Introduzione, definizione di percezione, realismo ingenuo, realismo critico
Lo studio della percezione umana ha preceduto la nascita della psicologia come scienza sperimentale. Platone proponeva una teoria di come avviene il fenomeno percettivo: siamo in grado di percepire le cose intorno a noi grazie a dei "raggi" che escono dai nostri occhi e colpiscono il mondo circostante, veicolando le informazioni percettive.
Definizione: in generale, la percezione si può definire come il processo mediante il quale traiamo informazioni sul mondo nel quale viviamo.
Definizione atto percettivo: secondo Canestrari, esso è primitivo, immediato, oggettivo, cioè è connesso in qualche modo alle caratteristiche fisiche degli oggetti esterni, ed è globale e unitario, cioè rappresenta uno stato mentale continuo, consistente ed organizzato.
Percettologo: studioso della percezione.
La percezione sembra un atto naturale, automatico, mentre in realtà la catena di eventi che conduce ad avere coscienza del mondo esterno implica numerosi processi e differenti stadi di elaborazione neurale. Si è propensi a pensare che il mondo lo si veda in un certo modo perché esso è così nella realtà. Questo schema di pensiero viene denominato realismo ingenuo. Secondo questo approccio, esiste una corrispondenza fra le caratteristiche della realtà fisica e quelle della realtà mentale, soggettiva o fenomenica.
Gli scienziati sostituiscono il realismo ingenuo con il realismo critico secondo il quale gli eventi percettivi devono essere studiati con un metodo sperimentale e scientifico.
Evidenze contro il realismo ingenuo
Una serie di evidenze mostra chiaramente che il realismo ingenuo è insufficiente a spiegare il fenomeno della percezione:
- Questioni neurofisiologiche: percepire consta di differenti stadi successivi e relativamente indipendenti, che possono agire in serie o in parallelo. Infatti, lo studio della neurofisiologia del sistema nervoso umano ha evidenziato che il processo percettivo è mediato da molteplici strutture cerebrali e processi mentali. Nel caso della percezione visiva, l'immagine del mondo esterno viene trasdotta dalla retina, qui viene codificata in segnali neurali e trasmessa al Talamo tramite il nervo ottico e poi il tratto ottico. Dal Talamo, l'informazione visiva è inviata alla corteccia visiva primaria. Da qui, l'informazione visiva è trasferita alla corteccia extrastriata e successivamente viene inviata verso altre aree corticali, dove alla fine avviene la sintesi delle informazioni e quindi la percezione ed il riconoscimento di ciò che vediamo.
- Osservazioni effettuate su pazienti neurologici con lesioni focali alle aree corticali deputate all'elaborazione delle immagini. Alcuni soggetti, che soffrono di agnosia visiva, derivante da danni cerebrali, sono perfettamente in grado di vedere e addirittura di leggere, ma non sono in grado di riconoscere ciò che vedono, quindi è evidente che è possibile vedere ma non percepire.
- Casi di assenza fenomenica in presenza di oggetti fisici: l'occhio umano è sensibile solo a una minima parte dello spettro luminoso. Esempio: l'immagine di un fiore come la percepisce un soggetto umano è diversa da come la percepisce un'ape perché l'ape è in grado di rilevare quei colori che sono nel campo dell'ultravioletto, mentre l'uomo non lo è. Un altro esempio comune è la nostra percezione dei suoni. Come sappiamo, l'uomo non è sensibile agli ultrasuoni. Altre specie animali sono invece sensibili a questi suoni.
- Casi di presenza fenomenica in assenza di oggetti fisici: vi sono anche situazioni opposte, nelle quali noi percepiamo qualcosa che non esiste nella realtà fisica. In questo caso, la realtà fisica è priva di stimoli ma il sistema nervoso genera autonomamente emozioni e percetti. Esempio: la tipica sensazione di essere in movimento quando ci si trova su un treno fermo e si vede dal finestrino un altro treno sul binario affianco che sta partendo. Già dagli anni '30 del Novecento furono costruite delle immagini ad hoc, nelle quali ci sembra di vedere alcune cose che nell'immagine non sono effettivamente presenti. Un esempio classico è il cosiddetto triangolo di Kanisza: ci sembra di vedere un triangolo bianco posto sul piano anteriore rispetto alla figura. Addirittura, sembra che il triangolo bianco sia di un colore più chiaro dello sfondo dell'immagine, invece non c'è nessun triangolo. Ci troviamo in presenza di una costruzione puramente percettiva, cioè vi è un percetto in assenza dell'oggetto fisico.
Situazioni di discrepanza tra oggetto fisico ed oggetto percepito: le illusioni
L'atto percettivo è un atto che consta di differenti stadi successivi ed è caratterizzato da alcune discrepanze tra lo stimolo fisico e ciò che percepiamo. Tali discrepanze tra l'oggetto fisico e l'oggetto fenomenico sono lampanti quando ci troviamo di fronte ad alcuni fenomeni naturali oppure figure particolari, create ad hoc per esaltare questa discrepanza. Un esempio classico è la dimensione della luna che sembra più grande quando si trova vicino all'orizzonte e più piccola quando si trova in alto nel cielo notturno. Questa è una illusione, dato che la luna non cambia di dimensioni, dal momento che essa si trova sempre alla stessa distanza dalla terra.
Nel corso degli anni sono state progettate delle immagini, dette illusioni ottiche, che mostrano quanto sia profonda la differenza tra la realtà fisica e ciò che esperiamo. Esistono diversi tipi di illusioni ottiche:
- Illusioni di contrasto di colore: questa figura ci mostra che la nostra percezione dei colori e dei contrasti è anche determinata dal contesto e dal colore dello sfondo. I due quadrati sembrano essere di una diversa gradazione di grigio. In realtà, sono uguali, ma la gradazione dello sfondo ne determina la luminosità relativa.
- Illusioni ottico-geometriche:
- Illusione di Poggendorf: la linea obliqua sembra spezzata ma è continua.
- Illusione di Müller-Lyer: le due linee orizzontali hanno la stessa lunghezza, ma quella superiore sembra più lunga.
- Illusione di Ponzo: la linea superiore sembra più lunga di quella inferiore ma sono uguali.
- Illusione di Orbison: i quadrati sembrano distorti ma non lo sono.
- Illusione di Zollner: i quadrati sembrano di dimensioni ed orientamento diversi, ma sono tutti uguali.
- Illusione di Ebbinghaus: il cerchio interno sembra più grande nella figura di destra rispetto a quella di sinistra.
Le illusioni ottiche rappresentano un esempio lampante del fatto che ciò che percepiamo non sempre, anzi, quasi mai, è una fotografia perfetta della realtà. Questi esempi sorprendenti indussero i primi studiosi della percezione ad abbandonare definitivamente la prospettiva del realismo ingenuo a favore di una prospettiva costruttivistica. La prospettiva costruttivistica vede la percezione umana (ed animale) come un atto di costruzione. Gli studiosi che si collocano in tale prospettiva affermano che, a partire dalla realtà fisica, la realtà mentale è costruita attivamente e completata dal nostro cervello a partire dalle credenze, dalle aspettative e dalle regole imposte dal nostro sistema percettivo, determinate dalla struttura stessa del sistema nervoso.
L'esame delle problematiche esposte finora pone diversi problemi allo studioso della percezione. Alcune delle problematiche più rilevanti inerenti la percezione sono le seguenti:
- Come si costituisce a livello fenomenico l'unità propria dell'oggetto fisico?
- Perché le dimensioni di un oggetto rimangono invariate a livello fenomenico quando invece la proiezione retinica di un oggetto varia di dimensione a seconda della distanza? In altre parole, ad esempio, perché una persona viene percepita della stessa altezza, indipendentemente dal fatto che si trovi vicina o lontana dai nostri occhi.
- Come si crea a livello fenomenico la tridimensionalità o corporeità degli oggetti? Il mondo ci sembra tridimensionale, dotato di uno spessore, con gli elementi del campo visivo disposti in posizioni diverse nella dimensione della profondità. Ciò dovrebbe essere impossibile dato che, a livello retinico, il mondo è piatto.
- Come è possibile percepire il movimento? Più nello specifico, come è possibile percepire un oggetto in movimento come un oggetto unico che si muove e non come diverse entità che si susseguono l'una l'altra nello spazio e nel tempo?
- In che modo i bisogni, le motivazioni, le aspettative, la conoscenza del mondo influiscono sulla percezione? In altre parole, ci si chiede se vediamo il mondo in un certo modo poiché abbiamo imparato a vederlo così oppure perché ci aspettiamo di vederlo in un certo modo. In effetti, le aspettative e la conoscenza influiscono fortemente sul risultato dell'atto percettivo.
Gli approcci moderni allo studio della percezione cercano di rispondere a queste domande attraverso il metodo sperimentale tramite metodi comportamentali e attraverso lo studio dei correlati neurali della percezione e l'indagine della struttura stessa del sistema nervoso e di quelle aree corticali connesse, direttamente o indirettamente, con la percezione.
L'inizio dello studio sistematico della percezione: la scuola della Gestalt
Helmholtz e le “sensazioni elementari”: l'approccio associazionistico o atomistico
Secondo Helmholtz, il nostro sistema percettivo consta di due strati relativamente separati:
- Sensazioni elementari: questo stato psichico prevedeva una corrispondenza perfetta tra l'oggetto fisico e la sua rappresentazione mentale.
- Appercettivo: questo era uno strato superiore, riferito alle facoltà psichiche superiori, comprendeva il ragionamento, la memoria, le aspettative e in base alle specifiche "esperienze passate", avrebbe provveduto ad associare, a sommare, ad unificare le sensazioni elementari provenienti dal primo stato psichico. Questa seconda fase, più complessa e più nobile, si distacca dalle sensazioni elementari e completa, unificando l'oggetto fisico, le informazioni provenienti dagli organi di senso.
Questo approccio fu accolto favorevolmente ed ebbe una notevole risonanza nell'Europa di fine '800. Purtroppo, però, presenta numerose incongruenze e problematiche:
- Le odierne conoscenze nel campo delle neuroscienze ci permettono di affermare che non vi è traccia, nel nostro sistema nervoso, dei due strati postulati da Helmholtz.
- Né Helmholtz, né i suoi seguaci diedero mai una spiegazione più approfondita di come avvenisse l'atto appercettivo.
- È da considerare errata, o quantomeno non dimostrabile, l'assunzione che gli impulsi neurali provenienti dagli organi di senso costituiscano i "primi" dati psicologici, le "sensazioni elementari".
Le idee messe in campo da Helmholtz e colleghi ebbero il merito di dare un forte impulso allo studio della percezione tramite tecniche sperimentali ed in qualche modo gettano le basi per la nascita di una delle scuole di pensiero più importanti della psicologia: la scuola della Gestalt.
La nascita della scuola di Berlino: la psicologia della Gestalt
Il termine Gestalt è una parola tedesca che si può tradurre con la parola italiana forma o rappresentazione. La psicologia della Gestalt è una corrente di pensiero che si sviluppò a Berlino tra gli anni dieci e gli anni trenta del Novecento, per poi proseguire in America. Tra i fondatori possiamo annoverare Kurt Koffka, Wolfgang Köhler e Max Wertheimer. La scuola della Gestalt ha fornito idee importanti non solo nel campo della psicologia della percezione ma anche nello studio del ragionamento, dell'apprendimento, della memoria, del pensiero, nella psicologia sociale e nella psicologia clinica.
La corrente della Gestalt nacque soprattutto a partire dall'adozione del metodo di indagine detto metodo fenomenologico che prevedeva che il soggetto sperimentale venisse posto di fronte a stimoli particolari che poi venivano manipolati e modificati. I gestaltisti annotavano poi le variazioni in ciò che soggetti percepivano, relativamente alle modifiche effettuate sullo stimolo fisico. Grazie a questa tecnica i gestaltisti furono in grado, ad esempio, di definire la natura del percetto più semplice possibile. Infatti, nel 1930, Metzger scoprì che, se un soggetto sperimentale viene posto di fronte ad un campo visivo omogeneo creato ad hoc, i soggetti non percepivano una superficie piatta ma bensì uno spazio tridimensionale che si estendeva in tutte le direzioni. In questo modo Metzger dimostrò che il livello di percezione visiva più semplice è uno spazio tridimensionale. Già solo questa scoperta metteva in crisi l'approccio associazionistico, infatti si dimostrò che in assenza di stimoli strutturati non vi è assenza di percezione, ma vi è già una costruzione attiva di una forma, o meglio di un "campo", dotato di una certa corporeità.
Il gradino successivo nella costruzione percettiva è la differenziazione del campo visivo in figura e sfondo. L'organizzazione figura-sfondo è uno dei contributi più importanti della psicologia della Gestalt. I gestaltisti, tramite il metodo fenomenologico, furono in grado di formulare alcune regole e proprietà che descrivono le caratteristiche di questa differenziazione del campo percettivo. Essi parlavano, a proposito di questo fenomeno, di "articolazione figura-sfondo", sostenendo che alla base di questa capacità vi è una decisione organizzativa che il nostro sistema percettivo deve prendere, cioè quale sia la cosa da guardare e quale sia lo sfondo.
I gestaltisti indagarono le caratteristiche dell'articolazione figura-sfondo utilizzando particolari figure dette reversibili, multistabili o ambigue quali il vaso di Rubin. Studiando le reazioni dei soggetti a questo tipo di immagini, il gruppo dei gestaltisti scoprì alcune proprietà della figura e dello sfondo:
- La figura è maggiormente oggettuale e tende sempre a catturare maggiormente l'attenzione rispetto lo sfondo.
- Lo sfondo sembra essere costituito di un materiale senza forma, che continua indefinitamente dietro la figura.
- La figura viene percepita come davanti allo sfondo.
- Il margine, il confine che separa la figura dallo sfondo, sembra sempre appartenere alla figura e non allo sfondo.
- Non è possibile percepire contemporaneamente entrambe le configurazioni.
Ciò ci fa capire che la percezione umana è anche il risultato dell'esperienza precedente ed attuale con il mondo fisico, risponde, cioè, a delle regole che aiutano il soggetto percipiente a interpretare correttamente il mondo. I fattori di organizzazione del campo percettivo hanno un carattere adattivo, cioè si sono evoluti insieme agli altri aspetti della cognizione, per effetto della pressione ambientale e per aiutarci a dare ordine al mondo circostante (es. riconoscere un animale che si è mimetizzato).
I fattori di organizzazione del campo percettivo secondo gli psicologi della Gestalt
Il passaggio successivo per gli psicologi della Gestalt fu di formulare un insieme di principi di organizzazione percettiva, per descrivere e dar conto del modo in cui organizziamo ed unifichiamo gli elementi di una totalità percettiva. Essi inizialmente formularono una legge di organizzazione generale che comprendeva ed includeva tutti gli altri principi di unificazione da loro proposti successivamente. Si tratta della legge della pregnanza, o legge della buona forma, enunciata da Koffka nel 1935, anche detta legge della buona Gestalt.
Oltre a questa, Wertheimer, nel 1923, enunciò una serie di fattori di unificazione o organizzazione del campo percettivo.
Leggi di organizzazione percettiva
- La buona forma o "Gestalt": il campo percettivo si segmenta in modo che ne risultino percetti unitari per quanto possibile equilibrati, armonici, costituiti secondo un medesimo principio in tutte le loro parti. In pratica "delle diverse organizzazioni geometricamente possibili, si realizzerà effettivamente quella che ha la forma migliore, più semplice e più stabile.
- Vicinanza: le parti del campo percettivo che sono vicine tendono ad organizzarsi come unico elemento percettivo.
- Somiglianza: in una data configurazione di stimoli diversi, quelli più simili tra di loro tendono ad essere percepiti come una unità. L'italiano Cesare Musatti, negli anni 30 del '900, ha ulteriormente analizzato questo importante fattore e lo ha esteso, denominandolo fattore del "destino comune", osservando che anche il movimento costituisce una particolare ed importante forma di somiglianza. Quindi il fattore di somiglianza si può estendere al comportamento stesso degli oggetti di un campo percettivo ed al loro movimento relativo. Musatti sosteneva infatti che si costituiscono in unità quelle parti del campo visivo che si muovono insieme o in modo simile.
- Chiusura: le regioni che sono delimitate da margini chiusi tendono ad essere percepite come una figura più facilmente di quelle con contorni aperti o incompleti.
- Continuità di direzione: a parità di altre condizioni, si impone quella unità percettiva il cui margine offre il minor numero di cambiamenti o di interruzioni. Questo è uno dei fattori più rilevanti nell'organizzazione percettiva.
- L'esperienza passata: oltre ai fattori esposti finora, che sono da considerarsi innati, vi è un fattore empirico, basato sulla nostra esperienza precedente. Infatti, la strutturazione del campo percettivo avviene anche sulla base delle nostre esperienze passate, in modo che sia favorita la costituzione di oggetti con i quali abbiamo familiarità, entità che abbiamo conosciuto.
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