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Riassunto di Diritto Commerciale 1

Riassunto per l'esame di Diritto Commerciale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Regoli, Manuale di Diritto Commerciale, Campobasso. Argomenti trattati: l'impresa e il mercato, l'attività, il finanziamento, la struttura. Facoltà di Economia.

Esame di Diritto commerciale docente Prof. D. Regoli

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La prima distinzione riguarda l’attività svolta e troviamo le imprese agricole e commerciali. La regola dice

che: qualunque impresa che svolga un’attività non agricola è per definizione un'impresa commerciale. La

norma di riferimento delle imprese agricole è l’art. 2135 che distingue l'imprenditore agricolo in base

all’attività svolta, individuando le attività tipiche che sono: coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento

di animali e attività connesse. Il secondo comma dice che si trattano di attività dirette alla cura e sviluppo di

un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere vegetale o animale, che prevedono

l'utilizzo di un bosco, fondo o acque dolci, salmastre o marine. Queste attività quindi devono essere dirette

allo sviluppo di un ciclo biologico di natura vegetale o animale perché un tempo erano intese come attività

svolte con stretta dipendenza al fondo. L’imprenditore agricolo potrebbe anche svolgere delle attività

connesse al commercio mantenendo comunque la sua natura agricola. Egli gode di una disciplina

agevolata perché può omettere una serie di regole in quanto si ritiene esposto ad un rischio aggiuntivo

rispetto all’imprenditore commerciale ovvero il rischio naturale. Nel tempo si è modificata l’attività

dell'imprenditore agricolo: oggi le imprese agricole hanno ettari di terreno, con sistemi di irrigazione

artificiale, con gigantesche serre. Ci sono due categorie di attività connesse: la prima è diretta alla

manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano a

oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo, bosco o allevamento. Es. il

coltivatore tipico di uliveti e vigneti, con tale raccolto procede alla produzione di vino e olio che

commercializza, costui svolge un’attività commerciale ma non lo diventa, rimane agricola per connessione.

Ciò è possibile grazie a 2 elementi: la connessione soggettiva (è lo stesso soggetto che svolge l’attività

tipica) e la connessione oggettiva (il prodotto dell’attività connessa è stato realizzato nell’attività tipica). La

seconda attività connessa è diretta alla fornitura di servizi mediante l’utilizzazione prevalente di

attrezzature o risorse dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, comprese le

attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione e ospitalità. Es.

un agriturismo che un coltivatore ha nella sua proprietà affitta delle stanze.

Tutti gli altri sono imprenditori commerciali e nell'art. 2195 si prevedono le attività commerciali, una lista

disomogenea e non esaustiva che prevede 5 diverse attività: attività industriali dirette alla produzione di

beni e servizi, attività intermediarie nella circolazione dei beni, attività di trasporto, attività bancarie e

assicurative, attività ausiliarie. Ci sono imprese che sembrano non rientrare nell'art. 2195 ma la regola dice

che se non sono imprese agricole, sono per forza imprese commerciali basandosi sulla residualità (es.

imprese matrimoniali, investigative).

10. Piccola Impresa & Impresa non Piccola. La seconda categoria riguarda le dimensioni

dell’impresa. Si parte dal concetto di piccolo imprenditore che secondo l'art. 2083, è il coltivatore diretto del

fondo, l'artigiano, il piccolo commerciante e coloro che svolgono un’attività professionale organizzata

prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti familiari. Il piccolo imprenditore rientra nel criterio

generale dell'art 2083, solo con la prevalenza del lavoro proprio o dei componenti della sua famiglia

rispetto ad altri fattori come il lavoro di terzi o il capitale. Es. un soggetto compra un camioncino, lui e i suoi

figli trasportano frutta nei mercati, in questo caso il lavoro svolto dalla famiglia è prevalente rispetto al

resto; in una gioielleria lavorano marito e moglie ma costui non è un piccolo imprenditore perché la

prevalenza del suo lavoro non supera gli altri fattori (capitale). La piccola impresa però si distingue dal

lavoratore autonomo per un requisito di organizzazione dei fattori produttivi. Ci sono casi in cui la piccola

impresa o imprenditore vengono evocati dalla legge come nel caso dell’art. 1 della legge fallimentare: non

può fallire l'imprenditore che abbia avuto nei tre esercizi precedenti un attivo patrimoniale non superiore a

300 mila, abbia realizzato nei tre esercizi precedenti ricavi lordi non superiori a 200 mila e abbia avuto

debiti non superiori a 500 mila. Da questa norma si deduce che il piccolo imprenditore non può fallire ma

solo gli imprenditori commerciali che soddisfano tali requisiti. Esistono anche le micro-imprese che

svolgono un’attività economica artigianale ovvero di altre attività a titolo individuale o familiare ma non

vengono disciplinate dall’art. 2083.

11. Categorie di Imprese e Disciplina applicabile. Tutte le imprese (a prescindere della loro attività,

dimensione e forma organizzativa) devono sottostare ad uno statuto generale delle imprese le cui norme

valgono per tutti gli imprenditori che rientrano nell'articolo 2082. In questo statuto ci sono le regole che

riguardano: l'azienda, i segni distintivi (distinguono l'imprenditore e i suoi prodotti rispetto ad altri), la

concorrenza (sul mercato), la concorrenza sleale (non deve caratterizzare i rapporti tra imprenditori), i

consorzi ed altri temi. Esistono categorie più evolute come l'imprenditore commerciale (non piccolo ai sensi

dell’art. 2083) che è sottoposto anche allo statuto speciale dell’imprenditore commerciale che detta regole

sulla pubblicità legale e registro delle imprese, sull'obbligo di tenere le scritture contabili, sulla disciplina

della rappresentanza commerciale e sul fallimento.

Ci sono però una serie di asimmetrie ovvero ci sono delle regole speciali che talvolta la legge introduce per

differenziare il quadro generale: - Nel settore della pubblicità legale in riferimento alla disciplina del registro

delle imprese, dal 2001 anche l'imprenditore agricolo è soggetto a quella parte di statuto speciale; anche

alle società semplici e piccole imprese è stata estesa l’iscrizione al registro delle imprese. - In materia di

scritture contabili, se un imprenditore decide di svolgere la sua attività con il modello organizzativo di

società (non semplice), viene sottoposto alle scritture contabili (sia agricolo che commerciale) ed anche le

imprese che assumono la qualifica di imprese sociali. - La disciplina del fallimento viene applicata a tutti gli

imprenditori commerciali (non piccoli) ma non a quegli imprenditori commerciali che hanno requisiti tali da

essere esclusi dal fallimento (requisiti sopra citati). Ci sono anche imprenditori commerciali (imprese

pubbliche) che nonostante siano imprenditori commerciali, non sono sottoposti al fallimento (si applicano

regole diverse). -Vi sono una serie di statuti speciali per imprese che svolgono attività sofisticate. Ci sono

casi in cui parti dello statuto generale e speciale trovano applicazione verso soggetti non imprenditori come

il professionista o coloro che per legge non sono considerati imprenditori ma quando entrano in contatto

con consumatori vengono equiparati all'imprenditore e gli vengono applicati alcuni pezzi delle discipline

dello statuto speciale e generale (contrattazione con il consumatore). - Esistono anche degli statuti che si

applicano alle imprese che operano nei mercati regolati.

12. Ambito di applicazione della disciplina delle imprese. L'art. 2082 dice chi è imprenditore ma

non specifica quando si diventa o cessa di esserlo. L'ambito di applicazione temporale parte da quando

nasce l’impresa tenendo conto dell’attività svolta dall’impresa. Quando ho una persona fisica, bisogna

riconoscere gli atti di organizzazione e i suoi comportamenti, mentre quando ho una società, la sua

costituzione coincide con la nascita dell’impresa.

Per quanto riguarda la cessazione dell'impresa: per una persona fisica si ha ad es. la morte o un incidente

che impedisce alla persona di svolgere l’attività ma nel caso in cui non si sono verificati tali eventi sarà

necessaria, ai fini della cessazione, la disaggregazione del patrimonio aziendale che l’imprenditore aveva

creato (è come se fosse una liquidazione del patrimonio); per le società, la cessazione avviene attraverso

la cancellazione dal registro delle imprese e ciò rappresenta la cessazione formale (cessazione dell’attività,

non si è più imprenditori). Per le società è più facile individuare il momento di inizio e cessazione

dell’attività perché coincide con il registro e la cancellazione dal registro delle imprese. Quando un

imprenditore (persona fisica o società) cessa la sua attività, alcuni obblighi dello statuto generale e

speciale cessano immediatamente (tenuta scritture contabili, concorrenza leale, diritti collegati ai segni

distintivi), ci sono però degli aspetti della disciplina che non cessano automaticamente ma che

mantengono degli effetti fino ad un certo periodo successivo alla cessazione dell'impresa (quanto accade

in materia di fallimento infatti l’art. 10 dice che l'imprenditore può fallire anche quando costui ha cessato

l’attività per un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese).

Con riferimento alla legittimazione degli atti d’impresa c’è il concetto di spendita del nome: gli atti compiuti

da un soggetto in nome e per conto dell'imprenditore, diventano atti fatti dall'imprenditore quando il suo

nome è stato speso. L'imprenditore ha fatto, con la spendita del nome, la “contemplatio domini”

(dichiarazione attraverso cui un rappresentante pone in essere dei negozi giuridici in nome e per conto

dell’imprenditore, i cui effetti giuridici ricadono nella sfera giuridica dell’imprenditore, si chiama anche

rappresentanza diretta). Però bisogna specificare che non assumono la qualità di imprenditore né i soggetti

nel cui interesse viene esercitata l’attività d’impresa (quando l’attività non viene esercitata anche in loro

nome) e né i rappresentanti.

Oltre in base al criterio della spendita del nome, la qualità di imprenditore è attribuibile anche a colui nel cui

interesse viene svolta l’attività tramite un prestanome ovvero la teoria dell’imprenditore occulto. Es. un

imprenditore non vuole far sapere al mercato che è lui l'imprenditore, vuole mantenere il suo patrimonio

segreto, allora utilizza il prestanome (istruzione di mantenere segreto il nome dell'imprenditore). Però la

qualifica di imprenditore verrebbe assunta sia dall’occulto che dal prestanome e quindi anche quest’ultimo

sarebbe assoggettato alla disciplina delle imprese. Infatti, se l’attività del prestanome va a rotoli può

rispondere solo il prestanome anche perché i terzi non sanno che dietro al prestanome c’è il vero

imprenditore. Se viene scoperto, l'art. 147 dice che si può estendere il fallimento all'imprenditore occulto e

tramite il criterio sostanzialistico posso individuare chi sia il vero imprenditore e farlo diventare

responsabile. Sezione 3 - Modelli Organizzativi delle Imprese

13. Impresa & Modelli Organizzativi. L'art. 41 della costituzione dice come iniziare un’attività e con

quale modello organizzativo ovvero la manifestazione dell’iniziativa della libertà economica o la forma

giuridica che viene adottata per regolare l’organizzazione imprenditoriale. Si può scegliere di svolgere

l’attività con un modello organizzativo semplice (imprenditori individuali) oppure ci si unisce a dei soci per

costituire una società (imprenditori collettivi). Oggi le società possono essere costituite da un solo soggetto

(quindi posso avere un’impresa individuale con qualsiasi modello organizzativo) ma prima si necessitava di

almeno un socio. Quindi, è meglio fare la distinzione tra imprese individuali (riferite ad una persona fisica) e

imprese entificate o collettive (riferite ad un ente di diversa natura). Tale distinzione deve essere arricchita

dalla differenza tra imprese pubbliche (che si distinguono in imprese-organo e imprese-ente) e private

(società, consorzi, fondazioni e associazioni). Oppure l’impresa può essere strutturata mediante la

combinazione di diversi modelli organizzativi e si parla quindi di imprese di gruppo. La scelta del modello

organizzativo di un imprenditore comporta la scelta di una serie di regole legate al modello (responsabilità

limitata o illimitata dei soci, destinazione dei risultati dell’attività di impresa, disciplina dell'amministrazione

e rappresentanza dell'impresa, forme di finanziamento). Ci sono 8 diversi modelli organizzativi di società e

bisogna sceglierne uno tra quelli tipici ovvero non posso crearne uno diverso da quegli 8. Vale quindi il

principio della tipicità dei modelli organizzativi, ci si porta dietro la disciplina prevista da quel modello

(modifiche sono consentite in base alle regole del modello scelto). Però per l’esercizio di alcune attività si

richiede un determinato modello quindi non possono essere scelti tutti i modelli possibili (non possiamo

svolgere un’attività commerciale in una società semplice). Se si vuole cambiare modello organizzativo, si

può attraverso la trasformazione ovvero il passaggio da un modello all'altro in modo formale, se si vuole

cambiare le regole è possibile modificando l'originario atto costitutivo.

14. Impresa Individuale. É la forma organizzativa più semplice, si basa sull'imprenditore come persona

fisica e come tale svolge quelle attività ed ha quelle caratteristiche fissate dall'art. 2082. L'imprenditore

individuale è soggetto allo statuto generale dell'imprenditore a prescindere dall’attività svolta, se però non

svolge un’attività agricola (quindi commerciale), gli viene applicato anche lo statuto speciale

dell'imprenditore commerciale. La regola principale di tale modello riguarda la capacità all'esercizio

dell’attività d'impresa: si necessita della capacità giuridica (si acquisisce alla nascita) e di agire (si

acquisisce con la maggiore età purché' non ci siano cause che condizionino tale capacità). Tale regola ha

delle specificazioni quando l’attività delle impresa è commerciale. Una persona fisica per svolgere

un’attività commerciale necessita della capacità giuridica e di agire, però la legge prevede la situazione in

cui un incapace riceve in eredità o beneficio un'impresa commerciale: in questo caso la legge dice che il

minore, interdetto o inabilitato non possono iniziare un’attività commerciale ma possono continuarla.

Devono sussistere però certe condizioni: 1. ci deve essere un'autorizzazione proveniente dal tribunale dei

minori affidando però il compito di gestire l'impresa in nome e per conto dell'incapace ad un tutore

(soggetto che abbia la capacità di agire, per i minori solitamente sono i genitori mentre per gli altri viene

nominato dal tribunale: per l'interdetto è un tutore, per l'inabilitato è il curatore che assiste il soggetto solo

per eventi straordinari), se questi soggetti commettessero degli illeciti tale responsabilità penale ricadrebbe

su di loro. Esistono una serie di discipline speciali che presuppongono un’impresa di tipo individuale. Le

imprese familiari/coniugali. L'impresa familiare è sancita dall'art. 230 bis ed è una disciplina che trova

applicazione nei casi in cui l'imprenditore individuale è un capo famiglia e nello svolgimento della sua

attività si fa aiutare dai suoi familiari definiti dipendenti. Questi soggetti hanno dei diritti di tipo patrimoniale

(il fatto che il componente della famiglia ha il diritto al mantenimento secondo le condizioni familiari, a

partecipare agli utili) o amministrativo (partecipare alle decisioni che riguardano l'impiego degli utili e

aumenti di valore, di tipo amministrativo come aprire un nuovo locale o cessare l’attività dell'impresa). Tali

regole hanno importanza solo nel rapporto tra imprenditore e familiari, sono diritti interni. Se l’imprenditore

non li rispetta si può richiedere un risarcimento o fargli causa tenendo conto del fatto che non hanno

rilevanza esterna. L’impresa coniugale è sancita dall'art. 177/1, interessa le aziende gestite da entrambi i

coniugi, ma comunque costituite dopo il matrimonio in presenza di comunione legale dei beni.

15. Impresa Societaria. L’impresa societaria è un’impresa entificata ed anche un soggetto giuridico che

assume la titolarità dei rapporti giuridici che si vengono a creare in rapporto all’impresa. Parlando

dell’impresa societaria dobbiamo distinguere le persone fisiche che diventano soci e l'impresa che diventa

società; l'imprenditore diventa l'ente, tutte le regole ricadono sulla società e non sui soci. Esistono però

delle società che non sono imprese come le società tra professionisti, le società semplici di gestione

(nascono per il mero godimento di un bene, non hanno i connotati di una attività economica di produzione

di beni) e le società occasionali (nascono per il compimento di un unico scopo, sono attività economiche

ma manca il principio della professionalità). In tutto il resto dei casi le società sono delle imprese, hanno

tutte le caratteristiche dell'art. 2082.

Le società sono sancite dall'art. 2247: alla base della società c’è un “contratto di società” tra due o più

persone che conferiscono beni o servizi per l'esercizio in comune di un’attività economica allo scopo di

dividerne gli utili. Però ci sono casi in cui la società viene costituita da un unico soggetto (atto unilaterale)

oppure tramite un atto amministrativo, quindi tale nozione è pur sempre valida anche se presuppone la

presenza di un contratto di società. Gli elementi essenziali della società sono: i conferimenti (la società

nasce con il conferimento in denaro, beni o servizi da parte dei soci, sono prestazioni patrimoniali destinate

a costituire il patrimonio sociale e non suscettibili di rimborso, quindi diventano di proprietà della società e

non possono essere restituiti o rimborsati finché la società resta in vita); l’attività economica è un elemento

essenziale che deve essere esercitata in comune tra i soci, deve essere di produzione di ricchezza, quindi i

risultati positivi e negativi vanno ad interessare tutti i soci; la società si caratterizza per uno scopo egoistico

(non per forza un utile ma anche altro), quindi generare un vantaggio economico destinato ai soci e non a

finalità altruistiche.

Quando parliamo di società, il codice civile predispone 8 modelli tipici: società semplice, società in nome

collettivo, società in accomandita semplice, società a responsabilità limitata, società per azioni, società in

accomandita per azioni, società cooperative e mutue assicurazioni; bisogna scegliere uno di questi tipi e di

conseguenza si sceglie la disciplina legata a quel tipo del codice civile o altro. Distinzione tra società

lucrative e mutualiste: tale distinzione si fonda sullo scopo ovvero che tutte queste società hanno uno

scopo egoistico e non uno scopo altruistico; abbiamo lo scopo lucrativo (società con obiettivo la

realizzazione e distribuzione di un profitto tra i soci) e lo scopo mutualistico (obiettivo basato sulla

mutualità, realizzare un’utilità economica di cui i soci godranno). Le società cooperative e le mutue

assicurazioni seguono uno scopo mutualistico, tutte le altre seguono uno scopo lucrativo. Distinzione tra

società commerciali e non commerciali: quelle commerciali sono tutte le tipologie di società che possono

essere usate per svolgere un’attività commerciale (tutte le tipologie tranne la società semplice), le altre per

attività diverse da quella commerciale. La società semplice è l'unica possibilità per svolgere attività diverse

da quella commerciale. Distinzione tra società di persone e capitali: sono società di persone la società

semplice, la società in nome collettivo e la società in accomandita semplice, le altre sono tutte società di

capitali. La disciplina si fonda sul rapporto personale tra i soci, nelle società di persone i soci si scelgono

per la fiducia reciproca, per fondare un rapporto su questa natura personale della relazione; nelle società

di capitali il focus è sul capitale, la caratteristica fondamentale è la libera trasferibilità della partecipazione.

Distinzione tra responsabilità limitata o illimitata del socio: sono società con soci a responsabilità illimitata

le società semplici, le società in nome collettivo e per i soci accomandatari le società in accomandita

semplice o in accomandita per azioni, sono soci che una volta eseguito il conferimento, restano

solidamente responsabili, con il proprio patrimonio ai debiti della società; le società con soci a

responsabilità limitata come le società a responsabilità limitata, le società per azioni e i soci accomandanti

di società in accomandita semplice e accomandita per azioni, la responsabilità del socio si esaurisce al

conferimento iniziale e il socio è responsabile limitatamente a quanto ha conferito.

Ci sono delle scelte che vengono imposte dal legislatore: per le società bancaria si può usare la società

per azione o la società cooperativa. Scegliendo una tipologia tra le 8, si scelgono le regole ad essa

collegate ma esiste l’autonomia statutaria: si possono fare dei cambiamenti alle regole che quella tipologia

si porta dietro, è ampia nelle società di persone e contenuta nelle società di capitali (meno nelle società per

azioni e minima nelle società per azioni quotate in borsa). Quindi si può inserire nello statuto le clausole

atipiche (clausole che derogano o integrano le leggi predisposte della società, non possono essere in

contrasto con norme imperative, di ordine pubblico o buon costume). Non posso inserire clausole atipiche

che siano in contrasto con le caratteristiche fondanti scelte (non posso inserire una clausola che vada a

toccare la responsabilità limitata dei soci). Se voglio inserire una clausola in contrasto posso cambiare o

trasformare la società oppure trasferire la clausola in un patto parasociale. Si tratta di un contratto

aggiuntivo che può essere stipulato tra tutti o alcuni soci, sta accanto allo statuto ma non lo sostituisce, per

prevedere delle ulteriori pattuizioni che riguardano i soci che hanno efficacia solo tra i soci che hanno

sottoscritto il patto. Se c’è una violazione, quella violazione rimane interna al patto parasociale, il terzo

esterno non può pretendere l'applicazione del patto parasociale. Le clausole atipiche che pur essendo

lecite, fossero in contrasto con le caratteristiche fondanti del tipo prescelto, non possono essere inserite

nello statuto ma in un patto parasociale con differenza che lo statuto ha efficacia verso tutti, mentre l'altro

verso i soci patiscenti. Esempio. E' stata fondata una srl da 5 soci. Se i soci decidono di impegnarsi, nel

caso in cui ci vogliono più soldi per evitare il fallimento, ci impegniamo a ripagare i debiti. Questa regola

non può essere inserita nello statuto ma può essere messa nel patto parasociale. Se i soci violano il patto,

nessun terzo può intromettersi, e rimane un problema interno tra i soci. I terzi possono pretendere solo il

rispetto dello statuto, non del patto parasociale, che rimane un contratto interno della società.

16. Impresa collettiva non societaria. In questa categoria troviamo: consorzi e GEIE (imprese che

nascono per svolgere un’attività d’impresa) e associazioni e fondazioni (imprese che possono svolgere sia

attività d’impresa che attività non d’impresa).

I consorzi sono sanciti dall'art. 2062 del Codice Civile e sono dei contratti tra imprenditori con causa

mutualistica e scopo non lucrativo ma tendono a realizzare un’utilità economica. Questo contratto deve

avere una forma per iscritto e deve contenere: l’oggetto, la durata, gli obblighi assunti dai consorziati, i

compiti e i poteri degli organi, le condizioni per essere ammessi, i casi di recesso ed esclusione e le cause

di scioglimento. I consorzi possono essere ad attività interna o anche esterna: nel primo caso i consorzi si

limitano ad essere un contratto in forza del quale le imprese coordinano le proprie attività economiche

quindi tale attività si esaurisce nel rapporto interno tra le imprese consorziate; nel secondo caso i consorzi

svolgono un’attività d’impresa, stipulando contratti e assumendo obbligazioni. Per instaurare un rapporto

con i terzi, la legge richiede che il consorzio sia iscritto presso il registro delle imprese. Per quanto riguarda

le obbligazioni assunte dalle persone che hanno la rappresentanza del consorzio, vengono fronteggiate

con il fondo consortile (costituito da contributi dei consorziati e beni). Perciò il consorzio si può definire “a

responsabilità limitata” perché le imprese consorziate rispondono solo nei limiti dei loro apporti. I consorzi

con attività esterna possono avvalersi della forma societaria chiamate consortili, siamo di fronte a vere e

proprie società con scopo mutualistico con una sua rilevanza piena all'esterno.

I GEIE sono una figura associativa che nasce per lo svolgimento in comune di un’attività economica ma

con finalità mutualistiche. A differenza dei consorzi, i membri del GEIE non sono necessariamente

imprenditori e hanno una responsabilità illimitata nei confronti delle obbligazioni assunte.

Le associazioni e le fondazioni sono imprese quando sussistono i requisiti dell'art. 2082 (ci deve essere

un’attività di impresa principale o secondaria per finanziare la vera attività d'impresa) quindi si devono

applicare lo statuto generale e speciale, non si applicherà agli associati il fallimento ma solo all’ente.

17. L’impresa Sociale. L'impresa sociale viene riconosciuta come impresa rispettosa dell'art. 2082, però

nasce per svolgere attività nei settori no-profit. L’attività è comunque economica anche se con finalità ad

utilità sociali. Come riconoscerle? 1. devono svolgere un’attività sociale (la legge le elenca nel decreto

legislativo 155/2006, assistenza sociale, formazione, istruzione, tutela ambiente, assistenza sanitaria); 2.

assenza di uno scopo egoistico (in nessun caso i risultati derivanti dallo svolgimento dell’attività d'impresa

possono essere destinati ad essere goduti dagli stessi soggetti che promuovono l’attività, deve essere

devoluti interamente all’attività svolta o al patrimonio dell'ente). Solitamente sono imprese commerciali

quindi la disciplina applicabile è lo statuto generale e speciale dell'imprenditore commerciale a cui

aggiungere il decreto legislativo 155/2006 a cui va aggiunto la disciplina relativa al modello organizzativo

prescelto. C’è però una peculiarità sulla responsabilità delle obbligazioni assunte che ricadono sempre e

solo sul patrimonio dell'ente ma ciò vale a condizione che il patrimonio dell'impresa sia pari a 20.000 e che

non sia diminuito di oltre 1/3 negli anni successivi rispetto ai 20.000 euro.

18. Impresa pubblica. Esistono 3 categorie di impresa pubblica: 1. Impresa-organo ovvero un'impresa

che rappresenta un organo di un ente pubblico di tipo territoriale (i comuni hanno sempre gestito i servizi

come gas, energia, acqua, smaltimento rifiuti e tali attività venivano attuate con delle divisioni che erano

delle imprese); 2. Imprese-ente (enti pubblici economici) sono vere e proprie persone giuridiche con natura

amministrativa, nascevano per svolgere un’attività di natura commerciale, col tempo tali enti sono

scomparsi con la privatizzazione che è avvenuta in 2 diversi stadi (1. lo stato ha cambiato la forma

giuridica degli enti trasformandoli da pubblici a privati ma chi comandava era ancora lo stato,

privatizzazione formale; 2. fase di collocamento delle azioni sul mercato realizzando la privatizzazione

sostanziale); 3. Società a partecipazione pubblica, in realtà queste società non sono imprese pubbliche,

sono società private in cui lo stato detiene delle partecipazioni, con personalità giuridica di natura privata.

Per tutte le tipologie di impresa pubblica, si applica lo statuto generale dell'imprenditore all’attività

d'impresa ma non all'ente pubblico, il problema riguarda l'applicazione dello statuto speciale

dell'imprenditore commerciale perché per es. nessun ente pubblico può fallire ed infatti la disciplina del

fallimento non si può applicare alle imprese pubbliche quindi lo statuto speciale si applica tutto tranne per

le discipline sul fallimento (le imprese-organo ed enti avranno altre discipline) e sulla pubblicità legale (le

imprese-organo avranno altre discipline con lo stesso obiettivo). Per le società a partecipazione pubblica si

applica lo statuto generale e speciale integralmente.

19. Impresa di gruppo. Impresa societaria che opera in modo coordinato con altre imprese che

appartengono allo stesso proprietario, dal punto di vista economico è come se fossero un'unica impresa

per soddisfare un interesse comune. All'interno del gruppo ci sono società tutte diverse tra loro, con i propri

interessi individuali. Dal punto di vista giuridico bisogna tener conto che sono tante società e quindi ognuna

di esse deve avere le proprie regole, ha i propri soci e creditori. Bisogna rappresentare i bilanci delle

singole imprese ma si chiede un bilancio consolidato della capogruppo che consolida i bilanci del gruppo;

se si prescrive un marchio o diritto antitrust del gruppo, tutte le aziende del gruppo lo hanno. Le discipline

non vengono applicate solo se al vertice del gruppo c’è una persona fisica o lo stato, perché si applicano

altre norme.

20. Aggregazioni tra imprese. Ci sono casi in cui ci sono imprese autonome e indipendenti che per

motivazioni sul mercato vogliono aggregarsi (in modo temporaneo o lungo tempo); la differenza rispetto ai

gruppi sta nel fatto che questa aggregazione non è strutturata, mantengono la loro autonomia e

indipendenza gestionale. Esistono diverse tipologie: 1. il contratto di rete, è composto da imprese che non

riescono a far fronte al mercato da sole, si legano tra loro attraverso un network, con la finalità di rafforzare

la capacità innovativa per renderle concorrenziali sul mercato rispetto alle altre grandi imprese, hanno

obiettivi strategici comuni attraverso un programma con aspettative e obiettivi stabiliti. Tale contratto può

assumere due configurazioni a seconda che sia o meno prevista l’istituzione di un fondo patrimoniale

comune e di un organo comune destinato a svolgere l’attività con i terzi. 2. Associazioni temporanee

d'imprese (ATI), un'opera non può essere fatta da una sola impresa, così più imprese con specializzazioni

diverse si uniscono per presentare un'offerta unitaria. 3. joint venture, creano la formazione di una struttura

societaria, i partecipanti hanno diverse partecipazioni, esse non hanno sempre la forma societaria, ma

possono essere semplici contratti commerciali che legano più imprese per presentarsi in modo coordinato

sul mercato. 4. Associazione in partecipazione, è un contratto dove l’associante attribuisce all’associato

una partecipazione agli utili della sua impresa o di uno o più affari verso il corrispettivo di un determinato

apporto, l’associante quindi è un’impresa mentre l’associato può non essere un’impresa. Questa forma non

dà luogo ad un ente distinto dall’impresa associante e dall’associato e non costituisce un modello

organizzativo a sé stante. Capitolo 2 - L’Attività

Sezione 1 - Concorrenza

21. Il sistema della disciplina della concorrenza. Tale disciplina regola la competizione in modo da

garantire il rispetto dei principi di correttezza e lealtà. Bisogna garantire la concorrenzialità dei mercati,

attraverso il contrasto ai monopoli e agli accordi tra imprese in grado di disattivare quel meccanismo di

scelta della migliore opportunità. La tutela della concorrenza e articolata su due sistemi di norme

complementari: il primo riguarda tutti i protagonisti del mercato ed è la legge antitrust; il secondo ha natura

privatistica, è contenuto nel codice civile e riguarda i rapporti concorrenziali tra le imprese.

22. Il diritto antitrust. La disciplina antitrust trae origine dall’ordinamento comunitario e dall’esigenza di

creare un mercato unico in ambito europeo. È composto dalle norme comunitarie aventi per oggetto le

intese restrittive della concorrenza e gli abusi di posizione dominante e che controllano le operazioni di

concentrazione tra imprese. Ad esse si affiancano le norme delle legislazioni nazionali e in Italia sono

norme sostanziali ispirate alle regole comunitarie. Il diritto comunitario si applica alle intese e agli abusi di

posizione dominante che siano idonei a pregiudicare il commercio tra stati membri, e alle concentrazioni

che superano determinate soglie dimensionali mentre il diritto nazionale ha un ambito di applicazione

residuale. L’obiettivo della normativa antitrust è quello di facilitare lo sviluppo della concorrenza e prevenire

la formazione dei monopoli. Da tale obiettivo ne deriva una prima tradizionale concezione in cui ogni

pratica che ha un impatto negativo sull’efficienza del sistema deve essere sanzionata dal diritto antitrust e

quindi vietata ma una seconda più recente concezione dice che soltanto le pratiche che hanno un effetto

negativo sulla efficienza allocativa devono essere sanzionate, quelle che hanno effetti redistributivi devono

essere consentite.

23. Le intese. Sono tutte le forme di cooperazione tra le imprese, frutto di un accordo, di una pratica in

essere tra le parti, di una comune decisione di un organismo di coordinamento quale un consorzio o

un’associazione di imprese. Per accordo si intende ogni genere di comune intendimento di due o più

imprese, affiancato da un contratto oppure in un semplice accordo che non costituisce un contratto. Le

pratiche concordate sono qualsiasi comportamento coordinato di due o più imprese nella consapevolezza

che esso altera la concorrenza. Le decisioni di associazione di imprese sono considerate intese se sono

associazioni di categoria, consorzi o qualsiasi altro organismo di cooperazione, che determinino un

allineamento di comportamenti concorrenziali. Sono vietate le intese tra imprese che abbiano per oggetto o

per effetto di impedire, restringere o falsare in maniera consistente il gioco della concorrenza all’interno del

mercato nazionale o in una sua parte rilevante. Le intese possono essere orizzontali o verticali. L’oggetto

dell’intesa può essere i cartelli di prezzo, la divisione dei mercati, le restrizioni quantitative della produzione

che rientrano nell’aria di divieto anticoncorrenziale. Affinché l’intesa venga considerata vietata è sufficiente

che tale effetto sia anche solo potenziale e non già prodotto. La restrizione concorrenziale deve essere

consistente ovvero non sono vietate le intese con effetti minimi o irrilevanti. La normativa contiene un

elenco di ipotesi di intese sicuramente vietate: i cartelli (imposizione dei prezzi praticati sul mercato), la

creazione di vincoli (a livello di sviluppo tecnico o progresso tecnologico) o limitazioni della produzione, la

ripartizione dei mercati, l’applicazione di condizioni diverse per prestazioni equivalenti e il subordinare la

conclusione di contratti alla accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari che per

loro natura non hanno alcun rapporto con l’oggetto dei contratti stessi. Le intese vietate vengono

considerate nulle a ogni effetto e le imprese che vi hanno preso parte sono soggette a sanzioni pecuniarie

amministrative e all’obbligo di risarcire l’eventuale danno causato a terzi. Ci sono casi in cui le intese

vietate possono determinare degli effetti positivi e quindi possono sfuggire al divieto solo in presenza di

quattro condizioni: deve essere dimostrato in positivo che contribuiscono a migliorare la produzione o la

distribuzione di prodotti o a promuovere il progresso tecnico o economico e riservano agli utilizzatori una

parte dell’utile che deriva alle parti; in negativo che non contengono restrizioni concorrenziali per

l’ottenimento dei benefici e che non consentono alle parti di eliminare la concorrenza per una parte

sostanziale dei prodotti oggetto dell’accordo.

24. Gli abusi di posizione dominante. Non è vietata la costituzione o la detenzione di una posizione

dominante ma il suo sfruttamento abusivo e ciò significa che non è vietato acquisire una posizione di

assoluto dominio purché ciò rappresenti il frutto della corretta competizione e del successo dell’impresa sul

mercato. Per posizione dominante si intende una posizione di potenza economica grazie alla quale

l’impresa che la detiene è in grado di ostacolare la persistenza di una concorrenza effettiva sul mercato in

questione e ha la possibilità di tenere comportamenti alquanto indipendenti nei confronti dei concorrenti,

dei clienti e dei consumatori. Per capire se un’impresa si trova in una posizione dominante bisogna

individuare il mercato rilevante determinato sia dal punto di vista territoriale (considerando le caratteristiche

del prodotto, le abitudini dei consumatori e le tecniche di distribuzione adottate dalle imprese) che

merceologico (considerando la funzione di prodotti e servizi offerti dall’impresa assolvono in relazione alle

esigenze e ai gusti dei consumatori). Poi bisogna stabilire la quota di mercato detenuta dall’impresa e

valutarne la rilevanza (l’80% equivale ad una posizione dominante, 40-75% rappresentano un indizio di

dominanza, < 30% no). Tra gli altri indicatori bisogna considerare la stabilità della quota di mercato, ovvero

rimanere invariato nel tempo, a cui bisogna affiancare le barriere all’ingresso ovvero un ostacolo per le

imprese che volessero accedere al mercato. La normativa fornisce una serie di comportamenti vietati

uguali alle intese.

25. Le concentrazioni. Sono delle forme di integrazione tra imprese che prima dell’operazione erano tra

loro indipendenti. L’effetto anticoncorrenziale sta nel fatto che viene meno almeno uno degli operatori del

mercato oppure se ne modificano le quote di mercato. L’integrazione da un lato rafforza l’impresa e

dall’altro fa venire meno la pressione concorrenziale che la presenza di un maggior numero di imprese

assicurava sul mercato. Un’operazione di concentrazione si realizza: con la fusione, tramite l’acquisto di

quote di partecipazione con cui ottengono il controllo dell’insieme o di parti di una o più imprese oppure

con la costituzione di un’impresa comune. Per realizzare una concentrazione è necessaria la nozione di

controllo ovvero una nozione che si basa sul controllo azionario di diritto, sul controllo azionario di fatto e

sul controllo contrattuale tenendo conto della possibilità di esercitare un’influenza dominante sulle attività di

un’impresa.

26. L’applicazione della disciplina antitrust. Le autorità di controllo sono, per l’applicazione della

disciplina comunitaria, la commissione UE e, per l’applicazione della disciplina nazionale, l’autorità garante

della concorrenza e del mercato (AGCM). L’AGCM è un organo che decide a maggioranza costituito da un

presidente e due membri, considerato un’autorità indipendente ovvero che è autonoma rispetto ai poteri

dello Stato. Il ruolo dell’autorità di controllo è quello di avviare un procedimento amministrativo in presenza

del sospetto di una violazione, all’esito del quale, se accerta la violazione, ordina la cessazione dei

comportamenti illeciti e sanziona le imprese responsabili. L’apertura dell’istruttoria viene notificata alle parti

interessate e l’autorità ha il potere di chiedere tutte le informazioni e i documenti che ritiene utili all’analisi

del caso. Le parti hanno il diritto di essere sentite, di produrre difese scritte e di avere accesso alla

documentazione acquisita durante le investigazioni. Infine le parti hanno il diritto di chiedere di essere

sentite in un’udienza finale nella quale viene riassunta la posizione accusatoria e i difensori delle parti

sviluppano tutte le loro difese. Al termine dell’udienza finale l’autorità dichiara chiuso il procedimento e

verrà adottato il provvedimento finale che deve essere comunicato alle parti. Le sanzioni agli autori degli

illeciti variano in base alla durata e alla gravità dell’illecito e si può applicare fino ad un massimo del 10%

del fatturato delle imprese responsabili. Le norme antitrust possono essere attivate davanti ai giudici

ordinari anche da chiunque vi abbia interesse per ottenere una declaratoria di nullità e per ottenere il

risarcimento del danno (es. concorrenti e consumatori). Però un ostacolo che potrebbe far desistere il

singolo consumatore dall’intraprendere una difficile e costosa azione giudiziaria è costituito dal modesto

ammontare del danno individualmente subito; per questo è stata introdotta l’azione di classe mediante la

quale una pluralità di consumatori titolari di un’interessi omogeneo può esercitare un’unica azione per il

risarcimento del danno prodotto.

27. La disciplina della concorrenza nel codice civile. Le disposizioni del codice civile in materia di

concorrenza sleale (art. 2598) individuano alcune fattispecie quali gli atti idonei a creare confusione con i

prodotti e le attività di un concorrente, gli atti volti a screditare l’altrui impresa o ad appropriarsi dei pregi dei

prodotti dell’attività del concorrente ma prevedono una clausola generale che estende la responsabilità a

chiunque si avvalga di qualsiasi altro mezzo contrario alla correttezza professionale e idoneo a

danneggiare l’altrui azienda. La disciplina civilistica prevede dei limiti legali alla concorrenza (art.2595).

Inoltre prevede regole in materia di limiti contrattuali alla concorrenza (art. 2596), l’obbligo di contrattare del

monopolista (art. 2597). Queste disposizioni proteggono l’avviamento dell’impresa ma tale protezione è

assicurata soltanto contro le azioni concorrenziali illecite. C’è stata un’evoluzione tra la disciplina civilistica

della concorrenza e il diritto antitrust in termini di piena compatibilità che di complementarietà.

28. La Concorrenza Sleale. La tutela dalla concorrenza sleale può trovare applicazione solo per

soggetti che siano tra loro in un rapporto di concorrenza ovvero operatori che offrono sul mercato beni che

soddisfano le stesse esigenze. Per applicare tale disciplina, il soggetto non deve trovarsi per forza in un

rapporto di concorrenza attuale, ma anche nel caso di concorrenza potenziale. Tale disciplina trova

applicazione nei soggetti che svolgono attività imprenditoriale ma la tutela dell’illecito concorrenziale è

ammessa anche per i gestori di attività o per gli enti pubblici non economici. La concorrenza sleale può

essere indiretta se gli atti vengono compiuti da soggetti che non hanno rapporti formali con l’impresa solo

se l’atto è stato compiuto nel suo interesse e tra il terzo e l’impresa sussiste un rapporto idoneo a far

presumere che l’impresa fosse a conoscenza dell’illecito. La tutela nei confronti degli atti di concorrenza

sleale può essere fatta valere anche dalle associazioni professionali o dagli enti che rappresentino gli

interessi di una intera categoria professionale. A livello di sanzioni, il codice civile (art. 2599-2600) prevede

una tutela di tipo inibitorio e risarcitorio: si può chiedere l’inibitoria del comportamento illecito che è

ammessa quando l’illecito è ancora in atto per impedirne la continuazione oppure se concluso per

impedirne la ripetizione; si può richiedere il risarcimento nei casi in cui l’illecito abbia prodotto un danno

solo nei casi in cui sia stato compiuto con dolo o colpa. Una volta accertato l’atto illecito, la colpa si

presume e la prova del danno e della sua misura resta a carico di chi domanda il risarcimento.

29. I singoli atti di concorrenza sleale. Il danno concorrenziale, affinché possa essere qualificato

come atto di concorrenza sleale, deve essere in grado di pregiudicare effettivamente gli interessi protetti.

La prima tipologia di fattispecie riguarda gli atti idonei a creare confusione con i prodotti o con l’attività del

concorrente (l’uso di nomi o segni distintivi altrui, l’imitazione dell’altrui prodotto). Sono segni distintivi tutti

quegli elementi che connotano un prodotto o un servizio quali i segni grafici, dei nominativi, figurativi o

anche gli elementi cromatici, la confezione stessa, l’involucro o il contenitore del prodotto e possono avere

tutela tramite il divieto di atti di confusione. Può esserci il caso dell’imitazione servile che consiste nella

riproduzione dell’aspetto esteriore di un prodotto in termini di stretta aderenza all’originale. La seconda è

idonea a determinarne il discredito, o si appropria di pregi dei prodotti o dell’impresa del concorrente.

Ulteriori fattispecie di concorrenza sleale sono state tipizzate dalla giurisprudenza e dagli interpreti tra cui

la pubblicità ingannevole, i ribassi di prezzo e le vendite sottocosto, la sottrazione di segreti aziendali, il

boicottaggio e la concorrenza parassitaria.

30. I limiti legali e contrattuali alla concorrenza. La legge impone ai privati di astenersi da iniziative

concorrenziali dove il soggetto risulta essere in condizione di approfittare della posizione assunta in un

certo rapporto oppure sia legato alla controparte da un vincolo di lealtà, fedeltà e protezione. Queste

norme non rappresentano una deroga al principio di libertà di iniziativa economica ma ne garantiscono la

piena realizzazione. L’art. 2557 pone il primo divieto di concorrenza a carico di colui che trasferisce, affitta

o concede in usufrutto la propria azienda commerciale per un periodo di cinque anni dal trasferimento,

dalla concezione in affitto o dalla costituzione dell’usufrutto. Questo perché è se l’impresa concedente

potesse liberamente iniziare a svolgere un’altra uguale attività giovandosi dei rapporti commerciali già

instaurati in passato, l’acquirente potrebbe trovarsi privato dell’avviamento commerciale. In questo caso c’è

una responsabilità di natura contrattuale e obbliga l’autore al risarcimento del danno. L’art. 2105 pone a

carico del lavoratore subordinato un obbligo di fedeltà che si specifica in due divieti: il divieto di trattare

affari per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’impresa e il divieto di divulgare notizie o di farne uso

in modo potenzialmente pregiudizievole. I lavoratori che violano questi divieti rispondono dei danni

cagionati al datore di lavoro a titolo di responsabilità contrattuale. L’art. 1743 evidenzia il divieto di

concorrenza per l’agente fissando a suo carico un divieto di trattare gli affari di più imprese tra loro

concorrenti. Nella disciplina delle società di persone di capitali ci sono disposizioni che pongono a carico di

soci e amministratori un divieto di concorrenza con l’attività della società partecipata o amministrata. La

violazione comporta una giusta causa di revoca del socio o amministratore e una fonte di responsabilità

verso la società. Il codice civile prevede inoltre dei limiti entro i quali il patto di non concorrenza può essere

liberamente stipulato tra le parti, ammettendolo ad una determinata zona e attività e con durata non

superiore a cinque anni (art. 2596).

Sezione 2 – Proprietà Industriale

31. I Diritti di Proprietà Industriale. Per proprietà industriale si intende una serie di istituti diversi,

accomunati dal fatto che al titolare di tali diritti è riconosciuta una posizione di esclusiva in merito alla loro

utilizzazione. I diritti di proprietà industriale si acquistano attraverso la brevettazione o la registrazione e tali

diritti sono detti titolati, ai quali si contrappongono i diritti non titolati.

32. I segni distintivi. I tipici segni distintivi sono la ditta, il marchio e l'insegna diretti a distinguere

l'impresa, i suoi prodotti e i suoi esercizi commerciali rispetto ai concorrenti. Accanto a questi segni “tipici”

ci sono altri fattori quali i nomi di dominio, gli emblemi aziendali e gli slogan pubblicitari. I segni distintivi

hanno l'obiettivo di permettere al pubblico di individuare i vari operatori economici, ricollegando a ciascuno

di essi le rispettive imprese operanti sul mercato e i relativi prodotti che in esso vengono offerti. Il più

importante è il marchio. I segni distintivi debbono rispettare il principio di unitarietà ovvero è vietato

utilizzare come ditta, denominazione o ragione sociale, insegna e i nomi a dominio di un sito usato

dell'attività economica o un altro segno distintivo, il medesimo segno già adottato da altri come marchio. Il

titolare di ogni segno distintivo ha il diritto di uso esclusivo e la facoltà di precludere ai concorrenti l'utilizzo

altrimenti il titolare potrà avvalersi della disciplina della concorrenza sleale. Tale diritto riguarda

principalmente il settore in cui il titolare opera o i settori di mercato ad esso affini, perché solo in tali casi

può verificarsi il rischio di confusione.

33. Il marchio: nozione, categorie e requisiti. Possono essere registrati come marchi d'impresa tutti

i segni suscettibili di essere rappresentati graficamente, in particolare le parole, compresi i nomi di

persone, i disegni, le lettere, le cifre, i suoni, la forma del prodotto della confezione di esso, le combinazioni

o le tonalità cromatiche ovvero tutti i segni grafici. Esistono differenti categorie di marchi: il marchio di

fabbrica (apposto sul prodotto dell'impresa che lo ha fabbricato) e il marchio di commercio (apposto sulle

merci che il commerciante mette in vendita a condizione che non sopprima il marchio del produttore da cui

abbia ricevuto le merci); il marchio generale (usato per contraddistinguere tutti i prodotti o servizi) e il

marchio speciale (usato per i singoli prodotti o servizi realizzati); i marchi individuali (utilizzati dalle imprese

che li hanno registrati) e i marchi collettivi (il soggetto che ha registrato il marchio non lo usa direttamente

ma lo concede in uso a produttori o commercianti). Il marchio individuale assolve una funzione distintiva

ovvero la funzione di individuare la sottoclasse dei beni che provengono da una specifica impresa e una

funzione attrattiva determinata dagli investimenti pubblicitari e promozionali. Per potere essere registrato

come marchio, il segno deve possedere alcuni requisiti: la novità (i segni che non sono già usati da altre

imprese e che non sono già stati registrati), la capacità distintiva e la liceità (in segno deve rispettare la

legge, l'ordine pubblico e il buon costume, non deve ingannare il pubblico e non deve violare la altrui diritto

d'autore, di proprietà industriale o altro diritto esclusivo di terzi). La mancanza di uno di questi requisiti ne

impedisce la registrazione e, qualora essa sia avvenuta, ne comporta la nullità; tali requisiti devono

sussistere anche dopo la registrazione: il loro venir meno comporta la decadenza del marchio.

34. Il marchio: tutela e vicende. La registrazione consente l'acquisizione del diritto all'uso esclusivo

del segno per 10 anni; può essere rinnovata per lo stesso periodo, purché non intervengano cause di

decadenza. Tale diritto vieta ai terzi di commercializzare i prodotti col marchio e di apporre sui propri

prodotti o confezioni tale marchio a prescindere dalla commercializzazione degli stessi (contraffazione del

marchio). Il marchio può essere trasferito liberamente oppure dato in licenza cioè concessi in godimento a

terzi. Sia il trasferimento che la licenza possono avvenire per la totalità o per una parte dei prodotti o servizi

per i quali il marchio è registrato. Il marchio può essere trasferito o dato in licenza separatamente

dall'azienda o da un suo ramo. Ai fini della conservazione del diritto di uso esclusivo e necessario che il

segno sia effettivamente usato nel termine di cinque anni dalla registrazione e per un periodo ininterrotto di

cinque anni; in mancanza e salvo che il non uso sia giustificato dal legittimo motivo, il marchio decade.

Esistono altre ipotesi di decadenza del marchio: la volgarizzazione (il segno diventato denominazione

generica del prodotto o servizio e quindi perde la propria capacità distintiva), la decettività (il segno è

diventato idoneo a indurre in inganno il pubblico, in merito alla natura, qualità o provenienza dei prodotti o

servizi, a causa del modo e del contesto in cui viene utilizzato dal titolare), l’illiceità sopravvenuta (un

marchio che viene registrato pur non rientrando tra i segni idonei a esserlo o mancando uno o più requisiti

di validità). La nullità del marchio si verifica quando manca un requisito richiesto per la registrazione però

può essere evitata in caso di convalidazione prevista per la mancanza del requisito della novità: se il

titolare del marchio anteriore e del diritto di preuso abbia tollerato per cinque anni consecutivi l'uso del

marchio posteriore registrato, gli è precluso di chiedere la nullità del marchio, salvo che il marchio sia stato

domandato in malafede. Il titolare di quest'ultimo non può opporsi all'uso di quello anteriore o alla

continuazione del preuso. È preclusa la nullità del marchio privo di capacità distintiva se, a seguito dell'uso

che ne è stato fatto, il segno abbia acquisito detta capacità prima della proposizione della domanda di

nullità in via principale o riconvenzionale. Decadenza e nullità possono essere anche parziali, cioè

riguardare una parte dei prodotti è servizi per i quali il marchio è stato registrato e la legittimazione a far

valere la nullità è la decadenza spetta a chiunque vi abbia interesse.

35. La ditta, l’insegna e i nomi di dominio. La ditta è il nome che identifica l'impresa sul mercato, in

mancanza di diversa scelta, coincide con il nome civile dell'imprenditore. L’art. 2563 dice che deve almeno

contenere il cognome o la sigla dell'imprenditore. La ditta deve rispettare il principio di verità altrimenti si

incorre nella ditta irregolare. Come per gli altri segni distintivi deve avere la capacità distintiva, la novità e la

liceità. La ditta non può essere trasferita separatamente dall'azienda o da un suo ramo e tale diritto si

estingue con la cessazione definitiva dell'impresa o con la cessazione dell'uso del segno. L’insegna è il

segno distintivo dei locali dove viene svolta l’attività d’impresa. I nomi di dominio corrispondono alla

denominazione dei siti web.

36. Le invenzioni. I brevetti per invenzione attribuiscono all'inventore il diritto di sfruttamento esclusivo

dell'invenzione per un determinato periodo di tempo. La funzione del brevetto è quella di assicurare

all'inventore un lasso di tempo entro cui poter mettere a frutto il risultato dei propri investimenti e

successivamente permettere alla collettività di entrare definitivamente in possesso delle conoscenze già

brevettate, che potranno essere utilizzate in regime di libera concorrenza. La legge distingue il brevetto di

prodotto (ha per oggetto un determinato bene) dal brevetto di procedimento (ha per oggetto una nuova

tecnica o un metodo di produzione di beni). Si definiscono derivate le invenzioni che discendono da una

precedente invenzione e che si distinguono in invenzioni di perfezionamento, di combinazione o di

traslazione.

37. Il Brevetto. I requisiti richiesti dalla legge per la brevettazione sono la novità, la liceità, l'attività

inventiva o originalità e l'industrialità dell'invenzione. Un'invenzione si considera nuova se non è compresa

nello stato della tecnica cioè non è stata resa accessibile al pubblico. La liceità riguarda il rispetto

dell'ordine pubblico e del buon costume. L'originalità ricorre se, per una persona esperta del ramo, essa

non risulta in modo evidente dallo stato della tecnica ovvero il patrimonio di conoscenze che in un

determinato settore nel quale viene proposta la domanda di brevetto posseggono gli operatori del settore.

L'industrialità dell'invenzione indica che essa è considerata atta ad avere un'applicazione industriale se il

suo oggetto può essere fabbricato o utilizzato in qualsiasi genere di industria. La mancanza dei requisiti di

brevettabilità dà luogo alla nullità del brevetto eventualmente concesso ma anche per altre tre cause:

mancanza di descrizione chiara e completa; estensione del brevetto oltre il contenuto della domanda

iniziale o estensione della protezione del brevetto; richiesta del brevetto da parte di chi non aveva diritto di

ottenerlo. La nullità può essere anche parziale e quindi dare luogo ad una limitazione del brevetto. La

domanda di brevetto deve contenere una descrizione sufficientemente chiara e completa dell'invenzione

perché ogni persona esperta del ramo possa attuarla. Depositata la domanda, viene verificata la regolarità

formale della stessa, viene accertato che l'oggetto del brevetto risponda ai requisiti e che il brevetto sia

lecito. Il termine di durata del brevetto per invenzione industriale è fissato in vent'anni che decorrono dalla

data di deposito della domanda. Sezione 3 - Contrattazione

39. Le categorie della contrattazione d’impresa. Il contratto rappresenta lo strumento con cui

l'impresa colloca sul mercato i beni e i servizi e il mezzo per acquisire i fattori produttivi e per organizzare

le modalità stesse del suo svolgimento. L'attività contrattuale dell'impresa è retta da regole speciali e

riguarda la distinzione tra le relazioni tra imprese e consumatori e le relazioni con altre imprese. Nel primo

caso i contratti sono seriali e standardizzati. Nel secondo caso, i contratti tra imprese possono seguire la

logica del libero negoziato tra le parti.

40. Il contratto tra impresa e consumatore. Le parti, non dialogano e il consumatore, nel caso di

concorrenza, deve scegliere tra le diverse offerte predefinite dall'impresa. Per proteggere il consumatore

bisogna introdurre degli specifici strumenti che gli consentano di esprimere in modo consapevole il potere

di scelta tra le diverse alternative. L'impresa deve fornire le informazioni sulle caratteristiche dei prodotti e

dei servizi e astenersi dal porre in essere condotte tali da impedire o ostacolare un corretto processo di

selezione dell'offerta da parte dei consumatori. Per risolvere l’asimmetria informativa, l'impresa deve

garantire sempre un livello minimo di dati e notizie. L'impresa deve rispettare le regole di induzione all'atto

di consumo con tecniche di marketing per indurre il consumatore a preferire il proprio prodotto a scapito di

quelli concorrenti. All'impresa è vietato utilizzare tecniche di sollecitazione al consumo. La fattispecie

principale sono le pratiche commerciali scorrette cioè quelle tecniche di marketing considerate scorrette.

Esistono due tipologie di condotte: quelle ingannevoli che inducono il consumatore in una falsa

rappresentazione della realtà e quelle aggressive che provocano nel consumatore una coazione a

contrarre (non riuscire a sottrarsi dalla sollecitazione all'acquisto). Bisogna quindi individuare il criterio

generale attraverso cui valutare la correttezza delle condotte. Bisogna svolgere una duplice valutazione:

analizzare la coerenza dell'azione dell'impresa con il grado della diligenza professionale e valutare

l'attitudine del comportamento imprenditoriale a falsare la scelta di un modello astratto. A fianco alla

clausola generale ci sono ulteriori discipline come la pubblicità ingannevole ovvero una falsa

rappresentazione della realtà. Affinché la pubblicità sia corretta deve rispettare alcuni principi:

l'informazione deve essere veritiera, deve basarsi su elementi oggettivamente riscontrabili e verificabili e il

messaggio promozionale deve essere sempre riconoscibile come tale. Gli interessi tutelati sono: la

correttezza dello scambio che se violato comporta un'azione risarcitoria e l'annullamento del contratto; il

corretto funzionamento del mercato.

41. Le modalità di conclusione del contratto. I contratti tra impresa e consumatori possono essere

conclusi presso i locali dell'impresa oppure fuori dai locali commerciali. Nel primo caso, c'è una proposta

che deve essere seguita dall'accettazione, affinché il contratto possa dirsi concluso. Lo schema è

semplificato: la proposta viene formulata dall'impresa nelle condizioni generali del contratto che il

consumatore potrà accettare solo in blocco; l'accettazione è espressa con semplici comportamenti

concludenti come l'inizio della fruizione della prestazione offerta. Esiste il caso dei contratti “senza

accordo” perché quest'ultimo si individua sulla base dei comportamenti concludenti. Nel secondo caso, il

consumatore compie le proprie scelte d'acquisto in luoghi diversi dai locali dell'impresa e presso il proprio

domicilio (es. vendite porta a porta). Questa tipologia fa sorgere problemi specifici di tutela del

consumatore: il consumatore non cerca l'offerta, ma rischia di subirla passivamente. La disciplina tutela

quei contratti negoziati fuori dai locali commerciali e quelli a distanza basandosi su due principi generali:

l'obbligo di informazione e il diritto di recesso.

42. Il controllo sul regolamento negoziale. La caratteristica principale del rapporto contrattuale tra

imprese consumatore è la standardizzazione del regolamento negoziale. Vengono stabilite delle forme di

controllo all'esercizio di tale potere e si pongono limiti all'operatività delle regole predisposte. Il codice civile

propone di isolare le clausole vessatorie, applicandole solo in presenza di una espressa approvazione

scritta dell'aderente. Il codice del consumo oltre ad elencare le clausole vessatorie, delinea una definizione

generale di vessatorietà delle condizioni generali di contratto ovvero tutte le clausole che prevedono un

eccessivo squilibrio tra diritti e obblighi a vantaggio dell'impresa e a danno del consumatore. Il carattere

vessatorio determina la nullità della clausola, senza che la nullità si espande all'intero contratto, il quale

rimane valido per il resto (nullità parziale). Ciò permette al consumatore di ottenere un riequilibrio delle

condizioni contrattuali dell'operazione. La soluzione della conservazione del contratto protegge anche

l'interesse dell'impresa proponente che si sottrae al rischio della perdita di clientela e agli oneri economici

connessi al venir meno del titolo.

43. La tutela del consumatore nell'esecuzione del contratto. Il consumatore ha diritto a ricevere

dall'impresa prodotti che siano idonei all'uso specifico cui sono destinati e che presentino le caratteristiche

e le qualità attese. Nel caso non venga rispettato, il consumatore ha la possibilità di ottenere il ripristino

della conformità mediante riparazione o sostituzione del bene. Il consumatore ha diritto di ottenere prodotti

sicuri ovvero che il prodotto acquistato non costituisca fonte di insidia o di danni alla sua persona causati

da difetti di realizzazione o utilizzo. L'impresa ha l'obbligo di mettere in circolazione prodotti sicuri,

compiendo controlli a campione sui prodotti commercializzati, ritirando dal mercato i prodotti che non

garantiscono standard di sicurezza.

44. Il contratto tra imprese. Le posizioni dei due contraenti sono speculari e simmetriche ed entrambe

le parti hanno la capacità di procurarsi le informazioni rilevanti ai fini della valutazione di convenienza

dell'operazione. Per questo l'ordinamento non interviene ma lascia alla libera negoziazione anche se a

volte sorge l'esigenza di interventi correttivi. La politica di contrasto all'esercizio abusivo del potere di

mercato detenuto dall'impresa si realizza attraverso un duplice tipo di interventi: la tutela del mercato; la

tutela della singola impresa contraente. Anche nell'ambito delle relazioni tra imprese vige il principio della

nullità delle condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose cioè quelle che realizzano un eccessivo

squilibrio dei diritti e obblighi tra le parti. Il contratto tra imprese caratterizzato da asimmetrie di posizioni

viene denominato “ terzo contratto”. Esempio. La Barilla ha un set informativo che il consumatore non ha

perchè a differenza del consumatore ha informazioni sul mercato e sul prodotto che produce. In un sistem

adi mercato ideale il gico della domanda e dell'offerta dovrebbe rendere il mercato efficiente. Se la barilla

propone un prodotto non efficiente il consumatore dovrebbe rivolgersi a un'altra azienda e barilla uscirebbe

dal mercato.Tra i consumatori e l'impresa c'è un gap che deve essere colmato dal legislatore per far si che

i soggetti siano messi sullo stesso piano. il mercato deve funzionare nella maniera più efficiente possibile e

il consumatore deve essere messo nella situazione di poter fare valutazioni sul prodotto.

Capitolo 3 – Il Finanziamento

Sezione 1 – Operazioni di Finanziamento

46. Le forme di finanziamento. Il finanziamento è un'operazione che consiste in una prestazione

unilaterale che fa colui che eroga una certa quantità di valore all’impresa, con l’obbligo di restituzione da

parte di quest’ultima. Tale prestazione non consiste sempre in un prestito monetario ma anche in beni

diversi. Questa forma di finanziamento è a titolo oneroso cioè la quantità di valore da restituire è maggiore

del valore prestato ed il costo è dato dagli interessi espressi in funzione per es. della durata del

finanziamento. Ciò si contraddistingue dal finanziamento a titolo gratuito dove il valore da restituire è

uguale a quello prestato. Il finanziamento si distingue dallo scambio perché il primo è una prestazione

unilaterale che cronologicamente precede qualunque forma di obbligo di restituzione o pagamento mentre

il secondo è un'operazione che consiste in due prestazioni incrociate che avvengono cronologicamente in

modo simultaneo. Nel finanziamento la libertà delle parti è ristretta e la misura degli interessi presenta

alcuni limiti (per evitare l’usura) mentre nello scambio l'autonomia privata è libera. Il finanziamento

costituisce due forme di capitali nell'impresa:

- il capitale di rischio cioè il capitale costituito dai soci al momento della costituzione della società. Il

conferimento è il momento in cui i soci dotano la loro società del patrimonio necessario a conseguire

l'oggetto sociale. Nel momento in cui eseguono un conferimento (denaro o bene in natura), entra a far

parte del patrimonio della società (acquisizione), deve essere utilizzato per il perseguimento dello scopo

con il rischio di perdita nel caso l'obiettivo non vada a buon fine.

- il capitale di credito cioè un capitale messo a disposizione temporaneamente che deve essere

interamente restituito in quanto è un prestito. Può convertirsi in capitale di rischio solo nel caso delle

obbligazioni convertibili.

Spesso il finanziamento viene fatto con capitali di terzi (finanziamento o capitale finanziato da terzi altrui)

ovvero dalle banche, dal mercato (prestiti obbligazionari). Il capitale proprio, invece, viene generato

direttamente dalla società ovvero costituito dai proventi derivanti dall'attività realizzata dalla stessa. Se i

soci eseguono un conferimento, apportano capitale di rischio; altri creditori che apportano conferimenti tipo

le banche sono detti creditori sociali così come i terzi che vendono prodotti o servizi, pagati dopo un certo

periodo di tempo. Questi ultimi sono creditori sociali perchè hanno fatto un finanziamento rateizzato in

quanto hanno messo a disposizione i servizi e prodotti attendendo un certo periodo di tempo per essere

pagati. L'imprenditore dopo aver ottenuto finanziamenti, deve essere in grado di generare profitti e

proseguire l'attività. Il capitale di credito ha un’assoluta priorità rispetto al capitale di rischio, prima si

pagano i creditori sociali. Oggi le società cercano il finanziamento attraverso l'emissione di strumenti

finanziari. Diverse sono le forme di finanziamento sul mercato: possono emettere strumenti finanziari per

finanziare la società con obbligazioni di vari tipi, titoli di debito per le società a responsabilità limitata. La

raccolta del capitale sul mercato presenta una serie di regole ad es. ciò avviene attraverso la trasparenza e

la presenza di informazioni per arrivare alla completa informazione. Ciò avviene con la pubblicazione del

prospetto informativo ovvero un documento redatto e messo a disposizione del mercato contenente tutte le

informazioni sull'azienda. La CONSOB controlla tali prospetti assicurandosi che le informazioni contenute

siano adeguate e corrette e se supera questo controllo viene pubblicato. Se le informazioni non sono

corrette, l’investitore potrà fare causa all’emittente chiedendo il rimborso dei danni che sono derivati dalla

sottoscrizione del finanziamento.

47. Il finanziamento bancario. Il finanziamento bancario è il finanziamento più tradizionale; la banca è

un impresa che svolge attività di raccolta dei depositi ed esercizio del credito. É disciplinato da regole

contenute nel TUB e si differenzia dal finanziamento parabancario dove ci sono intermediari finanziari i

quali forniscono alle imprese dei servizi parabancari, servizi legati al prestito bancario. L'attività del prestito

bancario, tipicamente c'è un soggetto forte (banca) che ha a disposizione capitali e un soggetto che ne

necessita, più debole. Le condizioni di questi contratti non devono determinare degli squilibri tra

l'imprenditore e la banca ed è per questo che il sistema prevede per tali contratti una serie di regole (le

condizioni che devono sussistere, l’ammontare di interessi da pagare). La trasparenza bancaria fa si che

l’imprenditore conosca le informazioni contrattuali, attraverso la pubblicità di queste. La banca ha la

possibilità di cambiare le condizioni dei contratti (Ius Variandi), ma dovrà ottenere l’approvazione del cliente

e ciò non significa negoziare le condizioni con il cliente.

48. Le operazioni bancarie in conto corrente. Le principali operazioni bancarie vedono la banca in

una situazione di fornitore di finanziamento, attuate in c/c e si distinguono in operazioni in cui la banca da

denari all'impresa e operazioni in cui la banca da una garanzia. Il c/c ordinario serve a dare alcune regole e

ha un’operatività molto limitata e si distingue dal c/c bancario perché è un contratto atipico che consente il

regolamento dei contratti di credito che l’impresa puà avere con la banca. Tale c/c consente di accedere ad

una serie di servizi aggiuntivi (la convenzione di assegno, di bonifici, le carte di credito, bancomat). Sul c/c

maturano degli interessi attivi o passivi. Quando le imprese hanno tali contratti, hanno diritto a ricevere

informazioni attraverso l’estratto conto che informa e consolida la conoscenza delle imprese in merito alle

operazioni fatte. Il suo mancato contesto significherà che essa approva tali operazioni e ciò deve avvenire

entro 60 giorni dall’invio dell’estratto conto. Il c/c è un rapporto di durata indeterminata e ciò comporta il

diritto di recesso da parte delle parti e quello della banca può essere pericoloso.

49. I contratti di credito. I contratti di credito possono essere a breve o a medio/lungo termine.

L'apertura di credito in c/c è regolata dall’art. 1842 e prevede che la banca si impegna a tenere ferma una

certa somma di denaro per un certo periodo di tempo. É un contratto in cui l'utilizzabilità della somma

disponibile avviene con prelievi e versamenti, il tutto entro il limite del fido anche se talvolta può essere

superato, in condizioni straordinarie. La banca pretende delle garanzie generalmente e tale contratto

prevede il pagamento di interessi periodici. L’estinzione del rapporto per l’impresa può avvenire in qualsiasi


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale (PIACENZA - CREMONA)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Meteoropathic di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto commerciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Regoli Duccio.

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