Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

ha elevato da 50 a 60 anni il tempo necessario per le cose immobili di appartenenza pubblica per mere esigenze

economiche e politiche, che permetteranno forse di soddisfare le casse pubbliche esauste. L’innalzamento a 70

anni del limite temporale per gli immobili di appartenenza pubblica diminuisce sensibilmente la tutela perché

attualmente rimangono privi di protezione gli edifici di pregio costruiti tra il 1944 e il 1964, in un periodo dedicato

alla Ricostruzione dopo i disastri della seconda guerra mondiale, in cui gli architetti hanno lavorato molto. Si tratta

di un patrimonio di valore indiscusso nuovo limite di 70 anni è stabilito solo per gli immobili di appartenenza

pubblica.

Cose oggetto di specifiche disposizioni di tutela: È vietato il distacco senza autorizzazione di affreschi,

stemmi, graffiti, lapidi, iscrizioni e tabernacoli ed altri elementi decorativi di edifici. Si tratta di cose –

definite “a rilevanza culturale, minori o parziarie” – eterogenee, anche dal punto di vista delle diverse

misure di protezione previste per ciascuna categoria, che sono sottoposte a certe particolari disposizioni

di tutela in ragione della loro specificità. possono quindi essere verificate o dichiarate beni culturali se

rientrano nelle categorie e nelle condizioni richieste a tali fini dalla disciplina culturale.

Sono comprese anche le opere di pittura, scultura, grafica e qualsiasi altro oggetto d’arte

contemporanea (di autore vivente o la cui esecuzione non risalga ad oltre 50 anni). Innovativa è la

previsione per le opere dell’architettura contemporanea di particolare valore artistico, per cui l’art. 37

riconosce il diritto a ricevere contributi in conto interessi per gli interventi conservativi sulle stesse

conseguente al riconoscimento, richiesto dal proprietario al Ministero, dello specifico valore artistico: è

evidente il rapporto con la creazione nel 1998 della Direzione generale per l’arte e l’architettura

contemporanea, di cui si è redatto il piano, e con il disegno di legge, di recente ripresentato, sulla

promozione della qualità architettonica.

Verifica dell’interesse culturale: L’art. 12 introduce la novità del procedimento di verifica dell’interesse

culturale per i beni di appartenenza pubblica. Dall’entrata in vigore del Codice, vige un regime

provvisorio di sottoposizione alla tutela culturale (e quindi anche di inalienabilità) dei beni fino a quando

non sia stato espletato il procedimento di verifica dell’interesse. I competenti organi del Ministero, d’ufficio o

su richiesta formulata dai soggetti cui le cose appartengono, corredata dai relativi dati conoscitivi, verificano la

sussistenza dell’interesse, sulla base di indirizzi di carattere generale stabiliti dal Ministero per assicurare

Se si tratta di beni immobili dello Stato, la richiesta è corredata da elenchi dei

uniformità di valutazione.

beni con relative schede descrittive. Se l’interesse non viene riscontrato, le cose non sono più sottoposte

al regime e, se appartenenti al demanio dello Stato, Regioni ed enti territoriali, la scheda è trasmessa ai

competenti uffici affinché ne dispongano la sdemanializzazione, se non sussistono ragioni contrarie di

pubblico interesse: a questo punto le cose, non più demaniali, possono essere liberamente messe in

vendita. Se invece la verifica dell’interesse è positiva, i beni restano definitivamente sottoposti al regime:

l’adozione del provvedimento di verifica dell’interesse culturale è di competenza del Direttore regionale.

Se la verifica positiva riguarda immobili dello Stato, le relative schede confluiscono in un archivio

informatico, conservato presso il Ministero e accessibile all’Agenzia del demanio. Una importante

precisazione è contenuta al comma 9, per cui queste disposizioni si applicano anche qualora i soggetti

cui appartengono mutino in qualunque modo la loro natura giuridica (ex privatizzazione).

Procedimento di dichiarazione: Il procedimento di dichiarazione dei beni appartenenti a privati

riproduce quello delineato dal Testo Unico, ma è previsto un ricorso amministrativo contro la

dichiarazione entro 30 giorni dalla notifica per motivi di legittimità e di merito, con lo scopo di diminuire la

conflittualità in sede giurisdizionale e di offrire una funzione ulteriore di controllo. Si tratta in sostanza di

un provvedimento nel quale l'Amministrazione formalizza l'esito dell'attività ricognitiva che ha svolto sul

patrimonio.

La dichiarazione iniziata dal soprintendente, d’ufficio o su motivata richiesta della Regione e di ogni altro ente

territoriale interessato è dunque di fatto il riconoscimento della qualità culturale di un bene ed assume efficacia con

la notificazione del provvedimento al proprietario, possessore o detentore deve avvenire tramite messo comunale

o a mezzo posta raccomandata con avviso di ricevimento: la notifica può essere validamente effettuata ad uno dei

soggetti indicati, legati alla cosa da un rapporto di appartenenza più o meno stretto.

La previsione dell’obbligo di motivazione della richiesta dell’ente territoriale si distingue in due momenti:

le prime indagini - che precedono la comunicazione di avvio del procedimento e ne costituiscono la

base per identificare e valutare il bene ai sensi del comma 2 - e l’istruttoria vera e propria - successiva

alla comunicazione e che conduce al provvedimento finale - in cui si colloca la valutazione delle

eventuali osservazioni che gli interessati possono presentare. La comunicazione di avvio comporta

l’applicazione in via anticipata, cautelare e provvisoria degli effetti connessi alla dichiarazione di

interesse culturale:

• la sottoposizione della cosa al potere di vigilanza ed ispezione;

• la prescrizione di divieti di alterazione del bene e la preventiva autorizzazione degli interventi e

lavori di qualunque genere;

• e l’applicazione del particolare regime di alienazione previsto dagli artt. 53-59.

Se la dichiarazione riguarda beni immobili o mobili registrati (per esempio mezzi di trasporto, auto

d’epoca), alla notifica si aggiunge la trascrizione negli appositi registri, su richiesta del soprintendente,

che ha efficacia nei confronti di ogni successivo proprietario, possessore o detentore. Il Ministero forma

e conserva un elenco dei beni dichiarati, anche su supporto informatico.

Ricorso: L’art. 16 prevede che contro la dichiarazione, come pure avverso il provvedimento conclusivo

della verifica (art. 12) possa essere proposto ricorso al Ministero entro 30 giorni dalla notifica. Il ricorso

è deciso dal Direttore generale competente per materia, acquisito il parere del competente organo

consultivo (attualmente il comitato tecnico-scientifico), entro 90 giorni dalla presentazione del ricorso. In

caso di accoglimento del ricorso, il direttore generale annulla o riforma (modifica) l’atto impugnato.

Catalogazione, vigilanza ed ispezione: Il Ministero, le Regioni e gli altri enti territoriali curano la

catalogazione dei propri beni e, previe intese con gli enti proprietari, degli altri beni culturali. I dati raccolti

sono inseriti nel catalogo nazionale dei beni culturali, la cui consultazione deve essere disciplinata in modo da

Gli aspetti della tutela sono nell’ordine: la

garantire la sicurezza dei beni e la tutela della riservatezza.

conoscenza, la catalogazione e la dichiarazione di interesse storico-artistico”. L’art. 18 affida al Ministero

il potere di vigilanza sui beni culturali. L’art. 19 disciplina il potere, attribuito al soprintendente, di

ispezione per accertare l’esistenza e lo stato di conservazione o custodia dei beni culturali, specificando

l’obbligo di dare un preavviso, non inferiore a cinque giorni, salvo che si versi in situazioni di estrema

urgenza: si tratta di una misura strumentale, preordinata ad accertare abusi, come una rimozione non

autorizzata o un impiego non compatibile con l’integrità e la dignità della cosa o a consentire il pronto

intervento di restauro in caso di deterioramento.

III. CONSERVAZIONE DEI BENI CULTURALI

Protezione e conservazione: La disciplina della protezione e conservazione è articolata in tre sezioni,

dedicate alle misure di protezione a carattere generale, alle misure di conservazione e alle altre forme di

protezione di tipo indiretto o relative a specifici beni; tale impostazione è innovativa rispetto al Testo

Unico.

Sono stati distinti gli interventi vietati in modo assoluto e quelli soggetti ad autorizzazione, con competenza divisa

tra Ministero e soprintendenza. Tra le misure preventive una novità è costituita dal potere del soprintendente di

richiedere l’esecuzione di saggi archeologici preventivi in caso di realizzazione di opere pubbliche in aree di

interesse archeologico.

La nuova sistemazione delle misure conservative si inserisce in una visione dell’intervento sul bene

culturale non più basata sul restauro, ma articolata in una serie di attività innanzitutto di prevenzione, poi

di manutenzione ed infine di restauro. Le misure di protezione, connotate dalla finalità generale di

salvaguardia dei beni culturali dalle azioni umane, consistono nel divieto o nell’autorizzazione di

interventi sui beni. L’art. 20 individua gli interventi vietati in termini assoluti sui beni culturali (ex. la

distruzione, il deterioramento), mentre l’art. 21 contiene la disciplina degli interventi soggetti ad

autorizzazione. Riguardo agli interventi assolutamente vietati, occorre rilevare che la distruzione

(dispersione, annientamento) e il danneggiamento (deterioramento, alterazione) del patrimonio culturale

sono previsti come contravvenzione e puniti dall’art. 733 del codice penale, mentre l’uso illecito è punito

dall’art. 170 del codice b.c.

Interventi soggetti ad autorizzazione del Ministero: Lo spostamento di beni, derivante dal cambiamento di

dimora del detentore, deve essere solo denunciato preventivamente al soprintendente, che, entro 30 giorni, può

prescrivere le misure necessarie perché i beni non subiscano danni dal trasporto. Lo spostamento degli archivi

correnti dello Stato e degli enti ed istituti pubblici non è soggetto ad autorizzazione, ma comporta l’obbligo di

L’autorizzazione è resa su progetto o,

comunicazione al Ministero per le finalità di cui all’art. 18 (vigilanza).

qualora sia sufficiente, su descrizione tecnica dell’intervento e può contenere prescrizioni; se i lavori non

iniziano entro cinque anni dal rilascio dell’autorizzazione, il soprintendente può dettare prescrizioni ovvero integrare

Nell’ambito degli interventi

o variare quelle già date in relazione al mutare delle tecniche di conservazione.

soggetti ad autorizzazione, i più rilevanti sono certo quelli in materia di edilizia pubblica e privata. l

termine assegnato all’amministrazione per il rilascio dell’autorizzazione è di 120 giorni, decorrenti dalla ricezione

della richiesta. Il termine può essere sospeso sia per l’acquisizione di chiarimenti o di elementi integrativi di

giudizio, fino al ricevimento della documentazione richiesta, sia per procedere ad accertamenti di natura tecnica di

L’art. 23 sulle

cui sorga l’esigenza fino all’acquisizione delle relative risultanze e comunque non oltre 30 giorni.

procedure edilizie semplificate adegua la normativa sui beni culturali ai cambiamenti intervenuti nella

disciplina dell’attività edilizia che hanno ammesso, in via generale, il procedimento semplificato della

denuncia di inizio attività (Dia) anche per gli interventi sugli immobili sottoposti a tutela, se previamente

autorizzati dall’autorità preposta al vincolo. Importante è la disposizione innovativa dell’art. 24 che, in

merito agli interventi sui beni culturali pubblici, da eseguirsi da parte di amministrazioni dello Stato, degli

enti territoriali e degli enti ed istituti pubblici, consente che l’autorizzazione dell’art. 21 sia espressa

nell’ambito di accordi tra il Ministero e il soggetto pubblico interessato. L’art. 27 disciplina l’esecuzione

dei lavori provvisori urgenti in deroga all’obbligo della preventiva autorizzazione, mentre l’art. 28 prevede

la possibilità per i soprintendenti di ordinare la sospensione di interventi, anche già autorizzati, per

evitare danni a beni estremamente delicati e vulnerabili. Nel caso di assoluta urgenza, al fine di evitare

danni al bene tutelato, si possono effettuare gli interventi provvisori indispensabili, purché ne sia data

immediata comunicazione alla soprintendenza, alla quale sono tempestivamente inviati i progetti degli

interventi definitivi per la necessaria autorizzazione. Il soprintendente può ordinare la sospensione di

qualsiasi intervento vietato o eseguito senza autorizzazione o in difformità da essa (comma 1), mentre è

consentito dal comma 2 l’uso preventivo del potere cautelare riferito a beni non ancora sottoposti a tutela

con la dichiarazione di interesse culturale o per cui non sia ancora intervenuta la verifica prevista dall’art.

12. Alla sospensione si aggiunge l’inibizione riferita ad interventi previsti e non ancora iniziati, ma l’ordine

di sospensione o inibizione è revocato automaticamente se l’amministrazione, entro 30 giorni, non ha

avviato il procedimento di verifica o dichiarazione. Il comma 4 prevede opportunamente la possibilità per

il soprintendente di richiedere l’esecuzione di saggi archeologici preventivi a spese del committente

dell’opera, al fine di evitare l’interruzione o la sospensione degli interventi pubblici dovuti a ritrovamenti

archeologici che possano rivelarsi preclusivi della realizzazione dell’opera, con conseguente lievitazione

dei costi complessivi.

Misure di conservazione: Il concetto generale di conservazione comprende innanzitutto l’attività di studio

“coerente e programmata” ed è articolata in due momenti (prevenzione e manutenzione) considerati

imprescindibili per la tutela del patrimonio. l’attività di prevenzione agisce sul contesto, l’ambiente in cui il

bene è inserito, mentre la manutenzione e il restauro operano direttamente sul bene. La prevenzione

indica il complesso di attività idonee a limitare le situazioni di rischio connesse al bene culturale nel suo

contesto (sismico, idrogeologico, ambientale), interventi quindi che non riguardano direttamente il bene

oggetto di tutela, bensì l’insieme delle condizioni, l’ambiente in cui viene a trovarsi collocato. La

manutenzione si riferisce all’insieme di attività ed interventi destinati al controllo delle condizioni del

bene culturale e al mantenimento dell’integrità, dell’efficienza funzionale e dell’identità del bene e delle

sue parti. La manutenzione si distingue per il suo carattere ripetitivo e periodico (per esempio,

spolverare un dipinto) dal restauro, cui si deve fare ricorso solo raramente come ultima risorsa (extrema

ratio) da utilizzare a danno ormai avvenuto. Nel caso di interventi su beni immobili situati nelle zone

dichiarate a rischio sismico, il restauro comprende anche il miglioramento strutturale. La conservazione

ha quindi carattere generale e si riferisce ad ogni tipo di bene culturale e ad ogni intervento e rientra a

pieno titolo nella tutela anziché nella valorizzazione. Il comma 5 prevede che il Ministero definisce le

linee di indirizzo, norme tecniche, criteri e modelli uniformi di intervento al fine di assicurare metodologie

comuni per materie così delicate come la conservazione e il restauro di un patrimonio culturale enorme,

differenziato, fragile ed estremamente vulnerabile. Nei commi 6-11 si stabilisce la disciplina specifica per

la formazione professionale, dalle regole per l’insegnamento del restauro alla formazione delle figure

professionali che svolgono attività complementari e al riordino delle scuole di alta formazione.

L’art. 30 delinea in generale gli obblighi conservativi: pone a carico dei soggetti pubblici il dovere di

garantire la sicurezza e la conservazione dei loro beni, cui si aggiunge l’obbligo specifico di uniformarsi

alle prescrizioni del soprintendente sulla collocazione dei beni, ad eccezione degli archivi correnti. I

privati proprietari, possessori o detentori di beni culturali sono tenuti a garantirne la conservazione. Essi

hanno l’obbligo di conservare e ordinare i propri archivi e di inventariare quelli storici, documenti di 30

anni. Si fa qui riferimento, per i soggetti pubblici, al concetto di sicurezza, che si riferisce alle attività di

protezione contro i rischi di degrado o perdita del bene connessi a furti, usi impropri, atti vandalici o

eventi naturali.

Interventi conservativi volontari ed imposti: L’art. 31 disciplina gli interventi conservativi volontari, ad

iniziativa del proprietario, possessore o detentore, che deve munirsi della necessaria autorizzazione

prevista dall’art. 21, nella forma dell’approvazione del progetto. Il contenuto prescrittivo

dell’autorizzazione fa sì che il controllo della soprintendenza non sia solo preventivo, in quanto si deve

verificare la conformità dell’esecuzione alle prescrizioni date e l’idoneità dell’operatore ad intervenire sul

bene. Oltre all’iniziativa del proprietario, possessore o detentore, l’Amministrazione può attivarsi per

interventi relativi a beni culturali che, secondo l’art. 32, devono avere finalità conservative, escludendo

finalità di altro tipo, in particolare di valorizzazione. l’esecuzione degli interventi conservativi imposti si

attiva di ufficio, con la redazione di una relazione tecnica da parte del soprintendente, che dichiara la

necessità degli interventi da realizzare, che possono anche essere eseguiti direttamente

dall’amministrazione. Altrimenti il soprintendente invia la relazione tecnica, insieme alla comunicazione di

avvio del procedimento, al proprietario, possessore o detentore, che, entro 30gg, può far pervenire le

sue osservazioni e il progetto esecutivo delle opere. Se ciò non avvenisse si procede con l’esecuzione

diretta. L’art. 34 razionalizza e innova la disciplina degli oneri finanziari derivanti dagli interventi

conservativi imposti, stabilendo in linea di principio che essi, pur essendo eseguiti dai privati o

dall’amministrazione, sono a carico dei proprietari, possessori o detentori, ma, in presenza di preminenti

interessi pubblici connessi alla rilevanza storico-artistica del bene o all’uso o godimento pubblico dello

stesso, il Ministero può concorrere in tutto o in parte alla spesa sostenuta. L’art. 36 disciplina il

procedimento di erogazione dei contributi a lavori ultimati e collaudati, con facoltà del Ministero di

concedere acconti sulla base degli stati di avanzamento dei lavori, mentre l’art. 37 regola il contributo

in conto interessi sui mutui accordati ai proprietari, possessori o detentori di beni culturali immobili e

mobili per la realizzazione di interventi conservativi autorizzati, con la facoltà di concederlo anche per le

opere di architettura contemporanea, che pur non potendo essere sottoposte a tutela per la mancanza

delle condizioni previste dall’art. 10; 5, vengano riconosciute dal Ministero, su richiesta del proprietario,

di ‘particolare valore artistico’. L’art. 38 ribadisce la regola dell’accessibilità del pubblico ai beni

culturali immobili e mobili restaurati o sottoposti ad altri interventi conservativi con il concorso finanziario

del Ministero, sulla base di accordi o convenzioni che fissano le modalità e gli orari di apertura. Gli

articoli 39-40 riordinano la disciplina degli interventi conservativi aventi ad oggetto beni culturali di

appartenenza statale disponendo che, per quelli appartenenti agli enti territoriali, gli interventi

conservativi devono essere preceduti da accordi con l’ente interessato, salvi i casi di assoluta urgenza.

Archivi e documenti: l’art. 41 riguarda gli obblighi di versamento agli Archivi di Stato dei documenti

conservati dalle amministrazioni statali, presso cui sono istituite delle commissioni di sorveglianza

destinate a vigilare sulla corretta tenuta degli archivi correnti, a proporre gli scarti e curare i versamenti

agli Archivi di Stato, mentre l’art. 42 disciplina la conservazione degli archivi storici degli organi

costituzionali. Gli enti pubblici hanno l’obbligo di conservare nella loro organicità e tenere in ordine i

propri archivi, come pure di inventariare i propri archivi storici, costituiti da documenti relativi ad affari

esauriti da oltre trenta anni ed istituiti in sezioni separate. L’obbligo viene esteso a privati proprietari,

possessori o detentori di archivi dichiarati di interesse storico. L’art. 35 prevede la possibilità di intervento

finanziario dello Stato a sostegno delle spese per la loro conservazione. Dall’obbligo di conservazione

degli archivi nella loro organicità discende il divieto di smembramento. Si lamenta che altrettanta

attenzione non sia stata dedicata ai beni librari.

Custodia coattiva, comodato e deposito: L’art. 43 dispone la custodia coattiva (obbligata) temporanea

in pubblici istituti di beni culturali mobili per garantirne la sicurezza o assicurarne la conservazione. L’art.

44 rappresenta una novità in quanto estende il meccanismo di deposito presso gli Archivi di Stato ad

ogni tipo di bene culturale mobile, facendo ricorso al comodato per spingere i privati a cedere

gratuitamente e temporaneamente i propri beni “al fine di consentirne la fruizione da parte della

collettività, qualora si tratti di beni di particolare pregio o che rappresentino significative integrazioni delle

collezioni pubbliche”. Il comodato non può avere durata inferiore a 5 anni e può essere rinnovato

tacitamente. Il meccanismo del deposito presso archivi o istituti rimane invece per i beni culturali

appartenenti ad enti pubblici, ma le spese sono a carico dell’ente depositante, salvo che le parti abbiano

convenuto che le spese siano, in tutto o in parte, a carico del Ministero.

Tutela indiretta: La sezione III del capo II disciplina altre forme di protezione dei beni culturali. l’art. 45 si

riferisce alle limitazioni imposte dalla P.A. per l’uso di beni immobili, terreni o edifici, contigui, confinanti o

solo prossimi ad un immobile o complesso già dichiarato di interesse culturale (c.d. tutela indiretta

vincolo indiretto). Il vincolo indiretto comporta l’emanazione di prescrizioni dirette alla conservazione di

qualità compatibili con l’integrità, la visibilità, l’ambiente e il decoro del bene di interesse storicoartistico

già tutelato: si tratta di una misura volta alla creazione di una “fascia di rispetto” intorno al bene oggetto

di tutela diretta, con lo scopo di proteggere la ‘cornice ambientale’ circostante. Ne deriva una

compressione o limitazione del diritto di proprietà privata costituzionalmente garantita (art. 42 cost.), che

deve essere armonizzato con quello di tutela del patrimonio culturale. Le disposizioni dell’art. 45 hanno

un contenuto di notevole ampiezza ed elasticità. L’art. 46 delinea più compiutamente il procedimento per

la tutela indiretta, che è avviato dal soprintendente, anche su motivata richiesta degli enti territoriali,

dandone comunicazione al proprietario, possessore o detentore dell’immobile. La comunicazione di

avvio del procedimento comporta in via cautelare la temporanea immodificabilità dell’immobile quanto

agli specifici aspetti cui si riferiscono le prescrizioni: è un effetto cautelare automatico destinato a

cessare alla scadenza del termine per la definizione del procedimento. Il provvedimento contenente le

prescrizioni di tutela indiretta, di competenza del Direttore regionale, è notificato al proprietario,

possessore o detentore dell’immobile ed è trascritto nei registri immobiliari.

Mostre ed esposizioni: L’art. 48 riprende e coordina la materia del prestito di beni culturali mobili per

mostre ed esposizioni, che è assoggettato ad autorizzazione. È necessaria per beni mobili che

presentano interesse culturale. I beni possono appartenere allo Stato, agli enti territoriali, agli enti ed

istituti pubblici e alle persone giuridiche private senza fine di lucro ovvero ai privati, ma in questo ultimo

caso solo se siano già stati dichiarati. L’autorizzazione è rilasciata tenendo conto delle specifiche

esigenze di conservazione dei beni e, nel caso di beni appartenenti allo Stato, anche delle esigenze di

fruizione pubblica: la conservazione appare quindi gerarchicamente sopra ordinata alla fruizione. Il

rilascio dell’autorizzazione è inoltre subordinato all’assicurazione dei beni da parte del richiedente per il

valore indicato nella domanda, previa verifica della sua congruità da parte del Ministero. Solo per le

mostre e manifestazioni promosse dal Ministero sul territorio nazionale l’assicurazione può essere

sostituita dall’assunzione dei relativi rischi da parte dello Stato.

Cartelli, pubblicità e commercio: L’art. 49 pone il divieto di collocare o affiggere di cartelli, manifesti e altri

mezzi di pubblicità sugli edifici e nei luoghi tutelati come beni culturali, ma l’affissione può essere

autorizzata dal soprintendente qualora non danneggino l’aspetto, il decoro o la pubblica fruizione degli

immobili e l’autorizzazione è trasmessa, a cura degli interessati, agli altri enti competenti all’eventuale

emanazione degli ulteriori atti abilitativi. Per quanto riguarda l’uso a scopo pubblicitario delle coperture di

ponteggi in caso di interventi di conservazione su edifici di interesse storico-artistico o collocati in luoghi

di interesse culturale, si richiede il nulla-osta o l’assenso da parte della soprintendenza per un periodo di

tempo non superiore alla durata dei lavori. I Comuni, sentito il soprintendente, individuano le aree

pubbliche aventi valore archeologico, storico, artistico e paesaggistico in cui vietare o sottoporre a

condizioni particolari l’esercizio del commercio.

Studi di artista: L’art. 51 prevede la tutela degli studi d’artista. Il vincolo di destinazione, volto a

proteggere il contesto ambientale specifico, era previsto anche per gli studi adibiti a tale funzione da

almeno venti anni e rispondenti alla tradizionale tipologia a lucernario. La Corte costituzionale aveva

però dichiarato incostituzionale la parte della norma che prevede che gli studi non possano essere

soggetti a provvedimenti di sfratto. Si tratta quindi di due tipologie di beni: una più tutelata, costituita

dallo studio di artista, già dichiarato bene culturale in virtù della presenza di opere, cimeli e documenti,

che costituiscono una traccia sensibile dell’artista, dei suoi studi e rapporti e delle sue abitudini, di

produzione e ricerca. Ne deriva il divieto di rimuovere il contenuto dello studio e di modificarne la

destinazione d’uso. L’altra tipologia è invece connotata dalla presenza del lucernario (apertura a vetri sul

tetto) e dal fatto di essere stato occupato da artisti da almeno venti anni: in questo caso, la specifica

disposizione di tutela, consiste soltanto nel divieto di modificare la destinazione d’uso.

IV. CIRCOLAZIONE

Circolazione in ambito nazionale: Il capo IV disciplina la circolazione dei beni culturali in ambito

nazionale, la prima parte definisce la nuova e complessa disciplina della alienabilità (possibilità di

trasferire la proprietà attraverso contratti di compravendita, permuta o donazione) dei beni culturali di

appartenenza pubblica, riallacciandosi al tormentato tema della dismissione e vendita del patrimonio

immobiliare pubblico. L’art. 53 definisce i beni del demanio culturale (gli immobili riconosciuti di interesse

culturale) appartenenti allo Stato, alle Regioni e agli altri enti pubblici territoriali non possono essere

alienati, né formare oggetto di diritti a favore di terzi, se non nei limiti e con le modalità previsti nel

codice. Ai sensi dell’art. 54, comma 1, sono pertanto assolutamente inalienabili i seguenti beni del

demanio culturale: gli immobili e le aree di interesse archeologico; gli immobili dichiarati monumenti

nazionali a termini della normativa all’epoca vigente; le raccolte di musei, pinacoteche, gallerie e

biblioteche; gli archivi; gli immobili dichiarati di interesse particolarmente importante. Il vincolo di

inalienabilità viene esteso ad altre categorie di beni culturali: gli archivi e i singoli documenti pubblici; le

cose mobili di appartenenza pubblica, che siano opera di autore vivente e la cui esecuzione risalga ad

oltre cinquanta anni (se immobili, ad oltre settanta anni) fino alla conclusione del procedimento di verifica

previsto dall’art. 12. Tali beni, pur essendo inalienabili, possono però essere oggetto di trasferimento tra

lo Stato e gli enti pubblici territoriali, in quanto non si modifica il regime demaniale e si consente una

migliore distribuzione tra le raccolte pubbliche, con evidente vantaggio per la collettività in merito al loro

godimento. Gli immobili non appartenenti alle categorie dei beni inalienabili possono essere alienati solo

previa autorizzazione del Ministero. L’art. 55-bis stabilisce che le prescrizioni e condizioni contenute

nell’autorizzazione sono riportate nel contratto di alienazione e trascritte, su richiesta del soprintendente,

nei registri immobiliari; prevede la risoluzione del contratto in caso di inosservanza delle prescrizioni

fissate. L’art. 56 concerne altre alienazioni soggette ad autorizzazione: si tratta dei beni mobili degli enti

territoriali e quelli mobili e immobili degli altri enti pubblici. Si specifica che l’autorizzazione è richiesta per

ogni tipo di trasferimento di diritti aventi ad oggetto beni culturali, mentre non lo è se l’alienazione o il

trasferimento di diritti avviene in favore dello Stato, comprese le cessioni in pagamento di obbligazioni

tributarie (art. 57). L’art. 58 prevede la possibilità di autorizzare, invece dell’alienazione, la permuta (lo

scambio di cosa contro cosa) dei beni, se comporta un incremento del patrimonio culturale nazionale o

un arricchimento delle raccolte pubbliche. Il Direttore regionale è competente ad autorizzare le

alienazioni, le permute, le costituzioni di ipoteca e di pegno e ogni altro negozio giuridico che comporta il

trasferimento a titolo oneroso di beni culturali.

Denuncia: Chiude la sezione relativa all’alienazione l’art. 59, che disciplina la denuncia di trasferimento

della proprietà o della detenzione. La denuncia riguarda qualsiasi atto di trasferimento della proprietà (“il

diritto di godere e disporre della cosa in modo pieno ed esclusivo”, art. 832 c.c.), sia a titolo gratuito che

oneroso, e, limitatamente ai beni mobili, della detenzione (la situazione di fatto per cui si dispone del

bene, riconoscendo che è di proprietà altrui), come locazione o comodato. Sono tenuti ad effettuare la

denuncia: l’alienante a titolo oneroso o gratuito o colui che cede la detenzione, in caso di trasferimento

della detenzione; l’acquirente, in caso di trasferimento avvenuto nell’ambito di procedure di vendita

forzata o fallimentare o in virtù di una sentenza che produca gli effetti di un contratto di alienazione non

concluso; l’erede o il legatario, in caso di successione per causa di morte. La denuncia è effettuata entro

trenta giorni dall’atto di trasferimento e deve essere presentata al soprintendente del luogo dove si

trovano i beni, con l’indicazione di tutti gli elementi utili a identificare il bene (art. 59, comma 4).

Prelazione: La sezione II disciplina la prelazione, cioè la possibilità per lo Stato o gli altri enti pubblici

territoriali interessati di essere preferiti ad altri acquirenti in caso di alienazione a titolo oneroso o conferiti

in società, al medesimo prezzo stabilito nell’atto di alienazione o al medesimo valore attribuito nell’atto di

conferimento. Se il bene è alienato con altri per un unico corrispettivo o è ceduto senza previsione di un

corrispettivo in denaro o è dato in permuta, il valore è determinato dal soggetto che procede alla

prelazione: nel caso in cui l’alienante non accetti tale determinazione, il valore economico viene stabilito

da un terzo. Il Direttore regionale trasmette al Direttore generale, con le proprie valutazioni, le proposte

di prelazione che gli pervengono dalla soprintendenza che ha ricevuto la denuncia di trasferimento a

titolo oneroso ovvero le proposte di prelazione formulate dalla Regione o dagli altri enti pubblici territoriali

interessati. La prelazione è esercitata nel termine di sessanta giorni dalla data di ricezione della

denuncia di trasferimento a titolo oneroso; quando la denuncia manca o è incompleta o presentata

tardivamente il Ministero può esercitare la prelazione entro 180 giorni successivi alla denuncia tardiva o

alla ricezione di tutti gli elementi necessari. Il provvedimento di prelazione viene notificato, entro i termini

di sessanta e centottanta giorni, all’alienante e all’acquirente e la proprietà del bene passa allo Stato

dalla data dell’ultima notifica. Il procedimento per la prelazione è disciplinato dall’art. 62: il

soprintendente, ricevuta la denuncia, ne dà immediata comunicazione agli enti territoriali nel cui ambito

si trova il bene che, nel termine di venti giorni, formulano al Ministero una proposta di prelazione,

corredata dalla deliberazione dell’organo competente che predisponga la necessaria copertura

finanziaria della spesa, indicando le specifiche finalità di valorizzazione culturale del bene. Il Ministero

può rinunciare all’esercizio della prelazione trasferendone la facoltà, entro venti giorni dalla ricezione

della denuncia, all’ente interessato, che assume il relativo impegno di spesa, adotta il provvedimento di

prelazione e lo notifica all’alienante e all’acquirente sempre entro sessanta giorni dalla denuncia: la

proprietà del bene passa all’ente che ha esercitato la prelazione dalla data dell’ultima notifica. Se la

prelazione è esercitata dall’ente territoriale, tali termini, in caso di denuncia omessa, tardiva o irregolare,

sono aumentati a novanta, centoventi e centottanta giorni.

Commercio: La sezione III disciplina il commercio di cose mobili antiche o usate ribadendo l’obbligo di

dichiarazione preventiva per l’attività in oggetto all’autorità di pubblica sicurezza, che la trasmette al

soprintendente e alla Regione, ai fini della verifica del rispetto della normativa e della regolare tenuta dei

registri. All’obbligo di tenere il registro delle cose oggetto delle operazioni commerciali si aggiunge, per

coloro che esercitano la vendita quello di consegnare all’acquirente (anziché solo porre a disposizione)

la documentazione che ne attesti l’autenticità o almeno la probabile attribuzione e la provenienza.

Quando ciò non sia possibile, il mercante d’arte deve rilasciare una dichiarazione con tutte le

informazioni disponibili sull’autenticità o la probabile attribuzione e la provenienza dell’opera. A questi

obblighi fanno riscontro diverse previsioni penali, che si riferiscono all’esportazione illecita e alla

falsificazione di cose d’arte. In caso di trasferimento a titolo oneroso di documenti di interesse storico sia

tra privati che tramite commercianti o case d’asta, è prevista, entro novanta giorni, la denuncia

obbligatoria al soprintendente, ai fini dell’esercizio della tutela, salva la facoltà del soprintendente di

accertare d’ufficio presso privati l’esistenza di archivi e documenti, di cui sia presumibile l’interesse

storico particolarmente importante.

Circolazione in ambito internazionale: La materia della circolazione in ambito comunitario e

internazionale è disciplinando nelle cinque sezioni del capo V il controllo sulla circolazione; l’uscita e

l’ingresso nel territorio nazionale dei beni culturali; la loro esportazione dal territorio dell’Unione europea;

la restituzione di beni culturali illecitamente usciti dal territorio di uno Stato membro dell’Unione europea;

l’attuazione degli impegni assunti con le Convenzioni Unidroit e Unesco. L’art. 64-bis dispone che il

controllo sulla circolazione è finalizzato a preservare l’integrità del patrimonio culturale in tutte le sue

componenti. Tale controllo costituisce funzione di preminente interesse nazionale e, con riferimento al

regime di circolazione internazionale, i beni costituenti il patrimonio culturale non sono assimilabili a

merci.

Uscita definitiva: L’art. 65 disciplina l’istituto fondamentale della esportazione o uscita definitiva. L’art.

65 pone, in via generale, il divieto di uscita dal territorio nazionale dei beni culturali mobili (beni di

appartenenza pubblica e beni di appartenenza privata, se già dichiarati), nonché di quelli di

appartenenza pubblica, che siano opera di autore non più vivente e la cui esecuzione risalga ad oltre

cinquanta anni, fino a quando non sia stata effettuata la verifica prevista dall’art. 12. A questi si devono

aggiungere i beni che il Ministero, sentito l’organo consultivo, abbia preventivamente individuato e abbia

escluso dall’uscita, perché dannosa per il patrimonio culturale in relazione alle caratteristiche oggettive,

alla provenienza o all’appartenenza dei beni. Per i beni non rientranti nel regime di divieto assoluto, è

soggetta ad autorizzazione preventiva l’uscita definitiva delle cose. È libera invece l’uscita definitiva dal

territorio nazionale delle opere di pittura, scultura e grafica e gli oggetti d’arte di autore vivente o la cui

esecuzione non risalga ad oltre cinquanta anni, a condizione che l’interessato comprovi all’ufficio

esportazione la sussistenza di tali presupposti: si ribadisce, anche in questa sede, la necessità di

lasciare libere le opere di arte contemporanea per la circolazione della cultura e l’affermazione dei valori

sul mercato internazionale. Il regime giuridico è diverso a seconda che comporti anche l’uscita dal

territorio dell’Unione europea, per cui, oltre all’attestato di libera circolazione, si richiede anche la licenza

di esportazione. L’art. 68 disciplina il procedimento per l’autorizzazione all’uscita definitiva delle cose,

che inizia con una denuncia e presentazione dei beni all’ufficio esportazione, indicando contestualmente

il valore venale al fine di ottenere l’attestato di libera circolazione. L’ufficio, entro tre giorni dalla

presentazione della cosa, ne dà notizia ai competenti uffici del Ministero, che, entro dieci giorni,

segnalano gli elementi conoscitivi utili sugli oggetti: si instaura così una fase di consultazione interna tra

l’ufficio esportazione e gli uffici centrali interessati, da concludersi in termini brevi. Si specifica che

l’ufficio esportazione accerta se le cose presentate, in relazione alla loro natura o al contesto storico-

culturale di cui fanno parte, presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico,

bibliografico, documentale o archivistico, a termini dell’art. 10. L’ufficio esportazione nega o rilascia

l’attestato di libera circolazione sulla base di un giudizio motivato. Nel caso in cui l’ufficio rifiuti il rilascio

dell’attestato, tale comunicazione contiene anche gli elementi richiesti per l’identificazione del bene ed

equivale all’avvio del procedimento di dichiarazione, per cui scattano anche gli effetti cautelari (di

sottoposizione provvisoria della cosa al regime di tutela). Avverso il diniego dell’attestato è ammesso

ricorso al Ministero per motivi di legittimità e di merito, entro trenta giorni. Entro il termine di quaranta

giorni fissato per il rilascio o il diniego dell’attestato di libera circolazione, l’ufficio esportazione, qualora

non abbia già provveduto al rilascio o al diniego dell’attestato, può proporre al Ministero l’acquisto

coattivo della cosa, dandone contestuale comunicazione alla Regione e all’interessato, mentre la cosa

rimane in custodia presso l’ufficio e il termine per il rilascio dell’attestato è prorogato di sessanta giorni.

Nel caso in cui il Ministero rinunci all’acquisto, ne dà comunicazione,entro sessanta giorni dalla

denuncia, alla Regione che deve esercitare la facoltà di acquisto entro novanta giorni da tale data,

assumendo il relativo impegno di spesa sul proprio bilancio (come per l’esercizio del diritto di prelazione)

e notificando il provvedimento all’interessato.

Uscita temporanea: L’istituto dell’uscita temporanea (in precedenza, temporanea esportazione) era

stato circoscritto alla sola ipotesi del trasferimento all’estero per la partecipazione a mostre e

manifestazioni di beni culturali non esportabili perché dichiarati: in tal modo, l’uscita temporanea veniva

a configurarsi come eccezione all’ordinario regime di inesportabilità dei beni. Gli artt. 66 e 67

disciplinano l’uscita temporanea dei beni indicati dall’art. 65. Non possono però uscire i beni suscettibili

di subire danni nel trasporto o nella permanenza in condizioni ambientali sfavorevoli e quelli che

costituiscono il fondo principale di una determinata ed organica sezione di un museo, pinacoteca,

galleria, archivio o biblioteca o di una collezione artistica o bibliografica. L’autorizzazione all’uscita

temporanea può essere rilasciata altresì quando i beni costituiscano mobilio privato di cittadini italiani

con cariche presso sedi diplomatiche o consolari che comportano il trasferimento all’estero, per la durata

del mandato; quando arredino gli uffici diplomatici o consolari; debbano essere sottoposti ad analisi,

indagini o interventi di conservazione da eseguire necessariamente all’estero; quando l’uscita sia

richiesta in attuazione di accordi con istituzioni museali straniere, in regime di reciprocità e per la durata

prestabilita, non superiore a quattro anni, rinnovabili una sola volta (art. 67). L’ufficio esportazione,

accertata la congruità del valore indicato, rilascia o nega, con motivato giudizio, l’attestato di circolazione

temporanea, contenente le prescrizioni specifiche per garantire l’integrità e la sicurezza del bene e, per

l’ipotesi di uscita per mostre, il termine per il rientro del bene nel territorio nazionale, che non può essere

superiore a diciotto mesi dall’uscita, anche tenuto conto di eventuali proroghe concesse. Negli altri casi,

il termine non è fissato in via generale, ma va determinato caso per caso; in ogni caso, l’attestato deve

essere rilasciato e comunicato all’interessato entro quaranta giorni dalla presentazione della cosa e

contro il provvedimento di diniego è ammesso ricorso al Ministero nei modi previsti dall’art. 69. Il rilascio

dell’attestato è sempre subordinato all’assicurazione del bene da parte dell’interessato per il valore

indicato nella domanda e, nel caso di mostre o manifestazioni promosse dal Ministero o, con la

partecipazione statale, da enti pubblici, da istituti italiani di cultura all’estero o da organismi

sovranazionali, l’assicurazione può essere sostituita dall’assunzione dei relativi rischi da parte dello

Stato. La disposizione è diretta a favorire la valorizzazione dei beni culturali presenti nel territorio italiano

e a promuoverne la conoscenza e lo studio anche all’estero. Per garantire il rientro dei beni culturali di

appartenenza pubblica e privata già dichiarati, il comma 7 prevede una cauzione, costituita anche da

polizza fideiussoria, il cui importo è fissato in misura superiore del 10% del valore del bene accertato in

sede di rilascio dell’attestato. Essa non si applica ai beni appartenenti allo Stato e alle amministrazioni

pubbliche e ai beni previsti dall’art. 67, comma 1 (mobilio dei diplomatici, arredi delle relative sedi, beni

sottoposti ad analisi e interventi conservativi esteri o inviati per accordi culturali), mentre il Ministero può

esonerare da tale obbligo istituzioni di particolare importanza culturale.

Ingresso nel territorio nazionale: L’art. 72 disciplina l’ingresso nel territorio nazionale dei beni

ultracinquantennali e di autore deceduto; di archivi e documenti; di audiovisivi; di mezzi di trasporto e

strumenti della scienza e della tecnica, spediti in Italia da uno Stato membro dell’Unione europea o

importati da un paese extraeuropeo, che vengono certificati, a domanda, dall’ufficio esportazione. I

certificati di avvenuta spedizione e di avvenuta importazione sono rilasciati sulla base di

documentazione idonea a identificare il bene e a comprovarne la provenienza dal territorio dell’altro

Stato: essi hanno validità quinquennale, che può essere prorogata a richiesta dell’interessato.

Esportazione dall’Unione europea: La sezione III disciplina l’esportazione dal territorio dell’Unione

europea di beni culturali, identificando innanzitutto le fonti comunitarie che regolano la materia, con

valore meramente ricognitivo. Il regolamento consente l’esportazione fuori dal territorio dell’Unione

europea solo previo rilascio di una licenza. D’altronde, il provvedimento comunitario fa salve le

normative di tutela nazionali, prevedendo che la licenza di esportazione può essere negata se l’oggetto

è da proteggere secondo la legislazione nazionale. La licenza è rilasciata dall’ufficio esportazione

contestualmente all’attestato di libera circolazione oppure entro trenta mesi dal rilascio di quest’ultimo ed

ha una validità di sei mesi. La norma non si applica alle cose entrate nel territorio italiano con licenza di

esportazione rilasciata da un altro Stato membro dell’Unione europea per tutta la durata della licenza.

Nel caso di esportazione temporanea, è previsto il rilascio della relativa licenza, alle stesse condizioni e

modalità previste per l’attestato di circolazione temporanea.

Restituzione di beni illecitamente usciti: I presupposti per la restituzione tra Stati membri dell’Unione

europea sono: la qualificazione, anche successiva all’uscita, come bene appartenente al patrimonio

culturale nazionale; la sua appartenenza alle categorie dell’Allegato A o, pur non rientrando in tali

categorie, a collezioni pubbliche museali, archivi e fondi di conservazione di biblioteche o ad istituzioni

ecclesiastiche; l’uscita illecita dal territorio nazionale (dopo il 31 dicembre 1992), in violazione del

regolamento Cee o delle norme interne di protezione del patrimonio nazionale o col mancato rientro alla

scadenza del termine di uscita o di esportazione temporanea, cui è equiparata l’inosservanza delle

prescrizioni indicate nell’attestato di circolazione temporanea. La restituzione è ammessa se il

presupposto dell’illecita uscita sussiste al momento della proposizione della domanda (art. 75). L’art. 76

indica nel Ministero per i beni e le attività culturali l’organismo centrale di riferimento per l’azione di

restituzione e per l’attività di collaborazione con lo Stato richiedente. Tale attività consiste nella ricerca,

localizzazione, identificazione e segnalazione del bene, nella custodia una volta recuperato e

nell’amichevole composizione delle possibili controversie tra Stato richiedente e possessore o detentore.

L’azione si propone al Tribunale del luogo in cui il bene si trova entro il termine perentorio di un anno

dalla conoscenza del luogo in cui il bene si trova e del suo detentore: essa si prescrive entro il termine di

trenta anni dall’uscita illecita. Se la persona obbligata a restituire il bene prova di averne acquistato il

possesso con la diligenza necessaria a seconda delle circostanze, il Tribunale può liquidare un

indennizzo determinato in base a criteri equitativi.

V. RICERCHE, SCOPERTE, ESPROPRIAZIONE

Ritrovamenti e scoperte: Il capo VI, dedicato ai ritrovamenti e alle scoperte di cose suscettibili di

costituire beni culturali, ripropone la linea tradizionale della materia, aggiungendo una norma dedicata

alle ricerche e ai rinvenimenti fortuiti nella zona contigua al mare territoriale. Un’altra novità di tipo

formale è costituita dalla sostituzione del termine ‘beni’ con la parola cose, in quanto la qualifica di bene

culturale può essere attribuita solo alla cosa della quale sia stato formalmente verificato o dichiarato

l’interesse culturale. Pertanto, data la delicatezza delle operazioni di scavo, che richiedono una

elevatissima specializzazione, la riserva statale ha lo scopo di evitare che vengano condotte ricerche in

modo incontrollato e con impiego di mezzi inadeguati, tenendo conto che le stesse modalità dello scavo

archeologico, al di là del ritrovamento degli oggetti, si possono rivelare preziosi mezzi di conoscenza

storica. D’altra parte, la ricerca archeologica attualmente si è allargata dal reperimento degli oggetti ad

una serie di attività sempre più ampia (rilevazione, catalogazione, archiviazione con l’uso di strumenti

sempre più complessi), riproponendo critiche e dubbi di legittimità costituzionale sulla riserva delle

ricerche archeologiche e di beni culturali al Ministero, sotto il profilo della libertà di iniziativa economica

(art. 41 cost.) e della libertà della ricerca scientifica. Da tenere presente anche che l’inosservanza delle

disposizioni su ritrovamenti e scoperte comporta l’irrogazioni di sanzioni penali previste dall’art. 175

(violazioni in materia di ricerche archeologiche).

Occupazione temporanea e concessione di ricerca: L’art. 88, comma 2, disciplina l’istituto

dell’occupazione temporanea di immobili per consentire l’attività di ricerca. Caratteristica

dell’occupazione è la sua temporaneità, in quanto l’acquisizione della detenzione dell’immobile è misura

a carattere limitato nel tempo e, anche se non si applica il temine massimo del biennio ogni eventuale

proroga deve essere adeguatamente motivata. L’occupazione si configura come un atto autoritativo

proprio del Ministero, che ha come scopo l’acquisizione della disponibilità di un immobile per un periodo

di tempo limitato, al fine di realizzare una attività di ricerca. Il decreto di occupazione deve essere

adeguatamente e specificamente motivato e deve contenere l’indicazione del termine finale di

occupazione; essa può essere disposta a favore di qualunque soggetto, pubblico o privato, che abbia

titolo per effettuare le ricerche. Il proprietario dell’immobile ha diritto ad una indennità per i danni che

subisce per effetto dell’occupazione, sia in denaro oppure, dietro richiesta del proprietario, mediante

rilascio delle cose ritrovate o di parte di esse, quando non interessino le raccolte dello Stato. L’art. 88,

comma 1, dispone che le ricerche archeologiche e le opere per il ritrovamento delle cose indicate

dall’art. 10 in qualunque parte del territorio nazionale sono riservate al Ministero: la riserva dell’attività al

Ministero comporta l’esecuzione diretta delle ricerche o l’affidamento a soggetti pubblici o privati

mediante concessione. L’atto di concessione è suscettibile di revoca anche quando il Ministero intenda

sostituirsi al concessionario nell’esecuzione o prosecuzione delle opere, rimborsandogli le spese

sostenute per l’attività già svolta. Il comma 6 prevede una novità, in quanto il Ministero può consentire

che le cose rinvenute rimangano, per fini espositivi, presso la Regione o altro ente territoriale del luogo

in cui è avvenuta la scoperta, qualora possieda una idonea sede espositiva e possa garantire custodia e

conservazione.

Scoperta fortuita e premio: L’art. 90 ribadisce la disciplina della scoperta fortuita di cose mobili e immobili

che possono costituire beni culturali, con il conseguente obbligo per lo scopritore di fare denuncia entro

24h al soprintendente, al sindaco o all’autorità di pubblica sicurezza e di provvedere alla conservazione

temporanea, lasciandole nelle condizioni e nel luogo in cui sono state rinvenute. Della scoperta fortuita

sono informati anche i carabinieri preposti alla tutela del patrimonio culturale. Gli artt. 92 e 93 riguardano

il premio per il ritrovamento (sia programmato che fortuito). Lo scopritore ha diritto al premio solo se ha

ottemperato agli obblighi previsti dall’art. 90, mentre il proprietario dell’immobile può rivestire anche la

qualifica di concessionario di ricerca o scopritore, con la conseguenza di un aumento del premio. Nulla è

dovuto allo scopritore che si sia introdotto o abbia ricercato nel fondo altrui senza il consenso del

proprietario o del possessore. Il premio, non superiore al quarto del valore delle cose ritrovate. Una

novità è costituita dalla possibilità di ottenere, a richiesta, invece del premio in natura o in denaro, un

credito di imposta dello stesso ammontare: si tratta di una forma di agevolazione o sgravio fiscale, molto

opportuna nel settore dei beni culturali. In considerazione dei tempi lunghi ordinariamente richiesti dalle

operazioni di inventariazione delle cose ritrovate, è stata prevista la possibilità di pagare un acconto del

premio, in misura non superiore ad un quinto del valore, determinato in via provvisoria. Se l’interessato

non accetta la stima definitiva del Ministero, il valore delle cose ritrovate è determinato da un terzo,

designato concordemente dalle parti; se non si accordano o si deve provvedere alla sostituzione, la

nomina è effettuata dal presidente del Tribunale e le spese sono anticipate dall’interessato. La

determinazione del terzo è impugnabile in caso di errore o di manifesta iniquità.


ACQUISTATO

3 volte

PAGINE

24

PESO

67.21 KB

AUTORE

palice95

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in studi storico-artistici
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher palice95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Legislazione dei Beni culturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Mirri Maria Beatrice.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Legislazione dei beni culturali

Riassunto esame Beni culturali, prof. Montella, libro consigliato Manuale di Legislazione dei Beni Culturali, Ainis, Fiorillo
Appunto
Riassunto esame Beni culturali, prof. Montella, libro consigliato La Legge Oscura, Ainis
Appunto
Riassunto esame Legislazione dei Beni Culturali, prof. Mirri, libro consigliato "Per una storia della tutela del patrimonio culturale", Mirri
Appunto