Finanza aziendale
La finanza aziendale ha l’obiettivo di individuare il miglior equilibrio tra le fonti disponibili in azienda e gli impieghi su cui investire, al fine di raggiungere una gestione efficiente (analisi costi/benefici) ed efficace (analisi input/output). In particolare, la finanza aziendale si occupa di:
- Valutazione della rimuneratività delle alternative di investimento e del loro mix ottimale;
- Previsione e controllo del fabbisogno finanziario generato dal capitale fisso e circolante;
- Provvista dei mezzi finanziari occorrenti alle condizioni di migliore economicità;
- Gestione e controllo dei mezzi finanziari disponibili.
Gestione aziendale
Si possono individuare tre profili strettamente interconnessi nella gestione aziendale:
- Gestione economica, finalizzata alla acquisizione e cessione di condizioni produttive per il raggiungimento degli obiettivi aziendali;
- Gestione monetaria, che si occupa delle variazioni monetarie commesse alle operazioni di acquisto e di vendita di beni e servizi relativi all’attività dell’impresa;
- Gestione finanziaria, che partecipa alle scelte di ottimizzazione degli impieghi ed è responsabile della copertura dei fabbisogni connessi ai fenomeni strutturali dell’impresa e alle situazioni congiunturali e straordinarie.
Strategia finanziaria
Momento fondamentale della finanza aziendale è la definizione e continua rivisitazione della strategia finanziaria dell’impresa, la quale è destinata ad ottimizzare:
- Impieghi di risorse finanziarie per asset tangibili e intangibili (come la produzione di un nuovo prodotto o l’ingresso in un nuovo mercato);
- Fonti di finanziamento, avendo cura di realizzare il mix ottimale per durata, rischio, costo.
Ogni scelta d’investimento deve superare la validazione antecedente, destinata a valutare l’opportunità strategica, l’adeguatezza tecnica, l’utilità economica e la sostenibilità finanziaria basandosi sull’analisi di diversi elementi tra cui: definizione del progetto, quantificazione del rendimento, definizione delle variabili esogene e misura del loro impatto sulla convenienza dell’operazione. Vista la difficoltà nella loro valutazione in termini quantitativi è necessario individuare un corretto algoritmo che permetta di valutare la scelta economica, tale pianificazione prende il nome di business plan e risulta essere ad oggi elemento essenziale e utilizzato da ogni impresa.
Fabbisogno finanziario
Il fabbisogno finanziario viene definito come il complesso delle risorse monetarie necessarie ad attivare, mantenere e sviluppare l’attività imprenditoriale. Ai fini di una efficiente gestione finanziaria è fondamentale prevedere l’andamento del fabbisogno finanziario, sia in relazione al dimensionamento delle risorse occorrenti, sia in relazione all’ottimizzazione dei flussi finanziari (per contenere gli oneri connessi alla raccolta di capitale), salvaguardando parallelamente adeguate riserve di liquidità.
Si distinguono tre principali aree del fabbisogno finanziario:
- Fabbisogno per elasticità di cassa indotto dalle esigenze di liquidità immediata;
- Fabbisogno a breve non monetario (capitale circolante);
- Fabbisogno durevole (capitale fisso).
Possiamo desumere che i processi evolutivi dell’impresa sono soggetti sia ad un vincolo finanziario di tipo quantitativo (legato alla disponibilità di un appropriato volume di capitale in relazione alle strategie d’investimento che si ritiene di adottare), sia ad un vincolo qualitativo riconducibile a relazioni temporali tra fonti e impieghi e al trade-off tra debiti finanziari e mezzi propri. Inoltre, il compito della direzione finanziaria è di realizzare analisi della struttura fonti-impieghi per verificare il rischio di potenziali crisi di liquidità e di perdite di redditività. Il fabbisogno finanziario è generato principalmente da:
- Investimenti e disinvestimenti di capitale fisso (immobilizzazioni tecniche, finanziarie, patrimoniali);
- Livello e fluttuazioni delle voci del capitale circolante (scorte, crediti commerciali, debiti commerciali);
- Livello e fluttuazioni della liquidità immediata (cassa e assimilati).
Equilibrio economico e finanziario
Equilibrio economico
L’ equilibrio economico oggettivo si ha quando un’impresa con la sua attività riesce ad ottenere un ammontare di ricavi sufficiente a coprire tutti i costi e gli oneri figurativi (es. oneri finanziari). Avremo dunque, un equilibrio economico soltanto se la gestione è in grado di remunerare tutti i fattori impiegati nell’attività d’impresa.
Equilibrio finanziario
L’equilibrio finanziario si ha quando in ogni momento della vita aziendale si verifica la condizione per la quale gli impieghi in capitale fisso e circolante sono efficacemente coperti dalle opportune fonti di finanziamento. Questo equilibrio dipenderà dalle capacità del management aziendale di predisporre una struttura finanziaria adeguata e consentirà di mantenere l’equilibrio monetario fra entrate ed uscite. Un’impresa può dirsi equilibrata sotto tale profilo se soddisfa due condizioni:
- Condizioni necessarie: vi rientrano la copertura con mezzi propri degli impieghi, un rapporto ottimale tra capitale fisso e circolante e un medesimo rapporto tra fonti a breve, medio e lungo termine;
- Condizioni sufficienti: vi rientrano la copertura dei costi con il flusso dei ricavi e la copertura del fabbisogno finanziario per investimenti con mezzi propri.
L’elemento determinante dell’equilibrio finanziario è rappresentato dai flussi relativi alle disponibilità liquide in quanto il rendiconto dei flussi di cassa consente di analizzare un equilibrio finanziario generale mentre invece la rendicontazione dei flussi di cassa permette di verificare come le dinamiche aziendali si riflettono sull’adeguatezza delle risorse monetarie (cash flow). Occorre quindi considerare il ruolo primario che assume il cash flow nell’ambito dei processi di pianificazione e programmazione finanziaria: le decisioni d’investimento generano discontinuità sulla dinamica monetaria determinando fasi di peggioramento o decelerazione (si determina una maggiore fragilità dell’impresa rispetto agli impegni assunti con i creditori) e miglioramento o accelerazione (si determina una maggiore fragilità dell’impresa rispetto agli impegni assunti con i creditori) del cash flow dell’impresa.
Tutti gli equilibri, comunque, fanno parte di un unico processo che si sostanzia nella gestione dell’impresa. Equilibrio economico ed equilibrio finanziario sono legati fra di loro, tanto da poter affermare che per la sopravvivenza di un’impresa è indispensabile la presenza di entrambi, quindi entrambi fanno parte di un unico processo che si sostanzia nella gestione dell’impresa.
Solidità e solvibilità
L’impresa è tenuta a verificare la compatibilità dei programmi di sviluppo e operativi con la capacità di raggiungere e mantenere un costante equilibrio, considerando i fabbisogni che essi comportano. Si tratta quindi di valutare due elementi fondamentali:
- La situazione di solidità finanziaria, ossia la capacità dell’impresa di soddisfare costantemente i fabbisogni finanziari della gestione nei tempi e secondo le modalità preventivate (mantenere equilibrio tra uscite ed entrate);
- La situazione di solvibilità, ossia la capacità dell’impresa di soddisfare tempestivamente il fabbisogno finanziario a breve nei tempi previsti con le attività liquide o prontamente liquidabili.
Possono essere utilizzati diversi strumenti per valutare tali due elementi tra cui menzioniamo:
- Il Margine di struttura assoluto il quale riflette il contributo del capitale proprio alla copertura del fabbisogno finanziario, calcolato come differenza tra Capitale proprio e Immobilizzazioni nette (un valore positivo in tal caso indica un’equilibrata relazione tra fonti e impieghi);
- Il Margine di struttura allargato in cui un valore positivo indica che le fonti stabilmente a disposizione dell’impresa finanziano gli investimenti patrimoniali a fecondità ripetuta (calcolato come capitale proprio + debiti/immobilizzazioni);
- Infine, il calcolo dell’indice di liquidità immediata, o acid test ratio, più idoneo ad esprimere un giudizio sulla solvibilità dell’impresa nel breve periodo calcolato come liquidità immediate + liquidità differite/passività correnti.
Insolvenza e crisi aziendale
L’insolvenza può essere esaminata principalmente sotto due punti di vista:
- Da un punto di vista economico, si ha quando un’impresa non riesce a produrre un reddito sufficiente a coprire il ciclo degli investimenti e ciò può dipendere sia da fattori esogeni sia da fattori interni come politiche aziendali errate;
- Da un punto di vista finanziario invece, indica uno stato di crisi dell’impresa che si concretizza in una situazione di difficoltà nell’adempiere regolarmente e con mezzi normali alle obbligazioni assunte, in tal caso si tratta essenzialmente di una crisi di liquidità frutto di una struttura finanziaria non equilibrata.
In ogni caso, l’insolvenza rappresenta uno stadio di un più grande e complesso fenomeno aziendale che è quello della crisi aziendale. Tale fenomeno quindi deve essere oggetto di un attento studio di prevenzione e a tal fine vengono utilizzati strumenti come:
- Metodologie sulle Analisi quantitative dei bilanci come analisi Storica (confrontati i dati patrimoniali di più esercizi) e analisi Prospettiche (vengono simulati i risultati patrimoniali);
- Metodologie qualitative-quantitative tra cui va citato il modello A-score studiato da John Argenti il quale si spinge alla ricerca delle cause lontane che possono determinare situazioni di insolvenza.
Stadi della crisi aziendale
Possono essere identificati quattro stadi della crisi aziendale:
Primo stadio
Riguarda il verificarsi di squilibri e di inefficienze che inficiano l’equilibrio economico e finanziario dando luogo ad una necessaria azione da parte del manager il quale dovrà mettere in atto tutte quelle azioni indispensabili a correggere l’andamento aziendale. Se inefficienze e squilibri assumessero carattere durevole, comincerebbero a produrre perdite in conto economico e si aprirebbe così il secondo stadio della crisi aziendale.
Secondo stadio
Le perdite economiche in tal caso dovranno essere coperte con risorse interne di cui l’azienda dispone, ciò comporterà l’avviamento di un processo di erosione delle risorse finanziarie proprie. Nelle imprese poco capitalizzate e con scarse risorse a disposizione si verificheranno ulteriori fenomeni dannosi per la sopravvivenza, si verificherà un incremento dei debiti e dei relativi oneri finanziari in quanto l’impresa si vedrà costretta a ricorrere ad ulteriori finanziamenti esterni erogati da banche. Tale meccanismo non farà che appesantire la struttura dell’indebitamento e porterà in maniera sicura al collasso della stessa azienda; questo secondo stadio di crisi sarà sicuramente più difficile da arrestare rispetto al primo.
Terzo stadio
Qualora l’entità delle perdite strutturali risulta essere difficilmente sanabile la crisi evolverà nel terzo stadio e cioè nell’insolvenza: l’incapacità di fronteggiare gli impegni e le obbligazioni in modo puntuale farà sì che vi sia una perdita di fiducia e di credito da parte dei vari finanziatori e una perdita della clientela sensibile.
Quarto stadio
È il dissesto che indica una situazione di permanente squilibrio patrimoniale. Questo stadio può essere risanato solo se i vari creditori rinunciano a tutto o parte di ciò che spetta loro; a tale ultima fase si arriva se il management non riesce a riconoscere nessun sintomo di crisi oppure non ha le capacità di reagire. Si ha l’anticamera del fallimento aziendale.
Fonti di finanziamento
Le imprese per svolgere la propria attività necessitano di mezzi finanziari che si procurano ricorrendo a diverse forme di finanziamento e nella loro selezione occorre considerare la leva finanziaria. L’analisi di tale leva consente di fornire risposta alla domanda circa la convenienza ad indebitarsi ed è fondamentale per determinare il mix ottimale fra fonti interne e fonti esterne di finanziamento, in particolare analizzando la relazione fra la redditività del capitale investito (ROI) e il costo dell’indebitamento è possibile determinare l’effetto esercitato dal debito sulla redditività del capitale proprio (ROE). Distinguiamo quindi tra:
Effetto leva
- Effetto leva positivo: se il ROI è maggiore del costo sopportato per ottenere capitali di terzi, conviene ricorrere a capitale di terzi per finanziare l’investimento perché ciò produce un effetto moltiplicatore positivo sul ROE determinando un suo aumento di valore;
- Effetto leva negativo: se il ROI è inferiore al costo sopportato per l’indebitamento conviene limitare il ricorso al capitale di terzi perché un aumento del debito produce un effetto moltiplicatore negativo sul ROE;
- Effetto leva nullo: se il ROI è pari al costo sopportato per l’indebitamento, la scelta del mix tra fonti esterne e fonti interne non produce alcun effetto sul ROE.
Forme di raccolta dei mezzi finanziari
- Raccolta capitale di rischio: tra di esse rientrano le inside equity ovvero finanziatori legati al gruppo imprenditoriale esistente; l’emissione di nuovi titoli obbligazionari; le outside equity, ovvero finanziatori esterni che possono essere investitori istituzionali (istituti di credito, fondi di investimento, banche d’affari) oppure partners strategici, il cui coinvolgimento non si limita all’apporto finanziario ma anche alla gestione operativa e strategica, tale operazione prende il nome di private equity; simile alla precedente è la venture capital in cui i finanziatori coinvolti sono investitori privati o istituzionali disponibili a sottoscrivere capitale di rischio apportando sia finanziamenti, sia competenze manageriali, per far crescere l’azienda e ottenere poi in un momento futuro elevati capital gain dalla vendita delle proprie; infine viene ricompresa l’azione di apertura al mercato borsistico in cui rivolgersi al pubblico indistinto dei risparmiatori.
- Emissione di titoli azionari: un’impresa quotata si procura capitale netto emettendo azioni ordinarie al prezzo che il mercato è disposto a pagare, prezzo che viene stimato attraverso la collaborazione con un intermediario in prima chiamata (prezzo di prima emissione). Normalmente le azioni ordinarie emesse dalla società prevedono diritti ai flussi di cassa e di voto proporzionali tuttavia possono essere presenti anche azioni a carattere speciale che quindi danno specifici diritti patrimoniali o amministrativi. Negli ultimi anni, le imprese hanno cominciato a cercare forme di capitale netto alternative alle azioni ordinarie e un’alternativa utilizzata è stata quella dei warrant, titoli che, in cambio del pagamento immediato di un certo prezzo, conferiscono al possessore per un dato periodo di tempo il diritto di acquistare, a un prezzo prefissato, un certo numero di azioni della società.
- Autofinanziamento: si sostanzia in un processo economico per mezzo del quale l’impresa trattiene presso di sé disponibilità finanziarie generate al proprio interno, nel corso dell’esercizio, dalle operazioni di gestione. A formarlo contribuiscono: gli accantonamenti di utili netti d’esercizio di quote di utili non distribuiti ai soci sotto forma di dividendi (si parla di autofinanziamento da utili netti o autofinanziamento in senso stretto); accantonamenti di utili lordi, ossia accantonamenti operati a fronte di specifici oneri e/o spese future gravanti sull’esercizio ovvero accantonamenti prudenziali operati al fine di contenere e assorbire le manifestazioni future di perdite ed oneri imprevisti (si parla di autofinanziamento da utili lordi).
- Mezzi di terzi: nel caso le fonti interne non siano sufficienti allora si fa ricorso a fonti esterne di capitale, ossia al capitale di credito (o capitale di terzi). In tal caso prendiamo in riferimento: crediti di fornitura (dilazioni pagamento), finanziamenti negoziati con il sistema creditizio e finanziamenti ottenuti direttamente sul mercato dei valori mobiliari mediante l’emissione di attività finanziarie (le cambiali e i titoli obbligazionari). L’utilizzo di capitale di terzi tuttavia deve essere considerato come elemento di rischio e quindi deve essere oggetto di un’attenta pianificazione in quanto introduce sia elementi di rigidità attraverso l’obbligo di restituzione con un piano di ammortamento a rate prestabilite e inoltre comporta costi aggiuntivi calcolati attraverso i tassi d’interesse applicati dal concedente.
- Prestiti bancari: la principale fonte di prestito per tutte le imprese sono le banche, le quali fissano il tasso di interesse sul debito sulla base di un’analisi della rischiosità dell’impresa. Le banche, oltre a essere una fonte di finanziamento a breve e a lungo termine per le imprese, spesso offrono anche un’opzione più flessibile per far fronte a necessità di finanziamento impreviste o stagionali, tra cui rientra la linea di credito, la quale individua un ammontare che l’impresa può prendere in prestito e collega il tasso di interesse sul prestito a un tasso di mercato, inoltre l’utilizzatore non dovrà pagare interessi passivi nel caso di inutilizzo della stessa.
Finanza imprese minori
Le realtà dimensionali minori risultano spesso sottocapitalizzate, infatti la maggior parte delle imprese italiane opera in condizioni di modesta stabilità finanziaria e di elevata dipendenza dalle fonti apportate da soggetti esterni.
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