata con consapevolezza: la collezione era destinata ad un edificio ad hoc, strutturata attraverso un percorso ben pensato, e offerta ad un gran numero di persone. Comprendeva 300 circa ritratti di uomini illustri (sovrani, letterati, artisti), suddivisi in categorie; per fare del luogo qualcosa più che uno spazio espositivo, ma un luogo di conoscenza, ogni opera era corredata di scritti, elogia, che riassumevano la personalità, gesta, pregi e difetti dell’effigiato. Alla morte di Giovio la collezione si frantumò tra gli eredi e un secolo dopo la villa andò distrutta.
Studioli e camere speciali: la cultura della segretezza e della meraviglia
Il modello gioviano, variamente declinato, fu adottato da molti aristocratici, ma non fu l’unico modo di presentare le collezioni. Dal XV secolo nelle corti europee s’iniziò a collezionare oggetti rari e preziosi e opere d’arte custodendoli negli ambienti privati, di solito piccoli e riccamente ornati, dedicati allo studio e a incontri riservati e d’affari. I più celebri furono quelli di:
- Federico da Montefeltro, Palazzo Ducale, Urbino. Realizzato da molti artisti (tra cui, è probabile, il giovane Botticelli) tra il 1473-76. Le pareti sono rivestite di tarsie lignee; sopra ci sono ritratti di papi, cardinali, poeti, filosofi, scienziati del passato e contemporanei. Federico possedeva un altro studiolo nel Palazzo di Gubbio, acquisito nel 1939 dal Met di NY.
- Francesco I de’ Medici, Palazzo Vecchio (1570-72). Decorato con stucchi e pitture sotto la supervisione di Vasari. Celebra gli interessi alchemici ed esoterici di Francesco: sulla volta sono raffigurati i quattro elementi e l’incontro di Natura e Prometeo; sulle pareti ritratti di Medici, immagini sull’alchimia, sculture bronzee di divinità entro nicchie (tra cui l’Apollo di Giambologna). Non conteneva testi devozionali né antichi, ma solo “cose rare e preziose” come gioielli, pietre intagliate, medaglie, cristalli lavorati, invenzioni meccaniche (“ingegni”) e curiosità naturali ed esotiche. Dopo la morte di Francesco I fu smantellato; fu ricostruito nel 1910 sulla base di descrizioni. Le sue collezioni costituirono il nucleo fondativo degli Uffizi; inaugurato nel 1581, sarà coi Musei Capitolini il secondo grande museo del mondo, aperto a chi ne facesse richiesta.
- Isabella Gonzaga, Palazzo Ducale, Mantova. Accolse presso la sua corte personalità come Leonardo, Correggio, Mantegna, Ariosto, Baldassarre Castiglione. Nel 1490 crea nel Castello di San Giorgio il suo studiolo (trasferito nel 1523 nel Palazzo Ducale), con opere d’arte di Mantegna, Perugino, Correggio, Lorenzo Costa (non ottenne Giambellino e Leonardo), e una grotta con oggetti antichi e statue classiche (tra queste però anche il "Cupido dormiente" di Michelangelo).
Gli studioli erano mondo diversi dal museo di Giovio, soprattutto per la loro “mission”: il primo si rivolgeva ad un largo pubblico per custodire e trasmettere la memoria; gli altri erano strettamente privati.
Schatzkammer e Wunderkammer
Negli studioli si fece strada una cultura delle meraviglie e della curiosità che toccò l’apice nel ‘500. Schatzkammer (camere del tesoro): con pietre, metalli pregiati, opere d’arte; spiccano quelle di Medici, Gonzaga, Este, Savoia. Wunderkammer (camere delle meraviglie): luoghi della curiosità e dello stupore, custodiva sia mirabilia naturalia che artificialia.
L’interesse per le raccolte naturalistiche ispirò la realizzazione da parte di Aldrovandi di uno dei primi musei di storia naturale; l’intento era enciclopedico, cioè raccogliere tutti i possibili esemplari del regno vegetale, animale e minerale, con reperti autentici e raffigurazioni. Nel 1568 convinse il Senato bolognese a istituire l’Orto Pubblico, uno dei più antichi orti botanici. Alla sua morte (1605) le collezioni furono collocate nel Palazzo Pubblico e da metà ‘700 in Palazzo Poggi. La differenza tra il museo di Aldrovandi e le Wunderkammer non è netta, ma è essenzialmente nel prevalere nel primo della classificazione e della ricerca e nelle ultime della meraviglia (senza che però venga del tutto meno la valenza scientifica).
Ampie porzioni del palazzo furono dedicate ad ospitare la Wunderkammer dell’arciduca d’Austria Ferdinando nel Castello di Ambras, Tirolo. Collezioni d’inestimabile valore: armature, sculture tardo medievali; ritratti di sovrani; l’enciclopedica collezione di naturalia e artificialia in 18 teche alte fino al soffitto rivestite di colori che fanno risaltare gli oggetti che contengono. Inviò emissari nel mondo per acquistare ogni tipo di meraviglia. Il catalogo della Wunderkammer di Alberto V di Baviera, Monaco, fu stampato nel 1565, è il primo della storia. Imperatore del Sacro Romano Impero, trasferì la capitale da Vienna a Praga (1583), dove raccolse le sue collezioni d’arte e meraviglie poi saccheggiate dagli svedesi durante l’assedio della città (1648).
Le Wunderkammer ebbero grande diffusione, specie in Nordeuropa. In Italia una delle più importanti fu quella del nobile erudito milanese Manfredo Settala, con 3.000 mirabilia (tra cui un diavolo meccanico) il cui catalogo fu stampato nel 1664; gran parte della collezione è andata perduta per incuria e per via dei saccheggi napoleonici. Le grandi collezioni rinascimentali e seicentesche era soprattutto strumenti di esibizione, ma è riduttivo negare qualsiasi valore scientifico. La stessa Wunderkammer, che può apparire confusa o ridicola, se contestualizzata in un periodo storico in cui la separazione tra cultura umanistica e scientifica non si era ancora compiuta, può essere giustamente considerata una macchina per comprendere e dominare la realtà, un luogo di sperimentazione e studio.
Dall’Illuminismo a fine ‘800
Royal Society e Ashmolean Museum
Nell’età della borghesia (XVIII-XIX sec) la forma-museo evolve. Protagoniste sono Inghilterra e Francia; il cambiamento riguarda in particolare la specializzazione dei musei e la funzione pubblica.
Francesco Bacone, padre dell’empirismo inglese, alla logica aristotelica aprioristica e deduttiva contrappose la prassi sperimentale e induttiva. Il paradigma baconiano fu alla base della creazione nel 1660 della Royal Society, l’accademia inglese delle scienze (di cui Newton fu presidente dal 1703), che ispirò le analoghe accademie delle scienze di Parigi (voluta da Colbert), San Pietroburgo, Berlino. Ashmolean Museum, Oxford. Nato nel 1683 nel clima filosofico baconiano. Elias Ashmole, storico, alchimista e collezionista inglese, trasferì la sua collezione (comprendente anche quella di John Tradescant, giardiniere, naturalista e viaggiatore, ricevuta dietro l’impegno di realizzare un edificio per contenerla) all’Università di Oxford che costruì il museo per contenerla. Aperto al pubblico non solo specialistico a costo ridotto, incentrato sullo studio e la sperimentazione attraverso corsi di storia naturale e laboratori, fu il primo museo universitario del mondo (e Aldrovandi?) e il primo museo “popolare”.
L’Illuminismo e il crescente ruolo del pubblico
L’empirismo getterà le basi per l’Illuminismo, movimento filosofico segnato dalla fiducia nel progresso, dall’uso della ragione e della sperimentazione, dal rifiuto del principio di autorità (cioè la verità indiscutibile in quanto derivante da entità superiori o dalla tradizione). Si apre così la strada all’idea che il museo possa e debba favorire la pubblica diffusione del sapere e del progresso: nel ‘700 in molti paesi le collezioni si aprono al pubblico. Lo zar Pietro il Grande (che possedeva molte collezioni, alcune sul modello della Wunderkammer) fu tra i primi fautori di questa svolta: per favorire l’immagine di un paese in trasformazione e più vicino al modello occidentale, creò la Kunstkamera, primo museo russo con lo scopo di istruire.
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