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seguivano sempre l'assioma (principio universale) dell'ut pictura poesis e poesia pittura parlante e

pittura poesia muta. Come il sonetto di Petrarca che elogiava le capacità pittoriche di Simone

Martini nel ritratto della sua amata Laura. Il ritratto divenne infatti un genere molto usato nelle corti

sia per scopi celebrativi che civici: Lionello d'Este promosse addirittura una gara nel 1441 a Ferrara

per chi sarebbe riuscito a fargli il ritratto più bello: vinse Jacopo Bellini (oggi perduto) ma ce ne è

rimasto uno del Pisanello. Il quadro leonardesco di Cecilia Gallerani (la dama con l'ermellino) è

certificato della sua autenticità del pittore dal sonetto del poeta Bellincioni. Il ritratto perse pian

piano la sua funzione celebrativa per divenire oggetto di fruizione estetica. Anche il ritratto

dell'amata realizzato da Raffaello (la Fornarina) è accompagnato da una descrizione poetica dello

stesso pittore, che mostra così anche la sua formazione letteraria. Anche Tiziano cerca, nel ritratto

all'ambasciatore di Carlo V Don Diego Hurtado, di concentrarsi sulla parte psicologica del

personaggio per mostrarne la spiritualità. Anche il ritratto della poetessa Laura Battiferri, dipinto dal

Bronzino, viene esaltato dalle rime del Lasca. Insomma si va a formare un rapporto strettissimo tra

arte e letteratura: l'ekfrasis da pure descrizione del soggetto diventa ricca di contenuti. Anche la

pittura del Caravaggio venne utilizzata per descrizioni letterarie, come "La Buona ventura" che

venne commentata dal Murtola in un suo madrigale per esaltarne il contenuto di inganno e

disinganno del protagonista. Diversa è la "Pinachoteca" di Michele Silos che illustra le più

significative sculture e pitture delle chiese di Roma: questo può essere considerato un ottimo

documento per conoscere le raccolte e la loro ubicazione anche se qui si privilegia lo svolgimento

del soggetto e non lo stile. Un testo molto usato per soggetti pittorici fu La Gerusalemme Liberata,

come si può vedere nel dipinto del Furini che mostra la pittura che vince sulla poesia.

Sui criteri di disposizione, decorazione e arredo degli spazi interni e sulle modalità di

allestimento dei dipinti e dei disegni

In Italia ,fino al Settecento, non si trovano vere guide e manuali che indichino norme di allestimento

o regole per disporre quadri tranne che in trattati di architettura o inventari. Un primo passo avanti

lo troviamo nel trattato architettonico, "De re aedificatoria" di Leon Battista Alberti che distingue

tre tipi di edifici. La casa privata egli mette in risalto l'importanza della disposizione di ambienti,

arredi e quadri. L'unico ambiente pubblico della casa era per lui la biblioteca. Due manuali che

servivano anche come norme di comportamento furono il "Cortegiano" di Castiglione come

modello di vita dell'aristocrazia e il De Cardinalatu di Paolo Cortesi come modello di vita per

l'aristocrazia ecclesiastica. Il Cortesi concepiva la casa divisa in tre zone: quella intima, privata e

pubblica. Il Parlotti invece diede dei suggerimenti nella scelta dei quadri dividendo quelli immorali

da quelli leciti (per il Concilio tridentino di quegli anni). GianPaolo Lo mazzo nel suo Trattato

dell'Arte elenco i contenuti più convenienti per i vari ambienti. Con la metà del Seicento i luoghi

pubblici nella casa aumentano: oltre alla biblioteca vi sono la galleria, i saloni di ricevimento e le

sale di lettura che vengono concepiti come veri e propri luoghi di esposizione. Da qui si cercano di

individuare le modalità di allestimento e i criteri di disposizione degli arredi e delle opere d'arte. La

corrente barocca porta ad un nuovo tipo di allestimento detto ad "incrostazione": i dipinti vengono

collocati sulla parete senza spaziature e senza riguardo alla loro visibilità. Il grande collezionista

Vincenzo Giustiniano, dopo aver distinto lo stile della pittura contemporanea in dodici maniere,

disse che amava ricoprire completamente di quadri tutte le pareti. Tutto veniva assemblato: quadri,

emblemi, rilievi, iscrizioni per dare una visione globale dell'arte che però non dava l'opportunità di

distinguere le opere singolarmente. Oltre alle testimonianze letterarie ne abbiamo anche di

pittoriche che mostrano questo tipo di allestimento, per esempio nel quadro che mostra La galleria

dell'arciduca Guglielmo a Bruxelles di Teniers. Di grande importanza sono i disegni di Diacinto

Marmi, architetto e arredatore delle residenze medicee, autore di un'opera che descriveva

l'allestimento che doveva compiersi in Palazzo Pitti per le nozze di Cosimo II e Margherita

d'Orleans. Egli concepisce l'arredamento come una fusione di arti. Un altro suo allestimento è

quello per la villa di Poggio Imperiale che rappresentano una fonte importante. A causa

dell'abolizione del fidecommesso nell'800 grandi collezioni e ambienti andarono perduti e quindi ci

rimangono solo fonti scritte. Sempre nel Seicento diverso fu il gusto di Cassiano del Pozzo che

invece suggeriva di tenere i quadri a una certa distanza e di suddividerli per generli per non creare

confusione. Questi criteri sono visibili nei due quadri dello Schoenfeld, Trattenimenti musicali,

dove si nota appunto una più giusta simmetria di allestimento. Altra opera che merita attenzione è

quella di Giulio Mancini, Considerazioni sulla pittura, dove nel capitolo decimo, "regole per

comprare, collocare e conservare le pitture", suggerisce quali sono i generi pittorici da collocare in

certi ambienti (li divide in: i soggetti licenziosi nelle camere private, paesaggi e carte geografiche in

ambienti di passaggio, i soggetti religiosi nelle camere da letto,...). A loro volta questi venivano

divisi per dimensione e tecnica. Così si inizia a perdere quel tipo di allestimento ad "incrostazione"

per uno più simmetrico e ragionato, proprio perché come avevano notato alcuni, prima si potevano

trovare dei quadri appesi senza criterio dove spesso i più beli e importanti si trovavano lontano

dall'occhio mentre quelli meno importanti in basso. L'ordinamento del Mancini avrà grande

riscontro nel Settecento nelle pinacoteche pubbliche finalizzate a scopo didattico (Uffizi, museo di

Dresda in Germania). Come la pittura anche le stampe e i disegni vengono viste in maniera diversa:

gli artisti le concepivano come exempla e modelli professionali ma molti le utilizzavano per le

proprie collezioni. Come già detto molti cercarono di ordinarle in veri e propri libri, come il Vasari

che le riunì in undici tomi ordinati cronologicamente mentre Cassiano del Pozzo li ordinò per temi e

argomenti. Anche il cardinale Leopoldo, fratello del granduca Ferdinando II, su esempio del Vasari

si fece creare una sorta di storia dell'arte mediante esempi di grafica dal suo storiografo Filippo

Baldinucci. Più avanti le stampe acquistarono importanza venendo incorniciate o messe sotto vetro

per essere appese alle pareti.

Virtuosi, dilettanti e conoscitori

Per Torquato Tasso l'antiquario era una persona che sapeva eleggere il meglio e insegnare il vero.

Nel Cinquecento questa figura venne associata ad uno studioso dell'antico, un collezionista, ma non

ancora ad un commerciante. Conoscente e conoscitore erano invece associati all'artista. Fu nel

Seicento che per la prima volta si cercò di fissare i metodi e i criteri per gli arredi, per gli acquisti e

per tutto ciò che riguardava il mondo dell'arte (Giulio Mancini, Vincenzo Giustiniano,...). Pian

piano la figura del conoscitore inizia ad assumere un ruolo indipendente dall'artista e dal

committente. Anche il rapporto stretto tra artista e committente iniziò a cambiare: ad allentare

questo legame furono le mostre annuali o periodiche come quelle presso il Pantheon o a Venezia a

San Rocco dove l'artista proponeva le sue opere ma questa volta frutto del proprio gusto personale

sia tematico che soggettivo. In questo modo l'artista si faceva conoscere per quello che era e non per

le opere che gli venivano commissionate (obbligo) da altri. Ciò fece conoscere maniere e stili

diversi e molti artisti poco noti acquistarono importanza. Un caso emblematico fu quello dei

Bamboccianti (Gruppo di pittori olandesi, fiamminghi e italiani del XVII secolo, attivi a Roma,

accomunati dalla ripresa di stilemi e tratti compositivi propri della produzione del pittore olandese

Van Laer, chiamato Bamboccio per il suo aspetto deforme, che amava scene della vita quotidiana

popolare). La storiografia contemporanea li vedeva negativamente ma nonostante ciò vennero molto

apprezzati dai collezionisti. La figura di cui si è detto prima, il conoscitore o dilettante, fu

sicuramente importante in quel periodo: si trattava di uomini colti ed eruditi che non praticavano il

mestiere dell'arte e che esprimevano i loro giudizi sulle opere (come GianPietro Bellori). Questi

facevano parte di quella nuova borghesia formata da scienziati, bibliotecari, letterati, medici ai quali

si deve la formazione di collezioni quasi specialistiche lontane dal fasto e dal caos delle gallerie

nobiliari. Altra figura importante fu quella del mercante, che svolgeva l'ufficio di talent-scout dei

giovani artisti. In particolare a Venezia i mercanti ebbero un ruolo importante: qui svolgevano il

commercio con le più grandi potenze straniere. A Napoli invece si cercò di non disperdere il proprio

patrimonio, anzi si cercò di incrementare per arricchire il proprio status. Un genere che qui trovò

particolare successo fu quello dei paesaggi fiamminghi. Altro tipo di gusto si ritrova nelle stampe

che dal Settecento avranno largo successo. Ma cambiò anche la stessa immagine del collezionista

che non era più solo un ricco aristocratico ma anche un più modesto borghese, come il Brontino,

modesto libraio ma anche commerciante che possedeva una piccola collezione. Insomma si ha una

varietà di collezionisti ma anche di generi collezionati per i nuovi stili che vengono apprezzati.

Proprio sugli stili ci si deve soffermare perché è su questo che ora si muove l'interesse delle persone

e non più solo sul significato e sul contenuto dell'opera. Alcuni cercano addirittura di rilevare le

differenze di stili tra territori ma anche tra gli stessi pittori anche per individuare l'autore di un'opera

non firmata. Così il Mancini cercava di aiutare chi acquistava quadri a non farsi imbrogliare

dall'infido mondo dei commercianti ma saper riconoscere un falso da un originale e un autore da un

altro. Forse questo tipo di procedimento che divenne quasi scientifico derivava dalla sua attività di

medico che appunto passava la vita a cercare e capire i sintomi del corpo umano. Marco Boschini

cercò di capire invece i vari stili veneziani e diede le basi per lo studio dell'attribuzione (di un

quadro a un pittore) o connoisseurship. Per il Lanzi per diventare un buon conoscitore bisognava

anche studiare gli abbozzi e i disegni preliminari dell'artista perché è lì che si vedeva al meglio il

suo estro artistico. Così furono in molti a delineare un profilo di come doveva presentarsi il

conoscitore. La cosa sicura che proprio grazie ai dilettanti il gusto dei collezionisti trovò correnti

alternative e divergenti dal gusto ufficiale.

Dalla meraviglia al metodo Wunderkammern e raccolte scientifiche

Dal Cinquecento iniziò un intenso interesse per il mondo naturale. Ma la cosa più importante e che

cominciò un lavoro di revisione e di critica dei testi classici fino ad allora indiscussi (Aristotele,

Plinio, ...). Tutto questo per una nuova voglia di conoscere i fenomeni naturali e di sperimentare

tutto quello che era possibile. Tutto questo grazie alle scoperte di Galileo e anche per la scoperta del

nuovo mondo e quindi di nuove forme animali e vegetali. Di grande importanza è la figura del

medico e naturalista bolognese Ulisse Aldroviandi che cercò di classificare la realtà naturale e di

conoscere le nuove terre lontane. Egli sperimentò un tipo di raffigurazione e illustrazione delle

forme vegetali e animali che si realizzò nella creazione di un archivio completo della natura. Egli

possedeva una collezione di reperti artistici e antiquari che però avevano come tema dominante

quello della botanica e della zoologia che serviva da compimento alla sua enciclopedia illustrata. La

sua raccolta doveva servire anche per la formazione a Bologna di medici e speziali: infatti nel suo

testamento scrisse esplicitamente che la raccolta doveva essere tutelata per la fruizione di tutti. Di

questo interesse per il mondo naturale i centri propulsori sono sicuramente le farmacie, gli orti

botanici e gli erbari che raccoglievano tutti i tipi di elementi anche da terre lontane. Si

differenziavano così dalle grandi collezioni di corte che pur possedendo questi tipi di oggetti li

lasciavano insieme ai manufatti artistici e quindi non in una loro specifica categoria. E proprio

grazie a questi nuovi dilettanti di origine borghese nascono questi musei privati specializzati volti a

raccogliere il più possibile di una determinata categoria. La collezione di Michele Mercati era

corredata da un ricco catalogo illustrato, la Methalloteca. Altre collezioni specializzate furono

quelle del veronese Francesco Calzolai e del napoletano Ferrante Imperato. La raccolta del Calzolai,

rivolta alle piante officinali e a campioni minerali, divenne un vero e proprio museo. E così anche

quella dell'Imperato, composta da un ricco erbario, divenne una delle meraviglie di Napoli. Le

incisioni dei cataloghi dell'Imperato e del Calzolai ci possono dare un'idea di come venivano esposti

gli oggetti: i più particolari e grandi appesi in alto mentre i più piccoli disposti in scaffali. La

disposizione obbediva a canoni estetici più che funzionali e di studio, in opposizione alle

Wunderkammern quattrocentesche, prima di tutto perché più specifiche e in secondo luogo

venivano usate anche come elementi per nuovi esperimenti e teorie. Col Seicento si cerca anche una

separazione della scienza dall'arte formando così due tipi di collezioni diverse: così quelle artistiche

dovevano servire come strumenti di pressione ideologica e glorificazione personale mentre quelle

scientifiche per mostrare le meraviglie della realtà e per proporne la conoscenza. Diversa era invece

la concezione all'estero dove non esisteva ancora un tipo di specializzazione come quello italiano.

Anche a Roma si porta avanti questo nuovo tipo di raccolta anche se il tipo di allestimento risponde

ancora a canoni artificiosi e scenografici perché l'intento era quello di stupire il più possibile lo

spettatore mostrando tutto quello che poteva esistere in natura (es. museo di Kircher ). Anche il

bolognese Francesco Cospi pubblicizzò la propria raccolta con un catalogo ricamente illustrato dal

Legati. Da come si può notare dall'incisione iniziale del catalogo gli oggetti erano sistemati

ordinatamente in scaffalature con uno scopo quindi anche funzionale. La collezione fu donata dallo

stesso Cospi al senato bolognese che insieme alla collezione dell'Aldrovandi andò a formare

l'Istituto delle Arti e delle Scienze. Altra raccolta è quella del milanese Manfredi Settala che

rispecchia il suo interesse per le scienze sperimentali e per i processi tecnico-artigianali. Illustrata in

tre cataloghi egli la divise in sei settori: fossili, vegetali e animali; libri, stampe e disegni; quadri

medaglie e reperti archeologici; strumenti di precisione e congegni meccanici;... Il suo scopo era di

creare un teatro delle meraviglie che doveva fungere da laboratorio ai suoi studi e alla sua

biblioteca. Per vedere la differenza di queste nuove raccolte naturalistiche con le Wunderkammern

sono state paragonate le prime a quelle raffigurazioni irreali in pittura come quelle dell'Arcimboldi

o di Otto Marseus mentre le seconde con le composizioni fiamminghe minuziose e riassuntive della

realtà. Comunque nel Settecento si afferma sempre di più la dicotomia fra arte e scienza e quindi

alla diversa collocazione di tali oggetti in musei d'arte e in musei di scienza. Questo fu anche un

secolo importante per il sapere: venne per la prima volta realizzata una vera e propria enciclopedia,

l'Encyclopedie (di Diderot e d'Alambert formata da 35 volumi), primo libro che raccoglieva le

branche della cultura. La novità inoltre era la classificazione razionale del mondo perché

l'enciclopedia trattava certi argomenti che quindi acquistarono una propria individualità. Le raccolte

scientifiche iniziarono così ad essere considerate importanti quanto quelle artistiche e quindi

conobbero una grande diffusione. Inoltre questo campo si fece sempre più specializzato e preciso.

Una raccolta ancora improntata sul gusto dell'esotico è quella dell'olandese Eberard Rumph, con

reperti provenienti anche dalle Maldive, che erano state descritte in catalogo realizzato da lui stesso.

La raccolta venne acquistata in blocco da Cosimo III de'Medici (1670-1723) il primo della famiglia

che mostrò un particolare interesse per le scienze naturali. Sarà proprio lui ha creare il primo museo

scientifico pubblico "La Specola", formata da tutto il patrimonio scientifico della famiglia

(conchiglie, crostacei, fossili,...). Famoso museo fu anche quello del principe illuminato di Biscari,

inaugurato a Catania nel 1758, per "l'utilità degli studiosi e il decoro della patria". Questo era diviso

in due sezioni: storico-antiquaria e scientifico-naturalistica alle quali era annessa anche una

biblioteca. Come si nota, quindi, la scienza non diventa solo una disciplina indipendente dall'arte

ma si avvale anche di edifici specifici.

La fortuna dei primitivi

L'interesse per lo studio e la tutela dell'arte cosiddetta primitiva ha inizio nella prima metà del

Novecento con l'opera di Lionello Venturi "Gusto dei primitivi". Con l'Umanesimo e il

Rinascimento il Medioevo era praticamente stato messo da parte, anche per i giudizi negativi col

quale era valutato (periodo delle invasioni barbariche, corruzione del clero,...). Ma già dal

Settecento questo periodo iniziò ad essere rivisitato anche se inizialmente solo per scopi storici e

documentari, cioè spesso per capire le origini della propria città o regione. Quindi le prime ragioni

di studio furono sicuramente a scopo campanilistico mentre già dall'Ottocento l'interesse storico

venne affiancato anche da apprezzamenti di tipo estetico-critico. Nel Seicento un precoce interesse

verso l'arte primitiva si riscontra nella vasta collezione veneta di Girolamo Gualdo Junior che da

come si può leggere nei suoi inventari possedeva opere tardo-gotico. Dall'interesse storico volte a

capire le origini del proprio paese si passa anche a studiare l'evoluzione degli stili delle varie scuole

confrontando le varie opere dei diversi periodi medievali. E' a Venezia (`700) che si assiste,

contrariamente al gusto corrente, alle prime raccolte di opere primitive. Un esempio è quella

dell'abate Facciolati che possedeva molte opere bizantine e pitture trecentesche. Anche Carlo Lodoli

ne possedeva una simile ma disposta in ordine cronologico, quindi una sorta di "Galleria

progressiva", che voleva mostrare l'evoluzione del fenomeno artistico. Diversa era invece la

situazione romana dove i collezionisti appartenevano solo alla classe aristocratica ecclesiastica. Essi

raccoglievano oggetti tardo-antichi soprattutto per la loro grande valenza religiosa (reliquie, cimeli,

croci,...). I più importanti furono Stefano Borgia e padre Casimiro all'Aracoeli che raccolsero questi

oggetti con lo scopo di mostrare lo svolgimento della pittura dagli esordi del cristianesimo fino al

presente (museo cristino). Un esempio precoce di questo tipo di museo fu quello Epigrafico del

Maffei in area veneta che mostrava appunto questo fenomeno pittorico. Altro museo importante fu

quello capitolino a Roma inaugurato nel 1734 da Clemente XIII che ebbe lo scopo anche di

conservare, restaurare e tutelare le opere. Altro esempio di interesse verso le civiltà primitive e

medievali fu il Museo Sacro istituito da Benedetto XIV (1756) annesso alla biblioteca Vaticana che

raccoglieva sarcofagi, iscrizioni, pitture su tavola e altro ancora che doveva confermare e

documentare storicamente le origini del cristianesimo. A Firenze, il direttore degli Uffizi Raimondo

Cocchi, aveva proposto di unire al museo un'ala dedicata alle opere dei primitivi anche se non

venne mai realizzata. Questo genere pittorico iniziò così a divulgarsi anche tra i collezionisti: sono

mentre i più piccoli disposti in scaffali. La disposizione obbediva a canoni estetici più che

funzionali e di studio, in opposizione alle Wunderkammern quattrocentesche, prima di tutto perché

più specifiche e in secondo luogo venivano usate anche come elementi per nuovi esperimenti e

teorie. Col Seicento si cerca anche una separazione della scienza dall'arte formando così due tipi di

collezioni diverse: così quelle artistiche dovevano servire come strumenti di pressione ideologica e

glorificazione personale mentre quelle scientifiche per mostrare le meraviglie della realtà e per

proporne la conoscenza. Diversa era invece la concezione all'estero dove non esisteva ancora un

tipo di specializzazione come quello italiano. Anche a Roma si porta avanti questo nuovo tipo di

raccolta anche se il tipo di allestimento risponde ancora a canoni artificiosi e scenografici perché

l'intento era quello di stupire il più possibile lo spettatore mostrando tutto quello che poteva esistere

in natura (es. museo di Kircher ). Anche il bolognese Francesco Cospi pubblicizzò la propria

raccolta con un catalogo ricamente illustrato dal Legati. Da come si può notare dall'incisione

iniziale del catalogo gli oggetti erano sistemati ordinatamente in scaffalature con uno scopo quindi

anche funzionale. La collezione fu donata dallo stesso Cospi al senato bolognese che insieme alla

collezione dell'Aldrovandi andò a formare l'Istituto delle Arti e delle Scienze. Altra raccolta è quella

del milanese Manfredi Settala che rispecchia il suo interesse per le scienze sperimentali e per i

processi tecnico-artigianali. Illustrata in tre cataloghi egli la divise in sei settori: fossili, vegetali e

animali; libri, stampe e disegni; quadri medaglie e reperti archeologici; strumenti di precisione e

congegni meccanici;... Il suo scopo era di creare un teatro delle meraviglie che doveva fungere da

laboratorio ai suoi studi e alla sua biblioteca. Per vedere la differenza di queste nuove raccolte

naturalistiche con le Wunderkammern sono state paragonate le prime a quelle raffigurazioni irreali

in pittura come quelle dell'Arcimboldi o di Otto Marseus mentre le seconde con le composizioni

fiamminghe minuziose e riassuntive della realtà. Comunque nel Settecento si afferma sempre di più

la dicotomia fra arte e scienza e quindi alla diversa collocazione di tali oggetti in musei d'arte e in

musei di scienza. Questo fu anche un secolo importante per il sapere: venne per la prima volta

realizzata una vera e propria enciclopedia, l'Encyclopedie (di Diderot e d'Alambert formata da 35

volumi), primo libro che raccoglieva le branche della cultura. La novità inoltre era la classificazione

razionale del mondo perché l'enciclopedia trattava certi argomenti che quindi acquistarono una

propria individualità. Le raccolte scientifiche iniziarono così ad essere considerate importanti

quanto quelle artistiche e quindi conobbero una grande diffusione. Inoltre questo campo si fece

sempre più specializzato e preciso. Una raccolta ancora improntata sul gusto dell'esotico è quella

dell'olandese Eberard Rumph, con reperti provenienti anche dalle Maldive, che erano state descritte

in catalogo realizzato da lui stesso. La raccolta venne acquistata in blocco da Cosimo III de'

mMedici (1670-1723) il primo della famiglia che mostrò un particolare interesse per le scienze

naturali. Sarà proprio lui ha creare il primo museo scientifico pubblico "La Specola", formata da

tutto il patrimonio scientifico della famiglia (conchiglie, crostacei, fossili,...). Famoso museo fu

anche quello del principe illuminato di Biscari, inaugurato a Catania nel 1758, per "l'utilità degli

studiosi e il decoro della patria". Questo era diviso in due sezioni: storico-antiquaria e scientifico-

naturalistica alle quali era annessa anche una biblioteca. Come si nota, quindi, la scienza non

diventa solo una disciplina indipendente dall'arte ma si avvale anche di edifici specifici . mostrava

appunto questo fenomeno pittorico. Altro museo importante fu quello capitolino a Roma inaugurato

nel 1734 da Clemente XIII che ebbe lo scopo anche di conservare, restaurare e tutelare le opere.

Altro esempio di interesse verso le civiltà primitive e medievali fu il Museo Sacro istituito da

Benedetto XIV (1756) annesso alla biblioteca Vaticana che raccoglieva sarcofagi, iscrizioni, pitture

su tavola e altro ancora che doveva confermare e documentare storicamente le origini del

cristianesimo. A Firenze, il direttore degli Uffizi Raimondo Cocchi, aveva proposto di unire al

museo un'ala dedicata alle opere dei primitivi anche se non venne mai realizzata. Questo genere

pittorico iniziò così a divulgarsi anche tra i collezionisti: sono infatti molti i documenti che attestano

acquisti di questo genere di opere (come Angelo Maria Bandini di Fiesole). Enrico Hugford,

singolare figura di pittore, conoscitore e commerciante fu sicuramente una delle personalità più

aperte a questi generi all'inizio non apprezzati. Egli possedeva la Tebaide (paesaggio) che oggi si

trova agli Uffizi. Altro grande collezionista fu il marchese Alfonso Tavoli che approfittando delle

leggi di soppressione dei beni ecclesiastici emanate da Pietro Leopoldo di Lorena, ne acquistò in

grande quantità. La sua raccolta passò poi a Ferdinando di Borbone nel 1787. Negli ambienti in cui

venne portata la raccolta (nella reggia ducale a Colorno). Qui molte tavole dei primitivi vennero

smembrate delle loro cornici originali e scambiate con altre di stile rococò, come il polittico di

Bernardo Daddi che oltre che essere suddiviso in pannelli singoli venne incorniciato con cornici

rococò che quindi ne modificavano il valore.

Dalla collezione al museo pubblico

Nel 1618, il cardinale Federico Borromeo, inaugura a Milano L'accademia Ambrosiana. I motivi

furono prima di tutto promuovere i nuovi dettami del Concilio di Trento che doveva difendersi dalla

grande ondata Protestante che aveva investito tutta l'Europa e in secondo luogo incoraggiare lo

studio e il nuovo tipo di creazione pittorica e scultorea dei canoni tridentini. Recuperando gli

insegnamenti del cugino San Carlo Borromeo Federico si appassionò così alle arti visive, mezzo

immediato di comunicazione con i fedeli. L'Accademia si prestava quindi ad essere un luogo

d'insegnamento gestito e programmato dalla Chiesa e che quindi aveva fini sia ideologici che

pratici. Federico donò la sua intera biblioteca e collezione all'Accademia che era formata da codici,

testi, statue antiche, pitture fiamminghe e alcuni pezzi della raccolta di Giovio a Como. Inoltre

Federico realizzò un'operetta, il Musaeum, che oltre che essere un catalogo di tutte le opere che si

trovavano nella sua collezione dava anche le giustificazioni per il fatto che un uomo di Chiesaa

possedesse tanti oggetti preziosi. Uno scritto di questo tipo l'avevamo già visto nei testi dell'abate

Suger di Saint-Denis che aveva detto che la sua collezione serviva al fedele per trascendere la

bellezza divina. Per il cardinale invece questa raccolta serviva più che altro a conservare il passato,

a salvare le immagini tanto che a volte fece realizzare delle copie di opere che gli interessavano.

Questo appare comunque come un fatto isolato rispetto alla sua epoca. E' dal Settecento che si

instaura un rapporto fondamentale tra cultura e cittadino. Vengono riscoperti i diritti dei cittadini e

si richiede una fruizione pubblica delle grandi collezioni private viste come strumento fondamentale

per lo studio e la formazione degli intellettuali. Il museo acquista sempre più importanza nella

società tanto che si arriva alla nascita della museografia (termine coniato dal titolo del volumetto

del tedesco Nickel), una disciplina doveva offrire una classificazione ordinata e razionale dei

materiali. Da qui l'istituto museo acquista consapevolezza della sua importanza culturale e si stacca

dalle abitazioni private per entrare in edifici costruiti e progettati appositamente per loro. Cambiano

anche i criteri di allestimento che ora non sono più dettati dalla volontà del singolo ma per volere

della comunità. Inoltre i musei suddividono i vari campi della conoscenza in settori come il Museo

Epigrafico di Verona istituito da Scipione Maffei che può essere considerato il primo istituto

integralmente pubblico con funzioni didattico-scientifiche. Questo testimonia la nuova importanza

delle epigrafi sia a livello artistico che documentario perché possono essere paragonate a

testimonianze letterarie. Inoltre la "notizia del nuovo museo di iscrizioni" pubblicata dallo stesso

Maffei può essere considerata la prima opera di letteratura museografia perché oltre a elencare le

opere ne definiva i criteri di esposizione e allestimento. La collezione venne suddivisa in classi

(greche, etrusche, latine, cristiane, medievali e spurie) e disposte cronologicamente. La

sistemazione architettonica, del veronese Alessandro Pompei, fu la prima che utilizzò uno stile

neoclassico che tra l'altro si trovava in sintonia col tipo di raccolta. Questa funzione didattico-

scientifica del museo è quella che poi verrà elaborata da Diderot nell'Encyclopedie dove intende il

museo come luogo ove sono raccolti un certo tipo di materiali, accessibile a tutti per fini didattici e

di apprendimento. Altro fatto anticipatorio alle teorie di Diderot è l'organizzazione razionale della

raccolta del celebre naturalista Antonio Vallisnieri, donata dal figlio all'università di Padova con

l'obbligo di mantenerla integra. In linea con le più moderne concezioni illuministiche fu anche la

scelta dell'ultima superstite della dinastia medicea, Anna Ludovica de'Medici, che con il Patto di

Famiglia lasciò l'enorme patrimonio artistico dei Medici alla nuova dinastia dei Lorena (famiglia di

duchi che regnava nell'omonima regione in Francia) che ormai stava capo del granducato di

Toscana. Questo significò che le opere e tutto il patrimonio non era più visto come proprio di una

persona o famiglia ma proprietà di tutti i cittadini e quindi della comunità. Gli Uffizi, il fulcro delle

collezioni medicee, andò quindi sotto la gestione dei Lorena i quali però dovevano mantenerlo

inalienabile per la comunità. Anche il Museo Capitolino inaugurato nel 1734 dopo il trasferimento

della donazione di papa Sisto IV dal palazzo dei Conservatori al palazzo Nuovo ha come scopo la

salvaguardia del patrimonio locale. Oltre del catalogo compilato dal Bottari la politica papale in

materia di beni artistici si avvale anche di leggi che ne preservano la dispersione e la distruzione.

Altro grande centro culturale è il Museo Pio Clementino in Vaticano che mostra ancora una volta il

ruolo egemone della chiesa. Dell'esigenza di un museo aperto al pubblico si fa portavoce Gian

Ludovico Bianconi (consigliere artistico dell'elettore di Sassonia) che appunto vedeva nella

creazione di un edificio che raccogliesse i quadri della scuola locale per preservarli dalla

dispersione. Anche Benedetto XIV proponeva di costituire una galleria pubblica da annettere

all'Istituto delle Scienze e delle Arti che doveva contenere quel patrimonio ormai sentito collettivo.

La riforma napoleonica sconvolse sicuramente il territorio a favore dei musei (anche fin troppo).

Anche molte collezioni private sentirono la necessità di mostrarsi al pubblico, come la raccolta di

Filippo Fersetti, di quella nuova famiglia borghese progressista, che passò poi al cugino venne

ubicata nella villa di Santa Maria di Sala presso Padova per essere visitata da artisti e conoscitori

(qui si formò anche Canova). Importante fu anche la grande donazione al pubblico del Conte

Giacomo Carrara, erudito conoscitore di storia e grande collezionista, che aprì a Bergamo una

galleria con le sue innumerevoli raccolte accompagnata da una scuola pittorica (fine `700). Nel suo

testamento scrisse che l'organismo doveva rimanere al servizio pubblico e gestito dai privati (dal

1958 è passato al Comune di Bergamo). Nasce quindi il bisogno di fruizione al pubblico delle

proprie raccolte e nasce anche la volontà di catalogarle come fonti storico-documentarie. Alcuni

spazi vengono anche ristrutturati in funzione del pubblico. Gli Uffizi di Pietro Leopoldo riordinati e

catalogati da Luigi Lanzi nel suo "Reale Galleria di Firenze accresciuta e riordinata" sono lo

specchio di questa cultura avanzata della museologia illuminista. L'opera si configura anche come

guida sintetica al museo che ne descrive la nuova suddivisione per cronologia, per scuole e per

tecnica. Si spezzo però anche quell'unità tra arte e scienza proprio perché vennero tolte dalla

collezione medicea tutto ciò che riguardava oggetti e strumenti scientifici che sfoceranno poi nel

Museo della Specola contiguo a Palazzo Pitti (sede del sovrano). La nuova politica napoleonica

spezzo queste conquiste così avanzate della cultura italiana. Le leggi di soppressione dei beni

ecclesiastici e degli edifici religiosi portarono alla creazione in Francia del Musée des Munuments

Francais di Alexander Lenoir, suggestiva anticipazione del museo storico e d'ambientazione. Tutte

queste requisizioni ecclesiastiche e delle opere d'arte dei paesi conquistati confluirono nel Louvre,

trionfo del museo ottocentesco. Tutta l'arte era ormai a portata di tutti ed era gestita esclusivamente

dallo Stato. Sicuramente il paese più colpito da questa requisizione forzata fu l'Italia dove tutte le

opere persero la loro contestualizzazione. Questa politica suscitò subito delle lamentele da parte

degli intellettuali, in particolare dallo stotico dell'arte francese Quatremére de Quincy, che trovava

fuori luogo togliere un'opera dal suo contesto geografico e storico perché le faceva perdere di

importanza. Il primo tentativo per andare incontro a queste opere tolte dal loro contesto originale è

stato quello di creare dei musei suggestivi che ricreassero un certo tipo di ambientazione, come i

maestosi edifici alla greca a Monaco e a Berlino, oppure nelle sale costruite a Period Rooms

americane o nelle ricreate ambientazioni dei collezionisti privati. Se gli obiettivi principali dei


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher anna.manfredini.7 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Museologia e storia del collezionismo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Gioli Antonella.

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