Basi funzionali e cognitive dell’intersoggettività - BFSI
Paola Sessa
Esame: 5 domande aperte, di cui le prime due richiedono domande estese e
valgono 10 punti ciascuna (totale di 20 punti) e le altre tre brevi massimo 3 righe
che valgono ciascuna 4 punti.
Letteratura (non essenziale):
Ward, J., The Student's Guide to Social Neuroscience. Hove and New York:
◼ Psychological Press, 2012. Capp. 1, 5, 6, 7, 8. Si consiglia la lettura del
Cap. 2.
Calder, A.J., Rhodes, G., Johnson, M.H., Haxby, J.V., ed., The Oxford
◼ Handbook of face perception (1st ed.). Oxford, New York: Oxford University
Press, 2011. Cap. 6, 10, 13, 28, 32. Copia di tali capitoli è reperibile presso
la Biblioteca di Psicologia (centro stampa).
Baron-Cohen, S., Tager-Flusberg, H., Lombardo, M.V., ed., Understanding
◼ Other Minds: Perspectives from Developmental Social Neuroscience (3rd
ed.). Oxford, UK: Oxford University Press, 2013. Capp. 13, 15, 25. Copia di
tali capitoli è reperibile presso la Biblioteca di Psicologia (centro stampa).
Laboratorio associato: elettrofisiologia dei processi cognitivi.
Introduzione
Il corso tratta dell’intersoggettività. E l’intersoggettività è un concetto usato in
filosofia e psicologia con cui si intende genericamente la condivisione di stati
soggettivi di due o più persone.
Si ritiene che questa condivisione possa verificarsi attraverso diverse modalità e
processi: meccanismi di risonanza (neurale), simulazione di basso
livello/simulazione di alto livello, teoria della mente, etc.
Inoltre, alcuni indizi sociali sono variabili importanti nel contesto
dell’intersoggettività (sguardo, espressione facciale, gruppo di appartenenza, etc.).
Il corso è suddiviso in due parti:
Nella 1° parte sono presentati alcuni degli indizi percettivi/sociali più
◼ importanti che entrano in gioco durante le interazioni sociali e processi di
intersoggettività percezione e riconoscimento di volti
→
Nelle prime lezioni si approfondiranno alcuni modelli di elaborazione dei
volti, come quello del 2011 di stampo neurale, che tentano di rispondere a
domande come: “come facciamo ad estrarre informazioni dal volto di una
persona? E quali sono queste informazioni?”. 1 – Francesco Aveta ©
In primis, le espressioni facciali, che possono essere considerati
o quegli indizi, modificazioni visive che indicano uno stato affettivo e
un’emozione
Direzione dello sguardo, importante perché dice a chi, o a cosa l’altro
o sta prestando attenzione
Appartenenza etnica, come lo skin tone.
o
L’analisi di queste dimensioni va assieme ad un’informazione di altro
livello che è inferenze sui tratti di personalità dell’altro (i.e. la “prima
impressione”). È stato dimostrato che lo stesso volto ha delle
caratteristiche che permettono di percepire l’altro come più o meno
attraente, più o meno aggressivo o più o meno affidabile. la
→
configurazione del volto in alcuni suoi dettagli (i.e. arcata sopraccigliare,
zigomi, mento, etc.) sono elementi che permettono di percepire l’altro
come più o meno affidabile.
Tali elementi sopraelencati vanno a modulare alcune capacità di più alto
◼ livello: i processi alla base dell’intersoggettività:
Meccanismi specchio/risonanza
o Empatia l’appartenenza etnica per esempio è un forte modulatore
→
o del fatto di provare empatia per l’altro
Teoria della mente
o
1° lezione prima parte – 10/03/2020
Che cosa significa studiare l’intersoggettività?
A che cosa ci si riferisce?
Si fa riferimento a tutti quei precursori che
rendono possibili tutti i tipi di relazione, tra cui
la più centrale che è la relazione madre-
bambino, ma anche quella tra insegnante e
studente, o quella tra due innamorati.
Anche la relazione d’odio è una relazione, così
come lo è l’amore.
Quali sono dunque la basi, sia cognitive, che fisiologiche, che neurali, che
rendono possibile ogni tipo di relazione?
Quando si parla di intersoggettività si parla del singolo o deve per forza
comprendere anche l’altro, con le informazioni che esso veicola. si deve
→
considerare il fatto che si è dei mammiferi e in quanto tali si nasce e ci si
sviluppa in virtù della relazione con l’altro.
Il nostro cervello mappa questa relazione con l’altro a partire da un periodo che
anticipa enormemente il momento della nascita. 2 – Francesco Aveta ©
Stare dentro al grembo materno non è come stare dentro ad un uovo, ma significa
stabilire una relazione con l’altro, ed è una relazione che si iscrive nel cervello.
Ne fornisce un esempio lo studio del 2013
di elettroencefalografia (mediante
l’applicazione di 12 elettrodi) di Partanen et
al. (UNIVERSITA’ DI HELSINKI) è stata
misurata l’attività neurale di neonati
precedentemente esposti, durante l’ultimo
trimestre di gestazione ad una ninna nanna
cantata dalla madre per 5 volte a settimana.
Venivano quindi esposti, immediatamente
dopo la nascita e a 4 mesi alla stessa ninna
nanna mettendola a confronto con una
ninna nanna con una analoga struttura armonica e melodica ma di cui il feto,
ormai neonato, non aveva mai avuto esperienza. Lo studio ha coinvolto anche un
gruppo di controllo di neonati che non erano stati esposti alla ninna nanna.
È emerso che il cervello del neonato reagisce con un profilo di risposta diverso
alla ninna nanna nota rispetto a quella udita per la prima volta. Questo ci dice
→
che il nostro cervello è letteralmente plasmato dal tipo di relazione che la madre e,
in una certa misura anche il padre, stabiliscono con la creatura.
Nel 2011 Gallese ha pubblicato con
Umberto Castiello, dell’Università di
Padova, e Cristina Becchio, dell’Università
di Torino, uno studio in cui è stata
analizzata in maniera quantitativa la
tipologia di movimenti tra cinque coppie di
feti gemelli, in una finestra temporale
compresa tra la 14esima e la 18esima
settimana di gestazione.
Questi movimenti sono stati registrati dal
ginecologo con l’ultrasonografia, di qualità
particolarmente elevata, e successivamente i filmati sono stati analizzati con un
software che ha permesso di studiare in modo quantitativo il tipo di movimenti
che erano stati registrati.
I movimenti dell’arto superiore dei feti erano di tre tipi: 3 – Francesco Aveta ©
1. movimenti rivolti ad esplorare la
cavità interna del grembo materno,
2. movimenti diretti verso il proprio
corpo,
3. movimenti diretti al corpo del
gemello
Innanzitutto è possibile osservare che tra
la 14° e la 18° settimana tendono ad
aumentare i movimenti diretti verso il
gemello, mentre gli altri movimenti
tendono a subire una riduzione.
Questa tabella mette in luce il
cambiamento nel numero dei diversi tipi
di movimento per ogni gemello e per le tue
settimane di gestazione. Da notare come
aumenta il numero dei movimenti “sociali” dalle 14 alle 18 settimane di
gestazione.
Un aspetto che si dovrebbe considerare è
dato dall’eventualità che si trtti di movimenti
accidentali, dovuti al fatto che il bimbo
cresce all’interno dell’utero durante quelle
settimane o se piuttosto si tratta di
movimenti pianificati. ciò lo si può
→
evincere andando ad indagare non sulla
quantità di questi movimenti ma sulla
qualità di tali movimenti.
Il dato più importante si riferisce
➔ infatti alla qualità dei movimenti: i
movimenti “sociali” sono più lenti e
sono caratterizzati da una maggiore
decelerazione.
Nelle azioni di motor planning dirette
➔ al contatto con una persona, il soggetto rallenta il movimento
4 – Francesco Aveta ©
Il giorno zero è il giorno in cui il bimo nasce.
Che cosa accade?
Adesso vediamo cosa accade dopo la
nascita. Il neonato ha uno strumento
potentissimo che lo mette immediatamente
nelle condizioni di stabilire una relazione
importante con chi si trova di fronte, che,
nei casi più fortunati, è il volto della madre.
Cos’è questo strumento potentissimo? E’
l’imitazione neonatale. Il primo lavoro
scientifico che la descrive fu pubblicato su Science nel 1977 da uno psicologo che
lavora a Seattle che si chiama Andrew N. Meltzoff.
Quando il neonato è esposto al volto di un adulto che protrude la lingua, apre la
bocca o gonfia le gote, risponde immediatamente ripetendo questo stesso tipo di
movimenti.
Questo tipo di imitazione neonatale è stato scoperto anche negli scimpanzé, che
sono gli esseri viventi evolutivamente parlando a noi più vicini, con cui
condividiamo oltre il 99% del patrimonio genetico e questo è stato dimostrato da
Pier Francesco Ferrari (uno degli studiosi che hanno contribuito alla scoperta dei
neuroni specchio) che l’ha dimostrata nel laboratorio di Steve Suomi al N.I.H.
(National Institute of Health) negli Stati Uniti.
L’imitazione neonatale caratterizza i primati (uomo incluso) ed è un meccanismo
che permette al neonato di sintonizzarsi e di creare un ponte quasi automatico
con chi gli sta di fronte.
1° lezione - seconda parte
Questo è solo l’inizio dello sviluppo delle
nostre competenze relazionali. L’infant
research ha ribaltato e rivoluzionato
l’immagine del bambino come di un essere
inizialmente “autistico”, sopraffatto da un
mondo inconoscibile, carico di stimoli al
quale non può che reagire mettendosi in
una posizione autistica di difesa,
proponendo l’immagine di un bambino che
non solo non è “autistico”, ma al contrario è
un bambino da subito protagonista attivo di
un dialogo con l’adulto.
Ne è un esempio la “protoconversazione” (Trevarthen; quando parla di
intersoggettività primaria) che si presenta tra le 7 e le 15 settimane. È una forma
di conversazione e dialogo senza parole in cui vengono rispettate le pause e i turni
di parola.
Ecco un esempio di protoconversazione: Greta. 5 – Francesco Aveta ©
Si potrebbe pensare che la protoconversazione richieda la guida di un adulto che
in qualche modo suggerisce le pause, i tempi e i ritmi dello pseudo dialogo. Ma
basta guardare questo video di una protoconversazione tra due gemellini neonati
per rendersi conto che non è così. [video non presente]
Siamo cablati per l’intersoggettività e per entrare in relazione con l’altro
➔
Tale abilità si sviluppa sempre di più, tanto che
tra i 4 e i 6 mesi è estremamente chiaro che
mamma e bambino coordinano le proprie
emozioni.
Lo dimostra il paradigma sperimentale dello
still face. ideato da E. Tronick
→
Paradigma dello Still Face (in grado di
dimostrarci come il bambino molto piccolo sia
sensibile ai segnali che provengono dall’altro): è
una procedura strutturata di osservazione dell'interazione bambino-caregiver
durante i primi 6 mesi di vita del bambino, ideata come situazione sperimentale
di ricerca clinica per lo studio della depressione materna.
La procedura prevede la videoregistrazione sincrona, per alcuni minuti, della
madre con il proprio bambino, posizionato in un infant-seat, mentre la madre
esegue la consegna di rimanere con il volto immobile ed inespressivo. La diade
viene poi osservata insieme con l'utilizzo di tecniche di ripresa che dividono lo
schermo a metà, permettendo quindi di poter vedere contemporaneamente le
espressioni facciali e i movimenti corporei sia della madre che del bambino nel
corso dell'interazione.
Un bambino che è sensibile alla risposta della madre, e all’interazione con essa ne
risulterà stordito e stressato dalla still face della madre video sulla Still Face.
→
I ricercatori hanno potuto osservare, attraverso un'analisi microanalitica dei
filmati, le strategie difensive attuate dal bambino in risposta a questa situazione
sperimentale di stress, rappresentata dall'incomunicabilità espressiva del
caregiver: all'inizio, il bambino cerca di comunicare con la madre in ogni modo,
accentuando il sorriso, le vocalizzazioni e gli sguardi diretti al suo volto; in
seguito, non riuscendo ad ottenere alcuna risposta, il bambino mette in atto dei
comportamenti di regolazione autodiretti per modificare da solo il proprio stato
emotivo di disagio.
Così il bambino evita il contatto visivo con il caregiver, rivolgendo lo sguardo
altrove; può ricercare il contatto con parti del proprio corpo (dito in bocca),
manipolare i propri vestiti o toccare parti dell'infant-seat con un significato
autoconsolatorio e di ricerca di altre fonti di stimolazione.
Ciò dimostra che il bimbo è un essere estremamente competente dal punto di
vista dell’intersoggettività: coordina e norma le sue emozioni, la sua attenzione
con quelle del caregiver. 6 – Francesco Aveta ©
All’interno di questa cornice il volto dell’altro e
le sue espressioni si configurano da subito
come un elemento fondamentale. Per questo
motivo dedicheremo molto spazio ai modelli
oggi presenti sull’elaborazione dei volti, delle
espressioni facciali, all’estrazione di
informazioni relative al gruppo sociale e etnico
di appartenenza, all’inferenza di tratti (le
cosiddette prime impressioni) e a come
l’elaborazione dello sguardo altrui sia un
indizio cruciale per l’intersogettività e le relazioni.
Ad esempio, un altro momento cruciale secondo Trevarten per l’intersoggettività è
quello del passaggio all’intersoggettività secondaria. quando la relazione non
→
è più solo ed esclusivamente con l’altro, ma è con l’altro e con un altro oggetto o
un’altra persona. Un esempio di ciò è l’attenzione condivisa, un elemento
imprescindibile per imparare tante cose incluso il linguaggio.
Secondo Allport, tutta la psicologia sociale si configura come un “tentativo di
comprendere e spiegare come pensieri, sentimenti e comportamenti degli
individui sono influenzati dalla presenza reale o immaginaria degli altri”.
Vediamo insieme alcuni esempi di questa influenza, a diversi livelli di grana di
analisi. L’esempio più plateale è quando la presenza degli altri modifica il modo
chiaro il nostro comportamento.
Pensate all’esperimento classico di Asch: influenza chiaramente esplicita
➔
L'esperimento di Asch è stato un esperimento di psicologia sociale condotto nel
1956 dallo psicologo sociale polacco Solomon Asch. L'assunto di base del suo
esperimento consisteva nel fatto che l'essere membro di un gruppo è una
condizione sufficiente a modificare le azioni e, in una certa misura, anche i giudizi e
le percezioni visive di una persona.
L'esperimento si focalizzava sulla possibilità di influire sulle percezioni e sulle
valutazioni di dati oggettivi, senza ricorrere a false informazioni sulla realtà o a
distorsioni oggettive palesi.
Il protocollo sperimentale prevedeva che 8 soggetti, di cui 7
collaboratori/confederati dello sperimentatore all'insaputa dell'ottavo (soggetto
sperimentale), si incontrassero in un laboratorio, per quello che veniva presentato
come un normale esercizio di discriminazione visiva. Lo sperimentatore
presentava loro delle schede con tre linee di diversa lunghezza in ordine
decrescente mentre su un'altra scheda vi era disegnata un'altra linea, di
7 – Francesco Aveta ©
lunghezza uguale alla prima linea della prima scheda. Chiedeva a quel punto ai
soggetti, iniziando dai complici, quale fosse la linea corrispondente nelle due
schede. Dopo un paio di ripetizioni "normali", alla terza serie di domande i
complici iniziavano a rispondere in maniera concorde e palesemente errata.
Il vero soggetto sperimentale, che doveva rispondere per ultimo o penultimo, in
un'ampia serie di casi iniziava regolarmente a rispondere anche lui in maniera
scorretta, conformandosi alla risposta sbagliata data dalla maggioranza di
persone che aveva risposto prima di lui. In sintesi, pur sapendo soggettivamente
quale fosse la "vera" risposta giusta, il soggetto sperimentale decideva,
consapevolmente e pur sulla base di un dato oggettivo, di assumere la posizione
esplicitata dalla maggioranza (solo una piccola percentuale si sottraeva alla
pressione del gruppo, dichiarando ciò che vedeva realmente e non ciò che sentiva
di "dover" dire).
Risultati Nell'esperimento originale di Asch, il 25% dei partecipanti non si
→
conformò alla maggioranza, ma il 75% si conformò almeno una volta alla
pressione del gruppo.
Boothby et al. (2014; 2016)
➔
Boothby è stata in grado di dimostrare che
vivere un’esperienza con un’altra persona
amplifica l’esperienza stessa.
In questo lavoro ha chiesto ad alcuni soggetti di
venire in laboratorio e mangiare dei cioccolatini
con un’altra persona (complice).
Le condizioni sperimentali sono perciò 2:
Situazione di condivisione
◼ Situazione di non condivisione
◼ dell’esperienza
Nella condizione di condivisione il
soggetto mangiava il cioccolato
assieme al complice dello
sperimentatore, mentre nell’altra il
complice faceva tutt’altra cosa
(sfogliava una rivista). A questo
punto il cioccolato veniva giudicato secondo alcuni dei paramentri, come per
esempio: “quanto ti è piaciuto il cioccolato?” e “quanto profumato era?”.
8 – Francesco Aveta ©
Nel
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Risposte Basi funzionali e cognitive dell'intersoggettività
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Domande e Risposte di Basi funzionali dell'intersoggettività
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Basi Funzionali e Cognitive dell’Intersoggettività
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Disturbi dello spettro autistico e dell'intersoggettività