Dai gruppi alla comunità: problemi umani e società inclusiva
Introduzione
L'idea è quella di valorizzare i rapporti intersistemici tra i gruppi per promuovere lo sviluppo di comunità, contestualizzando ogni realtà locale nella dimensione comunitaria più ampia che riguardi l'Italia, ovvero quella europea. La psicologia è infatti una scienza che ormai ha valicato i parametri dei laboratori e può operare per promuovere il cambiamento mirando al progressivo miglioramento della qualità della vita delle persone, riuscendo a declinare il proprio linguaggio sulla base della concretezza e della realtà.
- Il capitolo primo introduce alcuni aspetti di fondo su cui si impernia la psicologia di comunità e dei gruppi.
- Il capitolo secondo introduce il tema del gruppo e dei gruppi all'interno delle comunità.
- Il capitolo terzo introduce alcuni aspetti di fondo inerenti al rapporto tra gruppi e comunità attraverso il paradigma culturale.
- Il capitolo quarto mostra come lo spazio dell'interazione sia una forza che muove e promuove il cambiamento della società intera e degli individui, verso obiettivi desiderabili e che corrispondono all'aumento del benessere.
- Il capitolo quinto affronta il concetto di "capitale sociale" mostrando la sua duplice valenza sociale e psicologica.
- Il capitolo sesto discute come le società siano composte da svariate categorie di gruppi, definite in base a principi che possono variare a seconda del luogo e del momento storico e ciò costituisce lo spazio multifocale della società complessa.
- Il capitolo settimo affronta le modalità di discussione sui gruppi di lavoro, in un contesto di pratiche lavorative organizzate, voglia dire in primo luogo riconoscere che lavorare in gruppo rappresenta una delle competenze trasversali essenziali nella nostra società per costruire il senso e la condivisione, che non sono affatto scontate nella società odierna.
- Il capitolo ottavo affronta il rapporto tra gruppi e comunità facendo riferimento alle politiche comunitarie europee e ai valori fondamentali che esse promuovono.
Capitolo 1: Psicologia di comunità: elementi teorici e aspetti di fondazione
1.1 Una storia che parte da lontano: comunità democratica dall'oligarchia all'omnicrazia
La psicologia di comunità nasce negli anni Sessanta del secolo scorso come ambito applicativo della psicologia sociale, sviluppandosi come area di ricerca rivolta ad un individuo concretamente inserito nella vita sociale. Si tratta di una prospettiva in cui i fenomeni del mondo umano come l'immigrazione sono interpretati e affrontati mettendo in causa valori e posizioni politico-ideologiche che implicano un'inserzione nel contesto socio-culturale specifico.
Con il termine "comunità" si indica una struttura organizzativa sociale di estensione limitata, ove coloro che sono in relazione condividono una storia basata su caratteristiche considerate significative e in grado di conferire un'identità sulla base di valori, tradizioni e costumi. Il termine si riferisce anche a gruppi che condividono spazi limitati o addirittura cibernetici, ove i rapporti siano comunque finalizzati al perseguimenti di fini comuni e caratterizzati da un'organizzazione interna stabile, con regolamentazione partecipata, divisione di compiti e ruoli.
La psicologia di comunità offre la possibilità di mantenere un livello di analisi in cui ci sia un continuo tentativo di promuovere il cambiamento attraverso la ricerca di un equilibrio dialettico tra le potenzialità individuali ed i dispositivi sociali, primo fra tutti il gruppo, entro cui le persone sono chiamate a esprimersi e confrontarsi. Questa prospettiva può essere chiarita grazie alla classificazione a quattro livelli di spiegazione suggerita da Wilhelm Doise:
- Processi psicologici o intra-personali: spiega come l'individuo organizza la sua esperienza nel mondo sociale.
- Processi interpersonali o intersituazionali: hanno luogo quando gli individui interagiscono e si confrontano in quanto attori sociali intercambiabili.
- Ruolo o status: spiega le differenze nelle interazioni che derivano dal contesto d'appartenenza in cui gli attori sono intercambiabili.
- Rappresentazioni e credenze: conducono ad atteggiamenti e condotte specifiche.
Nella ricerca, così come nella vita di tutti i giorni, tali livelli si presentano più spesso in modo articolato e interconnesso. Tale distinzione risulta essere fondamentale anche per chiarire la rilevanza di un approccio psicosociale che integri la prospettiva psicologica a quella sociologica. All'inizio del Novecento Tarde sosteneva la necessità di ricondurre i fatti sociali ai processi psicologici mentre, Durkheim ribadiva che i fenomeni collettivi andassero studiati separatamente dai singoli individui; ancora oggi la controversia persiste. Tra gli anni '30 e '40 del Novecento Sherif e Lewin proposero di integrare le due prospettive a partire da evidenze sperimentali ed empiriche. Non soltanto negli esperimenti sulla creazione delle norme sociali, ma anche nella teoria sugli atteggiamenti basata su concetti di "riferimento" e "coraggio".
La comunità può essere considerata come la più attuale manifestazione di ciò che fu l'antica polis greca, che prevedeva l'attiva partecipazione degli abitanti alla gestione della vita sociale per la costruzione del bene comune. La psicologia di comunità, oggi rappresenta l'attualità dell'antico progetto umano, in quanto accoglie l'obiettivo fondamentale di creare un territorio in cui garantire a chi lo abita la vita migliore possibile. Questo fine originario caratterizza certamente la mission di tutte le scienze sociali che si dedicano a questo tema, ma la psicologia in particolare esplicita forse con maggiore determinazione e chiarezza, il senso del proprio lavoro che risulta quindi interamente volto al miglioramento del benessere delle persone e allo sviluppo di un cambiamento importante. Inoltre, rispetto al passato, essa introduce una novità storica: non tutti gli abitanti della polis potevano partecipare alla costruzione della cittadinanza, ma solo coloro che erano portatori di specifiche particolarità e dotati di particolari privilegi. La psicologia di comunità lavora per scardinare questo presupposto che da millenni viene ritrovato in tutto il mondo, non solo in occidente. Il concetto di benessere che essa promuove non intende garantire specifici privilegi a particolari caste a discapito di altre, ma diffondere il diritto di tutti ad accedere alla migliore qualità della vita possibile. Questo assunto fondamentale fa perno sulla dichiarazione dei diritti umani universali, che venne stilata dopo la conclusione dei processi di Norimberga, dove venne in evidenza quanto la definizione di gruppi oligarchici inevitabilmente produce l'orrore che deriva dalla discriminazione.
Ogni individuo deve essere considerato portatore di un valore e di un diritto inalienabile alla vita migliore possibile, è necessario impostare le relazioni sociali in modo tale che a nessuno sia tolta la possibilità di partecipare alla costruzione di uno spazio condiviso per la produzione di benessere per sé e per gli altri. Questa prospettiva è stata sviluppata da Aldo Capitini che ha fondato l'idea di "omnicrazia" per indicare l'azione sociale volta a rimuovere tutti gli ostacoli relazionali che inibiscono i rapporti di inclusione. L'autore indica un concetto di società in cui nessuno venga escluso o marginalizzato. Per riuscire in questo intento è necessario conoscere e modificare le dimensioni psicologiche che rendono inattuabile tale processo. La psicologia di comunità è tra le discipline che meglio riconosce in tutto ciò un obiettivo ineludibile per i propri campi di ricerca e azione.
BOX 1.1. I diritti umani universali
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, dopo i processi di Norimberga, il 10 dicembre 1948, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite proclamava la Dichiarazione universale dei diritti umani. Questa era la prima volta nella storia dell'umanità in cui si considerassero da un punto di vista legislativo e di diritto tutti i singoli individui di tutto il mondo, senza distinzioni. Questo è stato il primo passo verso la realizzazione della "Carta internazionale dei diritti umani", attraverso i due accordi internazionali, adottati all'unanimità dall'ONU il 16 dicembre 1966: il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e il Patto internazionale sui diritti civili e politici. Finalmente è stato dunque scritto che esistono diritti di cui ogni essere umano deve poter godere per la sola ragione di essere al mondo. Eppure la Dichiarazione è ancora disattesa, e situazioni molto simili a ciò che accadde nei lager nazisti sembrano riapparire ogni qual volta che si accende una guerra o un conflitto. La psicologia di comunità accoglie la sfida politica che la storia di questa dichiarazione e le sue applicazioni lancia alle relazioni sociali, al fine di promuovere sempre il diritto di ogni individuo a essere rispettato in quanto persona indipendentemente dalla propria appartenenza a gruppi o aree geografiche.
BOX 1.2. Omnicrazia
Il concetto è stato sistematizzato da Aldo Capitini (1969), pensatore che lottò tenacemente contro il fascismo e che si impegnò fortemente per la promozione della democrazia diretta. Capitini promuoveva la possibilità di superare il dispotismo e abuso politico, trasformando la prassi sociale in una costante ricerca sul campo, finalizzata alla risoluzione di ogni forma di conflitto attraverso la negoziazione dei valori e l'accoglimento delle differenze. Nel 1944, in base a questa prospettiva venne fondato a Perugia il primo Centro di Orientamento Sociale (COS), volto a creare uno spazio finalizzato al confronto nonviolento e aperto alla libera partecipazione dei cittadini.
1.2 L'individuo tra comunità e società: individualismo e olismo metodologici
Nel 1887 Fredinand Tonnies in "Comunità e società" discuteva della differenza tra queste due forme di aggregazione. L'appartenenza alla società implica che l'azione sia funzionale al perseguimento di fini individuali, nella vita di comunità le reti relazionali si intrecciano garantendo sostegno e appagamento dei bisogni fondamentali e gli individui interagiscono definendo il senso di appartenenza grazie a un continuo processo di costruzione e mantenimento dell'identità, su uno sfondo di prossimità locale. Vi sono due versanti contrapposti che hanno tentato di definire la chiave che permette di interpretare gli eventi sociali. È la società/comunità che determina gli individui o sono gli individui che sommandosi producono una comunità/società?
- Individualismo metodologico: concentra la propria attenzione sui singoli soggetti, stabilendo che i fenomeni sociali sono il risultato della combinazione di azioni individuali. Questa prospettiva vede il singolo come costruttore della realtà la cui azione è intenzionalmente orientata alla realizzazione di scopi.
- Olismo metodologico: considera gruppi e comunità come realtà unitarie risultanti dell'azione integrata di tutti gli individui che li compongono.
In ambito sociologico ricordiamo il contributo di Talcott Parson, secondo il quale nei sistemi sociali non agiscono gli individui, ma i ruoli che essi ricoprono e che sono determinati dal compito demandato e dal potere assunto, indipendentemente dalle volontà personali in gioco. Per la psicologia è stato fondamentale il contributo di Lewin che ha sviluppato la teoria del campo a partire dalla teoria della Gestalt. Il comportamento (C) delle persone (P) all'interno del campo sociale è quindi diviso in funzione degli spazi di vita formati dalle stesse persone e dagli ambienti (A). La celebre formula che riassume il concetto è: C = f(PA).
Questo significa che ogni entità sociale è in ogni istante definibile in base alla totalità delle relazioni interdipendenti tra le parti, le quali si sviluppano peraltro sotto l'azione di forze contrastanti che tendono verso un "equilibrio quasi stazionario" da cui dipende lo stile e la qualità di vita dei suoi componenti. Questo approccio considera il campo come spazio dell'interdipendenza e come dimensione maggiore della sommatoria delle parti che lo compongono. Questo significa che ogni entità sociale è definibile in base alla totalità delle relazioni interdipendenti tra le parti, da cui dipende lo stile e la qualità di vita dei suoi componenti.
1.3 L'irresistibile sviluppo della prospettiva olistica: l'approccio sistemico
Alla morte di Lewin, nel 1933, la teoria del campo aveva già profondamente influenzato la psicologia e tutte le scienze sociali, grazie alle ricerche di comunità che Lewin aveva realizzato durante la Seconda Guerra Mondiale. Pochi anni dopo la morte di Lewin, a Palo Alto, si era formato un gruppo di studiosi che, insieme al biologo Ludwing von Bertalanffy, avevano fondato la Society for General System Research. La visione olistica e antimeccanicista di Von Bertalanffy influenzò il lavoro del gruppo, soprattutto quello che il biologo definì principio di equifinalità, secondo il quale un sistema è in grado di mantenere lo stesso stato (omeostasi) a prescindere dalle condizioni ambientali. L'idea lewiniana secondo cui tutto è maggiore della somma delle sue parti, era ormai interamente inverato nel discorso di Palo Alto, secondo il quale l'equifinalità non è la sommatoria di singoli eventi regolatori bensì consiste nell'interezza delle interdipendenze tra cause ed effetti.
Parallelamente gli studiosi di cibernetica sviluppavano alcune questioni relative all'informazione e alle sue funzioni rispetto all'entropia e alla complessità: da questa ibridazione è nata l'epistemologia della complessità. Secondo tale teoria un sistema è esito di un processo autopoietico, ovvero della messa in essere di elementi di base che riproducono ricorsivamente gli elementi che li generano. La neghentropia è la dinamica che in un ambiente instabile e caotico produce un sistema stabile e organizzato capace di mantenersi nel tempo grazie a una struttura coerente che conserva la propria forma nella misura in cui è in grado di proteggersi dal disordine. Ogni sistema però è portatore di un certo grado di entropia, quando questo supera il livello critico, il sistema è destinato alla distruzione. La neghentropia quindi frenerebbe e ridurrebbe 'entropia, porterebbe "messaggi ordinatori" che curano il disordine. Le cause dell'aumento del disordine appartengono spesso all'ambiente in cui il sistema è collocato. Un tratto essenziale della prospettiva olistica quindi è quello di voler comprendere i destini degli individui leggendo ed interpretando i fenomeni in base all'ambiente in cui essi sono immersi. Si agisce sul contesto per migliorare le condizioni di tutti.
BOX 1.3 La teoria del campo di Kurt Lewin
La teoria del campo è una teoria gestaltista, che in un primo tempo accoglieva studi e ricerche sui processi percettivi. Grazie a Lewin fu estesa ed applicata ai processi sociali e di gruppo. La teoria del campo costituisce l'insieme di costrutti atti a rappresentare il funzionamento della personalità a livello strutturale e dinamico. Il campo viene inteso come metodo psicologico di analisi dei fenomeni sociali. Il comportamento è quindi il risultato di un processo che coinvolge nel qui ed ora le caratteristiche individuali, le interazioni, le pressioni della situazione, le esperienze passate e le aspettative future. Le leggi che governano il sistema di forze, non dipendono dalle caratteristiche dei singoli elementi coinvolti, ma dalla configurazione complessiva. Possiamo dire che il comportamento è una funzione dello spazio di vita, che a sua volta è il prodotto dell'interazione fra la persona, P, e il suo ambiente, A. Il campo psicologico inoltre è diviso in regioni che assumono forme diverse che possono cambiare nel tempo a seconda dei stati. Lewin poi ha proposto anche una topologia della persona articolata in regioni centrali (es. quella degli affetti profondi) e periferiche (es. attività di routine). Lewin definì il gruppo come in interdipendenza tra le parti, in esso la totalità è più della semplice somma dei singoli elementi costitutivi, può essere qualcosa di diverso rispetto agli elementi che lo compongono. L’intenzione tra le parti infatti è il risultato di forze contrastanti che però tendono verso un equilibrio detto "quasi-stazionario", il quale influenza il funzionamento dei gruppi e dei loro componenti. Gli studi sul cambiamento sociale hanno fondato proprio su questo concetto di Lewin l'idea secondo cui la base dei fenomeni osservati agisce la tendenza a mantenere stabili le situazioni tanto che una basilare forma di resistenza inibisce i processi di trasformazione.
BOX 1.4 Pragmatica della comunicazione e circolarità delle relazioni
Paul Watzlawick, Janet Helmik Beavin e Don D. Jackson nel 1967 pubblicarono "Pragmatics of Human Communication. A Study of Interactional Patterns, Pathologies, and Paradoxes".
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