STORIA MEDIEVALE
L’idea di medioevo
Con il termine , letteralmente “età di mezzo” dal latino medias etas, si indica
MEDIOEVO
convenzionalmente il periodo compreso tra il 476, anno della caduta dell’Impero Romano d’Occidente
con la deposizione di Romolo Augusto e l’invio delle insegne romane a Oriente, e il 1492.
Fra Trecento e Quattrocento, letterati e artisti delinearono un itinerario della civiltà in tre fasi: l’antichità
classica, che aveva espresso i valori umani e culturali al più alto grado di compiutezza; un’età di
imbarbarimento e decadenza seguita alla caduta dell’impero romano; e infine la loro età,
l’umanesimo, in cui erano rinati gli ideali di educazione e di forma già espressi nella civiltà classica.
L’epoca intermedia corrisponde a ciò che per noi è il MEDIOEVO e i caratteri con cui venne connotato,
rozzezza e oscurità, persistettero a lungo.
Nel corso del Cinquecento, storici, antiquari e teologi tedeschi individuarono l’origine delle loro
istituzioni politiche nazionali nell’età barbarica e proiettavano su quell’epoca sentimenti patriottici. La
riforma religiosa di Martin Lutero consolidò la coscienza nazionale, rivendicando la funzione dell’impero
tedesco nel mondo cristiano e accusando la chiesa di Roma di averne causato la rovina. Per i
protestanti non le invasioni barbariche, ma la mondanizzazione della chiesa iniziata al tempo di
Costantino, era stata la causa della decadenza.
Anche gli intellettuali illuministi del Settecento continuarono a valutare negativamente il periodo
medievale, che per Voltaire era caratterizzato dalla povertà materiale e spirituale; gli uomini erano stati
succubi, la religione e la chiesa avevano avuto un ruolo di primo piano nell’oppressione. Lo strapotere
della Chiesa aveva portato alla formazione di una società fortemente gerarchica, in cui una piccola fetta
di privilegiati sottometteva la maggior parte della popolazione ridotta in assoluta miseria.
Fu soprattutto in Germania che alla fine del Settecento, la concezione illuministica del medioevo venne
messa apertamente in discussione e sostituita da una diversa interpretazione: la rinascita della cultura
tedesca portò ad un interesse nuovo per l’identificazione delle peculiarità nazionali sulle quali costruire
una coscienza nazionale.
L’idea dello “spirito nazionale” come essenza morale, politica e culturale dei popoli, ebbe grande
diffusione grazie a un’opera di Herder, in cui il Medioevo si presenta come una fase decisiva del corso
della storia, non più come un incidente ma come un’epoca a pieno titolo facente parte dello sviluppo
della storia dell’umanità.
Con il Romanticismo, l’epoca che aveva a preceduto la riforma protestante venne vista come un’unica
comunità spirituale tenuta insieme dalla fede cristiana e la vita della società era stata animata da
sentimenti semplici e profondi, da valori come lealtà, fiducia e coraggio. A questa visione contribuirono
principalmente i poeti romantici inglesi e tedeschi.
Gli intellettuali risorgimentali dell’Ottocento identificarono le radici del mondo moderno nelle nazioni
emergenti dal movimento creativo medievale.
L’analisi tedesca delle strutture medievali fu inizialmente egemonizzata dagli studiosi del diritto e delle
istituzioni, con l’intento di distinguere la storia del diritto germanico da quello romano.
Il problema della periodizzazione
L’inizio del Medioevo si può collocare in un periodo di almeno tre secoli, dal IV al VII, in cui si
verificarono successivamente:
- L’istituzionalizzazione del cristianesimo, con la sua integrazione nell’impero romano e
l’organizzazione della chiesa ufficiale;
- Le invasioni barbariche, con la costituzione di una società mista germanico-romana, nei
territori dell’impero;
- La fine del sistema economico imperiale, caratterizzato dal controllo statale sulla produzione
e dall’integrazione delle diverse provincie.
Anche per la fine del Medioevo non siamo in grado di individuare un fenomeno di svolta che segni una
cesura netta. Per delineare il mutare dell’epoca si prendono in considerazione, prima ancora delle
invenzioni tecnologiche e delle scoperte geografiche del Quattrocento, i prolungati squilibri socio-
economici determinati dalla crisi demografica del Trecento.
Per lungo tempo, il Medioevo venne definito come un periodo unitario in relazione alla presunta
barbarizzazione della cultura letteraria, dei costumi e delle istituzioni.
L’approfondimento degli studi mise presto in evidenza che i più di mille anni di storia medievale non
sono caratterizzabili in modo uniforme. L’idea della divisione in due parti del medioevo fu elaborata
dagli studiosi storici dell’Ottocento e del Novecento.
- La prima parte, caratterizzata dall’insediamento dei germani, dal predominio dei ceti militari,
dall’economia signorile e dalle prime sintesi culturali e istituzionali tra tradizioni germaniche,
cristiane e romane, è indicata come (V-XI secolo)
«ALTO MEDIOEVO»
- La seconda parte, in cui la società è molto più articolata e distinta in ordini e classi diverse,
l’unità cattolica entra in crisi e si assiste a una forte depressione economica, è definita «BASSO
(XII-XV secolo)
MEDIOEVO»
La diffusione del Cristianesimo
L’età ellenistica e l’età imperiale videro lo sviluppo di inquietudini spirituali, grandi annunci, predicazioni
carismatiche e proselitismo, che attiravano il popolo inquieto e impaziente di redenzione.
Fu l’iniziativa delle aristocrazie colte, in cerca di soluzioni ai problemi dell’esistenza, che permise
l’attuazione della disciplina intellettuale del profetismo e del simbolismo salvifico, organizzando le
associazioni di fedeli intorno a gerarchie sacre diverse dai sacerdozi della vita pubblica ufficiale, fino a
provocare interventi, di promozione o di persecuzione, da parte del potere politico.
Il cristianesimo ebbe origine in oriente, come molti altri culti e religioni che si diffusero in età imperiale,
ma a differenza di questi ebbe una diffusione vastissima e molto rapida: in due secoli il cristianesimo si
diffuse in tutti i territori dell’Impero.
Le comunità cristiane accolsero adepti dai più vari ceti sociali. L’originario legame con il Giudaismo fu
alla radice delle persecuzioni imperiali, per i sospetti di ribellismo di alcune sette ebraiche.
In realtà, nonostante il rifiuto dei cristiani di compiere gli atti del culto ufficiale tributato alla persona
dell’imperatore, essi non interferivano con il potere e per questo anche gli ebrei, più rivoltosi, si
scagliavano contro i cristiani per il loro disinteresse a prendere posizioni politiche. I primi gruppi di
convertiti conducevano una vita separata da impegni civili e politici, dedicandosi solamente all’opera di
evangelizzazione e alla preghiera in comune.
Per lo storico gallo-romano del III secolo, Rutilio Namazziano, i cristiani furono la causa della rovina di
Roma, in quanto “adoratori dell’oscurità, nemici del ben vivere”, nonché veneratori di un dio morto sulla
croce, un supplizio infamante destinato agli schiavi ribelli.
Un’altra differenza con gli altri culti, che probabilmente permise lo straordinario successo del
cristianesimo, è la sua natura ESSOTERICA, cioè di apertura verso l’esterno e inclusione.
Il cristianesimo ottenne il riconoscimento della libertà di culto con l’editto di Milano (noto anche come
editto di Costantino, editto di tolleranza o rescritto di tolleranza). L'accordo fu sottoscritto nel febbraio
313 dai due Augusti dell'impero romano, Costantino per l'Occidente e Licinio per l'Oriente, in vista di
una politica religiosa comune alle due parti dell'impero.
Alle origini, non esisteva una precisa gerarchia interna, ma il potere di tipo carismatico era esercitato
dai soggetti più anziani, più saggi e specialmente più facoltosi, che avevano quindi la possibilità di
offrire aiuto ai soggetti più deboli della comunità (vedove, orfani, ecc.)
Con la diffusione e la crescita esponenziale del numero dei fedeli, si andò inquadrando una
GERARCHIA SACERDOTALE più salda.
I VESCOVI (“sorveglianti”) erano i capi delle comunità, assistiti da un gruppo di PRESBITERI
(“anziani”) o SACERDOTI sparsi sul territorio. I DIACONI si occupavano dei servizi assistenziali e
amministrativi, gli ESORCISTI seguivano con preghiere continue il percorso di conversione dei
CATECUMENI, cioè coloro che ancora non hanno ricevuto la comunione.
Territorialmente, le comunità mantennero le divisioni amministrative precedenti, sovrapponendosi al
sistema provinciale e municipale romano.
Tuttavia, a lungo dopo la sua origine, la Chiesa non fu altro che un insieme di comunità slegate tra loro,
prive di un VERTICE che dettasse una linea comune. Non c’erano regole scritte e tutta la vita
comunitaria ecclesiastica era basata sulla CONSUETUDINE, per cui tra una comunità e l’altra si
assisteva a varianti di culto significative.
Divenne sempre più necessario costruire un nucleo di ortodossia delle credenze cristiane in formule
intellettuali definitive, respingendo tutti gli sviluppi dottrinali più esuberanti e autonomi con accuse di
eresia.
La lotta interna divenne tale che nel 325 Costantino convocò il Concilio di Nicea, primo concilio
ecumenico in cui 300 vescovi deliberarono “in nome della Chiesa cattolica”. L’imperatore volle essere
riconosciuto come “vescovo di coloro che stanno fuori”, cioè dei pagani, e come garante dell’ortodossia
dei cristiani, con la facoltà di intervenire politicamente e militarmente contro gli eretici. Una posizione
accolta e legittimata dai vescovi.
I due maggiori punti di discussioni furono il problema cristologico, cioè il dibattito sulla natura umana o
divina di Cristo, e la definizione dei Vangeli da ritenere più affidabili secondo i criteri DE VISU e DE
AUDITO. (*Canone Muratoriano)
Il credo ortodosso approvato a Nicea fu principalmente una presa di posizione contro la diffusione
dell’ARIANESIMO, dottrina professata da Ario di Alessandria che negava la consustanzialità del Figlio e
del Padre, cioè che la natura di Cristo fosse diversa da quella di Dio. Il credo niceno prevalse tra i
vescovi e nelle corti imperiali dopo mezzo secolo di discordie dalla fine del Concilio e fu rigorosamente
imposto a tutta la cristianità.
Dopo il Concilio di Nicea dunque si assiste per lo sviluppo della Chiesa ad un percorso doppio:
parallelamente alla continua definizione e applicazione dell’ortodossia, con pratiche di esclusione e un
forte irrigidimento contro ogni eresia, si rese necessario definire sempre più precisamente la gerarchia
istituzionale ecclesiastica.
La gerarchia ecclesiastica si integra sempre di più ai quadri amministrativi dell’impero, mentre la scelta
dei vescovi ricade sempre più spesso all’interno delle aristocrazie ed è affidata essenzialmente ai
notabili, membri della curia municipale e della nobiltà senatoria, sotto il controllo del metropolita e in
alcuni casi con interventi del potere imperiale. Il divario tra laici e membri del clero crebbe man mano
che vennero attribuite maggiori responsabilità giurisdizionali ai vescovi.
La provenienza dei vescovi dai ceti socialmente e culturalmente prevalenti trasferiva nell’esperienza di
fede quei dibattiti filosofici e ideologici da secoli appartenenti agli studi dell’aristocrazia senatoria. Il
cristianesimo viene quindi ad assorbire elementi chiave di dottrine filosofiche diffuse ormai da secoli
(neoplatonismo, stoicismo).
La complessità dei problemi dottrinali apparve fin dalle dispute sull’arianesimo e, dopo le definizioni
dogmatiche di Nicea, il dibattito teologico si spostò dal problema trinitario sul rapporto fra monoteismo e
pluralità delle persone divine, al problema cristologico sul rapporto tra la divinità e umanità di Cristo.
Già affermata la consustanzialità tra Cristo e Dio contro Ario, sorsero discussioni sul modo in cui si
dovesse intendere l’INCARNAZIONE e sul culto di MARIA.
Gli imperatori dopo Costantino dovettero adottare via via decisioni teologiche di compromesso a causa
dei forti dissensi interni che si creavano a seguito di prese di posizioni a favore di una dottrina piuttosto
che un’altra. L’arianesimo e il monofisismo causarono le dispute più accese e infine furono entrambe
condannate come eresie, anche se il primo ebbe successo presso le popolazioni germaniche e il
secondo in Oriente, in Siria e Iran.
Per l’Impero la custodia dell’ortodossia, nonostante l’asprezza di tali contese, si dimostrò un importante
strumento di potere, in quanto diede al principe una definitiva consacrazione e legittimazione politica
universale.
Un ulteriore consolidamento del potere imperiale legato alla diffusione della disciplina ecclesiastica fu
l’organizzazione definitiva della PENTARCHIA ad opera di Giustiniano. Si riconobbe un particolare
prestigio, raggiunto per ragioni diverse e in misura diversa, alle cinque sedi di Roma, Costantinopoli,
Alessandria, Antiochia e Gerusalemme.
Nel IV secolo le esigenze di unità condussero a interventi imperiali e alla convocazione di concili più
grandi. Il Concilio di Costantinopoli del 381, il secondo concilio ecumenico, ribadì la necessità di
un’adeguazione dell’ordinamento ecclesiastico alle articolazioni territoriali dell’amministrazione civile e
riconobbe un primato d’onore alle sedi episcopali di Roma e Costantinopoli.
Inizialmente soltanto un primato morale e spirituale privo di un valore effettivo, a Roma si giunse a
riconoscere una supremazia nelle questioni di fede e di giurisdizione ecclesiastica in virtù di due
concezioni teologiche: 1) si attribuiva a Pietro un “primato” originario tra gli apostoli, già indicato dal
vescovo Cipriano di Cartagine come un carico di responsabilità che però non doveva intaccare la parità
e l’unità tra i vescovi; 2) l’attribuzione al vescovo di Roma di un diritto esclusivo di successione alla
“cattedra di Pietro”.
Al tempo di Leone Magno, l’imperatore Valentiniano III riconobbe ufficialmente con un rescritto il
primato giurisdizionale di Pietro e dei suoi successori vescovi di Roma in Occidente. In Oriente, la corte
imperiale continuò ad attribuire al vescovo romano solo un primato d’onore, non una supremazia
universale nelle questioni ecclesiastiche e neppure un potere decisionale assoluto nelle questioni
teologiche.
Il fenomeno del monachesimo
Via via che la Chiesa andò acquisendo forme sempre più solide e chiare, con un conseguente
irrigidimento contro ogni eresia, e la gerarchia ecclesiastica assunse un verticalismo piramidale, si
svilupparono nuovi modi di vivere il cristianesimo.
La dedicazione a Dio viene espressa tramite il distaccamento dalla società. Gli EREMITI cercano un
rapporto privilegiato con la divinità attraverso l’ascesi e la mortificazione del corpo. Questa scelta ha un
fondamento biblico nell’episodio dei 40 giorni trascorsi da Gesù nel deserto.
La “fuga dal mondo” era la premessa per un percorso di purificazione interiore, che consisteva in un
sistema di rinunce a cose esteriori e nella repressione degli impulsi che legano ad esse.
Le prime manifestazioni di secessione eremitica cristiana furono nei deserti di Egitto tra III e IV secolo e
solitamente gli eremiti di provenienza sociale assai varia sceglievano come soggiorno ambienti
sepolcrali, grotte, fortezze in rovina, distese desertiche o montagne solitarie.
Con il passare del tempo si formarono dei gruppi di seguaci attorno alle figure di eremiti che volevano
aderire a questo modello di vita. Si costituiscono le prime comunità CENOBITICHE, forme collettive di
ascetismo, in cui gli asceti pregano e lavorano per la maggior parte del tempo isolatamente, ma si
aiutano materialmente e si riuniscono periodicamente per atti liturgici collettivi e per ricevere consigli dai
più anziani.
Ben presto si rese necessario regolamentare la vita in comune di questi gruppi e sorsero i primi ordini
veri e propri, con regole scritte e gerarchie interne.
In Egitto, PACOMIO organizzò folti gruppi di penitenti-asceti in forma collettiva: i cenobiti, conviventi in
edifici comuni, obbedivano a un abate (“padre”, guida carismatica di elevate qualità morali e grande
saggezza) e si dedicavano secondo un orario comune a lavori artigianali, pastorali e agricoli,
all’assistenza ai pellegrini e agli infermi, alla recitazione diurna e notturna di Salmi, alla lettura e
meditazione delle Sacre Scritture.
Le regole scritte più antiche contenevano molte citazioni dalla Bibbia che dovevano servire da esempio
comportamentale e consigli pratici. BASILIO di CESAREA elaborò una precettistica amplissima,
ragionando su ascesi e lavoro, su preghiera e assistenza con continui richiami alle Sacre Scritture.
I monasteri diventano centri di raccolta di sapere pratici e conoscenze, specialmente mediche, anche
se inizialmente non erano previsti la predicazione e l’insegnamento. I monaci non si occupavano della
cura delle anime. Paradossalmente, l’influenza dei monaci crebbe nonostante la loro fama di asceti
separati dal “mondo”, in una vita di rinunce e meditazione. Nei gradi socialmente elevati della
popolazione monastica erano diffuse le attività di studio e di produzione letteraria, con largo raggio
d’azione e una libertà di linguaggio e polemica non concessi a chi viveva nel “secolo”.
Di fronte alla crescente influenza e allo spirito di indipendenza dei monaci, Giustiniano con grande
impegnò legiferò alcune ben precise e meticolose norme di vita: l’elezione dell’abate doveva essere
vigilat
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