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Domande e risposte per l’esame di basi funzionali e cognitive dell’intersoggettività – Sessa

Università degli Studi di Padova

Domande d’esame BFCI 2021

1) Studio sui feti gemelli di Castiello e colleghi

1) Si descriva brevemente lo studio sui feti gemelli di Castiello e colleghi (2010, PlosOne) al quale hanno collaborato anche Gallese e Becchio e intitolato “Wired to be social: The ontogeny of human interaction”. (4)

Questo studio esamina i movimenti uterini di cinque coppie di gemelli, in una finestra temporale tra le 14 e le 18 settimane di gestazione. Ciò che è più rilevante in questo studio è che sono stati individuati tre tipi di movimenti, quelli rivolti verso il proprio corpo, quelli rivolti alla parete uterina e quelli rivolti al gemello. Questi ultimi, nel corso del tempo, sono più lenti a 18 settimane piuttosto che a 14. I movimenti possono essere considerati pianificati, perché, grazie ad un’analisi qualitativa, hanno osservato un rallentamento, il che rende il movimento pianificato e non casuale.

Seconda versione

In questo studio sono stati monitorati 3 diversi tipi di movimento di gemelli: autodiretto, diretto verso la parete uterina e diretto verso il gemello. Sono state analizzate cinque coppie di gemelli, tra le 14 e 18 settimane di gravidanza, attraverso l’uso di ultrasonografia, oppure l’ecografia ad alta risoluzione; questi movimenti sono stati studiati sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Dal punto di vista quantitativo c’è un aumento di movimenti del gemellino verso le 18 settimane e diminuiscono quelli verso sé. Dal punto di vista qualitativo il movimento rallenta in relazione agli altri due tipi di movimento e quindi si pensa che sia intenzionale. Questo studio rileva che ciò possa essere una dimostrazione di pro-socialità nella vita neonatale.

2) Studio di Boothby et al. sulle esperienze condivise

2) Si descriva brevemente lo studio di Boothby et al. (2014, Psychological Science) intitolato “Shared experiences are amplified” circa l’influenza che la presenza degli altri può avere sulle nostre percezioni e sui nostri giudizi. (4)

Lo studio di Boothby e colleghi cerca di capire il meccanismo di influenza dell’altro sulle nostre esperienze. Il paradigma utilizzato è: diverse situazioni in cui lo sperimentatore mangiava del cioccolato, in una poteva avere una persona che era nella stessa stanza che provava anch’essa il cioccolato o che faceva tutt’altro. Ciò che è risultato dai questionari è che l’esperienza veniva amplificata sia nel caso in cui il partecipante mangiava del cioccolato buono, sia che mangiava del cioccolato cattivo anche quando la persona stava facendo qualcos’altro.

Seconda versione

L’ipotesi è quella secondo cui la condivisione di un’esperienza con altre persone possa amplificare questa esperienza. L’altra ipotesi era quella che la condivisione con altre persone andasse a migliorare l’esperienza. Quindi in una prima condizione si utilizzava del cioccolato buono e in una seconda condizione del cioccolato cattivo. Nella seconda condizione si rileva che il cioccolato cattivo sembra ancora più cattivo quando si mangia con altre persone. Questo va a confermare la prima ipotesi che la condivisione di un’esperienza va ad amplificare questa esperienza. Quindi se l’esperienza è positiva diventa ancora più positiva mentre se negativa diventa ancora più negativa. Un aspetto mancante in questa risposta è che è stata manipolata anche la variabile di condivisione. Per cui c’era una condizione di condivisione e una di non condiviso.

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Cognizione sociale/cervello sociale

3) TED talk di Nancy Kanwisher

3) Si espongano i contenuti principali del TED talk di Nancy Kanwisher circa l’elaborazione dei volti e non solo e indichi il panorama teorico all’interno del quale si colloca la proposta della neuroscienziata del MIT. (4)

All’interno della proposta teorica a stampo modularista, Nancy Kanwisher si colloca tra i sostenitori dell’esistenza di un “cervello sociale”, ossia dell’esistenza di aree dedicate all’analisi di informazioni prettamente sociali. Per poter dimostrare questa sua teoria, la Kanwisher e colleghi hanno fatto alcuni studi su quali aree del cervello si attivano maggiormente quando siamo impegnati nell’elaborazione dei volti, grazie all’fMRI. Dopo innumerevoli prove, cercando di escludere il fatto che quella stessa area cerebrale rispondesse anche ad altri tipi di stimoli è emerso che ci sono delle aree particolari addette al riconoscimento dei volti. A sostegno delle sue ipotesi viene anche citato dalla Kanwisher il lavoro di Parvizi e Grill-Spector (2012, Journal of Neuroscience) che ha impiegato la stimolazione elettrica cerebrale in un paziente sottoposto a chirurgia cerebrale.

Seconda versione – analisi di tutto il TED talk

Nel suo intervento al TED, Nancy Kanwisher sulla base di un approccio modularista sostiene l’esistenza nel cervello di moduli specializzati adibiti a funzioni diverse, focalizzandosi su quelli predisposti all’analisi di stimoli sociali. In particolare, sostiene che il cervello non sia un unico processore con un solo scopo generale, ma un insieme di componenti altamente specializzati, ciascuno destinato alla soluzione di uno specifico problema. Nel cervello ci sono quindi sistemi distinti per differenti funzioni, e questo è ad esempio testimoniato dalla prosopoagnosia, ossia l’incapacità di riconoscere i volti a seguito di una lesione della regione cerebrale che presiede a questa funzione, pur garantendo la non compromissione di tutte le altre funzioni cognitive. Parla dunque dell’esistenza di diverse regioni cerebrali deputate all’analisi di specifici tipi di informazione di cui alcuni di natura sociale, come per esempio i volti e i corpi, e altri di natura non sociale come ad esempio l’analisi di colori, di luoghi, del movimento e di suoni con un particolare tono, ma anche altre deputate a processi mentali più sofisticati come il linguaggio o la mentalizzazione. Tuttavia, ritiene che non ci siano zone specializzate per tutti i processi mentali, ma vi siano nel cervello anche molti meccanismi con uno scopo generico, che permettono di affrontare qualsiasi problema si presenti.

Versione breve – per evitare di sforare con le righe

Nel TED talks, Nancy Kanwisher, sostenitrice dell’approccio modularista, spiega come con le sue ricerche può dimostrare l’esistenza di un “cervello sociale”. Gli studi, hanno dimostrato che ci sono delle aree specializzate che si occupano di elaborare delle informazioni sociali, come i volti, escludendo le altre possibilità presentando anche stimoli non sociali. A sostegno delle sue ipotesi viene anche citato dalla Kanwisher il lavoro di Parvizi e Grill-Spector (2012, Journal of Neuroscience) che ha impiegato la stimolazione elettrica cerebrale in un paziente sottoposto a chirurgia cerebrale.

4) Sistemi dedicati all’elaborazione dei segnali sociali

4) Quali sono le proposte teoriche relative all’esistenza di sistemi dedicati all’elaborazione dei segnali sociali a livello cognitivo e cerebrale? (4)

Ci sono principalmente due tipi di approcci, uno a stampo modularista (Fodor), secondo cui nel cervello sono presenti moduli separati che svolgono funzioni specifiche, quindi si parla di localizzazione di funzioni cognitive e dell’esistenza di zone adibite all’analisi dei segnali sociali (Kanwisher); dall’altro lato abbiamo una visione secondo la quale non esistono sistemi dedicati, ma è presente un unico sistema che svolge varie funzioni. Uno studio di Gauthier et al. (1999) dimostra infatti che non esiste una regione specifica per l’elaborazione dei volti, ma per tutti quegli stimoli di cui siamo esperti riconoscitori/discriminatori.

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Sbobina

La proposta neuromodulare, in relazione a quella cognitivista, che ci dice che ci sono delle regioni specifiche che si occupano di elaborare informazioni di natura sociale (Kanwisher e Fodor), ma c’è anche la proposta secondo la quale non esistono delle regioni specifiche che si occupano di analizzare informazioni di natura sociale (es lavoro di Gauthier). Quindi secondo la prima esiste un cervello sociale e secondo la seconda non esiste un cervello sociale.

5) Tassonomia dei cue e segnali socialmente rilevanti

5) Si descriva la tassonomia dei cue e segnali socialmente rilevanti secondo Adolphs e Birmingham (2012). (10)

Adolphs e Birmingham attraverso una sorta di tassonomia mettono a punto dei cue e dei segnali socialmente rilevanti. Essi distinguono tra caratteristica statica (cue) e caratteristica dinamica (signal). I cues forniscono informazioni sociali ma non possono essere modulate/attivate/disattivate dal soggetto, mentre i signals, invece, sono caratteristiche dinamiche e quindi possono essere modulate/attivate/disattivate dal soggetto più o meno volontariamente per dare informazioni sociali.

In questo modello vengono esposti diversi segnali e cue, come ad esempio:

  • La dilatazione pupillare che può essere un segnale sociale che indica l’interesse per qualcosa, in più permette di essere percepiti in maniera più attraente ed è un segnale.
  • L’arrossire, altro segnale che indica imbarazzo o vergogna, e come la dilatazione pupillare questi è collegato al sistema autonomo simpatico.
  • Le espressioni facciali sono il segnale sociale per eccellenza, ci permettono di veicolare emozioni, dato che ogni espressione esprime un’emozione in particolare.
  • La direzione dello sguardo è un altro grande segnale sociale, che ci permette di direzionare l’attenzione e per riconoscere gli stati mentali complessi. La posizione della testa è un altro segnale complesso, che entra in interazione con l’orientamento dello sguardo e l’espressione facciale. Abbiamo anche segnali di natura olfattiva, importante per l’interazione madre-bambino. Ci sono anche segnali vocali che fanno riferimento ai tempi, i toni e l’energia della frase, che veicolano diverse informazioni e che possono essere interpretate in base al contesto. Tra i segnali c’è anche il tocco sociale, simile al grooming animale, ha la funzione di costruire un legame sociale. La posizione del corpo nello spazio, è un segnale che ci permette di capire come la persona si relaziona al contesto, segnala anche emozione, attenzione e intenzioni probabili. (power pose)
  • In ultimo abbiamo due cue molto importanti che sono: l’attrattività, che può cambiare il modo in cui si viene percepiti dall’altro, oltre che a dare la percezione di una migliore piacevolezza (che per effetto alone può estendersi anche su altri aspetti) così come lo skin tone, altro cue che ci permette di comprendere informazioni circa l’etnia dell’altro, e di conseguenza capire se si tratta di qualcuno appartenente al nostro ingroup o meno.

Sbobina

Tre domande che ci si può porre quando si è di fronte ad un'altra persona: se contiene informazione sociale, informazione statica, informazione mutevoli e se è soggetta a controllo o meno da parte del segnalante. Analisi e riflessione più precisa con degli esempi di alcuni segnali (direzione dello sguardo, dilatazione pupillare, espressioni facciali, direzione del corpo) e di alcuni cue (attrattività e colore della pelle). Quindi io mi aspetto questa introduzione iniziale in cui si chiarisce quel è la logica di questa tassonomia sulla base delle tre domande che ci dobbiamo fare: si tratta di informazione sociale o meno, contiene informazione sociale o meno, perché ad esempio l’altezza non contiene informazione sociale; si tratta di un aspetto mutevole o statico; è soggetto al controllo del segnalante o meno? Ad esempio, la dilatazione pupillare non è sotto controllo, le espressioni facciali possono esserlo.

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6) Caratteristica statica vs. caratteristica dinamica

6) Si spieghi cosa significa “caratteristica statica” vs. “caratteristica dinamica” nel modello proposto da Adolphs e Birmingham (2012) (4)

Nel modello di Adolphs e Birmingham vengono descritte le caratteristiche statiche, ossia i cue, come segnali sociali che non possono essere cambiati velocemente, come l’attrattività o il colore della pelle, e venivano descritte anche le caratteristiche dinamiche, ossia le caratteristiche che possono variare più facilmente, come le espressioni facciali, la postura, la dilatazione pupillare, la direzione dello sguardo e l’arrossire.

7) Dilatazione pupillare e arrossire

7) La dilatazione pupillare e l’arrossire come segnali sociali nel modello di Adolphs e Birmingham (2012). (4)

La dilatazione pupillare e l’arrossire sono due segnali sociali che hanno in comune l’attivazione dal sistema automatico simpatico. Entrambe sono sinonimo di espressioni emotive, la prima d’interesse (permette anche di essere percepiti come più attraenti), mentre la seconda di vergogna o di imbarazzo. Quindi contengono informazione sociale, non sono soggetti a controllo da parte del segnalante, se non soltanto indirettamente l’arrossire, almeno in parte potrebbe esserlo.

Elaborazione dei volti: modello cognitivo

8) Modello cognitivo di Bruce e Young

8) Si descriva il modello cognitivo di Bruce e Young (1986) sull’elaborazione dei volti. (10)

Il modello di Bruce e Young è un modello a stampo cognitivo, che descrive le fasi dell’elaborazione dei volti, prendendo in considerazioni due possibili vie, una presa in considerazione quando il volto ci è familiare ed un’altra quando il volto non viene riconosciuto come familiare (anche se quest’ultima non viene molto approfondita). Il riconoscimento di un volto, secondo gli autori, è basato su di una unità contenente diverse informazioni strutturali di ogni volto presente in memoria. Il processo inizia con un’analisi del tutto percettiva delle diverse componenti del volto (Structural encoding) e viene creata una rappresentazione 3D del volto in questione, successivamente viene fatto un match con i volti che abbiamo in memoria, quelle a noi familiari e che sappiamo distinguere (face recognition unit). Da qui possiamo dividere in due il percorso, se non conosciamo il volto vengono immagazzinate le nuove informazioni, sia strutturali che alcune caratteristiche che ci permettano di discriminare questo volto da quelli che abbiamo già in memoria, oppure al contrario se il match va a buon fine, si procede verso il recupero delle informazioni semantiche legate all’individuo (personal identity node), solo in un secondo momento però viene poi fatta una rievocazione del nome, distinta dal recupero di info semantiche, anche perché spesso può anche sfuggire. Ci troviamo davanti ad un modello a due vie, una che si concentra sull’analisi strutturale del volto e un’altra che si concentra sui diversi aspetti mutevoli del volto, come le espressioni facciali (anche se quest’ultima non viene molto descritta). A sostegno di questo modello cognitivo ci sono stati degli studi, uno di questi è quello di Quiroga, che nel 2005 ha condotto uno studio sulla familiarità visiva. Quiroga ha dimostrato l’esistenza di alcuni neuroni che codificano in maniera selettiva per un’identità in particolare (il neurone di Jennifer Aniston). Ponendo diverse condizioni (con volti femminili, oggetti famosi, altri stimoli e il volto di Jennifer Aniston) sono stati capaci di dimostrare che ci sono neuroni nella corteccia temporale mediale ci siano neuroni che rispondono in maniera selettiva a dei volti.

9) Structural encoding nel modello di Bruce e Young

9) Nel modello di Bruce e Young (1986) sull’elaborazione dei volti a cosa si riferisce lo stadio denominato “Structural encoding”? (4)

All’interno del modello di Bruce e Young lo Structural encoding si occupa dell’analisi di tutte le informazioni percettive che riguardano il volto. Questo modulo si concentra sul creare una rappresentazione 3D del volto neutro dell’individuo, caratterizzato da alcune particolarità che gli permettono di distinguerlo dagli altri volti in memoria. Una volta costruita questa rappresentazione, viene successivamente fatto un match con le informazioni in memoria per capire se si tratta di un volto familiare o meno.

10) Face Recognition Units nel modello di Bruce e Young

10) Nel modello di Bruce e Young (1986) sull’elaborazione dei volti a cosa si riferisce lo stadio denominato “Face Recognition Units” (FRUs)? (4)

Il modulo della face recognition unit è addetto al riconoscimento dei volti, che viene fatto dopo il lavoro di raccolta dei dati percettivi del volto. Ciò che viene fatto qui è una sorta di match con le informazioni presenti in memoria e se c’è corrispondenza si continua verso il recupero delle informazioni identitarie, altrimenti vengono accumulate le informazioni percettive e immagazzinate in memoria.

11) Person Identity nodes nel modello di Bruce e Young

11) Nel modello di Bruce e Young (1986) sull’elaborazione dei volti a cosa si riferisce lo stadio denominato “Person Identity nodes” (PINs)? (4)

Il modulo dei nodi di personalità si occupa del recupero di tutte le informazioni semantiche legate all’identità del volto che è stato riconosciuto come familiare e presente in memoria, grazie ai precedenti step prima di analisi percettiva e poi di match del volto presentato. Inoltre, gli autori affermano che le informazioni semantiche che ci sono all’interno di questo modulo sono separate dalla memoria semantica generale.

12) Studio di Quiroga et al. sul neurone di Jennifer Aniston

12) Si descriva brevemente il principale risultato dello studio di Quiroga et al. (2005, Nature) popolarmente soprannominato come lo studio de “Il neurone di Jennifer Aniston”. (4)

Lo studio di Quiroga cerca di dimostrare l’esistenza di alcuni neuroni che codificano per un

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher saralove101 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Basi funzionali dell'intersoggettività e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Sessa Paola.
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