Letteratura coreana
La poesia
Accanto alle poesie in cinese, la produzione propriamente indigena si articolò in vari generi, che almeno a livello formale, restano abbastanza definiti fino al XVIII secolo. Oltre alle canzoni propriamente popolari (min-yo), a parte le kyonggich'e-ga, possiamo dividere i componimenti del periodo Chosŏn fino al XVIII secolo in canzoni celebrative (akchang), poesie lunghe (kasa) e poesie brevi (sijo).
La akchang
Akchang significa letteralmente “versi (o strofe) musicati”. La akchang è un canto eulogistico, che a differenza della kyonggich'e-ga, tende ad evitare, oltre alla domanda retorica “che ve ne pare?”, l'autocompiacimento e l'autoesaltazione o a presentarli in forme più sfumate. La sua origine è molto remota, ma nella sua fase iniziale, ossia prima che essa venisse codificata nelle forme che conosciamo, deve essere considerata un vero e proprio canto rituale, spesso una sorta di elogio funebre che esaltava e celebrava le virtù e le qualità di un determinato personaggio. Non si conosce se la fantasia dei compositori seguisse o meno schemi metrici e musicali prefissati.
Malgrado la sua esecuzione in contesti funebri, però, questo tipo di componimento sembra essere associato anche al divertimento, o ritenuto adatto a situazioni che escludevano l'obbligo dell'osservanza del lutto. Questo genere letterario esisteva anche in Cina, e presumibilmente passò in Corea. La “akchang” deve essere considerato, prima che un genere poetico, nel suo significato letterale di “poesia musicata”. I versi venivano originariamente scritti per la musica e dovevano quindi adattarsi alla musica stessa. Era perciò inevitabile che alla fine si formasse uno schema, che il poeta doveva sempre tener presente e che poi si costituiva in un genere ben preciso.
La akchang, dal punto di vista metrico, si distingue dalla kasa per avere una suddivisione in stanze che nell'ultima non si riscontra. Le stanze non hanno però un numero fisso, né una quantità di versi sempre costante. I testi delle akchang sono riportati interamente in cinese, qualche volta con parti in caratteri cinesi e parti in alfabeto hang'gul. Le fonti principali per questo genere poetico sono, oltre agli annali della dinastia Yi, conosciuti in coreano come Chosŏn wangjo sillok, anche lo Akhak kwebŏm e lo Akchang kasa.
Le akchang, pur se messe al servizio del potere, mantennero talora un carattere d'indipendenza, diventando canti da eseguire (spesso a opera di kisaeng) in festini, intrattenimenti o altre ricorrenze, come nascite regali ecc. Esse sono talora anonime, ma spesso conosciamo i loro autori, alla loro stesura si dedicarono anche grosse personalità della cultura del tempo, come Chong Tojon, Kwon Kun, Pyon Kyeryang e Yun Hoe. Ma il più illustre personaggio legato alle akchang fu senz'altro il re Sejong, alla cui figura è legata la più celebre di tali composizioni: Yongbi och'on-ga (Canzone dei draghi volanti attraverso il Cielo).
Alcune delle akchang pervenuteci:
- Yurim-ga (Canzone dei letterati confuciani) di autore e data ignoti, è stata tramandata dallo Akchang kasa e dallo Siyong hyang'akpo. In sei stanze, è una celebrazione della nuova dinastia e la differenza contenutistica con alcune kyonggich'e-ga è davvero minima. Il testo è caratterizzato da un massiccio uso dell'alfabeto han'gul e dal ritornello onomatopeico che riproduce il suono del tamburo detto changgo e che dà a questo componimento, a dispetto del titolo, un carattere popolareggiante.
- Sindo-ga (Canzone della nuova capitale) ha come autore Chong Tojon e si trova riportata anch'essa nello Akchang Kasa. Ha sette versi, e presenta, caso non molto frequente, un largo uso dell'alfabeto han'gul. Fra il quinto e il sesto verso si trova l'onomatopea “au tarongdori” che avvicina questa composizione alle Koryŏ sog-yo. Chong Tojon morì nel 1398, questa è senz'altro una delle più antiche akchang in nostro possesso. L'argomento dell'akchang è quello della celebrazione di Seoul capitale e della nuova dinastia.
- Napssi-ga (Canzone del liberatore) celebra la vittoria del generale Yi Songgye (futuro re T'aejo), contro le rimanenti forze mongole. Attribuita anch'essa a Chong Tojon, è riportata nel T'aejo sillok (Annali di T'aejo) e nello Siyong hyang'akpo. Il testo, in 16 versi, è vicino per i suoi contenuti a un altro componimento di Chong Tojon: quello di Chongdongbang-gok (kyonggich'e-ga). Entrambe sono state classificate come “mugong-gok”, ossia “canti dei meriti militari”.
- Mundok-kok (Canto delle virtù letterarie) sempre di Chong Tojon, è una canzone in onore di T'aejo che loda, fra tutte le virtù della nuova dinastia, l'impulso dato alle lettere e alla ricerca. È riportata in quattro stanze di sei versi ciascuna dal T'aejo sillok.
- Altre akchang includono Monggumch'ok (L'aurea misura dei sogni) e la Subo-rok (Canto del sigillo reale ricevuto) che insistono sul tema del sovrano illuminato. Altre lodi a T'aejo sono la Ch'on gam (La visione del re) e la Hwasan (La montagna dei fiori) di Kwon Kun, mentre a Pyon Kyeryang si attribuiscono ben 21 akchang.
- Due sole sono le akchang rimasteci della vasta produzione di Ha Yun: Kunch'onjong (Incontro col re) e la Sumyongmyong (Le direttive celesti), che si soffermano entrambe sulla politica estera di T'aejong. Tramandateci dal T'aejong sillok, la prima si compone di venti versi quadrisillabici, la seconda di ventiquattro versi sempre quadrisillabici.
- Ma la più famosa akchang rimane la Yongbi och'on-ga che si può considerare il vero “manifesto” della dinastia Yi. Tramandataci dal Sejong sillok, il suo valore non è solo storico-letterario, ma anche linguistico: è infatti la prima opera ad avere utilizzato il nuovo alfabeto han'gul. Il committente fu lo stesso re Sejong, e alla sua stesura collaborarono letterati del calibro di Kwon Che, Chong Inji e An Chi. Presentata al trono nell'aprile del 1445, l'opera venne stampata, utilizzando caratteri lignei, nell'ottobre del 1447 e la prima tiratura dovette essere notevole se 550 copie furono distribuite a personaggi di riguardo.
- La Yongbi och'on-ga aveva in origine 123 stanze. Successivamente però, il filologo e letterato Yang Songji, procedette a un lavoro di espunzione dei passi da lui ritenuti in disaccordo con le fonti storiche e all'opera aggiunse di sua mano due nuove stanze, portandone così il totale di 125. Visto che l'originale è stata perduta, Yang ci ha dunque privato della stesura originale dell'opera. Dal punto di vista stilistico, questa akchang conferma la sua natura sempre in bilico fra kyonggich'e-ga e kasa. Nove volte, infatti, ricorre la domanda retorica “che ve ne pare?” tipica della kyonggich'e-ga, e la metrica piuttosto libera avvicina questo componimento alla kasa. L'intento di quest'opera è quello di legittimare l'ascesa al trono della nuova dinastia che è vista come una decisione irrevocabile del Cielo, in ossequio proprio a quel “Mandato Celeste” che l'ideologia confuciana assegna ai sovrani.
- Nella Yongbi och'on-ga, però, questi argomenti sono espressi con una grandiosità e un'epicità davvero notevoli, e tali qualità, unite all'ufficialità dell'opera, le danno di diritto un posto di rilievo nella letteratura coreana del primo periodo Chosŏn. I “draghi” di cui parla il titolo sono i sei più illustri antenati di Sejong, la cui famiglia era originaria di Chonju, nell'odierna regione del Cholla settentrionale. Le gesta degli antenati del grande monarca sono spesso paragonate a quelle di altri sovrani illuminati della Cina, nell'ambito di una sempre più forte identità ideologico-culturale che lo Stato coreano sentiva di avere con l'impero Ming.
- Sempre al re Sejong (che era un simpatizzante buddhista) si attribuisce la Worin ch'on'gangji-gok (Canto della luna che illumina mille fiumi), che è praticamente contemporanea alla Yongbi och'on-ga e che ci è arrivata in 194 stanze, che costituiscono però solo il primo dei tre canti nelle quali l'opera era originariamente divisa. Si ritiene che l'intero poema avesse ben 582 stanze. Quest'opera è una lode al Buddha a partire proprio dal titolo: la luna che illumina tutti i fiumi del mondo simboleggia infatti il Buddha la cui luce irradia tutte le realtà terrene. Fu composta in occasione della morte della moglie del sovrano, la regina Sohon, e nonostante le notizie fornite dalla tradizione, oggi si dubita che Sejong ne sia l'unico autore e, a tale proposito si fa anche il nome del letterato Kim Suon.
- La Worin ch'on'gangji-gok si trova nel Sokpo sangjol (una biografia del Buddha), opera patrocinata dal futuro re Sejo, compilata con l'aiuto di Kim Suon, in 24 libri nel 1447. Il testo ha forme quasi prosastiche, che l'avvicinano alla kasa, e oltre ai termini in han'gul presenta ideogrammi a spiegazione dei termini sino-coreani riportati pure con l'alfabeto. L'esaurimento della akchang è stato spesso messo in relazione con lo sviluppo della kasa. Ma anche questo fenomeno ha radici più profonde, e al successo della kasa contribuì senz'altro l'affievolirsi dell'entusiasmo per l'ascesa al trono della nuova dinastia.
La kasa
Kasa significa letteralmente “parole per canzoni”. Questo tipo di poesia è stata persino considerata una evoluzione degli antichi canti dei monaci erranti del periodo Silla, ma non manca chi considera questi componimenti come una trasformazione della kyonggich'e-ga, della akchang o della Koryŏ sog-yo. Il termine “kasa” è assolutamente convenzionale e non mancano filologi che, intendendolo solo come “lirica”, lo usino addirittura per indicare tutta la produzione poetica di Koryŏ.
La kasa emerge come genere poetico abbastanza definito già alla fine di Koryŏ e si esaurisce a cavallo fra il XIX e il XX secolo, risultando uno dei prodotti letterari più caratteristici della Corea d'epoca Chosŏn. La lunghezza (talora davvero notevole) è la maggiore caratteristica attribuita a questi componimenti fin dagli inizi. Il principale motivo di ciò sta nella volontà di distinguere la kasa dalla contemporanea sijo, quest'ultima meglio conosciuta come “tan-ga” ossia “poesia breve”.
Sono migliaia, incluse le variazioni di uno stesso componimento, le kasa che sono giunte fino a noi, e il loro numero è perciò più che sufficiente a consentirci di fissarne una tipologia metrica e contenutistica, anche se l'ampio arco di tempo durante il quale questi componimenti nacquero e si svilupparono portò inevitabilmente a una diversificazione dei loro gusti e stili. La kasa è una prosa versificata, senza divisione in stanze, governata dal ritmo che è dato dalle cesure e dai parallelismi di interi versi oppure di singoli vocaboli. Il numero dei versi è illimitato e può assommare anche a varie centinaia. Il numero delle sillabe per verso è molto variabile: numerosi esemplari ne possiedono da quattordici a sedici, ma questa non è una regola fissa.
Esse si prestavano di più alla recitazione, tuttavia non dovettero certo mancare delle esecuzioni in forma cantata. La kasa assume connotati talora lirici, talora epici o didattici: a tale proposito, l'aspetto più significativamente lirico caratterizza la prima fase, dove l'emozione tende a prevalere sulla descrittività. Gli argomenti trattati spaziano molto e abbracciano la contemplazione della Natura, nel rispetto della quiete mentale e dell'obbedienza ai voleri del Cielo, la religione, la vita privata e perfino i racconti o i diari di viaggio.
Non mancano neppure le kasa dai contenuti in forma quasi epistolare a scopo puramente informativo, usate come strumento di comunicazione fra i nobili letterati e le loro donne, confinate nella parte più interna della casa e perciò ignare di quanto avveniva all'esterno delle mura domestiche. Le fonti per lo studio delle kasa sono numerose, ad esempio il Songgang kasa (Le kasa di Songgang) pseudonimo dell'autore Chong Ch'ol, il Nogye-jip (Raccolte di scritti di Nogye) pseudonimo dell'autore Pak Illo e il Kogum kagok (Canzoni antiche e moderne) forse del 1764.
Particolare interesse rivestono le cosiddette “dodici kasa” (sibi kasa), un gruppo di componimenti tutti anonimi, eccetto la Obu-sa (La canzone del vecchio pescatore) di Yi Hyonbo, che si distinguono dalle kasa canoniche per la loro brevità e la presenza di un ritornello musicale in alcune di esse. Si ritiene che fossero destinate all'esecuzione cantata da parte di kisaeng in occasione di banchetti o festini.
Le kasa vengono spesso classificate in cinque grandi gruppi che tengono conto dei contenuti e degli argomenti trattati; in ogni caso si riconosce in modo unanime il fatto che gli stessi argomenti variarono notevolmente con il passare del tempo, insieme al gusto e alla natura degli stessi autori. Abbiamo così le:
- Kasa aristocratiche (sadaebu kasa)
- Kasa popolari (somin kasa)
- Kasa domestiche (naebang kasa o kyubang kasa)
- Kasa religiose (chonggyo kasa)
Un gruppo a sé viene considerato quello delle Kaehwagi kasa, ossia le kasa prodotte durante il periodo detto dell'apertura, convenzionalmente fissato fra il 1894 (anno della riforma Kabo) e il 1910. Sono, queste, poesia di attualità che a loro volta abbracciano argomenti vari, ma che generalmente prendono in esame i problemi di quel difficile periodo, e che apparvero in buona parte pubblicate nei quotidiani dell'epoca, primo fra tutti il Taehan maeil sinbo (Giornale quotidiano della Corea).
Le sadaebu kasa si distinguono, oltre che per lo stile forbito, per la natura dei loro argomenti che restano comunque svariati. Alcune di esse potremmo definirle d'ispirazione taoista, esaltano la vita semplice e la ricerca del “ki”. Componimenti come la Songsan pyolgok (Canto del monte Song) di Chong Ch'ol, la Kangch'on pyolgok (Canto del villaggio sul fiume) e la Ch'odang-ga (Canzone del padiglione d'erba) presentano un lirismo oggettivo tale da far facilmente intendere tutti i motivi che stanno alla base della loro stesura.
Ma la vita in campagna e la contemplazione della natura spesso non erano volontariamente cercate, bensì rappresentavano la conseguenza obbligata dei rovesci politici del letterato di turno. In tali circostanze, la contemplazione della natura suona quasi come una consolazione e le immagini poeticamente create sono sovente un'allegoria della vita di corte, degli incarichi politici e dello stesso sovrano lasciati nella capitale e ardentemente desiderati.
Le kase nate da queste particolari condizioni di disagio e nostalgia sono anche conosciute come yon'gun kasa (kasa dell'affetto per il re) o yubae kasa (kasa dell'esilio), a seconda che esse si soffermino sulla nostalgia dei favori del re o sulle privazioni della vita di confino. Queste composizioni, vengono più generalmente inquadrate in una yubae munhak (letteratura dell'esilio), dove appunto il confino e l'esilio (volontari o no) costituiscono il tema dominante.
A questo particolare genere di kasa appartengono la Samiin-gok (Pensando a una bella donna) e la Soksamiin-gok (Ancora pensando a una bella donna) di Chong Ch'ol, la Miin pyolgok (Canto della bella donna) di Yang Saon, la Pyolsamiin-gok (Separato da una bella donna e a lei pensando) di Kim Ch'unt'aek, la Pukkwan-gok (Canto del Nord) forse di Song Chusok, la Manon-sa (Canto delle diecimila parole) di An Chohwan e la Pukch'on-ga (Canzone del trasferimento al nord) di Kim Chinhyong.
Fra le kasa “aristocratiche” non potevano mancare quelle che sono dei veri e propri inni all'ideologia confuciana. Sono componimenti che esaltano la morale del mondo confuciano e le sue virtù. Queste kasa potevano essere destinate sia alla recitazione, sia a scopo puramente didattico, in modo da favorire la diffusione della dottrina di Confucio. A questo gruppo appartengono la Todok-ka (Canzone delle virtù morali), la Oryun-ga (Canzone dei cinque precetti), la Hyoja-ga (Canzone del figlio devoto) di Chong Pang, la Kilmong-ga (Canzone del sogno fortunato) di Han Sokchi.
La kasa, con la sua struttura prosastica, fornì inoltre agli aristocratici lo spunto per mettere per iscritto le considerazioni sui problemi d'attualità, le impressioni personali scaturite dai viaggi o le memorie del passato storico. Le kasa composte in seguito a viaggi sono dei veri e propri diari che si soffermano sui monumenti e sui paesaggi visti dall'autore e a volte anche sugli usi e costumi delle genti incontrate. Fra questi componimenti, celebre è la Iltong chang'yu-ga (Canzone di un viaggio a Oriente) del 1764, dove l'autore, Kim In'gyom, riporta le proprie impressioni in seguito a una missione diplomatica compiuta in Giappone.
Notevole è anche la Yonhaeng-ga (Canzone di un viaggio a Yenching=Pechino) di Hong Sunhak. Altre kasa di questo tipo sono la Kwandong pyolgok (Canzone del Kwandong) di Chong Ch'ol, la Kwandong sokpyolgok (Continuazione della canzone del Kwandong) di Cho Uin. Le kasa che ricordano fatti del passato o legate alla storia di un particolare casato si distinguono per il loro tono epico e la loro prolissità. La lunghissima Hanyang-ga (Canzone di Hanyang), attribuito ad un eremita Hansan e che data al 1844, appartiene a questo genere. Chiudiamo la rassegna delle kasa &
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