L'agroalimentare nell'economia e nel commercio dell'UE: alcuni dati
Il sistema agroalimentare italiano è integrato ed importante a livello europeo dove lo accomunano il mercato comune agricolo attuato attraverso la PAC e più recentemente dal '92, la realizzazione del mercato unico, attraverso l'eliminazione delle barriere doganali e di tutte quelle fattispecie normative che hanno segnato il passo verso un'integrazione più completa.
In termini di fatturato complessivo, il giro d'affari del mercato agricolo comunitario si attesta intorno ai 400 miliardi di euro. In termini di valore aggiunto, le diverse componenti della catena alimentare si attestano all'incirca a 660 miliardi di euro, ed in termini occupazionali, si raggiungono i 24 milioni di impiegati attivi nel settore.
L'industria alimentare e delle bevande in Europa risulta molto importante nel tessuto economico continentale. Il fatturato nel 2013 ha raggiunto più di 1000 miliardi di euro e l'occupazione più di 4,2 milioni di addetti. Le piccole e medie imprese costituiscono il 51% del fatturato totale e circa il 65% dell'occupazione totale. Per quanto riguarda le grandi imprese con oltre 250 addetti, esse rappresentano più del 50% del valore aggiunto e il 35% dell'occupazione totale.
I principali comparti dell'industria alimentare europea sono rappresentati dalle carni, prodotti vari, bevande, e prodotti lattiero-caseari, prodotti da forno e pasticceria, e prodotti per animali. La produttività del lavoro nelle industrie alimentari e delle bevande risulta inferiore tuttavia alla media dell'industria manifatturiera.
Anche a livello di sub settori il livello di innovazione si differenzia, con al primo posto il settore lattiero-caseario. La presenza delle imprese alimentari nel giro europeo è molto diffusa, infatti in prima posizione vediamo le regioni italiane tra cui la Lombardia, l'Emilia Romagna e il Veneto tra le prime 10 posizioni.
Le esportazioni di prodotti alimentari e bevande rappresentano il 16% di quelle totali, anche se la loro importanza si sta relativamente riducendo. Il saldo netto commerciale dell'industria alimentare delle bevande è il risultato positivo per 23 miliardi di euro.
Le esportazioni agroalimentari sono rivolte prevalentemente negli Stati Uniti che rappresentano la destinazione principale ma ci sono dei risultati importanti da segnalare anche verso Canada, l'Australia e l'Arabia Saudita. I principali prodotti esportati si concentrano nelle carni, prodotti lattiero-caseari, prodotti trasformati, frutta e ortaggi, oli e grassi, prodotti farinacei, pesce e anche prodotti come la cioccolata.
Con l'avvento della crisi finanziaria del 2008, abbiamo registrato una forte volatilità nei prezzi in quanto questo settore ha risentito fortemente della volatilità dei mercati finanziari. I principali motivi della volatilità dei prezzi è da rintracciarsi nella crescente influenza e turbamento dei mercati derivanti da rischi geopolitici, misure restrittive alle esportazioni da parte di alcuni grandi produttori, nonché altre restrizioni applicate invece ai mercati di sbocco.
I processi di crescita demografica e urbanizzazione sostengono la domanda alimentare, in cui un ruolo rilevante è giocato dai prodotti trasformati. La progressiva integrazione del mercato unico europeo e il miglioramento dei consumi, associati a stimoli di natura finanziaria, stanno conducendo verso un processo di crescita il mercato europeo.
Le prospettive di crescita in termini democratici presuppongono quindi un cambiamento nelle modalità di produzione, diversificazione dei mercati di sbocco, differenziazione in termini di qualità e di prodotto meramente funzionale e in ultimo, ma non in ordine di importanza, è necessario attuare una seria politica improntata alla valorizzazione delle specialità "made in". In quest'ottica sono fondamentali gli accordi commerciali in corso di definizione con gli Stati Uniti, Canada, Giappone ed altri stati ritenuti interessanti come mercato di sbocco per i prodotti alimentari europei.
In termini di tendenze globali, nel 2016 le esportazioni mondiali di beni sono aumentate del 5% arrivando a toccare quota 13 miliardi di euro. Per quanto concerne l'esportazione dell'agrifood, esse sono cresciute del 7,3% in un anno, toccando quota 1200 miliardi nel 2016. La crescita delle esportazioni complessive è stata molto sostenuta fino al 2012, anno in cui si è verificato il picco della crisi economico-finanziaria.
La letteratura di settore suddivide il periodo di tempo tra il 2005 e il 2016 in due sotto periodi ovvero: il periodo che va dal 2005 al 2012 ha registrato un aumento medio delle esportazioni di circa il 7,2%, mentre è sceso al 1,4% negli altri anni. Il differenziale di crescita in questi due sotto periodi è possibile spiegarlo attraverso la dinamica dei prezzi e delle restrizioni applicate alle importazioni e le esportazioni a seconda delle politiche economiche e finanziarie dello Stato di turno.
Oltre alle determinanti di tipo congiunturale, vi sono fattori strutturali quali l'indebolimento dell'impulso al commercio mondiale data dall'integrazione di scambio, gli ostacoli che hanno impedito ulteriore progresso allo sviluppo dei mercati, processo di liberalizzazione commerciale su base multilaterale, il rallentamento di nuove catene del valore e la delocalizzazione della produzione.
Si osserva che prodotti agroalimentari sono caratterizzati da sviluppi sia geografici che merceologici. In termini di diversificazione dei mercati, il peso dei primi 20 esportatori si è ridotto negli ultimi 12 anni.
Tra questi fattori che hanno diminuito il proprio peso figura anche l'UE, e questo è dovuto anche all'avanzamento dei paesi in via di sviluppo quali i paesi asiatici. Per quanto concerne gli Stati Uniti, essi mantengono un peso specifico notevole, in prima posizione, fra i paesi che maggiormente importano i prodotti made in Europa.
Paesi come il Giappone e la Russia, devono questo arretramento nell'importazione dei prodotti made in Europa a fattori meramente geopolitici, o, purtroppo, a catastrofi naturali quali la catastrofe di Fukushima.
I raggruppamenti merceologici più importati sono: semi oleosi, caffè e spezie, oli e grassi, cacao e preparazioni a base di cacao, cereali. In termini di fatturato, il primo comparto è quello della frutta, seguito a ruota da pesce e le carni fresche.
Per spiegare la composizione delle importazioni, si deve ricordare che la frammentazione della produzione è una caratteristica che ha sempre contraddistinto l'agrifood. In tempi rapidi, gli stessi paesi emergenti hanno cominciato a sviluppare proprie industrie di trasformazione per far fronte alla domanda interna di prodotti alimentari. È importante dunque il ruolo nella creazione delle catene globali del valore dalla gestione del flusso di commercio gestiti dalle multinazionali.
A ciò si aggiunge anche il rallentamento dell'economia dell'Unione Europea a cavallo con la crisi finanziaria del 2008. La spesa dei consumi di prodotti importati dall'UE nei paesi emergenti è da ritrovarsi comunque nell'aumento del reddito da parte di questi ultimi.
Le variazioni più evidenti in termini di paesi concorrenti a livello mondiale, è importante citare il caso della Cina. È importante comunque ricordare come l'India sia passata dal 19esimo al dodicesimo posto tra il 2005 e il 2012 nella classifica dei maggiori importatori a livello mondiale. Risultato complessivo è che tra il 2005 e il 2012, è una fase complessiva di espansione globale delle esportazioni, l'export agroalimentare europeo è cresciuto più lentamente.
L'Italia invece è riuscita ad aumentare il suo peso specifico nei paesi che hanno esportato di più fra il 2012 e il 2016. Il commercio dei prodotti agroalimentari europei è arrivato a quota 255 miliardi nel 2017. Questo successo è da rinvenire nelle riforme apportate dalla commissione e dal processo di integrazione nel mercato unico europeo.
La crescita globale si assesta al 3% rispetto all'anno precedente. I 5 paesi che più esportano nel mondo (Stati Uniti, Europa, Brasile, Cina e il Canada) hanno visto aumentare il proprio agrifood export nel 2017 rispetto al 2016 di circa il 4,5%. L'export dei paesi europei è arrivato a toccare 255 miliardi nel 2017, confermando dunque trend di crescita che ha visto imporsi l'unione fra i paesi che maggiormente esportano prodotti agroalimentari del mondo.
Gli avvenimenti di natura geopolitica e sociale influenzano non poco le dinamiche mondiali vedi il caso della Russia. A questo positivo trend di crescita contribuiscono importanti riforme comunitarie che hanno cambiato notevolmente, ad esempio, il settore dolciario e quello lattiero-caseario, contribuendo in modo decisivo a questo tempo di crescita.
L'Europa è trattabile diversificare il proprio ventaglio di scelte negli ultimi anni. In particolare ha diversificato il proprio per caso di sbocco, mantenere tuttavia i principali mercati in cui esportare i tuoi prodotti quali Brasile e gli Stati Uniti, che tuttavia ha visto diminuire la propria quota di importazione.
L'Europa si pone notevoli ambizioni in termini negoziali con i paesi partner, che secondo i propri studi e sentiment di mercato possono recepire correttamente la proposizione di valore agroalimentare quali il Canada e il Giappone. Anche con il Messico c'è un trattato in corso di negoziazione. Le stime dicono che la popolazione mondiale aumenterà nel 2050 fino a circa 9 miliardi di persone, ed in questo contesto, l'Unione Europea deve saper riuscire a posizionare correttamente la propria proposta di valore commerciale, e nel caso dell'agrifood, è importante saper valorizzare la proposta di valore in termini meramente funzionali, nonché di attributi valoriali e funzionali sempre più apprezzati dai consumatori.
Il settore agroalimentare italiano rappresenta un'eccellenza che primeggia sul piano della qualità, sicurezza, innovazione tecnologica, sostenibilità, biodiversità e rispetto delle tradizioni. Di seguito elenco alcuni fattori che rendono vincente la proposizione di valore delle inizia agroalimentare italiana:
- Gamma di prodotti di alta qualità
- Prodotti certificati al top dei mercati internazionali
- Stretti legami con il territorio e con il patrimonio culturale
- Alti standard di sicurezza
- Capacità di abbinare tradizione e costante innovazione di processo e di prodotto
L'agroalimentare italiano sta segnando un trend di crescita costante di trimestre in trimestre, ed è il Mezzogiorno con il Centro che stanno segnando il passo rispetto al Centronord. L’industria alimentare italiana è la seconda del paese dopo quella meccanica. Il suo fatturato globale è arrivato a pesare l’11,3% del PIL.
A partire dal 2006, ha deciso di tutelare le produzioni agricole territoriali con certificazioni legate alla salvaguardia del territorio, della qualità, e della buona fede consumatori. A tale scopo ha realizzato il marchio DOP, IGP e il marchio STG. L'Italia si conferma al primo posto come numero complessivo di registrazioni.
La federalimentare italiana si compone di quattro settori fondamentali che raggiungono complessivamente 1,1 trilioni di euro di interscambio mondiale. I quattro settori che compongono quindi agrifood italiano sono:
- Prodotti agricoli
- Prodotti alimentari e bevande
- Macchine agricole
- Macchine della trasformazione alimentare
L'Italia rientra nei primi 15 paesi in tutti e quattro i settori della filiera e registra una performance molto importante nelle macchine agricole. L'export nel 2016 ha raggiunto quota 38,36 miliardi di euro.
La domanda estera è stata fondamentale per la crescita della produzione agroalimentare italiana, infatti registra un aumento del 79% dell'export rispetto al 47% dell’export italiano nel suo complesso. L'Italia, anche se fatica, sta cercando di diversificare sui mercati di sbocco. Tra i principali prodotti maggiormente esportati troviamo formaggi e latticini, carne, olio d'oliva, vino e pasta, ed anche le conserve.
Mercati agroalimentari: forme di regolamentazione e barriere agli scambi
La politica economica europea si pone l'obiettivo di realizzare il mercato unico al fine di aumentare le opportunità di crescita dell’economia continentale. I vantaggi del mercato unico provengono sia dal lato dell’offerta che dal lato della domanda. Le imprese infatti hanno a disposizione un mercato altamente concorrenziale, libero dai dazi doganali, costituito su standard produttivi e l'assenza di forme protezionistiche. Si riducono quindi i costi di transazione sul mercato unico, favorendo l'interscambio commerciale fra le imprese nazionali di tutti i paesi aderenti all'Unione Europea.
L’indirizzo della commissione europea nel corso degli anni è stato quello di aumentare l'occupazione e sviluppare un sistema nell'ottica di un commercio internazionale, che garantisca innanzitutto la sopravvivenza del settore e lo sviluppo al fine di accrescere la domanda interna e di esportare il prodotto sui mercati internazionali.
Secondo le teorie di Riccardo, un paese se possiede abbondante manodopera, si specializza nei beni ad alto contenuto di lavoro, che verranno commercializzati a livello internazionale con i paesi che, possiedono elevate quantità di capitale, di energia o di tecnologia. Per gli economisti del 700 e dell'800, la dotazione fattoriale di un paese era una variabile data dal mercato, dunque immutabile. Oggi sappiamo che la politica economica può modificare la dotazione fattoriale di un paese, sia in termini di risorse umane, che di know-how tecnologico e produttivo.
Le teorie tradizionali affermano dunque che il commercio internazionale è di tipo intersettoriale. A ciò si associa una forte specializzazione nella produzione di maggior successo, così che un paese possa godere di un miglioramento in termini competitivi, e al contempo possa trasmettere ai consumatori un livello elevato di benessere ad un prezzo inferiore rispetto ai concorrenti.
Nel corso degli anni è aumentata la concorrenza fra i paesi europei, e ciò è stato visto in un'ottica prettamente positiva. Nell'ottica di una diversificazione della produzione, la letteratura ha stabilito che i casi di trade diversion sono limitati ai prodotti agricoli, siderurgici e tessili, per i quali il protezionismo è stato elevato nei lunghi periodi di ristrutturazione economica.
I paesi comunitari quindi attualmente non sono molto diversi fra loro a livello di produzione, in quanto ci sono comunque delle specializzazioni settoriali. I dati ci dicono che gli interscambi commerciali del continente africano più o meno allo stesso settore. Distinguiamo comunque un commercio intersettoriale da un commercio intrasettoriale (ricorda che se un paese A esporta o importa fino al 10% del flusso di un paese B, allora stiamo parlando di commercio intersettoriale).
Le nuove teorie sul commercio internazionale non riescono a spiegare come avvenga il commercio intra-settoriale, cioè all'interno di uno stesso settore industriale. A questo proposito, Krugman ha introdotto le nuove teorie sul commercio internazionale, spostando l'attenzione dal tipo di struttura produttiva, ad altre variabili di tipo microeconomico.
In particolare, egli afferma che il commercio internazionale esiste perché i gusti dei consumatori sono molto differenti anche all'interno di uno stesso prodotto in quanto le imprese possono concentrare la produzione in un unico stabilimento per sfruttare le economie di scala. Il principale beneficio del consumatore è in termini di varietà di prodotti a disposizione. Questo beneficio aumenta all'aumentare dell'integrazione economica europea. La possibilità che un paese si specializzi in un certo prodotto, gli consente di soddisfare la domanda aggregata alquanto varia che sorge all'interno dell'unione. Nasce quindi la differenziazione di prodotto: ogni prodotto, è molto diverso in quanto attiene a attributi intrinseci o estrinseci molto diversi, pertanto, la differenza può essere il più delle volte strettamente sostanziale o meramente formale.
Dati attuali ci dicono che gli scambi commerciali all'interno dei paesi europei sono soprattutto di tipo intra-settoriale. Se le strutture economiche sono simili, allora sarà necessario un minor costo di aggiustamento in caso di shock asimmetrici. Si assiste quindi ad un aumento dei flussi commerciali internazionali che provengono dagli stessi settori, che generano quindi vantaggi per i consumatori termini di prezzo e varietà a disposizione.
All'interno della differenziazione di prodotto, si distinguono quindi prodotti simili ma differenti per qualità o prezzo, o differenti semplicemente per la varietà presente al suo interno. Si tratta quindi di differenziazione verticale di prodotto, oppure di differenziazione orizzontale. Dal punto di vista merceologico, si ha differenziazione verticale quando i valori unitari all'import o all'export tra i due paesi differiscono di più del 15%. Gli studi dicono che la crescita del commercio intra-settoriale è avvenuta tra prodotti differenti per qualità e per prezzo, avallando la tesi della forte specializzazione dei paesi europei.
La seconda determinante del commercio internazionale, riguarda la possibilità che un'impresa sfrutti le economie di scala tecniche per produrre in un unico stabilimento la produzione
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