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eguali. Secondo questo pensiero non esiste alcuna legge fondamentale che ponga dei limiti al potere sovrano e la costituzione non è che un

semplice atto del popolo sovrano che non può quindi obbligare lo stesso soggetto di cui è espressione. La via d’uscita è ricercare l’origine della

legge fondamentale in processi autonomi ed indipendenti dall’esercizio della sovranità popolare.

3) Nell’Inghilterra moderna, la localizzazione del potere sovrano, viene individuata nel corpo politico del regno, che è dato dal King in Parliament

(quindi Re, Camera dei Lord e Camera dei Comuni). L’innovazione che apporta Locke consiste nel considerare sovrano il Parlamento in virtù

del fatto che esso rappresenta la società civile che l’ha istituito e gli ha fiduciariamente affidato la tutela dei propri diritti. Nella versione di Locke

il titolare della sovranità è il popolo, che ne delega l’esercizio al Parlamento. Di qui prende le mosse il moderno costituzionalismo, che da forma

e legittima i propri rappresentativi, nei quali tuttavia permane una zona d’ombra nel senso che il popolo continua a detenere un potere

costituente che può far valere nei confronti del sovrano che non rispetta i termini del contratto. Il punto di arrivo sarebbe una nuova

concettualizzazione del potere costituente, che, nelle poliarchie contemporanee a costituzione scritta è quel potere che insedia l’ordinamento

costituzionale e gli imprime validità. Sotto questo profilo il potere costituente del popolo, può essere visto come l’ultima e più matura

espressione del contrattualismo democratico, un contratto fra i cittadini e fra le forze politiche e sociali.

Ciò che balza agli occhi è la progressiva de-personalizzazione del concetto di sovranità, sempre più oggetto di astrazioni giuridiche. Ciò si traduce

nella difficoltà a individuare i luoghi della sovranità e i tratti che la contraddistinguono dagli altri tipi di potere.

H. Eulau denunciò un’eccessiva giuridicizzazione del potere sovrano, esortando le potenze democratiche a produrre una teoria della sovranità

solida sul piano dell’elaborazione intellettuale e allo stesso tempo efficace per combattere le ideologie totalitarie. Egli indicava nel sistema

rappresentativo e nel principio di maggioranza i meccanismi che potevano assicurare l’elaborazione di una teoria della sovranità basta sulla

consistenza fisica del suo titolare. Eulau intravedeva nel pensiero del giurista tedesco C. Schmitt la volontà di sfuggire alla de-personalizzazione

della sovranità. Egli fu l’unico che nel Novecento continuò a sostenere la dottrina dell’inesauribilità del potere costituente del popolo, ribadendone la

piena sovranità non nella, bensì sulla Costituzione. Continua la sua teoria definendo “popolo” un’espressione troppo generale della collettività

politica, preferendo il termine “nazione”: indica quindi la nazione come unità capace di agire politicamente con la consapevolezza e la volontà di

un’esistenza politica, mentre il popolo che non esiste come nazione è solo una qualunque affine unione di uomini. Per Schmitt popolo-nazione e

potere sovrano fanno tutt’uno, ecco perché diventa problematica la coesistenza tra impostazione schmittiana e poliarchia: perchè le costituzioni

democratiche operano una giuridicizzazione del concetto di popolo che ne dissolve la fisicità e che pone dei limiti alla sovranità di cui il popolo è

titolare. Due mosse che Schmitt tradurrebbe con il dissolvimento del potere costituente.

Un altro elemento proprio del populismo è l’antagonismo verso le regole e le mediazioni istituzionali. Gli studiosi hanno messo in rilievo 2 aspetti

essenziali della mobilitazione populista:

1) Avversione nei confronti della politica rappresentativa (barriera tra popolo e potere politico): dal momento che i movimenti populisti sono portatori

di una ostilità radicale verso la politica rappresentativa, non viene colto l’aggancio tra principio della rappresentanza e il governo democratico

che scaturisce dalla partecipazione e dalla scelta elettorale dei cittadini. È infatti noto che i partiti/movimenti anti-sistema sono quelli che,

qualora di trovassero ad occupare ruoli di potere, non si limiterebbero a governare, bensì cambierebbero il sistema stesso. Come sostiene

Sartori, l’opposizione anti-sistema appartiene a un sistema di credenze che non condivide i valori dell’ordinamento politico nel quale opera.

Rappresentano quindi una conto-ideologia che rifiuta quella prevalente. Valutare la natura anti-sistema o pro-sistema è possibile effettuando 3

operazioni:

1. tratteggiarne il profilo ideologico;

2. comparare i lineamenti di tale profilo con quelli che definiscono il codice ideologico che legittima il sistema;

3. verificare la congruenza tra idee e comportamenti degli attori.

Lo scioglimento del nodo può avvenire soltanto basandosi sul piano empirico e storico. Vi sono però zone d’ombra anche qui. Infatti, la

rappresentanza politica è necessaria alla democrazia di massa, poiché in nessuna poliarchia contemporanea sarebbe tecnicamente possibile

un governo senza l’ausilio di assemblee elette sulla base di qualche meccanismo rappresentativo. Ma la politica rappresentativa non è

imputabile solo ai regimi democratici: basti pensare alle assemblee elette in rappresentanza dei vari segmenti sociali e professionali in un

regime autoritario o totalitario (Camera dei Fasci; Soviet). È quindi necessario precisare quale delimitazione si intende dare alla nozione di

politica rappresentativa. Parlare di politica rappresentativa tout court significa infatti rimandare a un insieme disomogeneo. Rappresentare

designa uno “fare per” (autorizzazione conferita al rappresentante; responsabilità che designa il momento della verifica) o un “stare per”

(rappresentanza descrittiva delle caratteristiche del rappresentato; rappresentanza simbolica del rappresentato)

2) Carisma di una leadership forte e personalizzata (annullata distanza tra capo e seguaci): rapporto leader-seguaci diretto cioè privo di mediazioni

istituzionali, fondato invariabilmente sulle doti carismatiche del capo, alle quali si accompagna solitamente la debole strutturazione delle

organizzazioni politiche. Coloro che riconoscono ai capi populisti delle doti carismatiche, asseriscono anche che il tenue consolidamento

organizzativo dei movimenti li mette nelle migliori condizioni per esercitare un controllo forte e centralizzato sull’organizzazione.

Si verifica un progressivo indebolimento dei legami diretti fra partiti ed elettori: da una situazione di forte radicamento organizzativo propria dei

partiti di massa si passa a una situazione di legami più deboli e discontinui fra partiti ed elettori. L’indebolimento dei legami partiti/elettori lascia

la porta aperta all’ingresso di movimenti collettivi di protesta. Generalmente, i populisti possiedono tutte le credenziali per incarnare quei

movimenti collettivi a leadership carismatica. Tuttavia studi recenti condotti su formazioni catalogate come di estrema destra, hanno negato

l’esistenza di un necessario trade off tra organizzazione e guida carismatica. Non si può quindi confermare che che ad una leadership

carismatica corrisponda una debole strutturazione del movimento populista. Anche la centralizzazione del controllo dell’organizzazione in capo

al leader populista potrebbe fondarsi su moventi diversi. Qualche contributo avanzato nel campo dello studio dei partiti ha rilevato che, pur

mancando di una qualificazione in senso carismatico, alcune figure riuscirono a conquistare il potere organizzativo e a mantenerlo, avviando nel

contempo un profondo riassetto delle proprie formazioni politiche.

È necessario focalizzare direttamente la questione della personalità carismatica dei capi politici. Nella sua famosa trattazione Weber sostiene

che il carisma è anzitutto un principio di legittimità, che si differenzia da quello tradizionale e da quello legale-razionale e sta a fondamento di un

rapporto di autorità. Weber carica l’accento sulla natura straordinaria e sovrannaturale delle doti di colui che “riceve” il carisma. Fino al suo

recepimento in seno alla sociologia weberiana, il vocabolo aveva era ampiamente utilizzato nella tradizione cristiana, dove indicava la grazia

divina che la Chiesa concedeva agli uomini di accoglierli nella ecclesia, oppure il dono che Dio fa agli esseri umani. Tenendo conto di questi

elementi, la guida carismatica può essere definita come la leadership fondata sopra una chiamata trascendente di un essere divino, nel quale

credono tanto la persona chiamata quanto coloro con i quali deve entrare in relazione per adempiere alla chiamata. È vero che Weber individua

alcune figure politiche che egli considera carismatiche, allo stesso modo dei profeti, ma queste doti “soprannaturali” possono essere attribuite a

tutti i capi politici? fa differenza che le masse seguano un leader perché lo credono investito dalla grazia divina; sotto questo profilo l’abilità,

l’intelligenza e la capacità oratoria non sono sufficienti a fare il carisma. L’utilizzo del termine carisma deve perciò essere parsimonioso e

riservato ai casi che ne esibiscono i caratteri specifici.

Le implicazioni che discendono dalla definizione di populismo portano ad interrogarsi sull’adeguatezza del termine a cogliere i dati della realtà:

risulta utile nella distinzione tra fenomeni populisti e quelli che non lo sono. Una possibile via per indagarne la specificità consiste nel

compararlo con altri concetti in uso nella letteratura. Un problema importante è lo sbagliato utilizzo di termini come sinonimi di populismo: per

esempio il termine “antipolitica”. Il termine ha designato 2 referenti: un tipo di retorica politica e un variegato insieme di idee accomunate

dall’ostilità verso la politica.

Importante è una concettualizzazione del discorso antipolitico proposto da M. Canovan che, esaminando il populismo, chiama in questo modo

una costruzione linguistica che oppone l’unità e la bontà del popolo alla faziosità dei partiti e delle élites, finalizzata all’articolazione della

protesta politica. Di conseguenza un impiego corretto di questa declinazione di “antipolitica” esclude che possa designare compiutamente le

manifestazioni populistiche, può piuttosto essere considerata come una dimensione del populismo. Effettivamente il concetto triadico di

populismo ha una portata semantica molto ampia, che contempla anche l’avversione per le mediazioni istituzionali.

Pensando all’antipolitica come pensiero che veicola un’opposizione a tutto tondo alla politica Schedler propone dei criteri per tentare di

organizzare il concetto, asserendo che i vari significati del termine possono essere divisi in due domini:

1) gruppo di definizioni che propugna il rigetto della politica in quanto tale e vagheggia la sua fine

2) rivendicazioni che puntano a colonizzare la politica, cioè a farne terreno di conquista per gli outsiders.

Il punto di contatto tra i due concetti risiede nella dinamica oppositiva che cavalcano, ma è comunque possibile evidenziarne le differenze che

escludono la possibilità di utilizzarli come sinonimi:

a. La dimensione della protesta nel caso dei populisti è allo stesso tempo più ampia, perché il ventaglio dei nemici comprende tutte le élites

sociali, e più ristretta perché non sono ostili alla politica in quanto tale, ma indirizzano il fuoco sulle minoranze che detengono il potere.

b. Per i populisti il problema non è eliminare il potere politico o subordinarlo ad altri tipi di potere, bensì promuovono la semplificazione della

politica, riducendo la distanza tra governanti e governati.

c. I soggetti evocati per correggere le distorsioni della politica sono il popolo da una parte (anti-politica) e una parte della società o un gruppo di

tecnocrati dall’altro (populismo)

Vi sono poi molti termini impiegati tanto nel linguaggio specialistico tanto in quello ordinario in riferimento a regimi, leader o partiti. Anche qui è

necessario chiarire le relazioni tra tali termini e “populismo”.

Il termine demagogia assume un duplice significato: uno descrittivo, che indica il semplice fatto della leadership, e l’altro valutativo che veicola la

disapprovazione etica verso una particolare leadership politica. Quindi, colui che ha ambizioni di leader deve assicurarsi il sostegno della

maggioranza; diventa così un capo politico, nella misura in cui riesce ad esercitare una influenza sulle scelte dell’assemblea.

Si possono allora delineare 3 elementi costitutivi di demagogia:

1) struttura uno/molti (oratore/pubblico);

2) funzione motivante del linguaggio;

3) emotività come requisito della ricezione.

Di qui è possibile capire perché la demagogia è associabile al populismo:

1) il fastidio per le mediazioni istituzionali, che spinge il leader a ricercare il contatto diretto e personalizzato con le masse;

2) l’appello ad una identità collettività portatrice di dignità etica (popolo)

3) denuncia delle élites.

Altri termini abbastanza utilizzati possono essere:

- “bonapartismo”, a cui vengono ricondotti due significati: uno che indica una condotta particolarmente aggressiva ed espansionistica, l’altro si

riferisce alla forma di governo in cui viene esautorato il potere legislativo, cioè il Parlamento. Le proprietà distintive del regime bonapartista sono

quindi la sottrazione di ogni potere alle istituzioni rappresentative e la concentrazione di risorse potestative nelle mani di un leader carismatico;

- “cesarismo” definisce un regime politico di transizione, che sorge in risposta alla decadenza delle istituzioni politiche esistenti ed è fondato sul

rapporto diretto fra leader e gli appartenenti alla comunità politica. Il concetto di regime cesaristico è sovrapponibile al bonapartismo in quanto il

dato di fondo resta il legame immediato tra guida politica e popolo;

- “plebiscitarismo” in riferimento alle tecniche attraverso cui si manifesta il consenso per un leader, il termine indica lo strumento di decisione

collettiva di questioni che riguardano l’intera unità politica. Indica il voto di approvazione ad un leader politico, solitamente per legittimare il suo

insediamento nel ruolo di potere.

In particolare il bonapartismo incorpora come elemento comune al populismo l’abbattimento delle mediazioni istituzionali e l’accentramento della

distribuzione del potere in capo ad una leadership personalizzata.

COMPETIZIONE POLITICA E POPULISMO NEI SISTEMI DEMOCRATICI

A partire dagli anni ’70 il “nuovo populismo” ha investito le democrazie mature, con la comparsa sulla scena di soggetti quali il Front National

(Francia), Lega Nord (Italia), One Nation (Australia).

I tratti che accomunano questi attori sono:

- l’appello al popolo quale fonte di legittimazione politica,

- l’antagonismo verso tutte le élites e i partiti

- l’insistenza su temi quali l’opposizione all’immigrazione

- la riforma dei sistemi di Welfare state

- un’articolazione organizzativa verticistica in capo ad una leadership ristretta e fortemente personalizzata.

Occorre spiegare perché, nelle poliarchie contemporanee, si registra l’insorgenza di tali partiti che fanno emergere la problematicità del nesso tra

populismo e regime democratico:

- Impatto della globalizzazione sulle economie nazionali

- Mutamento della struttura dei cleavages politicamente attivi

- Declino delle passioni politiche

- Crisi dei partiti tradizionali

- Delegittimazione dei governi a livello di opinione pubblica

Vi è inoltre un dato da considerare che mostra l’insufficienza delle interpretazioni che ricercano i fattori di precipitazione del populismo a livello di

struttura politica: l’ascesa dei partiti e movimenti populisti non investe in modo uniforme tutte le democrazie. Guardando il quadro europeo è

facile distinguere i contesti nei quali la mobilitazione populista ottiene risultati da quelli dove è assente o molto debole.

Le cause per cui alcune poliarchie sembrano immuni alla sfida populista non sono più da ricercare soltanto o principalmente nelle componenti

del regime, ma occorre considerare l’andamento della competizione politica nei sistemi democratici: significa quindi porre sotto osservazione

l’insieme dei comportamenti dinamici degli attori politici, che si incanalano entro gli argini istituzionali della poliarchia senza modificarli. Tali

comportamenti danno luogo al processo politico normale, che si può a sua volta definire in basi ai suoi esiti in base alla formazione e

sostituzione dei governi e alle decisioni politiche sostantive.

Il livello di indagine cambia dunque dalla struttura al processo, guardando al populismo come prodotto di certe pratiche competitive dei partiti

tradizionali o come risultato della mobilitazione di determinati umori dell’elettorato.

Elenco delle congetture utili a spiegare la variabilità della presenza populista nelle democrazie europee:

1. Il populismo nei sistemi politici europei

La disomogeneità osservata nell’insediamento dei partiti populisti in Europa dipende da fattori quali le regole elettorali, la distribuzione del potere

politico tra centro e periferia, la configurazione stabile della competizione politica, la collocazione degli attori rispetto alle issues che generano

ansia e turbamenti collettivi. La varietà dell’esordio dei partiti populisti ha indotto i ricercatori a perseguire interpretazioni applicando il metodo

della comparazione ad un ristretto numero di casi.

a) La “politica del risentimento”: l’approccio di H. Betz

Questo autore considera il nuovo populismo di destra come un fenomeno che prende avvio in un quadro contrassegnato dai mutamenti

avvenuti nella struttura socio-economica e socio-culturale delle democrazie avanzate. Dagli anni ’70 si assiste alla transizione al

“capitalismo post-industriale”, che produce una individualizzazione dei rischi e un elevato livello di disoccupazione. I contraccolpi negativi

del cambiamento colpiscono gruppi sociali ben definiti, i cosiddetti “sconfitti della globalizzazione” che sono per lo più operai maschi non

specializzati. Questo perché non disponendo delle risorse per creare un soggetto collettivo, costituiscono un serbatoio di voti disponibili, dal

momento che le trasformazioni economiche si riflettono sul declino del voto di cleavage (spaccatura) e il corrispondente incremento del

voto di issue (posizione assunta dai partiti in merito a una questione specifica). Tali dinamiche spiegano la conformazione della coalizione

sociale che sostiene la mobilitazione populista, come la graduale proletarizzazione dei seguaci, ma non aiutano a comprendere perché

alcuni partiti populisti attirino vaste porzioni dell’elettorato mentre altri restano deboli. È quindi indispensabile distinguere le cause del

successo iniziale dalle condizioni che ne assicurano la continuativa presenza. Quanto all’ascesa delle formazioni populiste, il successo è

connesso alla diffusione dei sentimenti d sfiducia verso le istituzioni e i partiti tradizionali. Il rapporto governanti/governati va deteriorandosi

accentuando la distanza tra cittadino e le élites. Tra le cause vi possono essere:

- scarsa rispondenza dei governi

- episodi di corruzione

- declino delle ideologie

- contestazione della funzione retributiva

il rifiuto dei cittadini per la politica e i partiti sfocia così nell’astensionismo o in un voto di protesta che converge con sui partiti populisti.

Dunque, la probabilità che gli attori populisti ottengano successo alle urne dipende dalle loro capacità di volgere a proprio vantaggio la

delegittimazione di massa che ha come bersaglio gli abituali protagonisti della scena politica.

Per quanto riguarda il mantenimento del consenso Betz muove da una premessa, secondo cui nel primo periodo, le formazioni populiste

continuano ad attrarre voti se vengono reputate competenti ed efficaci. Questo accade quando i populisti detengono il monopolio di una

issue rispetto alla quale gli altri partiti hanno difficoltà: spesso si tratta dell’immigrazione. Infatti quasi tutti i programmi populisti

comprendono misure per contenere questo fenomeno, mettendo solide radici dove i governi adottano politiche restrittive in tema di

permessi di soggiorno o diritto di asilo. Tuttavia si è dimostrato che i partiti populisti faticano a consolidarsi in contesti nei quali il fenomeno

migratorio assume ampie proporzioni.

La percezione di questi partiti come efficaci dipende anche da altre due variabili: la compattezza interna e il possesso di una forte

leadership. In assenza di questi requisiti, il consenso iniziale tende a scemare , poiché un partito debolmente strutturato difficilmente è

ritenuto un concorrente temibile per l’establishment. Il banco di prova per i populisti è la partecipazione a coalizioni di governo: in genere si

dimostra negativa. Una volta guadagnato l’accesso al potere politico infatti, si rivelano incapaci di implementare le politiche invocate

dall’opposizione.

Quindi tutti i partiti populisti emergono grazie alla forte polemica “antipolitica”. Affinché il sostegno venga conservato nelle elezioni

successive sono necessarie determinate condizioni:

1) Monopolio di una issue alla quale la popolazione è particolarmente sensibile

2) Presenza di un’organizzazione coesa nelle mani del leader

3) In caso vengano ricoperti ruoli di autorità, garanzia della stabilità della coalizione

Le maggiori perplessità riguardano però la connessione tra mobilitazione del risentimento e il boom elettorale dei partiti populisti.

L’interpretazione di Betz sembra indebolita da 2 osservazioni: innanzitutto la diffusione a livello di massa di sentimenti verso la politica e i

partiti costituisce un tratto comune a molte democrazie, ma questo non comporta per forza un nesso tra l’insoddisfazione per il

funzionamento del regime democratico e l’ascesa populista. Inoltre la chiave di lettura avanzata da Betz sembra potersi applicare ai partiti

populisti che hanno un’origine esterna, cioè al di fuori dei parlamenti nazionali. Tende dunque a separare i partiti populisti estranei

all’establishment e partiti tradizionali, cioè membri dell’establishment.

In conclusione questo disegno aiuta a rendere conto della variabilità registrata nei partiti populisti europei ma appare poco adatto a

spiegare perché partiti da tempo radicati nel sistema si trasformino in partiti populisti e perché continuino ad ottenere un successo sempre

maggiore.

b) La “cartellizzazione dei sistemi di partito”: l’approccio di P. Taggart

La proposta di Taggart presenta molteplici punti di contatto con quella di Betz. Egli connette la genesi dei nuovi partiti di protesta a tre ordini

di fattori:

1) trasformazioni maro-economiche che avviano le democrazie mature allo stadio del post-industrialismo

2) reazioni che tali mutamenti attivano su entrambi i lati del mercato politico

3) grado di apertura de sistema politico.

Tuttavia, ai cambiamenti che investono le attività produttive Taggart non associa un impatto selettivo sulle singole economie nazionali,

rileva solo una lieve correlazione tra l’assenza di barriere all’entrata del sistema partitico e il successo populista.

La principale variazione che scompone il versante della domanda politica consiste nel de-allineamento di vasti settori di elettorato, che

tendono a sfuggire al condizionamento operato dalla struttura di divisione che ruota attorno all’asse destra-sinistra. Una linea di frattura

inedita acquista però rilevanza: quella che oppone il materialismo al postmaterialismo. Taggart asserisce che in molti sistemi di partito

europei il tasso di competitività tra gli imprenditori politici si sta affievolendo e si vanno profilando dei cartelli: la continua erosione della

base elettorale dei partiti membri dell’establishment mette a repentaglio le rispettive posizioni di autorità, spingendo così gli attori politici ad

assumere comportamenti di tipo collusivo per impedire che il loro oligopolio venga attaccato dall’esterno.

La tesi di Taggart è che la mobilitazione populista ottiene risultati migliori laddove prevale la cartellizzazione del sistema partitico. Le

democrazie consociative costituiscono un terreno favorevole poiché richiedono la collaborazione continuativa tra le élites politiche, quindi

questi regimi producono quasi spontaneamente sistemi di partito cartellizzati.

La tesi formulata non regge però al vaglio empirico: questo approccio pare infatti abbia difficoltà a spiegare le trasformazioni di alcuni partiti,

che avrebbero avuto interesse a rimanere nel cartello per mantenere ruoli di potere ma che invece hanno promosso una strategia di

allontanamento dalle coalizioni per aderire ad un’impostazione populista.

Vengono però individuati anche due pregi importanti:

1) a differenza di Betz egli chiarisce che gli imprenditori politici populisti non sono gli unici vettori della contestazione alla classe politica: i

sistemi di partito europei offrono diverse alternative agli elettori delusi dalla partitocrazia

2) integra l’esame dei processi che si dispiegano a livello di massa con la valutazione del comportamento delle élites politiche.

c) I due volti della “destra radicale”: l’approccio di H. Kitschelt

Kitschelt proietta la sua interpretazione sullo sfondo dalla transizione all’economia post-industriale. Sulle piazze democratiche si affacciano

consumatori alla ricerca di un particolare bene politico, che incorpora:

- una visione etnocentrica dei diritti di cittadinanza

- una soluzione autoritaria per quanto riguarda le modalità dell’azione collettiva

- sostegno al libero mercato quale criterio di distribuzione delle risorse sociali.

L’emersione di questa domanda non determina di per sé l’insorgenza di organizzazioni politiche con simili caratteristiche, ma secondo

Kitschelt la mobilitazione della nuova destra radicale dipende dalla struttura delle opportunità. Ovviamente sono da tenere in conto altri

fattori come l’organizzazione e l’abilità della leadership a maneggiare un insieme di issues.

Le dinamiche competitive plasmano anche il tipo di offerta politica della destra radicale:

1) Partiti autoritari di destra: si fanno portatori di una formula vincente che combina la forte enfasi sull’identità nazionale con l’impostazione

neoliberale in economia e la preferenza per un metodo autoritario di decisione collettiva. Tendono ad avere riscontro elettorale nei

sistemi che esibiscono una convergenza tra i partiti della sinistra riformista e della destra moderata.

2) Partiti populisti anti-statalisti: hanno successo se la convergenza tra de-polarizzazione ideologica e comportamento delle forze politiche

avviene in regimi contraddistinti da una massiccia compenetrazione tra sistema politico e sistema economico, la cui saldatura è

cementata da relazioni clientelari e circuiti di patronage.

Focalizzando lo sguardo sui casi europei, ciascuno dei quali ha visto il consolidamento di un partito populista anti-statalista, Kitschelt

considera i dispositivi che presiedono alla contestazione degli scambi clientelari che predominano nella sfera politica e nell’ambito

economico. Il punto è, se questi sistemi hanno sempre funzionati grazie a queste interazioni, perché ad un certo punto sono state

percepite come scandalose, aprendo così uno spazio politico occupabile dai partiti populisti anti-establishment? La rivoluzione

tecnologica e la transizione al post-industrialismo hanno prodotto, la crescente inefficienza delle strutture economiche che in questi

paesi generavano le risorse necessarie a retribuire, attraverso rapporti clientelari, una vasta platea composta dai perdenti e dagli esclusi

dal mercato. La necessità di ristrutturare le relazioni industriali e corporative, in presenza di politiche di bilancio restrittive e di pressioni

alla liberalizzazione delle imprese statali, ha determinato un’improvvisa visibilità di queste pratiche. Allo stesso tempo è aumentata la

percezione del costo sociale del mantenimento delle pratiche clientelari. I partiti populisti, marcando la loro distanza dalle forze

tradizionali, hanno perciò avuto l’occasione di tradurre in sostegno politico l’indignazione per gli sprechi del sistema e per la corruzione

della partitocrazia, a fronte della riduzione delle spese sociali. Nel momento in cui ottengono un successo elettorale tale da metterli al

governo però, anche i populisti perderanno di sostegno nelle consultazioni successive, dal momento che la partecipazione alla

coalizione di maggioranza li porta ad essere corresponsabili di decisioni politiche che danneggiano il loro bacino elettorale.

Quindi Kitschelt spiega l’ascesa del populismo anti-statalista conciliando fattori di sfondo, cioè macro-economici, con elementi

culturali/psicologici, come la rivolta contro il clientelismo.

L’interpretazione di Kitschelt presenta punti degni di attenzione:

- Vengono affinate le conclusioni di Taggart e viene creato uno schema che risulta applicabile anche a casi che sfuggivano al precedente

modello

- precisazione secondo cui la crisi economica non si traduce meccanicamente nell’insorgenza dei partiti populisti

- Specificazione dei meccanismi che favoriscono la mobilitazione populista sul versante dei rapporti tra governanti e gruppi di pressione

- Ricorso al concetto di apertura della struttura delle opportunità, quale strumento efficace per connotare la conversione di partiti tradizionali

in partiti populisti.

In tutti i sistemi europei, dal dopoguerra si registra l’alternanza al governo tra le forze socialdemocratiche e quelle conservatrici. Questo criterio

non fornisce però un aiuto per capire perché certi partiti populisti hanno più successo di altri, è invece più utile considerare la formula adottata

dai partiti populisti. L’assenza o la debolezza dei partiti populisti e della destra radicale sono esclusivamente imputate all’incapacità, da parte di

questi soggetti, di confezionare una formula vincente che raccolga il consenso.

Esaminando il contributo di Taggart abbiamo visto che li risultanze empiriche non chiariscono in quale senso la presenza di certi tratti costitutivi

del regime promuova o freni l’affermazione dei populisti.

Ci si può così collegare all’argomentazione di Papadopoulos, il quale volge lo sguardo alla fisionomia della competizione politica. La sua tesi è

che “le organizzazioni populiste traggono la loro forza dalle debolezze dei concorrenti”. Quindi il loro successo è il prodotto di uno scarso

rendimento del sistema che vede da un lato l’over-promising (eccesso di promesso prima delle elezioni che poi non vengono mantenute), e


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in comunicazione interculturale e multimediale (Facoltà di Economia, Giurisprudenza, Ingegneria, Scienze Politiche e Lettere e Filosofia)
SSD:
Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeriasantoro di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Comunicazione politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pavia - Unipv o del prof Chiapponi Flavio.

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