Imprese, competitività e sviluppo
«La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell'azienda: quando un'azienda produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia, il profitto non è l'unico indice delle condizioni dell'azienda. È possibile che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell'azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. [..] Scopo dell'impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l'esistenza stessa dell'impresa come comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell'intera società. Il profitto è un regolatore della vita dell'azienda, ma non è l'unico; ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali per la vita dell'impresa».
(Papa Giovanni Paolo II, Centesimus Annus, n.24)
Indice
- La crisi e il quadro economico internazionale
- Dottrina sociale della Chiesa (DSC) e impresa
- Opportunità imprenditoriali ed imprenditori
- L’impresa: organizzazione, risorse ed obiettivi
- L’innovazione nella piccola impresa
- Le piccole imprese
- I diversi modelli di capitalismo
- Le piccole imprese e i loro percorsi di crescita
- Il capitalismo familiare: profili economici
- Il sistema dei distretti
- Analisi della competitività
- Impresa, capitale umano e innovazione
- Il sistema produttivo italiano e la quarta rivoluzione industriale
La crisi e il quadro economico internazionale
«La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano. [...] La crisi mondiale che investe la finanza e l’economia manifesta i propri squilibri e, soprattutto, la grave mancanza di un orientamento antropologico che riduce l’essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo» (Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n. 55).
È evidente come i modelli matematici ed econometrici elaborati dalla teoria economica non siano stati in grado di prevedere e dunque evitare la crisi economica. Le crisi obbligano la teoria economica a ripensare ai propri principi. Vengono messi in discussione i postulati economici da cui prende vita la teoria economica dominante. A fondamento di questa teoria economica vi sono la teoria del consumatore con la massimizzazione dell’utilità per quest’ultimo, e la teoria di massimizzazione del profitto.
Secondo questo modello economico, le imprese non sono fatte di persone (sono delle scatole nere in cui entrano input ed escono output) e gli imprenditori hanno come unico obiettivo la massimizzazione dei profitti. Ma, la realtà è che le persone non sono ridotte al mero consumo e la loro funzione non è solo la massimizzazione dell’utilità. I modelli matematici applicati alle persone umane non hanno funzionato e non possono funzionare. L’economia non può essere studiata attraverso la mera applicazione di modelli matematici.
La crisi del 2008, infatti, ha messo in discussione i principi dell’economia. Quindi, per porre rimedio a questo problema, oggi, le aziende vengono gestite introducendo nuovi schemi, come ad esempio la diffusione della psicologia nell’ambito economico. L’anno 2008 ha rappresentato il momento di cesura del modo di pensare (prima e dopo). Si è partiti dall’idea che l’unica responsabilità dei manager fosse quella di fare profitti (esistono solo gli shareholder). L’essere umano è stato ridotto ad un suo unico bisogno, il consumo. Ci si è dimenticati del primato della persona e come conseguenza, l’economia ha manifestato i propri squilibri.
La crisi finanziaria
- Globalizzazione
- Concorrenza
- Consumi
- Tecno-e nascita del mercato globale, salariale, finanziati a debito, scoppio della bolla immobiliare (crisi mutui sub-prime).
Nasce il cosiddetto mercato globale. Il mercato mondiale cresce e il primo effetto della globalizzazione è lo shock dal lato dell’offerta, i produttori sono cresciuti a dismisura, portando le loro merci sul mercato mondiale; molti produttori hanno iniziato a produrre i nostri prodotti facendo forte concorrenza sui nostri mercati. I competitors si sono moltiplicati proponendosi sul mercato globale a prezzi molto più bassi rispetto ai nostri grazie ad un ridotto costo del lavoro (dovuto a condizioni di lavoro precarie a cui i dipendenti di alcune imprese dei paesi in via di sviluppo sono sottoposti), ad un’assenza di regolamentazioni, ecc..
La domanda, in questa fase, si è concentrata sui prodotti con un contenuto tecnologico importante, scatenando così uno shock anche dal lato della domanda. Le aziende locali hanno subìto, quindi, un doppio shock: la concorrenza salariale (i salari si riducono) è stato il primo effetto negativo; una mossa necessaria per evitare la delocalizzazione da parte di alcune imprese. L’occidente si è trovato più povero. I prezzi salivano, mentre i salari diminuivano (diminuiva così il potere d’acquisto). Come si possono comportare i consumatori in questa situazione?
- Hp1: Riducono i consumi, cambiano le abitudini di consumo.
- Hp2 (proposta della finanza): si fanno debiti. Nasce, infatti, un nuovo abito mentale, soprattutto in America, dove le famiglie tentano di mantenere lo stile di vita che avevano prima della crisi. I consumi, quindi, non vengono ridotti, ma vengono finanziati a debito.
«Economie immerse in una crisi di fiducia. L’evoluzione naturale della congiuntura è stata bruscamente interrotta dal crack di Lehman Brothers il 15 settembre 2008. Una data da ricordare. Prima di quel fallimento la recessione annunciata dal triplice shock immobili-finanza-petrolio avrebbe lasciato il posto alla ripresa nel corso del 2009 grazie al miglioramento dei fondamentali. Dopo e a causa di esso, il panico si è diffuso in ogni angolo, finanziario e reale, del sistema e ha reciso il filo della fede nel futuro su cui cammina da sempre lo sviluppo economico. In questi frangenti scatta l’istinto di sopravvivenza e i singoli attori, famiglie e imprese, assumono decisioni e comportamenti rivolti al risparmio. Scelte razionali per i singoli diventano sequenza autodistruttiva per la collettività perché tutti si adeguano ai timori di minore prosperità e li fanno diventare realtà. Con effetti a catena crescenti e sempre più difficili da arrestare: riduzione di consumi e investimenti, perdite nei bilanci aziendali, tagli di posti di lavoro, minori redditi, nuovo calo della domanda».
(Centro Studi Confindustria, L’economia italiana nella crisi globale, dicembre 2008).
In America
Interviene la tecno-finanza che “impacchetta” i debiti e inizia a farli circolare. I debiti crescono, le banche concedono un numero sempre crescente di prestiti, rivendendo, poi, questi debiti a società esterne ad un prezzo inferiore al fine di ottenere liquidità nel breve termine (es. il debito concesso è di 100.000$ e viene venduto a 70.000$). La finanza crea, dunque, panieri di debiti per la vendita. Si tratta di un insieme di mutui sub-prime, ovvero prestiti (rischiosi) che non dovrebbero essere concessi perché a priori è nota l’incapacità di onorare il debito da parte dei mutuatari, ma chi concedeva mutui guadagnava a concederli (il fine era per questi la massimizzazione dei profitti).
Tutti potevano acquistare cose, perché tutti potevano prendere a prestito. Cresce la domanda, soprattutto la domanda di beni immobili che con il trascorrere del tempo ha provocato una bolla immobiliare. La domanda in aumento fa crescere i prezzi degli immobili, fino a quando la bolla scoppia, a quel punto ai mutuatari, non più in grado di onorare i prestiti, viene espropriato l’immobile. Il finanziatore prova a vendere i beni pignorati al fine di recuperare il denaro perso dal mancato pagamento, provocando così l’effetto contrario, un eccesso di offerta di beni immobili e i prezzi cominciano a scendere.
In America, quando il valore dell’immobile scende al di sotto del valore del mutuo, i mutuatari possono cancellare il mutuo restituendo l’immobile al soggetto finanziatore. Un circolo vizioso che porta al crollo del prezzo degli immobili e dunque ad una crisi dalle dimensioni colossali.
In Italia
Questo, però, non è successo, perché esiste nel nostro paese un tessuto sociale, una serie di rapporti personali che vanno oltre i profitti. L’etica ha prevalso di fronte all’idea dell’incapacità di pagamento delle rate dei mutui, e il conseguente esproprio della casa (con sfratto) di famiglie ha fatto sì che gli istituti di credito, o meglio le persone preposte alla stipulazione di contratti di mutuo non concedessero mutui sub-prime. Queste hanno preso a cuore il bene delle altre persone (perché spesso le altre persone erano vicini di casa, parenti, genitori dei figli a scuola con i propri figli, ecc.). La responsabilità sociale ha, quindi, prevalso sull’utile.
La cultura e l’etica di un paese e l’economia sono collegate. L’Italia è un esempio palese di questa affermazione. Nel 2008 la crisi americana ha dato il via ad una spirale recessiva che ha portato ad una progressiva riduzione dei consumi (o al loro rinvio al futuro).
• → Riduzione della domanda (riduzione degli ordini) → riduzione della produzione (cancellazione degli ordini) → chiusura degli impianti → licenziamenti (e aumento della disoccupazione) → il reddito disponibile diminuisce → riduzione della domanda …
Come hanno tentato di contrastare la crisi gli Stati Uniti e l’Italia?
In Europa la politica monetaria (gestita dalla BCE) e la politica fiscale (gestita dallo Stato Italiano – Banca d’Italia) sono separate, non sono concentrate e gestite dal paese stesso come accade ad esempio in America. Negli Stati Uniti, infatti, come risposta alla crisi sono state adottate politiche monetarie espansive. Cosa che l’Italia non ha potuto fare, a causa dell’elevato debito pubblico (il debito pubblico italiano, ad oggi, è maggiore di quello americano). Tuttavia l’Italia, a differenza degli Stati Uniti, non è crollata in modo così drastico di fronte alla crisi perché il debito privato (di famiglie e imprese) era molto basso, molto più basso di quello americano.
Per questa ragione l’Italia ha provato a proporre l’introduzione di parametri nuovi nella regolamentazione monetaria dell’unione europea, come, ad esempio, la possibilità di tenere in considerazione il debito aggregato dato dalla somma di debito pubblico e debito privato, al posto del mero debito pubblico; ma queste proposte non sono state accettate. Sul territorio nazionale italiano sono stati adottati, invece, al fine di riportare il debito al di sotto del livello massimo previsto dall’UE, i programmi di austerità: in politica economica si definisce con il termine austerità la politica di bilancio restrittiva o di rigore dello Stato fatta di tagli alle spese pubbliche al fine di ridurre il deficit pubblico; è il termine è usato principalmente in contesti economici per indicare la politica fiscale dello Stato che mira a raggiungere un equilibrato bilancio statale, fino all'optimum rappresentato dal pareggio di bilancio come espresso dall'omonimo teorema. (L’austerità viene adottata nel momento in cui i parametri non vengono rispettati).
Il percorso di rientro dal debito ha visto la BCE impegnata a tenere bassi i tassi di interesse (sul debito) immettendo moneta nel mercato. Ma con il tempo, queste immissioni nel mercato finanziario si sono ridotte fino ad annullarsi.
Dati - Slide (grafici e tabelle); la crisi dell’economia reale in Italia
In Italia, nel 2008 le famiglie hanno funzionato da ammortizzatori sociali. Queste avevano risparmi privati che hanno permesso alle stesse di “sopravvivere”, aiutare i giovani, ecc.. Tra il 2009 e il 2010 si ha un’apparente crescita. Illusione di crescita fermatasi, però, nel 2011 quando si assiste ad uno stop della crescita e dove ha inizio un secondo crollo; si parla di una doppia recessione. In questo anno crolla (azzeramento) la domanda interna, le famiglie a causa della crisi precedente hanno ridotto al minimo i propri risparmi. A salvare il paese dal fallimento sono state le imprese in grado di esportare. Solo le imprese più innovative e competenti erano in grado di andare all’estero. Nel 2018, la seconda recessione inizia a vedere la fine. La ripresa c’è ma è scarsa.
L’inflazione si mantiene bassa (troppo) perché l’Italia ha perso potenziale produttivo. Ed è ancora molto ampio il divario tra il prodotto a occupazione piena (potenziale) e il prodotto effettivo, significa cioè che la disoccupazione è alta, i salari bassi e l’inflazione non c’è. C’è, inoltre, una specificità di problema giovanile, la disoccupazione dei giovani in Italia è altissima. La crisi ha accentuato la distanza tra l’Italia e l’area euro. La crisi non è stata uguale per tutti (per l’Italia è stata peggio). Esiste un indicatore in grado di valutare il cosiddetto rischio paese di una nazione ed è rappresentato dallo spread; un valore dato dalla differenza fra il rendimento dei titoli di stato tedeschi decennali e quelli italiani. Il rischio paese in Italia è molto sentito a causa del debito pubblico elevato. Sforare il deficit di bilancio significa fare investimenti. Sarebbe necessario per questo ottenere maggiore flessibilità da Bruxelles. Senza la spesa pubblica, non si fanno investimenti, senza investimenti non si esce dalla crisi. Se i parametri del deficit o del debito di bilancio non vengono rispettati il paese viene sanzionato dall’UE. Questo limita l’intervento anticiclico dello stato, ovvero la capacità di ridurre gli effetti della recessione attraverso la spesa pubblica.
Gli squilibri nel mondo
Dati - Slide (grafici e tabelle): Nel 2004, fatto 100 la ricchezza del mondo, l’Europa e gli Stati Uniti avevano il 60% della ricchezza mondiale. La globalizzazione ha significato l’entrata nel commercio mondiale di fette di popolazione che prima non erano considerate. Se del 92% della ricchezza mondiale si appropria un piccolo numero di paesi si viene a creare uno squilibrio che ha come diretta conseguenza l’immigrazione. Mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice.
(Evangelii Gaudium, n.56)
L’economia, come indica la stessa parola, dovrebbe essere l’arte di raggiungere un’adeguata amministrazione della casa comune, che è il mondo intero. Ogni azione economica di una certa portata, messa in atto in una parte del pianeta, si ripercuote sul tutto; nessun governo può agire al di fuori di una comune responsabilità. Di fatto, diventa sempre più difficile individuare soluzioni a livello locale per le enormi globali, per cui la politica locale si riempie di problemi da risolvere. Se realmente vogliamo raggiungere una sana economia mondiale, c’è bisogno in questa fase storica di un modo più efficiente di interazione che, fatta salva la sovranità delle nazioni, assicuri il benessere economico di tutti i Paesi e non solo di pochi.
(Evangelii Gaudium, n.206)
Il fine ultimo dello studio dell’economia è la comprensione dell’impatto che le persone (operatori economici) hanno sulla società. Le imprese sono costituite da persone. Dunque, capire cosa devono fare gli imprenditori (persone) non è un discorso limitato all’impresa, perché ogni decisione impatta sull’ambiente circostante. Nell’Evangelii Gaudium viene evidenziata la necessità di riorganizzare i rapporti economici. Sottolineando l’importanza di trovare un modo più efficiente di interazione, un nuovo modello economico, un nuovo modello di progresso economico.
- Alcuni fatti – Disuguaglianza: Solo 8 uomini detengono la stessa ricchezza di 3.6 miliardi di persone che compongono la metà più povera dell’umanità.
- 7 su 10 vivono in una nazione che ha visto crescere la disuguaglianza negli ultimi 30 anni.
- I più ricchi stanno accumulando ricchezza ad un tasso tale che il mondo potrebbe vedere il suo primo “trilionario” in 25 anni.
- 1 trilione di spesa= 1 milione di dollari ogni giorno per 2738 anni.
- Allo stato attuale, dovrebbero passare 170 anni perché una donna venga pagata come un uomo.
- Quasi 1 miliardo di persone vanno a letto ogni notte con la fame.
Il PIL: È un indicatore sintetico, comprensibile e facilmente comparabile. È un indicatore di prosperità economica (fornisce una misura della ricchezza di un paese prodotta in un certo periodo di tempo); valuta la sensibilità ambientale, l’assenza conflitti armati, lo sviluppo di istituzioni democratiche e il migliore stato di salute. Esiste una correlazione positiva tra PIL pro capite e l’alfabetizzazione, la sicurezza.
Limiti: il PIL esclude alcune variabili che dovrebbero invece essere considerate e ne include altre che dovrebbero essere escluse perché per nulla associate al benessere. Il PIL dovrebbe essere relazionato ad altri fattori.
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