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Simbolismo

Il simbolismo russo è parte di quella generale sollevazione culturale che tra il 1890 e il 1910 cambiò il volto della cultura russa. Si trattò insieme di un movimento estetico e mistico, elevò il livello dell’arte poetica e fu cementato da un atteggiamento mistico verso il mondo. Naturalmente si ispirò all’omonimo movimento francese, ma con delle differenze. Infatti, se per i francesi il simbolismo rappresentò una nuova forma di espressione poetica, per i russi divenne una filosofia. I simbolisti russi videro il mondo come un sistema di simboli, ogni cosa per loro aveva un significato ben preciso. Per alcuni, come Brjusov, il simbolismo fu prima di tutto una forma d’arte, e la foresta di simboli fu solo il materiale su cui costruirla. Per altri invece, tra cui Ivanov, Blok e Belyj, divenne una filosofia metafisica e mistica.

Principali simbolisti

  • Balmont (1867-1943): La sua carriera letteraria comincia con ‘Sotto i cieli del nord’. Negli anni '90 era considerato uno dei poeti più promettenti. Continua a pubblicare libri di poesia ma presto comincia il suo declino, dimenticando nelle sue opere il suo iniziale rivoluzionarismo scolastico, ed era noto per i suoi atteggiamenti ‘non civici’. Nel 1905 si avvicina al partito socialdemocratico e pubblica ‘Canti di un vendicatore’, raccolta di versi politici violentissimi e rozzi. Nel 1917 prende una posizione nettamente antibolscevica ed emigra. La sua poesia migliore è quella che va dal 1894 al 1904, dopo è tutto molto rozzo. Il successo raggiunto gli diede alla testa e scriveva cose del tipo ‘Nessuno può raggiungermi, nessuno è migliore di me nei versi’.
  • Brjusov (1873-1924): Nacque in una famiglia di mercanti. Fece buone scuole, con instancabili letture e diventò il più colto ed informato intellettuale della sua generazione. Nel 1894 pubblica ‘I simbolisti russi’, che suscita grande scalpore. Fino al 1905 trovò nella stampa letteraria solo porte chiuse, perché la sua prima poesia era totalmente diversa dallo standard letterario dell’epoca, e i critici riuscirono a vederci solo insolenti scemenze. In realtà erano solo giovani imitazioni di poeti francesi. Finalmente ottenne il successo con ‘Stephanos’, pubblicato nel 1906. Dal 1900 al 1906 fu capo riconosciuto di un gruppo compatto e vigoroso ormai avviato al successo, ma il suo talento cominciò presto a declinare. Tradusse moltissimo, recensì praticamente qualsiasi libro di poesia che usciva, pubblica classici. Nel 1915 una commissione di patrioti armeni gli chiede di pubblicare una scelta di poeti armeni in russo. In meno di un anno lui imparò la lingua, lesse tutto quello che c'era da leggere sull'argomento, e fece la maggior parte del lavoro di traduzione per il grosso volume in quarto ‘Poesia armena’, e uscì nel 1916. Il libro è uno straordinario monumento di industria umana, è quanto di meglio esiste nel suo genere. Fino al 1917 lui non prese parte ad alcuna vita politica, dopo il trionfo bolscevico diventò però comunista. Questa adesione non fu motivata da alcuna intima convinzione ma, al contrario, dalla mancanza in lui di quelle inibizioni politiche e morali che impedirono a uomini di molto più civica mentalità di saltare il fosso. Un altro motivo di questa adesione può essere stato, in lui, il sentimento di aver perduto il passo con i tempi e di non essere più un capo, insieme alla speranza di rinnovare la propria modernità legandosi al partito politico più avanzato e moderno. Brjusov morì nel 1924, aveva solo 51 anni, ma dopo aver sopravvissuto di almeno 15 all'alta marea della sua fama. La poesia di Brjusov è complessivamente accademica e ieratica. I temi sono: immagini del passato e del futuro, e i misteriosi abissi dell'amore, molto spesso nei suoi aspetti più perversi e abnormi.
  • Sologub (1863-1927): Rappresenta il maggiore e più raffinato poeta della prima generazione dei simbolisti, e viene dagli strati sociali inferiori. Nasce a Pietroburgo in una famiglia povera. Suo padre era un calzolaio e quando morì, la madre del poeta dovette fare la domestica. Con l'aiuto del padrone della madre, ricevette un'istruzione relativamente buona in una scuola magistrale. Terminati gli studi, andò a fare il maestro in una piccola cittadina provinciale. Divenne poi ispettore distrettuale di scuole elementari e finalmente, dopo il 1890, fu trasferito a Pietroburgo. Dopo il successo del suo famoso romanzo ‘Il demone meschino’ poté abbandonare l'attività scolastica e vivere nei suoi redditi letterari. Come altri simbolisti, era fondamentalmente apolitico e sebbene nel 1905 assumesse una netta posizione rivoluzionaria, si tenne accuratamente in disparte nel 1917 e dopo. Cominciò a scrivere agli inizi degli anni '80, ma fino a circa 10 anni dopo non ebbe rapporti con il mondo delle lettere. I suoi primi libri uscirono nel 1896, quando ne pubblicò tre insieme: un volume di versi, un volume di racconti e un romanzo a cui si era dedicato per più di 10 anni. I suoi due libri successivi, uno di poesia e uno di racconti, non apparvero che nel 1904 il suo grande romanzo a cui aveva lavorato dal 1892 al 1902. Per diversi anni non trovò un editore disposto a pubblicarlo. Cominciò poi ad uscire a puntate su una rivista, ma prima della fine la rivista morì. Nell’opera di Sologub possiamo distinguere due aspetti che non sono necessariamente inseparabili e neppure in sé stessi interdipendenti: il suo idealismo manicheo e un suo complesso peculiare risultato da una libido perversa a lungo repressa. Uno dei suoi tratti caratteristici è il piacere della crudeltà e l'umiliazione della bellezza.
  • Annenskij (1856-1909): Figlio di un funzionario, frequentò le scuole di Pietroburgo, si laureò in letteratura classica a quell'università e fu invitato a concorrere per una cattedra. Ma non riuscì a preparare la tesi di concorso e divenne professore di lingue antiche di scuola secondaria. Era un eminente studioso di letteratura classica e numerosi sono i suoi contributi a riviste filologiche. Si dedicò anche a una versione russa completa di Euripide. Purtroppo, tutto ciò gli diede un posto di scarso livello nella letteratura russa, fu la sua poesia che gliene procurò uno molto più importante. Nel 1904 Annenskij pubblicò un volume di liriche intitolato ‘Dolci canzoni’, sotto lo pseudonimo di Nik. T.O. La sua poesia differisce per molti aspetti da quella di tutti i suoi contemporanei. Egli non è un poeta metafisico, ma neppure emotivo o diciamo meglio, nervoso. È simbolista, nella misura in cui la sua poesia è fondata su un sistema di corrispondenze. Ma si tratta di corrispondenze puramente emotive. I suoi poemi si sviluppano su due piani interconnessi, l'anima umana e il mondo esterno. Ognuno di essi è un parallelo, elaborato fra uno stato mentale e il mondo di fuori.
  • Ivanov (1866-1949): Nasce a Mosca ed è figlio di un piccolo burocrate. Studia i classici e la storia antica, in parte sotto la guida di Mommsen, e pubblica una tesi sulle compagnie di imprenditori di imposte dell'antica Roma. Trascorre lungo periodo all'estero, privo di qualunque contatto con la vita letteraria russa. Gli unici scrittori moderni che lo influenzano sono Nietzsche e Solovev, vive in stretta intimità con grandi poeti dell'antichità come Dante e con i mistici e i filosofi di tutti i tempi. Comincia presto a scrivere versi che tenne però nel cassetto per anni, ciò che gli permise di elaborare uno stile tutto suo, ieratico e arcaico, linguisticamente espressivo e pieno di una messa armonia. Nel 1906 pubblica un libro ‘Le stelle pilota’, il primo frutto di questa isolata evoluzione. Fin da subito viene considerato dai simbolisti come uno di loro che lo salutano come grande poeta. Entra nei circoli simbolisti quasi subito. La sua preparazione superiore e il suo forte magnetismo personale fecero di lui un maestro e un capo. Nel 1905, come gli altri simbolisti, salutò la rivoluzione e diventò il profeta di una nuova filosofia rivoluzionaria, l'anarchismo mistico che predicava la non accettazione del mondo e la rivolta contro tutte le condizioni esterne per una completa libertà dello spirito. L'anarchismo mistico ebbe vita effimera, ma l'ascendente di Ivanov sugli ambienti modernisti di Pietroburgo non venne scosso e durò ancora sei o 7 anni. Dal 1905 al 1911 fu il re senza Corona dei Poeti di Pietroburgo. Il suo appartamento era stato battezzato la torre e ogni mercoledì tutta la Pietroburgo, poetica e modernista, si riuniva là. Gli adepti più intimi vi rimanevano in conversazioni mistiche, letture letterarie. Nel 1907 Ivanov perdette sua moglie, ma questo non interruppe le sue serate a casa. Nel 1912 a causa di una serie di dolorosi incidenti, dovette lasciare l'appartamento e si recò all'estero. Quando ritorno non si stabilì a Pietroburgo ma a Mosca. Contemporaneamente, il disintegrarsi del simbolismo, come scuola letteraria, pose fine all'egemonia intellettuale di Ivanov ed egli fu solo uno dei tanti. La seconda rivoluzione non accese in lui un entusiasmo pari alla prima, visse in quegli anni a Mosca o nelle vicinanze, attraversando terribili difficoltà e privazioni, freddo e fame. Nel 1920 scrive ‘I sonetti d’inverno’. Nel 1921 viene nominato professore di greco all'Università di Stato dell'Azerbaigian, dove per tre anni erudì i giovani Tatari su Omero ed Eschilo. Nel 1924 decide di lasciare l'Unione Sovietica per una missione in Italia, da dove però non tornò più. Il verso di Ivanov è saturo di bellezza ed espressività, tutto riducente di gioielli e metalli preziosi come un ricco costume bizantino. Bizantino e alessandrino sono due attributi che si attagliano perfettamente alla poesia di Ivanov, che è piena delle conquiste stilistiche del passato ed è studiatissima autocosciente e per nulla spontanea. Si avvicina più di ogni altro allo studiato e cosciente splendore di Milton. Ogni immagine, ogni parola, ogni suono, ogni cadenza rientra in un complesso ammirevole, organizzato il suo linguaggio e arcaico. Fu anche traduttore e le sue versioni di Pindaro, Saffo, Alceo stanno fra le vette più alte raggiunte nella versione poetica in russo. La sua prosa è altrettanto magnifica.
  • Blok (1880-1921): Fu il più grande di tutti i simbolisti russi. La sua opera è insieme tipica di tutta la scuola, perché nessuno portò avanti più di lui il misticismo realistico del simbolismo russo, e peculiare per il fatto che egli ebbe una chiara affinità con i grandi poeti dell'età romantica. Il padre era un professore di diritto pubblico all'Università di Varsavia. Sua madre, dopo la sua nascita, si separò dal padre. La madre del poeta, era la figlia di un notissimo professore che era anche uno scienziato, direttore per diversi anni dell'Università di Pietroburgo. Blok frequentò l'università, dove passò dalla facoltà di legge a quella di Filologia, laureandosi solo nel 1906, quando era ormai un poeta noto. Aveva cominciato a scrivere molto presto. Nel 1900 era già uno scrittore originale. La sua prima produzione, ‘Versi per la bellissima dama’, rimase inizialmente inedita. È la storia di un mistico innamoramento con una persona che Blok identificò con il ‘Tre incontri’ soggetto dei di Solovev. La poesia di Blok fu apprezzata solo da pochi. I critici, ora trascurarono o la coprirono di indignato ridicolo che fu la sorte comune dei simbolisti. Il pubblico cominciò a gustarla solo molto più tardi. Ma i circoli letterari più raffinati compresero subito l'importanza del nuovo poeta. Ma questo non durò. La bellissima dama si rifiutava al suo amante e il mondo divenne vuoto. Per il poeta il cielo si oscurò di nubi, respinto dalla sua mistica amante, egli si volse alla terra. Questo mutamento fece di certo Blok più infelice. La sua poesia divenne più terrestre, anche se la sua terra non è una terra materiale. La maggior parte dei Simbolisti Blok salutò con entusiasmo la rivoluzione del 1905 e si unì agli anarchici mistici. Un'occasione egli portò anche una bandiera rossa. La sconfitta della rivoluzione diede nuovo alimento alla sua disperazione e al suo pessimismo, e aumentò la crescente tristezza della sua anima. La sua poesia diventò l'espressione di quel vuoto fatale che tanti uomini della sua generazione conobbero. Il suo genio raggiunse la maturità assoluta intorno al 1908. Le liriche scritte tra quell'anno e il 1916 sono contenute nel terzo volume delle sue opere scelte. Il suo atteggiamento nei confronti della Prima guerra mondiale fu di passivo pacifismo. Richiamato, cercò con ogni mezzo di sfuggire alla sua mobilitazione. Riuscì ad evitare il servizio militare arruolandosi in una brigata di costruttori civili impegnata nella fortificazione delle retrovie. Quando seppe della caduta della monarchia disertò e rientrò a Pietroburgo, qui venne nominato Segretario della commissione straordinaria d'inchiesta che doveva indagare sulle azioni dei ministri del vecchio regime. Negli anni rivoluzionari subì l'influenza della sinistra socialdemocratica e del loro portavoce che aveva elaborato una sorta di Messianismo Mistico rivoluzionario fondato sull'idea della missione rivoluzionaria della Russia e sulla differenza fondamentale tra la Russia socialista e l'Occidente borghese. La sinistra socialdemocratica, si unì ai bolscevichi e partecipò attivamente al rovesciamento del governo provvisorio. Così lui si trovò schierato con i bolscevichi insieme al suo amico Belyj ma contro la grande maggioranza del suo entourage precedente. La rivoluzione bolscevica, con tutti i suoi orrori e la sua anarchia, fu salutata da lui come la manifestazione di ciò che egli identificava con l'anima della Russia. L'anima della tempesta. Questo modo di concepire la rivoluzione bolscevica trovò riflesso nel suo più grande poema, ‘I dodici’, che narra di un drappello di guardie rosse che pattugliano le strade di Pietrogrado nell'inverno 1917-1918, spaventando i borghesi e risolvendo con una pallottola le loro questioni d'amore. Il numero 12 vuole essere simbolico, dei 12 apostoli, e infatti il poema si chiude sull'apparizione del Cristo che indica la strada ai 12 soldati. Ovviamente il nome di Cristo non ha per lui il significato che ha per un cristiano, ma è un simbolo poetico con una sua propria esistenza e sue proprie associazioni, molto diverse da quelle del Vangelo e ancor più lontane da quelle della tradizione ecclesiastica.
  • Belyj (1880-1934): Il suo vero nome era Boris Nikolaevič Bugaev. Belyj è un autore molto interessante che forse rischia di venire meno a Blok perché molto vicino come modi e atteggiamenti, è destinato ad arrivare secondo nonostante lui lavori ancora di più sulla sonorità e sulla fonetica. È l’autore che forse annuncia di più quelle che saranno le avanguardie. Si inventa la prosa del modernismo russo, non è l’unico ma il suo lavoro in prosa è un anticipatore isolato. È interessante anche il suo modo di pensare. È piuttosto vulcanico, scrive moltissimo e tante cose diverse. Fa anche una fervente attività di teorico del simbolismo, i suoi lavori da teorico sono difficilissimi da leggere. Ad un certo punto finisce coinvolto nella cosiddetta ‘antroposofia’, una sorta di religione/setta/filosofia creata da Steiner, comprende diversi misticismi ed è un po’ presa come una religione del simbolismo (lui si convince di fare parte di una rosa mistica che corrisponde ad un riflesso nelle alte sfere e tutto corrisponde a tutto ecc.). Quando ci fu l’incontro tra Belyj e Steiner si dice che per Belyj fu un incontro che gli cambiò la vita e gli fece scoprire tutta la verità. In realtà la cosa è strana perché Steiner parlava solo tedesco e Belyj no; quindi, è difficile che abbiano avuto una conversazione così profonda. In ogni caso quando Steiner decise di radunare i suoi seguaci in Svizzera per costruire quello che lui chiamava ‘Il tempio di Goethe’, decidendo che il tempio non poteva essere costruito da chi non facesse parte del gruppo. La sua ‘Cenere’, raccolta del 1909, è del periodo di delusione per la rivoluzione del 1905. Lui nell’introduzione scrive: ‘L’artista è sempre un simbolista, il simbolo è sempre reale, qualunque siano le immagini con cui si esprime. Con la forma dell’immagine l’artista ci indica il suo cammino recondito. [...] La raccolta che vi sottopongo comprende versi modesti raccolti in cicli, senza pretese. I cicli sono legati da un tutto, che è lo spazio astratto, la Russia centrale che si impoverisce.’ Possiamo dire che c’è insieme l’idea mistica di una funzione mistica dell’arte e anche un’interpretazione di una situazione sociopolitica che riguarda una posizione para rivoluzionaria e nello stesso tempo che si trova in una fase di depressione. In questo senso è interessante vedere la ‘Patria’ («Родина»): Non è lontanissimo dalle poesie di Blok di ambientazione campagnola, anche perché gli anni sono gli stessi. C’è però qui uno spingere sulla sonorità fino all’estremo. Belyj è uno di quelli che all’interno del gruppo...
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/21 Slavistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessialabella di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura russa II e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof Colombo Duccio.
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