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La politica di Giustiniano

Tra il 527 e i 565 l’impero romano d’Oriente fu retto da Giustiniano, che impostò una costosa politica

volta a restaurare l’unità dell’antico impero, di Occidente e Oriente. Per far questo erano necessarie

grandi risorse economiche e si rese necessario tagliare alcune spese a partire dalla posta imperiale.

Questo determinò una deteriorazione della rete viaria, un impoverimento delle campagne e la crisi del

sistema agricolo.

Nel 532 scoppiò la rivolta del Nìka a Costantinopoli, il popolo devastò il Senato e la chiesa di Santa

Sofia. Grazie alla fermezza di Teodora e all’azione del generale Belisario, la rivolta fu soffocata nella

violenza e Giustiniano poté scatenare una serie di guerre per il recupero dell’Occidente: nel 533

Belisario sbarcò a Cartagine e annientò il regno dei Vandali, tra il 535 e il 553 toccò all’Italia.

Così come la guerra contro i Vandali rappresentò una energica presa di coscienza della funzione

dell’impero romano di liberazione del Mediterraneo dalla pirateria, di protezione delle regioni costiere e

delle libere comunicazioni, la tremenda guerra greco-gotica era ideologicamente legata alla necessità

di difendere il valore di Roma come sede dell’antico senato e del patriarcato più autorevole della

cattolicità.

Ravenna divenne sede di un esarca mandato da Costantinopoli e destinato a controllare

l’organizzazione militare e la vita religiosa e civile del prolungamento romano-italico dell’impero

bizantino. L’instaurazione di un governo bizantino a Ravenna, che esercitava la sua azione diretta fino

ai confini con la Gallia dei Franchi, poteva diventare il tramite per una più consistente influenza

imperiale sino all’Atlantico.

L’Italia che sotto gli Ostrogoti era sembrata sul punto di dare origine ad un regno forte e unitario, una

Grande Gozia, non avrebbe conosciuto per secoli altri tentativi di unificazione e indipendenza. A seguito

della sconfitta dei goti, Giustiniano si preoccupò di riordinare la società latina sfruttando anche

l’importanza del vescovo di Roma, che cresceva sempre più nel vuoto di potere.

Giustiniano emanò la Pragmatica Sanzione nel 554, con la quale si estendeva la codificazione

dell'Impero (Corpus Iuris Civilis) all'Italia. L'editto venne emanato "su richiesta di papa Virgilio": tale

affermazione, sfruttandone la riconosciuta autorità, era tesa a giustificare il potere bizantino in Italia,

che diventa una provincia dell'Impero.

Il Corpus Iuris Civilis fu redatto da un gruppo di esperti di diritto, tra cui numerosi intellettuali provenienti

dalla Siria, con l’intento di razionalizzare l’immenso materiale di leggi e decisioni giurisprudenziali che si

erano accumulate nella secolare storia di Roma. In 4 parti furono raccolte tutte le leggi emanate dagli

imperatori a partire da Adriano sino allo stesso Giustiniano, con l’esclusione di quelle superate.

Per far applicare il diritto erano però necessarie strutture diffuse sul territorio che gestissero la

popolazione: solo le chiese potevano asservire a questa funzione. Giustiniano delega ai vescovi dei

poteri giuridici e civili per controllare la società, l’auctoritas carismatica diventa potestas e il potere

spirituale si associa a quello temporale.

Sul piano religioso l’Editto dei Tre Capitoli, voluto per porre fine alle tensioni tra monofisiti e difisiti,

generò ulteriori contrasti. In contrasto con il papato romano, Giustiniano cercò di affermare la

supremazia del potere imperiale anche in campo religioso, riuscendovi solo, in parte, in Oriente.

La restaurazione imperiale pareva realizzarsi nella forma di una stretta collaborazione militare e civile

delle regioni conquistate all’unica corte imperiale, ma le prospettive bizantine furono annientate da

nuovi movimenti di popoli che dal Danubio e dalla penisola iberica si rovesciarono entro l’impero.

I Longobardi in Italia

Questa restaurazione bizantina del sistema sociale fu gravemente compromessa dallo stanziamento in

Italia dei Longobardi. Questa, tra V e VI secolo, era ancora fra le popolazioni più instabili del mondo

germanico e fra le meno familiarizzate con le civiltà sedentarie. Non si trattava di un popolo rigidamente

monoetnico, ma era formato da varie etnie progressivamente incorporate al nucleo originario

longobardo.

La società era organizzata in liberi, semiliberi e servi: i primi erano detti arimanni o exercitales

portavano tutte le armi ed erano proprietari terrieri; i semiliberi, gli aldi, erano liberi dal punto di vista

personale ma sottoposti al MUNDIO di un libero, dal quale ricevevano terre da coltivare che non

potevano abbandonare; i servi si distinguevano in base alle loro funzioni e spesso venivano affrancati

in cambio del loro aiuto in armi contro i nemici.

I Longobardi, provenienti dalla Scandinavia, si spinsero a sud attraverso Germania, Boemia e Pannonia

dove divennero federati dell’impero al tempo di Giustiniano e si lasciarono impiegare contro gli

Ostrogoti nel 552, il penultimo anno di guerra. Il generale dell’esercito bizantino, Narsete, se ne liberò

quanto prima possibile a causa della loro incontrollabilità.

In Pannonia sconfissero i Gepidi nel 567, alleandosi con gli Avari, ma la difficoltà di condividere il

dominio sulle regioni danubiane con questo popolo condusse i Longobardi a migrare verso l’Italia, sotto

la guida del re Alboino.

Praticamente senza incontrare resistenza, i Longobardi fondarono un primo ducato nel nord-est e poi

conquistarono l’intera pianura padana, conquistando Aquileia, Vicenza, Verona, Milano nel 569 e Pavia

nel 572. I Longobardi si imposero in maniera brutale e sanguinaria, uccidendo gran parte degli

esponenti dei ceti abbienti e del clero, occupando terre e città.

Nel VI secolo il territorio italiano era profondamente frazionato e conteso tra Longobardi, insediati a

nord (“Longobardia”) e in una vasta porzione del sud Italia; l’impero d’Oriente che controllava l’Italia

centrale, comprendente l’Esarcato con capitale a Ravenna, la Pentapoli e il Lazio con Roma; la Chiesa

che andava costituendo il patrimonio di San Pietro e controllava il territorio per mezzo dei vescovi.

I comandanti dell’esercito longobardo, i duchi, che all’epoca erano 35, presero possesso di altrettante

città e costituirono 35 ducati. La capitale del regno fu fissata a Pavia, ma altri due ducati molto

importanti, quelli di Spoleto e Benevento, furono spesso indipendenti dal potere del re.

Il dominio longobardo in Italia, come fu discontinuo territorialmente, così fu incerto per decenni nella

sua struttura interna. Vi fu un decennio, dal 574 al 584, in cui il potere regio rimase vacante: i duchi

longobardi divennero autonomi signori dei loro ampi stanziamenti. Il pericolo che la disgregazione

politica portasse alla fine del dominio longobardo, specialmente a causa del pericolo costituito dai

Franchi che premevano a nord-ovest, indusse i duchi a ripristinare il potere regio.

Re Autari, cui ogni duca versò la metà dei propri beni, controllò i suoi vasti possedimenti grazie a

uomini di fiducia chiamati gastaldi, i quali avevano anche il compito di controllare il potere dei duchi,

fino a soppiantarli nel caso si fossero ribellati. Il re poté così contare su un esercito posto ai suoi ordini

diretti che permise di respingere gli attacchi di Franchi e Bizantini.

Nel 589 Autari sposò la principessa bavarese Teodolinda, di religione cattolica, poi rimasta vedova e

andata in sposa al nuovo re Agilulfo. La regina influì non poco sul processo di conversione al

cattolicesimo del popolo longobardo, che nella prima fase della loro dominazione avevano aderito a un

arianesimo “incompleto” e misto di credenze ancestrali e politeiste del popolo.

Di favorire il processo di conversione degli invasori si occupò anche il papa Gregorio Magno, che si

preoccupò della difesa di Roma, della costituzione del “patrimonio di San Pietro” (un vasto insieme di

terre, beni e rendite che configurarono nel tempo lo Stato Pontificio, autonomo dall’impero e da altri

poteri presenti in Italia), oltre a rilanciare l’attività missionaria evangelica in Europa.

Progressivamente si strutturò anche un’amministrazione centrale, nel palazzo di Pavia, da cui venivano

emanati editti di applicazione generale, come l’editto emanato dal re Rotari nel 643 per fissare nello

scritto, in lingua latina, le norme consuetudinarie del suo popolo, la Lex gentis Langobardorum: una

legislazione che è la più chiara testimonianza, parallelamente a quella dei re visigoti e franchi, del

progetto di trasformare in una monarchia ordinata la dominazione militare della popolazione romano-

italica.

Alla morte di Rotari il regno longobardo visse una nuova crisi generata dalle continue lotte tra ducati

che cercavano di porre le rispettive dinastie sul trono. La crisi durò oltre cinquant’anni quando salì al

trono il re Liutprando, durante il cui regno quasi tutti i duchi persero i loro poteri e furono sostituiti da

funzionari regi. I duchi di Spoleto e Benevento, tradizionalmente semi indipendenti, non esitarono ad

allearsi con i bizantini.

Nel 751 il nuovo re Astolfo occupò Ravenna, segnando di fatto la fine dell’Esarcato bizantino e

spingendo il papato a rivolgersi ai Franchi per un aiuto contro il crescente strapotere.

Iconoclastia

Tra i secoli VII e IX si attuò un progressivo allontanamento tra Oriente e Occidente cristiani, come

mostrò la lunga contesa iconoclasta aperta dall’imperatore bizantino Leone III Isaurico nel 726, quando

ordinò la distruzione di tutte le immagini di Dio e dei santi, sostituendole con semplici croci.

La “distruzione delle immagini” non aveva solo motivazioni religiose, in quanto era ritenuto blasfemo

tributare culto a immagini fatte dalla mano umana, ma anche politiche: l’imperatore mirava a ridurre il

potere dei monasteri, spesso controllati da rappresentanti dell’aristocrazia bizantina, che godevano di

enorme prestigio per le icone in loro possesso. Per un monastero erano fonte di grandi entrate in

quanto la popolazione vi attribuiva ogni genere di miracoli. Dalle sacre rappresentazioni derivava quindi

un forte potere economico e sociale.

Nel 730 Leone III emana un editto contro tutte le icone e impone la loro distruzione.

In Occidente l’iconoclastia fu rigettata immediatamente. Il pontefice Gregorio II difese le posizioni degli

iconoduli che difendevano la legittimità della rappresentazione, in quanto Cristo stesso aveva assunto

forma umana e inoltre le immagini avevano funzione pedagogica.

Nel 731 il nuovo papa Gregorio III convocò un sinodo per condannare l’iconoclastia e scomunicare i

distruttori di immagini.

Nel 741 il nuovo imperatore Costantino V, fedele alla linea politica paterna, sebbene nei primi anni del

suo regno mantenne posizioni moderate. Nel 754 convocò il concilio di Helia che condannò

esplicitamente il culto delle immagini. La sua politica religiosa suscitò però l’opposizione della

popolazione e nel 766 fu scoperta una congiura a cui avevano partecipato alcuni dei suoi uomini più

fedeli, tra cui l’abate Stefano.

Molti monaci orientali si rifugiarono quindi in Occidente, mentre la disputa si incrociava con

l’espansionismo dei longobardi, guidati dal re Liutprando, ai danni del papato.

Il papato si rivolse ai franchi, incoronando Carlo Magno nell’800, che fu riconosciuto dall’imperatore di

Bisanzio solo nell’812.

Le dinastie dei Franchi – Merovingi e Pipinidi

La dominazione dei Franchi si innestò sul mondo gallo-romano che già in età tardo antica stava

acquistando un posto centrale nell’Occidente latino per la capacità dimostrata di rielaborare e

redistribuire attivamente le esperienze del mondo mediterraneo.

I Franchi, accertati nel III secolo come una confederazione di popoli germanici, quindi non come un

unico ceppo etnico, dopo anni di scorrerie dal basso Reno fino entro la Gallia romana, parteciparono

successivamente alle discordie interne all’impero, senza operare però in modo coerente e compatto.

Convertiti al cristianesimo e unificati dal re Clodoveo all’inizio del VI secolo, questi consolidò la

dominazione franca contro i Turingi, sconfisse gli Alamanni e tolse ai Visigoti l’Aquitania. La

conversione del re al cattolicesimo venne vista come una vittoria dell’episcopato e come un’assunzione

del re a protettore dell’ortodossia in Occidente: Clodoveo era il novus Constantinus, per usare

l’espressione di Gregorio di Tours autore della Historia Francorum a proposito del battesimo del re.

Tuttavia i tentativi di Clodoveo di raggiungere il Mediterraneo e intensificare i rapporti con Bisanzio

furono ostacolati da Teodorico. La politica ostrogota e la coordinazione fra le genti germaniche

permetteva la stabilità universale delle genti barbariche: un disegno che si opponeva sia agli

ordinamenti bizantini di restaurazione sia all’espansione franca verso il Mediterraneo.

L’arrivo dei Longobardi in Italia e le vicende in Medio Oriente spensero ogni possibilità di continuare la

politica di restaurazione di Giustiniano. L’espansione musulmana fu la premessa alla libertà d’azione

dei Franchi verso il Mediterraneo centrale, a causa del vuoto politico che si creò dalla necessità di

Bisanzio di fronteggiare a Oriente un pericolo del tutto inatteso.

Il regno dei Franchi che non poteva essere controllato direttamente dal re, a causa della scarsa forza

militare, si divise in tre regni Neustria a nord-ovest, Austrasia a nord-est e Burgundia al centro

dell’antica Gallia, accomunati però dall’idea di un’unità superiore ai singoli regni stessi che per circa

due secoli furono governati dai discendenti di Clodoveo, quindi dalla dinastia merovingia.

Il controllo del territorio si basava dunque su una complessa rete di legami di tipo FIDUCIARIO, cioè di

reciproca fedeltà tra il re e i signori locali.

L'amministrazione periferica era assicurata dai conti, prima funzionari militari, poi anche civili, nominati

dal re e mantenuti con le rendite rurali dei possedimenti sotto la loro giurisdizione; alcune contee erano

raggruppate sotto il controllo di duchi, funzionari militari di grado più alto, mentre all'interno delle città

l'amministrazione era completamente nelle mani dei vescovi, provenienti indifferentemente

dall’aristocrazia militare franca e quella senatoriale gallo-romana, sulla cui elezione e sulle cui proprietà

interveniva direttamente il re. I vescovi posero la loro autorità sacerdotale e la ricchezza fondiaria delle

loro chiese a servizio del potenziamento dei gruppi parentali a cui appartenevano.

Nell'ambito della corte alcuni personaggi di maggior rilievo costituirono un ceto forte e geloso dei suoi

privilegi e dello stesso sovrano, i Maestri di Palazzo o Maggiordomi, che da un lato controllavano il re, e

dall'altro agivano in suo nome con un potere praticamente illimitato che concedeva loro anche la tutela

dei sovrani minorenni ed il conseguente controllo delle lotte dinastiche.

Formalmente il Maggiordomo non poteva avere un potere maggiore del suo sovrano, tuttavia era

proprio il Signore di Palazzo che radunava le truppe al "campo maggio" (il campo nel quale, ogni

primavera, venivano reclutate le truppe per l'esercito) e conduceva le campagne militari, esercitando

nei fatti il ruolo di comandante supremo dello stato guerriero.

I Merovingi da tempo non si erano più mostrati in grado di condurre il loro popolo in guerre offensive di

largo profitto, le guerre si svolgevano tra le clientele armate dei potenti, ad imitazione delle antiche

trustis a seguito dei capi clan.

Tra i Maestri di Palazzo dell’Austrasia emerse una famiglia abile e potente, quella dei PIPINIDI, dal

nome del fondatore della dinastia Pipino I detto il Vecchio. Un suo discendente Carlo Martello legò a

sé una folta schiera di nobili e guerrieri facenti parte di quei contingenti clientelari già operanti intorno ai

gruppi parentali e alle chiese, a seguito di una serie di vittoriose operazioni prima contro la Neustria e

l’Aquitania in rivolta, contro le aggressioni di Frisoni, Sassoni, Alamanni e Bavari, contro le profonde

incursioni musulmane, che furono sconfitti definitivamente a Poitiers del 732, battaglia che affermò la

supremazia indiscussa della dinastia Pipinide.

A partire dall’età di Carlo Martello si diffuse una nuova conformazione politico-militare, quella delle

clientele vassallatiche.

Il connubio tra clientele vassallatiche e l’esercito franco di popolo portò alla restaurazione della potenza

militare franca, che spinse i pontefici romani, nel declino della potenza bizantina in Italia, di rivolgersi

prima a Carlo Martello, poi a Pipino il Breve e infine a Carlo Magno per ottenere soccorso contro i

Longobardi, quando la monarchia di Pavia mirò a travolgere gli ultimi baluardi bizantini, la Pentapoli e i

ducati di Perugia e Roma, che rompevano il regno longobardo in territori frammentari.

Carlo Martello, impegnato nella difesa del regno franco da troppe minacce e debitore al re Liutprando

per l’aiuto contro i musulmani, respinse le richieste papali ma i suoi successori le accolsero.

La sicurezza raggiunta dalla dominazione dei Franchi, il riconquistato spirito aggressivo e lo sviluppo di

relazioni ecclesiastiche tra il mondo franco e la sede papale si unirono alla necessità sentita da Pipino il

Breve di un’intesa che rinforzasse, attraverso il prestigio religioso di Roma, la dignità regia della stirpe

che aveva deposto i Merovingi.

L’intesa si realizzò nel 754 quando il pontefice Stefano II si recò in Gallia e battezzò personalmente

Pipino e i suoi figli, nominandolo “patrizio dei romani”. L’anno stesso, Pipino intervenne militarmente in

Italia e costrinse il re longobardo Astolfo ad abbandonare le regioni bizantine, compreso l’Esarcato, che

però non furono restituire all’impero ma vennero consegnate alla chiesa di Roma.

I due figli di Pipino, Carlo e Carlomanno, sposarono due figlie del nuovo re longobardo Desiderio, ma

alla morte di Carlomanno nel 771, Carlo si impose come unico re ripudiando Ermengarda. Quando

Desiderio riprese a minacciare Roma, Carlo scese in Italia e sconfittolo cinse anche la corona dei

longobardi (774).

La soluzione franco-galloromana del problema latino-germanico, estesa tramite le vittorie di Carlo sui

Sassoni e gli Avari nel centro Europa, portò il re franco all’assunzione di un compito protettivo dell’area

centrale del Mediterraneo, fino ad allora affidato principalmente all’impero di Bisanzio. Il dissenso fra la

monarchia franca e l’impero fu acuito dall’incoronazione di Carlo Magno a Roma nell’800 per mano di

papa Leone III. Il re dei Franchi e dei Longobardi assumeva adesso una dignità imperiale romana in

contrasto con l’universalismo ideologico dell’impero d’Oriente.

Quando poi Carlo abdicò nell’813 e fece incoronare il figlio Ludovico il Pio nella sua prediletta

Aquisgrana, sottolineando così la propria autonomia da Roma. Tuttavia il papato finì per coinvolgere

definitivamente i successori di Carlo in una ideologia che esigeva l’incoronazione romana

dell’imperatore e suggeriva la possibilità di un qualche controllo papale sulla scelta dell’imperatore, così

come a sua volta la chiesa di Roma riconosceva all’imperatore incoronato a Roma un dovere-diritto di

tutela sulla chiesa medesima.

La rinascita carolingia

Carlo Magno, personalmente assetato di cultura, volle risollevare il livello culturale del suo impero

riformando l’insegnamento delle lettere in ogni cattedrale e monastero. Altro rappresentate di questo

rinnovamento fu il maestro anglosassone, Alcuino di York, autore di molti manuali e docente dello

stesso Carlo. Il grande merito della rinascita carolingia fu quello di unificare l’Europa, gettando così le

basi dello stesso futuro europeo.

La rinascita portò allo sviluppo di una nuova lingua, il latino medievale, padre diretto delle lingue

romanze, e una nuova forma di scrittura, la minuscola carolingia, base della scrittura moderna e dei

caratteri a stampa.

Il sorgere dell’impero carolingio, dopo oltre tre secoli di assenza dell’Impero d’Occidente, si innestò su

un’idea profondamente radicata nella mentalità del tempo: quella che l’impero romano fosse l’ultimo

della storia e che sarebbe dovuto durare fino alla fine dei tempi. L’impero di Carlo Magno, dunque, nel

costruire qualcosa di nuovo rifondava l’ultima istituzione della storia, secondo il principio della translatio

imperii.

L’impero non soppiantò meccanicamente i regni precedenti all’avvento di Carlo, i cui territori furono

suddivisi in contee, marche e ducati. I conti, laici ed ecclesiastici, rappresentavano localmente il potere

ed erano incaricati dell’amministrazione e della giustizia, della gestione politica e militare.

Per sorvegliare le oltre 500 contee dell’impero e rafforzare la propria presenza sul territorio, Carlo istituì

i missi dominici, dotati di ampia autorità e direttamente dipendenti da lui. I missi rappresentavano

direttamente il potere imperiale su un insieme di più contee, dove si recavano una volta l’anno

convocando un’assemblea generale (mallus) a cui dovevano partecipare tutti i conti e vescovi

interessati. Per unificare ulteriormente i popoli dell’impero ricorse a una nuova forma di legislazione

imperiale che prese il nome di capitolari, con cui l’imperatore si poneva come la massima autorità

giuridica.

Nell’802 inoltre introdusse un giuramento di fedeltà al proprio sovrano che tutti i sudditi maggiori di 12

anni dovevano prestare alla presenza dei missi dominici. A rafforzare il gesto l’imperatore volle che il

giuramento fosse prestato con la mano destra posata sul Vangelo.

Strumenti di governo carolingi

- Uso esteso a tutti i territori dell’impero della lingua latina quale strumento di comunicazione

- Campo di maggio

STRUMENTI DI TIPO PUBBLICO

- Delega di poteri bannali a conti, duchi e margravi

- Capitolari, nuova forma di legislazione, validi da un capo all’altro dei suoi territori

- Missi dominici

- Cariche conferite a funzionari pubblici (onori)

STRUMENTI DI TIPO PRIVATO

- Pronuncia di un giuramento di fedeltà al sovrano per tutti i sudditi maggiori di 12 anni

- Vassallaggio

- Vassi dominici

Per quanto riguarda le terre coltivate, i Carolingi introdussero una gestione di tipo nuovo, che sostituì il

latifondo dell’antichità. Questo sistema è definito curtense, dal nome della grande azienda agricola sul

quale era imperniato, la curtis.

Il centro della corte era costituito dalla casa padronale, solitamente più grande delle altre e costruita in

muratura. Intorno alla casa padronale si trovavano le case dei servi, le stalle, i magazzini, fienili, ecc.

I campi da coltivare erano affidati a due tipologie diverse di lavoratori: i servi, che lavoravano le terre

controllate direttamente dal padrone (pars dominica), e i massari, coltivatori liberi ma dipendenti e

sottoposti al pagamento di un affitto e a prestazioni di corvée, che si occupavano del resto delle terre

(pars massaricia).

Clientele e vassalli

L’impero creato da Carlo Magno comprendeva popoli e regioni anche molto diversi tra loro che era

necessario unificare il più possibile.

Con il vassallaggio, i re franchi legarono maggiormente a sé i sudditi più potenti, creando i vassi

dominici, tra cui furono conti, duchi, vescovi e pure abati.

Il vincolo militare vassallatico derivava nei suoi gesti e rituali simbolici dai giuramenti di fedeltà militare

già propri, ad esempio, degli antrustioni franchi, cioè dei membri della trustis regia dei Merovingi come

testimoniato dalla Formula Marculfi. La cerimonia con cui il vincolo si istituiva implicava sia la immixtio

manuum, con cui il vassus metteva le proprie mani in quelle del senior pronunciando parole rituali di

sottomissione (cioè che poi sarà definito “omaggio”), sia un giuramento di fedeltà su un testo sacro. Il

patto era suggellato da un bacio rituale, da pari a pari, infatti il legame bilaterale era possibile solo tra

persone della stessa condizione sociale (due liberi).

L’atto giuridico con il quale un uomo libero entrava nel patrocinium di qualcun altro è l’accomandazione

o commendatio, come ci viene testimoniato dalla cosiddetta Formula Turonensis, risalente al secondo

quarto dell’VIII secolo: «finché io vivrò, ti dovrò prestare servizio ed ossequio dovuti da un uomo libero

e non dovrò sottrarmi per tutta la vita alla vostra potestà o mundio, ma dovrò rimanere finché vivrò nella

vostra potestà e protezione.»

Il vincolo era sentito come strettamente personale e moralmente impegnativo per entrambi i contraenti.

Il vassallo, pur nella propria sottomissione, acquisiva la dignità di un familiare del proprio signore. Il

servizio per lo più in armi, prestato dal vassallo al patrono, era rimunerato con il mantenimento nella

casa signorile, oppure con l’assegnazione di un BENEFICIUM.

La rete di alleanze tra sovrano e potenti è inizialmente molto fluida, ma con il rafforzamento del potere

regio anche i rapporti vengono formalizzati. Il re può estromettere dalla loro posizione i signori che

rappresentano una minaccia sostituendoli con uomini a lui legati, mentre attribuisce un beneficio ai

signori di cui non può o non vuole fare a meno.

In età carolingia, l’assegnazione del beneficio avveniva a seguito della creazione del vincolo

vassallatico, arricchendolo di significato tramite un’investitura simbolica. La cerimonia di investitura

avveniva alla presenza di un vescovo, affinché il giuramento fosse ancora più sacro e inviolabile.

Nella piena età carolingia il beneficio normalmente non aveva contenuto giurisdizionale, non c’era una

delega di potere, ma solo una trasmissione di ricchezza, per lo più consistente in terre.

Il re attribuisce al vassallo il diritto di usufrutto di un determinato territorio, chiamato feudo, di cui il

vassallo otteneva il possesso e non la proprietà che restava al re. I vassalli beneficiari acquisiscono

dunque le rendite della terra con le quali potevano mantenersi da soli e provvedere al loro obbligo più

importante nei confronti del loro signore, cioè servirlo militarmente. Con le rendite del feudo potevano

infatti permettersi il costoso armamento dell’epoca.

La società franca dell’avanzato secolo VIII conteneva varie clientele armate che sopperivano alla

mancanza di un “esercito di popolo”. Il senior poteva essere il re, che quindi attingeva alle terre fiscali

per dare benefici ai vassalli, oppure poteva essere un qualsiasi altro ricco e potente Franco, ufficiale

regio, autorità religiosa o semplice latifondista. Il senior di una clientela non doveva essere

necessariamente essere vassallo del re: i rapporti vassallatico-beneficiari non si componevano in una

catena che riconducesse sempre e comunque al re.

Maestri di Palazzo, ecclesiastici o laici che disponevano di vasti patrimoni fondiari erano in grado loro

stessi di nutrire folte clientele vassallatiche.

Poiché la proprietà del feudo restava in mano al signore, alla morte del vassallo la terra sarebbe dovuta

tornare nelle mani del signore per disporne liberamente, tuttavia questo non accadde quasi mai.

Nell’877 il Capitolare di Quierzy emesso da Carlo il Calvo stabilisce che, in caso di morte improvvisa

del titolare di un beneficio feudale in una spedizione militare, la titolarità sia ereditata da suo figlio. Si

tratta di una norma transitoria. E tuttavia viene considerata dai feudatari come una forma di generale

legittimazione a trasmettere ereditariamente i benefici feudali ai propri gli, anche quando il titolare del

beneficio muore a casa sua e non nel corso di una spedizione militare. Nella prassi la trasmissione

ereditaria si impone e si diffonde largamente, anche se il riconoscimento formale della ereditarietà dei

benefici verrà sancito solo dalla Constitutio de feudis, atto emanato nel 1037 dall’imperatore Corrado II.

Con questa prassi la società si immobilizza e si creano delle micro-dinastie potenti contro cui la dinastia

reale si scontra.

Con il passare del tempo, l’honor attribuito dal signore al beneficiario cominciò a significare anche

diritto giurisdizionale nel proprio feudo, nonché immunità giuridica. La concessione del beneficio era

dunque accompagnato da una delega di potere.

L’espressione signoria di banno indica proprio il potere giurisdizionale esercitato dai signori all’interno

delle proprie terre. Il “banno”, dalla radice germanica BAN- “comandare”, “divieto” (appartiene alla sfera

semantica del potere, della forza, della coercizione), indicava tutti i poteri pubblici più alti e importanti

solitamente esercitati dal re: come l’esercizio della giustizia, l’imposizione di tasse e multe, il conio della

moneta, il comando dell’esercito. Con l’istituzione del vassallaggio, questi poteri venivano delegati dal

sovrano al signore che nel suo feudo godeva di poteri pressoché illimitati. Il diritto di esercizio del

potere bannale, che poteva essere di competenza laica o ecclesiastica, era indicato con l’espressione

“dominatus loci".

Questa pratica portò ad una pericolosa frammentazione del potere in una società di scontri violenti e

opposizioni, in cui le liti ai confini erano all’ordine del giorno.

L’Islam

Ai margini del bacino del Mediterraneo, a sud dell’impero bizantino e di quello persiano, si estendeva

l’Arabia: un vasto territorio desertico di rocce e sabbia, quasi completamente privo di corsi d’acqua.

L’Arabia pre-islamica era abitata da numerose tribù sia nomadi sia sedentarie, dedite soprattutto al

commercio, alla pastorizia e, in misura minore, all’agricoltura. Insieme a queste attività praticavano

anche la razzia, volta alla conquista immediata del bottino.

L’instabile equilibrio politico e sociale tra i clan in cui si articolavano le tribù principali si fondava sulla

legge del taglione e su una sorta di codice etico tribale, con valori e principi sanciti dalla tradizione e

non scritti, riconosciuti e rispettati da tutti i membri della tribù.

La religione prevalente era politeista e sincretica, anche se vi erano diverse comunità di ebrei e di

cristiani, non tutti di origine araba.

La Mecca, collocata al centro della fascia occidentale della penisola arabica, era una ricca città

commerciale controllata principalmente dall’attività dei carovanieri. Qui sorgeva il tempio dedicato a

tutte le divinità arabe, la Ka’ba, un edificio sacro di forma cubica che accoglieva al suo interno oltre 300

idoli e una pietra nera, un meteorite cui erano riconosciute proprietà divine.

La religione di Maometto si andò formando alla fine del VI secolo da una tendenza già presente fra le

tribù arabe ad ammettere la supremazia di un Dio sugli altri dei.

Attorno al 610 l’arabo Maometto, appartenente alla tribù Quràish che esercitava alla Mecca una

supremazia economica, sociale e politica, si persuase di essere misticamente ispirato da Allah per una

missione profetica, affinché indicasse la via per giungere alla salvezza nel giorno del Giudizio Finale,

attraverso la “sottomissione” (Islam) a Dio.

Per oltre vent’anni, fino alla suo morte, nel 632 Maometto rivelò sempre più in ampiezza e in dettaglio la

volontà di Allah, che andò a costituire l’insieme del Corano, il testo sacro dell’Islam.

La religione islamica non si poneva in contrasto con l’ebraismo o il cristianesimo, ma si proponeva

come perfezionamento ultimo delle due, reso possibile dalla rivelazione suprema fatta da Dio stesso a

Maometto. Riallacciandosi alla tradizione profetica ebraica, di cui secondo i musulmani facevano parte

Adamo, Abramo, Mosè e Gesù, Maometto fu visto come l’ultimo dei profeti, colui che portava la parola

definitiva di Allah.

Nell’Islam non esiste una struttura clericale gerarchica, ma il rapporto con Allah è diretto per tutti i

“sottomessi”. La conversione non prevedeva una cerimonia particolare, ma per essere ritenuto

musulmano il fedele doveva recitare la shahada “professione di fede” davanti a due testimoni.

La shahada è solo uno dei 5 PILASTRI o ARCANI DELL’ISLAM, quell’insieme di credenze e pratiche

da seguire per poter essere parte della umma, la comunità islamica.

I. Credere e recitare la shahada

II. Eseguire giornalmente la preghiera rituale in direzione della Mecca (salat)

III. Versare l’elemosina legale (zaka), cui si può affiancare quella volontaria. La zaka è una

sorta di decima per purificare il cuore del fedele con il distacco dalle cose terrene ed è

destinata ai musulmani in ristrettezze economiche

IV. Osservare il digiuno (sawm) nel mese sacro del ramadan

V. Fare almeno una volta nella vita il pellegrinaggio (hajj) a La Mecca, a meno che non si sia

impossibilitati da gravi impedimenti.

L’Islam si concentrò ben presto su un vasto insieme di normative e di leggi pratiche destinate a

regolamentare la vita dei fedeli musulmani non solo dal punto di vista religioso, ma anche sociale,

economico e politico. L’Islam è dunque una religione teocratica, ovvero una fede che investe ogni

ambito della vita umana.

La rapidità sbalorditiva dell’espansione islamica fu il risultato dell’unione di due fattori: la forza

aggressiva dei nomadi verso le ricche regioni dei sedentari e una coesione ideologica di volontà

conquistatrice. La tradizionale razzia degli Arabi si associò alla lotta religiosa e strinse attorno al Profeta

molte tribù fino ad allora ostili fra loro.

La comunità musulmana, durante il ventennio seguito alla morte del Profeta, seppe mantenersi unita

sotto la guida dei primi quattro califfi elettivi, via via scelti nella stretta cerchia dei primi compagni di

Maometto. Questi occuparono la Siria, Gerusalemme compresa, la Mesopotamia, l’Egitto fino a Tripoli,

in oriente gran parte dell’altopiano iranico.

Nel terzo decennio dalla morte del Profeta l’unità musulmana si incrinò sul problema delle successioni

califfali, generando una scissione che ancora oggi sopravvive nel mondo musulmano.

Sotto il califfato di ‘Ali, cugino e genero di Maometto, la umma musulmana si divise in due correnti: gli

sciiti, sostenitori di ‘Ali sostenevano che i califfi dovessero essere scelti per elezione all’interno della

famiglia del profeta, e i sunniti (che rappresentano oggi la maggioranza dei musulmani) che

sceglievano i califfi al di fuori della famiglia del profeta.

Dopo varie contese, gli sciiti si stabilirono in Egitto, mentre il califfo sunnita della stirpe degli Ommayadi

stabilì la capitale a Damasco, da qui il califfo regnava teocraticamente l’intero impero islamico di

obbedienza sunnita. La dominazione arabo-musulmana si estese tra 661 e 730 a tutta l’Africa del Nord,

all’Afghanistan e alla penisola iberica.

Sotto la dinastia degli Abbasidi che regnarono dal 750 al 1258, stabilendo la propria corte a Baghdad,

vennero consolidati i confini del mondo musulmano a oriente e a occidente furono conquistate Creta e

la Sicilia, ottenendo così il controllo quasi completo del Mediterraneo meridionale.

Impero latino d’Oriente e lo Scisma

Nel giro di pochi decenni Maometto era riuscito a mettere in piedi un impero e a raccogliere

un’impressionante quantità di seguaci. Nel 717 i musulmani posero Costantinopoli sotto assedio, ma i

bizantini riuscirono a respingerli grazie alla grande capacità del nuovo imperatore, Leone III, che

ottenne un trionfo paragonabile a quello di Carlo Martello a Poitiers del 732.

Leone III fondò una dinastia capace di reggere l’impero per oltre un secolo, nonostante questo ormai

fosse notevolmente ridimensionato nei propri possedimenti anatolici (uniti alla Dalmazia e a territori

sparsi nell’Italia del sud).

I fattori di crisi che determinarono il lento declino dell’impero d’Oriente furono principalmente la

pressione espansionistica dei musulmani dall’Asia Minore e nel Mediterraneo, quella dei longobardi e

dei franchi in Italia, nonché la nascita di un nuovo potere imperiale in Occidente, quello carolingio. La

fine della dinastia macedone (1056) e le conseguenti lotte intestine per la conquista del potere

coincisero con un aumento della pressione dei turchi selgiuchidi lungo i confini orientali. Oltre a questo,

il lento allontanamento tra Oriente e Occidente, a partire dall’VIII secolo, culminò nel 1054 con lo

scisma delle due chiese.

Mentre a Roma era papa Leone IX, iniziatore della grande riforma dell’XI secolo, il patriarca di

Costantinopoli era Michele I Cerulario, il quale professava la supremazia del patriarca rispetto al

vescovo di Roma e persino all’imperatore. Michele decise di cessare i rapporti tra le due Chiese,

facendo chiudere le chiese latine a Costantinopoli.

Nel XII secolo l’impero di Bisanzio conobbe un’ultima fase di rinascita sotto la dinastia dei Comneni e,

se le crociate riuscirono per un certo tempo a limitare l’espansione musulmana, infine divennero

ulteriore motivo di incomprensione tra Est e Ovest. Con la quarta crociata e la conquista di

Costantinopoli (1204), si arrivò alla fondazione di un Impero latino d’Oriente che durò fino al 1261

quando la città tornò in mano ai bizantini. In quell’anno Michele Paleologo cinse la corona imperiale,

dando inizio alla dinastia che avrebbe regnato fino alla conquista di Costantinopoli da parte dei turchi

ottomani, nel 1453.

I tentativi dei sovrani Paleologi di restaurare l’antico splendore bizantino furono ostacolati dai numerosi

elementi di debolezza dell’impero: frammentazione politica, assenza di un’amministrazione

centralizzata, la minaccia ottomana.

Gli Ottoni

L’ultimo imperatore esponente della dinastia carolingia fu Carlo il Grosso; alla sua morte nell’888,

diversi potenti dell’impero si disputarono la corona senza che nessuno riuscisse ad imporsi. Solo dopo

la metà del X secolo emerse una stirpe capace di ridare stabilità al potere imperiale, la famiglia degli

Ottoni di Sassonia.

Ottone I divenne re di Germania (936), poi re d’Italia (951) e infine ottenne il titolo imperiale (962),

consacrato da papa Giovanni XII. Il suo potere, rafforzato anche dalla vittoria definitiva contro gli

ungari, sconfitti nella battaglia di Lechfeld, si basò su una nuova concezione dell’episcopato e dei

rapporti tra la corona e la Chiesa tedesca. Ottone diede vita a una rete di potenti signorie feudali

affidate non ad aristocratici laici, ma ai vescovi (*vescovi-conti).

Con la discesa in Italia, Ottone portò alla rinascita del Sacro romano Impero Germanico e ridimensionò

il potere pontificio con l’emanazione del Privilegium Othonis: mentre si riconoscevano le proprietà e i

diritti della Chiesa, si affermava che il papa eletto dovesse prestare giuramento all’imperatore e che il

sovrano poteva nominare i vescovi.

Ottone scese in Italia nuovamente nel 966, nell’intento di annette i territori meridionali ancora in mano

ai bizantini e ai ducati longobardi. I duchi di Benevento e Capua si dichiararono sui vassalli.

Gli eredi di Ottone seppero mantenere la corona per circa un secolo, Enrico II fu l’ultimo esponente

della casata di Sassonia, alla quale seguì quella di Franconia e quella di Svevia.

I vescovi-conti

Sotto i Carolingi e poi soprattutto sotto gli Ottoni, si affermò la pratica di affidare le regalie, cioè i poteri

pubblici un tempo prerogativa dei conti, ad esponenti della Chiesa, soprattutto vescovi. Il vescovo-conte

era un uomo di Chiesa che contemporaneamente era anche funzionario dell’imperatore. Tale sistema

divenne un importante strumento di governo per gli imperatori che non potevano governare senza

l’appoggio della Chiesa e che in questo modo mantenevano un maggiore controllo del territorio e dei

feudi. Gli ecclesiastici infatti non potevano avere eredi legittimi e alla loro morte il beneficio tornava in

mano all’imperatore che poteva nuovamente disporne.

La riforma della Chiesa del XI secolo e lotta per le

investiture

Tra IX e XI secolo la commistione tra potere temporale (regnum) e spirituale (sacerdotium) portò ad un

indebolimento della Chiesa romana. La questione del primato, che in Oriente si era risolta

concentrando nelle mani dell’imperatore entrambi i poteri subordinando ad esso il patriarca, in

Occidente i rapporti tra imperatore e papa erano indefiniti e aperti alla competizione.

Nel 1059, il papa Niccolò II decretò che l’elezione del pontefice sarebbe stata prerogativa dei cardinali,

fino ad allora invece affidata all’acclamazione popolare e al basso clero romano, facilmente

manovrabili. Si stabilì inoltre che nessun ecclesiastico poteva più essere nominato da un laico. Il

Privilegio Ottoniano decadeva. La situazione fu ulteriormente aggravata nel 1075, quando il nuovo

papa Gregorio VII emanò il Dictatus papae, con cui attribuiva al papa il potere di deporre l’imperatore, e

inoltre stilò un elenco di peccatori da scomunicare, soprattutto vescovi investiti dall’imperatore e suoi

stretti collaboratori.

Nella visione di Gregorio VII la Chiesa era una monarchia autonoma e fortemente verticistica. Egli

propugnava la ierocrazia, per cui il potere spirituale dominava anche quello temporale, e la libertas

Ecclesiae.

Nel 1076 l’imperatore Enrico IV reagì duramente, convocando a Worms un concilio di vescovi tedeschi

che dichiarò decaduto il papa. Nonostante ciò, il papa scomunicò l’imperatore, svincolando i sudditi

cristiani dall’obbedienza al sovrano, portando alla ribellione di quei feudatari oppositori dell’imperatore.

Enrico IV fu costretto ad implorare il perdono del papa, per mezzo della contessa Matilde di Canossa e

dell’abate Ugo di Cluny. Il papa ritirò la scomunica, ma l’imperatore una volta eliminati i propri oppositori

depose il pontefice e nominò al suo posto Clemente III dal quale si fece nominare imperatore.

Il successore dell’imperatore Enrico V e del papa Callisto II trovarono un’intesa temporanea nel

concordato di Worms (1122), secondo il quale il papa avrebbe avuto il potere di investire i vescovi e

l’imperatore avrebbe deciso se concedere o meno anche i poteri politici. Inoltre, in Germania

l’investitura laica avrebbe preceduto quella religiosa, al contrario in Italia quella religiosa avrebbe

preceduto la laica.

In questo momento la Chiesa era però duramente colpita anche da gravi problemi interni, ossia il

dilagare di fenomeni quali la simonia (vendita di cariche ecclesiastiche), il concubinato (“nicolaismo”

contrario all’obbligo del celibato) e il nepotismo.

Di fronte a tali problemi, si sviluppò un movimento riformatore che mirava a ricostituire l’antica purezza

della Chiesa. La riforma prese avvio principalmente dai monasteri, in quanto i monaci erano molto più

colti degli esponenti del clero secolare, si dedicavano allo studio, avevano capacità mediche, si

ponevano il problema della corretta vita religiosa. Inoltre, i monasteri erano diventati molto ricchi grazie

alle donazioni di terre e ricchezze da parte dei fedeli che li tenevano in grande considerazione. Gli abati

erano dei veri e propri signori feudali e accadeva spesso che fossero degli aristocratici a fondare dei

monasteri, sia per motivi politici ed economici (potevano porre membri della propria famiglia a capo del

monastero e dotarlo di un patrimonio che non poteva essere alienato, in quanto i patrimoni ecclesiastici

erano difesi dall’imperatore), sia per motivi religiosi (pro remedio animae, come mezzo di redenzione).

Il monastero di Cluny, fondato in Borgogna nel 910 dal duca Guglielmo d’Aquitania, fu il principale

centro dell’azione riformatrice. Più monasteri erano posti sotto la guida dell’abate di Cluny, che guida la

comunità locale attraverso i priori, inoltre i beni del monastero erano alle dirette dipendenze del

pontefice.

Ebbe grande ripresa in questo momento il monachesimo eremitico e nacquero nuovi ordine, come

l’ordine dei certosini, a Grenoble, e l’ordine dei cistercensi, a Citeaux, che trascorrevano gran parte

della giornata in preghiera, isolati nelle loro celle, recuperando lo spirito originario della regola

benedettina.

Nacquero però anche dei movimenti pauperistici, dalle posizioni radicali, esterni alla Chiesa,

sviluppatisi prevalentemente nelle città e molto pericolosi per la sopravvivenza della Chiesa stessa.

Questi movimenti erano considerati vere e proprie eresie, che si distinguevano dalle eresie dei secoli

precedenti in quanto non si distaccavano dall’ortodossia a livello teorico ma pratico, giudicavano ciò

corrotto il comportamento degli ecclesiastici.

I movimenti pauperistico-evangelici che ebbero maggior successo furono la pataria e il catarismo.

I patari, gli “straccioni”, soprattutto laici, causarono molti disordini e violenze specialmente in Italia

settentrionale.

I catari seguivano una dottrina esoterica di cui sappiamo poco, comunque basata sul rigore e l’ascesi. I

catari per la loro purezza, derivata da eroiche privazioni, erano per il popolo esempio di cristiani perfetti.

Il ruolo del dolore e della povertà nel Cristianesimo diventa centrale nel momento della Riforma.

I seguaci di questi movimenti ereticali erano considerati infedeli e furono perseguiti con la violenza. Il IV

concilio lateranense del 1215 approvò la crociata bandita dal papa Innocenzo III contro ogni eresia. Il

concilio invitava i signori feudali a perseguitare gli eretici che abitavano nei loro territori, minacciando di

scomunica chi non avesse collaborato.

Non tutti i movimenti furono oggetto di persecuzione. Gli ordini mendicanti, i più noti sono i francescani

e i domenicani, furono riconosciuti dalle gerarchie ecclesiastiche e con il loro esempio di condotta

irreprensibile finirono per rafforzare l’autorità della Chiesa. I francescani praticavano uno stile di vita

basato sulla povertà assoluta e sul rifiuto dei beni, vivendo del proprio lavoro e di elemosine. I

domenicani erano colti e teologicamente preparati nel confronto con i predicatori eretici, per questo

diventarono ben presto gli uomini di punta dell’Inquisizione.

I Normanni

I primi normanni giunsero in Italia nel 1017, in pellegrinaggio sul Gargano presso il santuario di San

Michele. Si trattava di un popolo di abili combattenti che riuscirono a far strada come mercenari contro i

musulmani per i principi longobardi che ancora dominavano tra Benevento e Salerno e per i

rappresentanti dell’impero bizantino ancora presenti in Puglia.

Il loro primo insediamento stabile, la contea di Aversa, prese corpo verso il 1030 e ben presto altri

normanni emigrarono in terra italica.

Tra questi si affermò la casata degli Altavilla che ottennero un feudo con centro a Melfi, protetta da

mura e dotata di un castello, dodici quartieri, ciascuno con piazza e palazzo fortificato.

Gli ultimi longobardi chiesero aiuto al papa Leone IX contro di loro, ma egli finì sconfitto e prigioniero a

Civitate nel 1053, per mano di Roberto il Guiscardo d’Altavilla. Il successivo pontefice, Niccolò II,

preferì allearsi con lui e lo riconobbe duca di Puglia, Calabria e Sicilia, incaricandolo di scacciare i

musulmani e i bizantini dal meridione.

Nel 1071 cadde l’ultima città fedele a Bisanzio, Bari, nel 1081 Roberto conquistò Corfù e Durazzo,

senza nascondere le proprie mire alla corona imperiale d’Oriente ma morì nel 1085. Il suo successore

Ruggero II nel 1091 terminò la conquista della Sicilia e unificò il regno normanno che comprendeva la

maggior parte dell’Italia meridionale.

Il dominio normanno terminò con la morte dell’ultimo degli Altavilla, Tancredi, nel 1194. L’imperatore

Enrico VI si fece incoronare re di Sicilia a Palermo.

Federico I il Barbarossa

Scomparso Enrico V nel 1125, l’impero era rimasto per alcuni decenni senza una guida ferma, dilaniato

dalla contesa tra guelfi e ghibellini. Solo nel 1152 trovarono un accordo ed elessero re di Germania

Federico I di Svevia. Egli risolse velocemente i contrasti interni all’aristocrazia tedesca nel segno di una

pacificazione generale e nel 1155 fu proclamato imperatore a Roma, in occasione della sua prima

discesa in Italia. Egli mirava a ripristinare il controllo delle città del Nord e del Centro, recuperando le

regalie che erano stati lentamente acquisiti dai comuni, e riaffermare la supremazia dell’autorità

imperiale su quella papale.

La seconda spedizione in Italia nel 1158 e la seconda dieta di Roncaglia (la prima non aveva portato a

nessun risultato) aprirono lo scontro tra Federico e i comuni italiani: egli affermò la propria competenza

esclusiva sulle regalie e dispose che in ogni città si insediasse un governatore imperiale, proibendo

qualsiasi altra forma di organizzazione politica.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia e tutela dei beni archeologici, artistici e librari
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher donati_france di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Gagliardi Isabella.

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