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Lo sviluppo è dovuto al carattere competitivo del capitalismo: le società e gli imprenditori devono continuare

ad incrementare la dimensione dei loro meccanismi burocratici e i loro profitti se non vogliono essere

schiacciati o assorbiti da altri. La pedana mobile è direttamente collegata alla crisi ecologica perché questo

processo di accumulazione richiede sempre più sfruttamento delle risorse e quindi contribuisce

all’inquinamento. La sua analisi in questo punto è simile alla tesi di Dunlap e Catton secondo i quali le

dinamiche industriali e capitaliste portano al degrado dell’ambiente.

-Wallrensteinavvia, verso la fine degli anni ’70 una revisione delle teorie marxiste sulla natura e le origini

del capitalismo sostenendo che il capitalismo è una formazione storica sviluppatasi in Europa ma divenuta in

breve tempo un sistema mondiale basato sulla divisione e sulla subordinazione geografica, sociale,

economica e politica fra aree centrali e periferiche. Il capitalismo storico è un sistema di produzione in cui

produzione e accumulazione sono determinati dalle leggi di mercato. La formazione del capitalismo passa

attraverso 4 fasi: origini europee (1450-1640), consolidamento (1640-1815), planetarizzazione

(1815-1917), crisi e ulteriore sviluppo (dal 1917 in poi). In alcune recenti pubblicazioni entra nel merito della

sociologia dell’ambiente affermando che una politica ambientale è inutile se non si modificano i meccanismi

dell’accumulazione capitalistica.

La filosofia moderna- IL SOGGETTO PURO-MODULO 16

La rivoluzione scientifica e lo sviluppo della tecnica hanno radicalmente cambiato il rapporto uomo-mondo.

Infatti, il mondo che prima rappresentava una potenza alle cui leggi si doveva ubbidire è diventato un oggetto

da dominare, un insieme di cose a disposizione dell’uomo. Contemporaneamente alla riduzione del mondo a

oggetto l’uomo occidentale ha preso coscienza di essere il soggetto di questo dominio. L’emergere della

centralità del soggetto è da collegarsi anche alla formazione di un nuovo modello di società, quello

capitalista-borghese, che impone nuovi valori, dalla proprietà privata alla libertà individuale, tutti tesi a

svincolare il soggetto dai limiti che ad esso erano posti dalla società tradizionale.

La scoperta del soggetto, sul piano filosofico, è avvenuta con il Rinascimento (XVI sec.) quando sono state

elaborate le prime concezioni dell’uomo come artefice della propria vita, della propria storia. Il concetto di IO

è rimasto fortemente radicato nella tradizione filosofica e messo in crisi solo dal materialismo di Marx. K.

Marx ritiene che a determinare il soggetto non sia la cultura in quanto essa stessa dipende dall’epoca

storica. A determinare l’epoca storica sono innanzitutto i rapporti tra le diverse forze sociali che emergono

dalle modalità in cui avviene la produzione e la distribuzione dei beni. Infatti la classe egemone sul piano

economico-sociale impone sul piano culturale le sue idee, il suo modo di vedere il mondo e i suoi valori che

diventano quelli prevalenti e che sono anche quelli più consoni ai suoi interessi. Infondo però anche Marx

trova il suo soggetto puro nel proletario come motore storico della rivoluzione. Dato che la rivoluzione non è

avvenuta anche il proletario è diventato permeabile alle ideologie borghesi. L’esser in Marx significa la natura

come prodotto e creazione dell’uomo, l’analisi della storia come contrapposizione reale tra le classi e come

modificazione della natura attraverso il progresso dei mezzi di produzione. La storia ha contraddetto Marx,

infatti si sviluppano gerarchie sociali, parallelamente al rafforzarsi della burocrazia in campo politico ed

economico con conseguente specializzazione delle attività umane (nascono nuove categorie di lavoratori:

oltre agli operai ci sono i “colletti bianchi”). Quindi il sistema capitalistico non va in contro all’autodistruzione

ma si sviluppa. Il soggetto puro diventa quindi una costruzione speculativa determinata dalla posizione degli

intellettuali rispetto alla società: più la società si evolve maggiore è il distacco degli intellettuali dalla sfera

produttiva. Perciò il soggetto puro è in balia delle circostanze sociali. La figura dominante è ora

rappresentata dal burocrate o dal politico. Nuovi gruppi sociali sono ora le possibili fonti del rinnovamento

(Es. le cooperative, gli studenti perché non sono inseriti nel sistema, non sono influenzati da alcuna ideologia

e hanno la capacità di modificare la realtà)

O’CONNOR-MOD. 17

Negli anni ’60 e ’70 la questione ambientale ha interessato anche la filosofia e la sociologia facendo

emergere contraddizioni della visione classica: si pretende di difendere la natura annullando la componente

naturale dell’uomo (=la necessità di modificare la natura adeguandosi alle norme sociali per sopravvivere) e

affermandone una astratta. Tale visione antropocentrica interviene anche in sociologia portando alla nascita

del filone della sociologia ambientale.

Per O’Connor il problema ambientale va fatto risalire alla “seconda contraddizione del capitalismo”: l’uso e

l’appropriazione autodistruttiva della forza lavoro, dello spazio e della natura esterna (=ambiente). Si ispira al

pensiero di Polijani che aveva già analizzato gli effetti del capitalismo (es. la mercificazione del lavoro e della

terra). Ma l’analisi di Polijani fornisce una analisi degli eventi storici dal punto di vista campo socio-

economico. O’ Connor pretende di estendere la tesi di Polijani a tutto il rapporto uomo-ambiente

commettendo il grossolano errore di spiegare la crisi del capitalismo con le tesi che Polijani ha usato per

spiegare come il capitalismo è stato salvato. Secondo Polijani l’espansione della produzione e del

commercio non accompagnata da un aumento di moneta provoca deflazione e quindi richiede un massiccio

intervento dello stato per mantenere stabile il sistema.

U. BECK-MOD 18 E 19

I nuovi orientamenti della ricerca sociologica erano volti non solo allo studio dell’individuo ma anche alle

regole della giusta convivenza fra uomini.

Beck si discosta dal materialismo: l’individuo moderno è libero dalle maglie della vecchia società, l’individuo

è un fenomeno culturale.

Definisce la società come società del rischio dove intende con Rischio i singoli fatti possibili. Non applica

però le sue indagini alle problematiche socio-economiche che stanno alla base del rapporto fra uomo e

società e sulle dimensioni strutturali del rapporto società-ambiente. Tutto è descritto in termini astratti.

Opera”la società del rischio” 1986-La tesi principale di Beck è la contrapposizione dell'attuale "società

del rischio" alla precedente "società classista". Il trapasso all'attuale società è stato favorito dal processo di

modernizzazione, che ha permesso l'evoluzione della precedente "società di scarsità" (in cui il principale

problema era la redistribuzione della ricchezza). Ha il merito di ancorare tematiche dell’ambiente

nell’orizzonte delle scienze sociali, ma rimane un libro di teoria della società a tutto campo. Il “rischio” e

l’”individualizzazione” sono le caratteristiche della società in cui viviamo. Il suo discorso appare valido solo

se riferito a fatti isolati e non all’inquinamento come fenomeno continuo e costante.

Caratteristiche del rischioincalcolabile, imprevedibile, ineluttabile, dotato di ascrittività (= i rischi sono

manifestazioni della società a cui gli uomini non possono sottrarsi) e con una sua distribuzione sociale.

Le possibili soluzioni possono essere solo politiche attraverso una politica mirata o una nuova

programmazione del paradigma della modernizzazione. Nemmeno le scienze sono in grado di reagire

adeguatamente ai rischi delle civiltà perché corresponsabili della loro nascita e crescita. (es. gli scienziati del

rischio aumentano le emissioni dei veleni e allo stesso tempo le legittimano all’interno dei limiti stabiliti per

legge). Il livello di astrazione del ragionamento di Beck gli permettere di risolvere il problema ambientale

frammentandolo in tanti casi di rischio risolvibili attraverso una scelta etica.

Beck è sostanzialmente un tradizionalista e lo manifesta quando parla del rapporto fra i sessi,

dell’emancipazione femminile (accomunata all’individualizzazione della società moderna), della maternità (i

figli non sono un0imposizione ma sono una scelta) e del matrimonio (e il crescente numero di divorzi).

L’estremo moralismo non gli permette un’analisi sociologica più approfondita delle dinamiche familiari. La

sua famiglia tradizionale era solo quella in cui il capo famiglia rappresentava l’autorità assoluta.

Per fronteggiare la società del rischio basta l’autoconsapevolezza, infatti i rischi non sono fenomeni di una

società complessa ma dipendono da decisioni.

PETER DICKENS-MOD. 20-21-22

1992 “Society and nature” fornisce una guida completa alle questioni contemporanee e dibattiti attuali ma

Dickens dichiara non aver chiaro cosa intendono Dunlap e Catton per NEP e quindi scegli di seguire il

paradigma proposto dalla DEEP ECOLOGY. Introdotto nel 1973 a NAESS distingue

Per Dickens il problema ecologico va risolto scoprendo una scienza capace di 2 modi di interpretare in rapporto

riunificare l’uomo con l’ambiente attraverso un approccio multidisciplinare. La uomo-natura:

sua

opera è una presa di posizione all’interno del dibattito ecologico-filosofico e -shallow ecology (visione tradizionale)

filosofico la natura è al servizio dei bisogni

-politico sull’ambiente. Analizza le 2 posizioni politiche di destra e sinistra umani

all’interno -deep ecologyl’ambiente ha un valore

della riflessione ecologica: con il fallimento del capitalismo è necessario intrinseco per l’uomo e deve essere

considerare

che la società è parte integrante della natura quindi non basta modificare il

modo

di produzione. D’altro canto le posizioni di destra che esaltano le azioni individuali,

tendono a negare che esista un problema ambientale. perciò tutte e 2 le posizioni

tendono a mentire.

2° cap.--> esamina alcune teorie sociologiche classiche con lo scopo di creare una scienza unificata e

traccia un bilancio dei rapporti fra sociologi e ambiente.

Evoluzionismo-Darwinismo Volontarismo (Tonnies-Comunità e Scuola di Chicago

(Spencer-Società e società) indaga sui limiti del (Mckenzie)analizzano le

natura) La società è un moderno contrattualismo e della problematiche relative agli

organismo, la scarsità soggettività descrivendo la immigrati a Chicago

delle risorse determina la trasformazione del rapporto uomo- giungendo alla conclusione

sopravvivenza degli uomo e uomo-natura dopo la generale che il disequilibrio in

individui che meglio si rivoluzione industriale. Il legame con una comunità ecologica è

Funzionalismo (Parsons) dà grande risalto al rapporto società Scuola di Francoforte (Habermas)è

adattano all’ambiente. la terra tipico delle comunità è dato dall’invasione di una

come organismo biologico e ambiente. Nella teoria di Parsons 4 influenzato dal marxismo e dal

L’intervento dello stato è cancellato dalla società industriale specie nuova

sono i requisiti che spiegano il funzionamento della società: darwinismo e nei suoi scritti le 2

inadeguato perché tiene in posizioni spesso cadono in

1. adaptive funcionla società si modifica per adattarsi all’ambiente

vita gli inadatti contraddizione. l’evoluzione della

e viceversa società risiede nella capacità innata

2. goal attaintmentraggiungimento di uno scopo dell’uomo di interrogare il proprio

3. integrative functionnecessità di tenere unite tutte le parti del ambiente sociale, di imparare dal

sistema passato e formare una propria

Marxismo attualeCaldwell ha introdotto nella teoria sociale la

4. latencymantenimento e gestioni delle tensioni sociali per memoria collettiva. come altri

1° e la 2° legge della termodinamica deducendo che la carenza

mezzo della famiglia e del tempo libero pensatori marxisti con considera il

di combustibili fossili porterà a guerre soprattutto nei paesi in

Per Parsons la relazione che si instaura fra società e natura ha un rapporto uomo-ambiente

via di sviluppo

ruolo centrale nel mantenimento dell’ordine sociale

3° capanalizza l’opera di Marx ed Engels sono nella parte riguardante l’alienazione dell’uomo e le società

preindustriali. il capitalismo ha rimosso la relazione uomo-ambiente, infatti l’uomo è alienato (=estraniato

dalla natura). Il comunismo può permettere agli uomini di riscoprire le proprie potenzialità. Secondo Dickens

il denaro ha un ruolo contraddittorio: da un lato separa gli uni dagli altri, dall’altro fa da collante sociale.

Rifiuta la modernità anche se non ammette il suo primitivismo e afferma che l’uomo deve riscoprire il suo

essere inorganico rimuovendo tutto ciò che è avvenuto dopo la rivoluzione industriale. In ultima analisi si

scorge che Dickens non ha compreso Marx ma solo utilizzato estraniando le definizioni originali dal loro

contesto e inserendole in altri ambiti (es l’alienazione per Marx ha una origine socio-economica, per Dickens

è un fenomeno intellettuale attribuendo all’alienazione la responsabilità dell’atteggiamento distruttivo nei

confronti della natura).

4° capaffronta il rapporto fra biologia ed ecologia. Mentre la biologia tradizionale separava mente e natura,

le nuove prospettive cercano di superare questo dualismo con la nascita di 2 nuove correnti: la sociobiologia

(il comportamento è il risultato del rapporto uomo-ambiente), la socioecologia (sintesi di teoria ecologica,

teoria del comportamento ed evoluzione).

5° capspiega l’apporto della psicologia nella questione del dualismo uomo-natura riprendendo le tesi di

Jung che considerava Madre-Terra e uomo come concetto simbolo del rapporto Madre-figlio. secondo

Dickens un rapporto puro fra uomo e natura permette di superare l’alienazione.

6° capprende in considerazione il pensiero di Giddens. Giddens ha analizzato il passaggio avvenuto nella

modernità da “integrazione sociale” (del periodo pre-globalizzazione) a “integrazione di sistema” (la nostra

epoca frammenta la vita sociale e disaggrega le piccole comunità). Solo la modifica dell’attuale concezione

del mercato può portare ad un riassetto dell’identità sociale. Dickens riprende l’idea sulla dissociazione

moderna e la riadatta ai propri obiettivi concludendo che tale dissociazione può essere superata con la

creazione di una scienza unica che unisca biologia e studi sociali. Solo alla fine di questo capitolo si occupa

di alcuni problemi ambientali (la contaminazione del cibo e l’inquinamento dovuti al capitalismo).

7° capafferma che gli uomini moderni hanno un’errata concezione della natura

9° cap esprime il suo parere favorevole nei confronti del “realismo critico” come base per una scienza

unificata: lo studio deve partire dai fatti reali per giungere alla creazione di modelli astratti.

I critici di Dickens sostengono che ha reso il problema ambientale un problema filosofico.

I PROFUGHI AMBIENTALI-MOD. 23

Nel 1985 viene usato per la 1° volta il termine “profughi ambientali” per indicare 3 categorie di sfollati:

-gli sfollati a causa di spostamenti temporanei dovuti a calamità naturali

-gli sfollati che migrano in modo permanente a causa di degrado ambientale permanente

-gli sfollati che migrano in modo temporaneo o permanente a causa dei cambiamenti ecologici del loro

ambiente.

La discussione tende a determinare se esista una relazione fra degrado ambientale e spostamento delle

persone. Le cause degli spostamenti solitamente sono multi-fattoriali (sociali, economici e politici).

Norman Myers”Esodo ambientale. popoli in fuga da terre difficili”: i rifugiati ambientali sono persone che

non possono più garantirsi mezzi sicuri di sostentamento nelle loro terre d’origine a causa principalmente di

fattori ambientali associati a fattori concorrenti (es. crescita demografica, povertà diffusa, fame, malattie

pandemiche, carenze politiche).

Il cambiamento climatico più devastante e che interessa il maggior numero di persone è la siccità con

conseguente desertificazione.

Zone interessate:

-Gansu in Cinai contadini non hanno più acqua a causa dei cambiamenti climatici dovuti all’aumento del

tasso di evaporazione e delle temperature. Il governo paga gli agricoltori per cessare la produzione e li

trasferisce altrove.

Numerosi sono anche i problemi derivati da una dissennata politica dell’acqua dato che è un bene solo

parzialmente rinnovabile (India con la costruzione di grandi dighe, Rhodesia la diga utilizza il 40% dell’acqua

dello Zambezi, Kenia e diga del lago Omo ha alterato il ciclo delle piene, conflitto israelo-palestinese e

sfruttamento delle acque del fiume Giordano).

L’Africa è il continente più colpito dalle carestie dovute a siccità, al sovrasfruttamento delle terre, alla

salinizzazione dei suoli e alla deforestazione.

Wackernagel e Rees “l’impronta ecologica”l’impronta ecologica misura quanto territorio biologicamente

produttivo e quanta superficie ricoperta d’acqua, vengono utilizzati da un individuo, da una città, una regione,

ecc., per produrre le risorse che consuma e assorbire i rifiuti che genera. Dal calcolo emerge che ogni

persona deve avere a disposizione 1,8 ettari. la domanda di area produttiva supera però l’offerta. Il deficit

ecologico è l’ammontare dell’impronta ecologica che eccede la biocapacità. Ci sono nazione che producono

deficit e altre che lo subiscono. Solo pochi paesi riescono a contenere la propria impronta all’interno del

proprio territorio. Il modello economico globale perciò è insostenibile. Il problema può essere risolto

utilizzando sempre di più le fonti energetiche rinnovabili, sfruttando meglio e senza sprechi quelle semi-

rinnovabili e rendendo la tecnologia più efficiente.W. e R. sposano la tesi della sostenibilità forte (dovrebbero

rimanere costanti gli stock di capitale naturale).

IL PROTOCOLLO DI KYOTO-MOD. 24

Il Protocollo impegna i paesi industrializzati a ridurre le proprie emissioni di gas serra con una media del

5,2% entro il 2012 rispetto ai livelli del 1990. Si fissavano per la prima volta regole e leggi, in luogo di

un’anarchia sostanziale in tema di emissioni. Restano fuori dal dall’accordo gli Stati Uniti e il Canada. L’India

e la Cina hanno ratificato il protocollo, ma non sono tenute, insieme ad altri paesi in via di sviluppo, a ridurre

le emissioni di anidride carbonica. Nel gennaio del 1997 la Commissione Europea ha introdotto il piano

20/20/20, rafforzando il Protocollo. Dopo i vertici sul clima di Cancun e Durban, il problema del mercato delle

emissioni di CO2 è diventato evidente. Con l’Emissions Trading (ET), si consente lo scambio di crediti di

emissione tra paesi industrializzati e quelli con un’economia in transizione. Vi è anche la possibilità di

finanziare progetti, da parte delle imprese più o meno inquinanti dei paesi più sviluppati, riguardanti lo

sviluppo sostenibile nei paesi più poveri, sotto forma di credito o in cambio di “compensazioni”: si tratta del

Clean Development Mechanism (CDM) e della Joint Implementation (JI). Il sistema pur con principi positivi

ha però dato origine a criticità: ogni paese conosce la propria situazione meglio degli altri, il primo problema

è dunque quello dell’asimmetria informativa. I controlli possono essere solo parziali e alcuni paesi possono

N

comportarsi in modo sleale. egli ultimi due decenni le emissioni globali sono aumentate, per la prodigiosa

crescita di nuove economie come Cina, India, Brasile, Russia e Sudafrica (i cosiddetti Brics). Grazie alla crisi

economica del 2008 in molti paesi sviluppati le emissioni sono crollate.

Il vertice sul clima di Durban nel 2011 ha ribadito gli impegni già assunti dall’unione europea ma Cina, USa e

India che sono i maggiori produttori di CO2 non hanno accettato vincoli. Il 99% degli scienziati che si

occupano dei cambiamenti climatici ha affermato che le attività umane connesse alle emissioni di gas serra

S

stanno alterando il clima. i prevede una maggiore frequenza, irregolarità e imprevedibilità dei fenomeni

climatici, “generando un circolo vizioso di povertà, fame e vulnerabilità Per contro i media statunitensi

ignorano o negano le alterazioni ambientali dovute alle attività antropiche.

Rifiuti, inceneritori e riciclaggio

La natura non conosce rifiuti: le sostanze chimiche estratte dall’aria, dall’acqua dal terreno, ritornano in

circolazione e ridiventano materie prime per altri circoli naturali. La degradazione ambientale e gli

inquinamenti provocano rottura dei cicli naturali. I danni possono essere riparati solo richiudendo i cicli

naturali. Per questo è importante la corretta gestione dei rifiuti. Data la necessità di smaltirli, soprattutto con

l’industrializzazione e l’urbanizzazione, i rifiuti sono diventati col tempo delle vere e proprie merci. Le

discariche rappresentano la soluzione più tradizionale per “risolvere” il problema, ma anche quella più

contestata perché oltre al deturpamento ambientale producono percolato (liquami cancerogeni).

L’incenerimento dei rifiuti, attraverso i termovalorizzatori, produce invece residui solidi e gassosi, tra cui

l’ossido di azoto e la diossina, sostanza altamente tossica e cancerogena, che contamina terreno, piante,

acqua e in grado anche di alterare uomini e animali, a livello cromosomico. Inoltre ha necessità di una

discarica per lo stoccaggio delle ceneri e deve essere raffreddato con enormi quantità d’acqua che viene

ributtata nelle falde (aumentandone la temperatura). La raccolta differenziata consente di recuperare

materiale da inviare al riciclaggio agevolando così la selezione e la lavorazione dei rifiuti. Il 40% dei rifiuti

urbani e il 70% del loro volume complessivo è costituito da imballaggi superflui. Da Georgescu Roegen

sappiamo che riciclare significa pur sempre spendere energia, ma è anche il mezzo per riavvicinarsi a quei

cicli naturali chiusi di cui parlava Commoner.

ENERGIA NUCLEARE-MOD 25

Si ricava energia dal nucleo dell’atomo attraverso la fissione di un nucleo pesante (uranio) con il

bombardamento con neutroni ottenendo una reazione a catena che se incontrollata è esplosiva. Il processo

di fissione è stato ottenuto per la prima volta a Chicago nel 1934 da un gruppo di scienziati coordinati da

Enrico Fermi e fu subito utilizzato per costruire la bomba A, meglio conosciuta col nome improprio di “bomba

atomica”, sganciata dall’esercito USA sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945. La

fissione viene utilizzata anche per scopi civili, nelle centrali nucleari il processo di fissione avviene in modo

controllato. Il “combustibile” di gran lunga più diffuso è l’uranio arricchito (cioè con una percentuale di uranio-

D

235 maggiore del normale). urante gli anni ‘70 e ‘80 il crescere dei costi economici (legati ai tempi di

costruzione delle centrali) e la diminuzione dei prezzi dei combustibili fossili resero gli impianti nucleari allora

in costruzione meno attrattivi da un punto di vista economico. Al contrario, la crisi petrolifera del 1973 ebbe

un forte effetto sulle politiche energetiche di alcuni paesi: la Francia e il Giappone che usavano soprattutto

petrolio per produrre energia elettrica cominciarono ad investire sul nucleare.

Tipologie di centrali e incidenti

Le centrali nucleari a fissione sono di fatto tra gli impianti più controllati in uso oggi anche se storicamente si

sono verificati diversi incidenti di gravità più o meno seria che hanno permesso di affinare procedure e

tecniche costruttive inerenti la prevenzione. Esistono diverse generazioni di reattori nucleari. Quelli di I

generazione erano piccoli reattori sperimentali o proto-commerciali degli anni ’40 e ’50 del secolo scorso,

evoluti poi nella II generazione, le loro versioni commerciali. Gran parte dei reattori attualmente in funzione

appartengono a quest’ultima fascia e comprendono i reattori moderati a grafite e quelli raffreddati e moderati

ad acqua. I reattori di III generazione (fra i quali quelli EPR), hanno introdotto alcune migliorie, specie dal

punto di vista della sicurezza. Secondo la scala INES International Nuclear Event Scale la gravità degli

eventi possibili in una centrale nucleare si articola in 8 livelli. Recentemente si sono verificati guasti di livello

II in qualche paese europeo ma gli incidenti maggiori si sono verificati negli anni dal ’60 all’’80.

Nel 1957 avvengono due incidenti gravi in URSS (livello 6) e in Gran Bretagna (livello 5).

Nel 1979 a Three Mile Island incidente di livello 5 il surriscaldamento del reattore provocò la parziale fusione

del nucleo rilasciando nell’atmosfera gas radioattivi e fu necessaria l’evacuazione di 3500 abitanti.

L’incidente più grave è quello di Chernobyl (nell’attuale Ucraina, vicino al confine con la Bielorussia),

avvenuto nel 1986, di settimo grado secondo la scala Ines. Il surriscaldamento provocò la fusione del nucleo

del reattore e l’esplosione del vapore radioattivo. Circa 30 persone morirono immediatamente, altre 2.500 nel

periodo successivo per malattie e cause tumorali. Ma tali dati ufficiali sono contestati come infinitamente più

bassi rispetto alla realtà da molte associazioni ambientaliste. L’intera Europa fu esposta alla nube radioattiva

e per milioni di cittadini europei aumentò il rischio di contrarre tumori e leucemia.

Il ciclo del combustibile nucleare e il problema dell’uranio impoverito

Sia le bombe nucleari che le centrali nucleari hanno bisogno che l’isotopo 235 (che costituisce solo lo 0,7

dell’uranio naturale) venga separato dall’isotopo 238 mediante procedimenti complessi. Si ottiene così una

massa di uranio arricchito e uno scarto di uranio impoverito. Ma un altro grosso problema dei reattori sono le

scorie. Le scorie radioattive rimangono biologicamente pericolose per milioni di anni. Esse necessitano uno

stoccaggio in depositi sicuri. A partire dagli anni ’70 il problema dell’accumulo di scorie presso i reattori

cominciò a farsi pressante negli USA e in altre parti del mondo. Si pensò ad una utilizzazione dell’uranio

impoverito dopo un riprocessamento. L’uranio era presente come componente nelle leghe d’acciaio di

numerosi oggetti, dalle mazze da golf ai contrappesi per aerei, dai forni a microonde ai motoscafi da

competizione ma soprattutto nell’industria bellica per potenziare l’effetto dei proiettili. Gli effetti negativi di tale

utilizzazione cominciarono a vedersi nella prima guerra del Golfo (1990). L’aerosol di ossido di uranio

impoverito che si forma dopo l’impatto con le corazze metalliche ha un’alta percentuale di particelle

respirabili e/o solubile nei fluidi polmonari. L’organismo umano sarebbe in grado di sintetizzare alcune nano

particelle, come quelle prodotte dall’inquinamento da idrocarburi, ma non i metalli pesanti. Per questo chi è

stato esposto ai bombardamenti all’uranio impoverito si ammala, così come chi assume attraverso la catena

alimentare prodotti raggiunti da quel tipo di inquinamento.

Il problema dei costi e quello delle scorie

Il trend di costruzione delle centrali nucleari stava diminuendo fino ai primi anni del 2000 quando la Guerra

del Golfo ha fatto aumentare il prezzo del petrolio. Eppure gli ostacoli che si pongono di fronte al nucleare

sono quasi insormontabili. Il prezzo delle centrali di nuova generazione è notevole, ancora non è stato risolto

il problema delle scorie nucleari, l’uranio ha subito anch’esso un rialzo dei prezzi. Nel novembre 2009 le

autorità di vigilanza sul nucleare di Francia, Gran Bretagna e Finlandia hanno bocciato il sistema di

sicurezza dei reattori EPR: Il problema rilevato dalle tre authority è nel dispositivo di emergenza

dell’impianto, ossia il sistema che in caso di anomalia dovrebbe permettere di controllare ugualmente il

reattore. L’analisi suggerisce che anche nelle condizioni più ottimistiche, le centrali nucleari dell’attuale

generazione, nel corso della loro vita, possono arrivare al massimo a coprire i costi. L’aumento del prezzo

dell’uranio incide in minima parte sui costi di una centrale, il problema è il suo progressivo consumo e la

riduzione delle scorte. La quantità di scorie prodotte annualmente dall’industria nucleare mondiale ammonta,

3 3

in termini di volume teorico, a 200 000 m di pericolosità media e 10 000 m di pericolosità alta.

GEOPOLITICA DELL’URANIO

La fame di questo minerale sempre più ricercato e costoso genera da tempo vere e proprie contese a livello

internazionale non soltanto fra società private, ma anche fra stati. Una vicenda recente, che riguarda

indirettamente anche l’Italia, è quella che ha visto coinvolte la Francia (come maggior sfruttatore delle

concessioni nella sua ex colonia) e il Niger (che è lo stato africano più povero al mondo) è afflitto da un

conflitto fra le popolazioni del nord e le forze governative per il riconoscimento di una percentuale sui

proventi dell’uranio e la soluzione delle problematiche ambientali collegate alla sua estrazione. La

democrazia in Niger è stata ormai svuotata da un regime repressivo, al quale Francia e Cina non sembrano

opporsi. In alcune zone del Congo la situazione è, se possibile, ancora peggiore. Si tratta di traffico

clandestino di uranio e di miniere che in teoria non dovrebbero nemmeno esistere. L’intricata questione

congolese non riguarda soltanto l’uranio. Nel giugno del 2000 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

mandò una delegazione di ispettori per un’analisi sul rapporto fra la guerra, che da decenni imperversa nella

parte orientale del Congo e lo sfruttamento delle immense risorse presenti nel sottosuolo del paese africano

che ha evidenziato anche responsabilità nell’alimentare il conflitto di imprese di vari paesi europei. Alcuni libri

si rapportano alla questione africana come se i problemi fossero soltanto interni, dovuti alla

disorganizzazione, alla frammentazione etnica, all’arretratezza culturale e simili, senza alcun riferimento alla

presenza determinante nel continente da parte delle nazioni europee, della Cina o degli Usa

SOCIOLOGIA DELL’ATOMO

Per indagare sui motivi della rinascita nucleare nell’ultimo decennio bisogna considerare che, malgrado una

centrale nucleare di III generazione costa di più di una centrale turbogas e richiedano maggiori investimenti,

le società che operano nel campo del nucleare sono per la maggior parte a partecipazione statale e questo

spinge gli stati a favorire l’uso di tale fonte energetica.

SOCIOLOGIA DEL CIBO-L’INDUSTRIA DELLA CARNE

Molte pratiche attuali (procedure della macellazione, alla cultura del fast food, alla vivisezione) possono

ormai considerarsi, oggettivamente, un grande elemento di insostenibilità per il pianeta, un’inutile spreco di

risorse, uno stupido attacco alla biodiversità. The Jungle di Upton Sinclair ha narrato crudamente ciò che

avveniva nei macelli di Chicago e riuscì a porre fine al riciclo di carni marce e altre pratiche. L’industria della

carne è la dimostrazione più visibile del deficit ecologico dei paesi più sviluppati. L’alto consumo genera la

necessità di aumentare la carne prodotta pompando gli animali con steroidi e anabolizzanti che, studi

recenti, hanno dimostrato che hanno effetti negativi sulla salute dell’uomo. Le ricadute al livello locale di

questa mega-agroindustria della carne sono notevoli anche se poco conosciuti al grande pubblico. Nel Parà,

Stato brasiliano in cui si trova circa un quarto della foresta amazzonica del paese si sta svolgendo, da un

paio di decenni, un vero e proprio conflitto armato a bassa intensità. Numerosi sono gli omicidi dei contadini

che vivono, sostanzialmente, dei prodotti della foresta (frutta, caucciù). I grandi allevatori e i fazendeiros, che

si arricchiscono grazie all’agribusiness della soia e del grano, pressano su questi territori che spesso

vengono occupati con la forza. Parallelamente studi dimostrano che l’eccessivo consumo di carne nei paesi

industrializzati ha portato a seri problemi di obesità in una buona fetta di alcune popolazioni. L’eccessiva

industrializzazione dell’allevamento comporta anche altre aberrazioni (es. i maiali sono costretti a vivere in

spazi angusti, i polli sono costretti a vivere e fare uova all’interno di gabbie che non superano la superficie di

un foglio A4). Il Parlamento Europeo è intervenuto con diverse Risoluzioni, per cercare di regolamentare

l’allevamento e soprattutto la nutrizione dei bovini. L’indirizzo delle varie Direttive europee è addirittura quello

di spingere verso l’allevamento biologico.

Le commodities in Borsa: come speculare sul cibo

I FuturesProprio nel corso della crisi, molti investitori internazionali si sono rivolti verso una forma di derivati

più sicuri che hanno come entità sottostante i prezzi di materie prime e alimenti base. Sui mercati finanziari è

possibile speculare, scommettendo sull’aumento o la diminuzione di un certo prodotto pur non comprandolo.

Il loro ruolo originario era offrire una copertura in caso di crisi. Ora invece tale mercato ha assunto

dimensioni impressionanti e ha il potere di condizionare fortemente i prezzi del sottostante. La scommessa

speculativa sui prodotti agricoli ne genera un aumento del prezzo, a sua volta l’aumento del prezzo genera

speculazione, un vero e proprio circolo vizioso. Accanto ai futures ci si mettono anche le grandi aziende del

settore, che possono tra l’altro stoccare nei magazzini i prodotti per produrre scarsità e generare un ulteriore

aumento. Da più parti si sono levati voci contro la speculazione.

Nel libro La grande trasformazione di Karl Polanyi vi è un interessantissimo paragrafo “Il mercato e la

natura”. In esso si mostra come, nel corso del Novecento, tutta l’Europa si sia dotata di leggi protezionistiche

per salvaguardare le proprie coltivazioni, soprattutto il grano, per salvarsi dall’invasione delle produzioni

estere, principalmente americane. Oggi quel protezionismo viene mantenuto, grazie ai sussidi, contro i paesi

in via di sviluppo per molti prodotti agricoli, di prima lavorazione e non. La nascita del Wto con l’intento di

liberalizzare il commercio, non ha modificato la situazione, anzi. Il liberismo è stato unilaterale e ha

peggiorato la situazione delle economie più povere. E’, insomma, soprattutto la natura del mercato, e non

l’inefficienza produttiva dell’agricoltura, a far sì che moltissime persone al mondo non abbiano di che

mangiare. Accanto all’inaridimento dei suoli dovuto all’effetto serra e allo stress idrico in vaste aree di

territorio, bisogna considerare le caratteristiche del sistema, a clessidra come è stato detto, della

megaindustria agroalimentare. Il quale, mentre dà benefici alle multinazionali del settore e agli speculatori

finanziari, genera problemi gravissimi per tantissime persone, non solo il miliardo circa che patisce la fame,

ma anche i piccoli agricoltori, costretti, nei paesi in via di sviluppo, ad abbandonare le proprie terre.

LA TEORIA DELLA DECRESCITA

Analizzando attentamente la questione ambientale, ci si accorge di doversi confrontare con una realtà

complessa e che l’inversione di rotta non è semplice. L’opera principale della Scuola di Francoforte, scritta

dai suoi esponenti più noti Adorno e Horkheimer, La Dialettica dell’illuminismo afferma che la sociologia si è

incamminata verso un’analisi del potere di natura psicoanalitica. Quando è emersa infine la questione

ambientale, la teoria conflittualista già viveva un periodo di crisi: il comunismo aveva da tempo perso ogni

rigorosità scientifica ed era divenuto una sterile. In campo politico, la socialdemocrazia, si diresse verso

un’alleanza più o meno fruttuosa con i partiti moderati di centro. L’impostazione realistica della questione

ambientale si tradusse nella teoria dello sviluppo sostenibile, che la politica seppe recepire solo in parte.

L’utopismo muove da un giudizio totalmente negativo della realtà sociale a cui viene contrapposta una

concezione positiva e ottimistica della natura umana. I bisogni materiali sono tenuti in second’ordine rispetto

al pensiero, alla spinta morale, alla genuina bontà dell’animo umano. L’uomo è stato corrotto dalla società.

Ed è per questo che all’utopismo si lega un sostanziale primitivismo: l’uomo di un tempo era senz’altro

migliore dell’uomo d’oggi (con Rousseau principale esponente). Gli utopisti che in epoca recente si sono

occupati della questione ambientale hanno ripreso la concezione di Rousseau, spogliandola da ogni analisi

sociologica. L’uomo può cambiare se recupera il proprio animo buono. Questi autori si sono subito scagliati

contro la teoria dello sviluppo sostenibile: non bisogna affidarsi a nuove tecnologie per ridurre gli sprechi,

bisogna guardare piuttosto al passato, tornare ad una maggiore frugalità, ad un rapporto più profondo con la

natura. La prima definizione dello sviluppo sostenibile viene fatta risalire solitamente alla World Commission

on Environment and Development (sostenibile è lo sviluppo che soddisfa le richieste del presente senza

compromettere le capacità delle generazioni future). Ne nacque un dibattito che vide contrapporsi diverse

correnti di pensiero. Tra coloro che accolsero, seppur con riserva, la teoria, vi era una spaccatura fra i

sostenitori di una accezione debole e di una forte della sostenibilità. La tesi della sostenibilità debole è vicina

alla posizione degli economisti neoclassici, a quella fiducia nella tecnologia e nelle capacità umane nel

trovare soluzioni sempre nuove di fronte alla scarsità delle materie prime. Il periodo che stiamo vivendo

sembra contraddire questa ipotesi, l’economia in crisi fondata sui combustibili fossili non sembra essere

facilmente sostituibile. La tesi della sostenibilità forte, sembra ancora più astratta, il mancato sfruttamento del

capitale naturale imporrebbe l’arresto di ogni attività economica. La salvaguardia del patrimonio naturale

nelle economie, in realtà, insostenibili, si traduce nella spoliazione delle risorse dei paesi del terzo mondo. Le

risorse rinnovabili debbono essere consumate in modo sostenibile, ossia ad una velocità tale da permettere

alla natura di ricostituirle. Le risorse non rinnovabili, invece, possono essere sfruttate solo se bilanciate da

investimenti compensativi sulle risorse rinnovabili. Solo così si può ottenere uno stato di equilibrio. Un

ulteriore avanzamento teorico è stato fatto da Michael Kuhndt con il concetto di delinking: è necessario nel

capitalismo avanzato disaccoppiare il benessere dall’uso della natura: bisogna incrementare il valore dei

prodotti e ridurre al contempo l’impatto ambientale. Passando dalla teoria (seppur realistica) alla pratica, il

tentativo di coniugare realismo, sviluppo non distruttivo e sostenibilità ha raggiunto nel turismo sostenibile

una delle espressioni più avanzate. Molte mete turistiche sono state rovinate da una gestione poco lucida

degli attori economici che non ha tenuto conto dell’effettivo carico massimo del territorio. La regolazione del

flusso può avvenire attraverso una differenziazione dell’offerta, ad un decongestionamento dell’area

principale d’affluenza grazie alla dispersione dei flussi, al controllo dei punti d’accesso.

LA DECRESCITA

L’idea alla base di tale teoria è “che tutti possono cambiare”. Preso tutti coscienza del dramma ambientale ci

si accorgerà che produrre e consumare meno sarà un bene e ci farà sentire anche meglio. Attraverso la

disamina di alcuni libri (quelli di due esponenti di spicco di questa corrente: Pallante e Latouche),

cercheremo di dimostrare proprio questo carattere poco realistico della teoria della decrescita e cercheremo

di mettere in dubbio l’assunto iniziale “tutti possono cambiare”. L’uomo è inserito in un meccanismo socio-

economico complesso, le cose sono un po’ più difficili.

La decrescita felice di M. Pallante parte con un elogio della autoproduzione di yogurt: non comporta consumi

di combustibili fossili, i contenitori sono riciclabili, non passa attraverso le mediazioni del mercato economico.

L’autoproduzione dei beni può sostituire buona parte della produzione e commercializzazione delle merci.

Bisogna dunque valorizzare stili di vita del passato e, per aderire al movimento per la decrescita. Più tardi,

nel proseguo del libro, si ammette che non tutto si può autoprodurre e che a questo si può far fronte con il

“dono”, tipico delle società preindustriali, che permette anche di riscoprire il senso di comunità antico,

rispetto alle moderne e fredde famiglie mononucleari. Già da queste prime pagine, si può capire il

primitivismo e l’idealismo di queste teorie. L’egualitarismo che sembra essere alla base di queste teorie in

realtà è solo una maschera: il protagonista della decrescita può essere solo un proprietario terriero, che ha

sotto di sé persone addette al lavoro nei campi, all’allevamento, alle pulizie, etc. Una realtà per alcuni, solo

un ideale per altri, che vivono grazie ad un salario o ad uno stipendio, in fabbrica o in ufficio. L’estrema

semplificazione della realtà sociale, vicina a quella del liberismo classico, ci fa comprendere come in realtà

questa eco-ideologia della decrescita sia una difesa dello status quo. Questo ecologismo dei proprietari

terrieri deve nascondere la stratificazione sociale e l’impossibilità della stragrande maggioranza delle

persone di far parte del “movimento”. Il rapporto proprietario terriero – contadini e lavoratori non viene

menzionato, si ricadrebbe in quella mercificazione (vendita della propria forza-lavoro) che si attacca

ideologicamente. Ma tale teoria arriva al paradosso quando affronta il problema della povertà: ogni


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze dell'Educazione e della Formazione
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher terry1967 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dell'ambiente e del mutamento sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Niccolò Cusano - Unicusano o del prof Melotti Marxiano.

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