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Arte greca

L’età protogeometrica e geometrica (secoli X-VIII a.C.)

Il difficile passaggio tra II e I millennio a.C

Crolli e turbolenze dell’età oscura

Le dinamiche del passaggio tra II e I millennio a.C., ossia Età del Bronzo ed Età del Ferro, sono tuttora di difficile comprensione. La definizione di Dark Ages “secoli bui” per il periodo tra fine XI a.C. e metà del secolo VIII a.C. è ai più insoddisfacente e impressionistica. Numerose sono le scoperte archeologiche che vanno illuminando “il buio”. La documentazione archeologica mostra come, tra la fine del XIII secolo a.C. e la metà circa di quello successivo, il mondo miceneo sia in declino: si assiste infatti alla distruzione dei palazzi di Micene (fig.1.1), Tirinto e Pilo nel Peloponneso, di Iolco in Tessaglia. Scompare un’efficiente organizzazione palaziale. Scompare l’uso della scrittura “Lineare B”, scompaiono la grande architettura in pietra, gli splendidi affreschi che decoravano le pareti delle residenze minoiche e micenee e, i raffinati oggetti ricavati dall’oro, dalle pietre dure, dall’avorio. Laddove si colgono tracce di continuità insediativa dopo il collasso del mondo miceneo, appare evidente un diffuso impoverimento della cultura materiale, aggravato da un sostanziale analfabetismo.

La distruzione dei palazzi può avere avuto le cause più varie: disastri naturali, terremoti e incendi, e anche fenomeni di ribellione sociale interna alle strutture palaziali. La tradizione epica e storica greca colloca proprio alla fine del II millennio a.C. la famosa spedizione contro Troia: nel decennio 1194-1184 a.C. l’epica eroica assegna agli Achei/Micenei la vittoria su Troia. I ritorni in patria (nostoi) degli eroi achei/micenei sono accompagnati da lutti, esili e dissidi. Quindi all’epoca della guerra di Troia, i regni micenei sono già in balia di profonde convulsioni.

La documentazione archeologica non è in grado di chiarire esattamente quale sia il legame tra la scomparsa del mondo miceneo e un altro fenomeno, la cosiddetta “invasione dorica”, di cui resta salda memoria nelle fonti letterarie greche: queste forniscono una data precisa per l’evento, il 1104 a.C. Nella stessa tradizione antica questi nuovi popoli, in Grecia dalla fine XII secolo, non sono dipinti come distruttori, bensì come conquistatori. È quindi improbabile che abbiano avuto un ruolo nella distruzione dei palazzi micenei, ma è certo che scesero dai distretti montuosi della Grecia centro-settentrionale a riempire il vuoto lasciato dall’esaurirsi della civiltà micenea, dando vita anche a forme di convenienza e di fusione con i popoli precedenti.

Alla metà del XI secolo abbiamo la “colonizzazione ionica”, ossia il trasferimento e l’occupazione stabile delle coste occidentali della penisola anatolica da parte di gruppi di Greci provenienti da aree diverse della Grecia continentale. L’obiettivo era la ricerca di spazi vuoti per la creazione di nuovi insediamenti e nello sfruttamento di territori ampi e preferibilmente di facile conquista, da cui drenare le risorse necessarie, mancanti in patria.

L'età di Omero e di Esiodo

Tra II e I millennio a.C. abbiamo il passaggio dal bronzo al ferro, nella fabbricazione di armi e di utensili. Il cambiamento produsse inevitabili e sostanziali trasformazioni di ordine economico e socio-politico: mutarono le aree di reperimento della materia prima, quindi le linee di scambio e di traffico. Nuove competenze tecniche metallurgiche si richiesero agli artigiani: novità furono introdotte nella tattica e nell’organizzazione militare dell’impegno diffuso di armi in ferro. Il cambiamento si ebbe anche nel rito funebre, dall’inumazione alla cremazione, e anche nella tipologia della forma e ornamento dei vasi.

È dalle caratteristiche di quest’ultimo, incentrate sull’articolazione e raffinata variazione di motivi geometrici, che l’arte greca dei secoli XI-VIII a.C. trae nome con una suddivisione interna che dallo stile ceramico viene estesa a comprendere tutte le manifestazioni artigianali e artistiche del periodo. Si è soliti così distinguere uno stile/periodo “geometrico” che interessa i secoli XI- VIII a.C. da un precedente stile/periodo “protogeometrico” tra la metà del secolo IX e l’intero secolo X a.C.

Il dissolversi delle forme di potere micenee conduce alla nascita di una realtà sociale e istituzionale nuova: la polis. La polis di età storica è una realtà ben più complessa: l’acropoli, centro politico e sacrale, non è isolata, vive bensì dello stretto legame che la collega all’asty, la città abitata ai piedi dell’acropoli e alla chora, il territorio da cui vengono drenate le risorse; e l’equilibrio tra città e territorio è sociale, economico e politico. La polis dei secoli XI- VIII a.C. è una città aristocratica di matrice oplitico-contadina, la cui ricchezza è fondata sui possedimenti terrieri.

La mobilità dei Greci sul mare era già in questi secoli molto elevata e avesse interlocutori privilegiati soprattutto fenici, dai quali i Greci appresero presto anche l’uso dell’alfabeto; le prime iscrizioni greche a noi pervenute risalgono al VIII a.C. Significativo è uno dei più antichi documenti di scrittura alfabetica greca, la famosa Coppa di Nestore (fig. 1.3): un vaso tardogeometrico (seconda metà VIII a.C.) prodotto a Rodi, ma esportato in Occidente e rinvenuti in una tomba dell’emporio di Pithecusa (Ischia); nell’iscrizione, inneggiante all’ambiente conviviale e ai connessi piaceri del vino e dell’amore, l’allusione all’eroe omerico Nestore ribadisce la natura dei valori etici e morali dell’élite aristocratica di età geometrica.

Dai decenni centrali del VIII a.C. nacque un massiccio fenomeno di spostamento di gruppi organizzati e strutturati sia verso occidente, cioè verso promettenti terre dell’Italia meridionale e Sicilia, sia verso nord nell’Egeo settentrionale; sia verso est lungo le coste del Mar Nero; sia infine verso sud in Egitto. Questo fenomeno chiamato “colonizzazione arcaica” si protrae abbondantemente anche nei secoli VII-VI a.C.

Le prime manifestazioni dell’arte di costruire

I materiali effimeri per una sperimentazione vivace

Le difficoltà di rinvenimento e l’intrinseca povertà delle testimonianze relative a questi primi secoli sono conseguenza delle modeste dimensioni degli edifici e del carattere effimero dei materiali impiegati. Le strutture di età protogeometrica e geometrica sono infatti costruite per lo più con materiali deperibili, in pietre di piccolo taglio e ciottoli di fiume, mattoni crudi, travi leggere e pavimenti in semplice battuto di terra. Interessante è notare la progressiva crescita dimensionale delle strutture e il conseguente affinamento delle competenze professionali richieste riguardino l’individuazione, valutazione e assemblaggio degli elementi lignei. È quindi probabile che le costruzioni navali abbiano giocato un ruolo decisivo in un processo di sperimentazione continua.

Bisogna considerare che, diversamente dalle grandi realtà politiche orientali ed egiziane che potevano contare su una sterminata mano d’opera servile, nessuna delle comunità greche di età protogeometrica e geometrica era in grado di mettere in campo altrettanta forza lavoro. Tra gli aggiornamenti delle scoperte negli ultimi decenni vi è da segnalare come la transizione tra la cultura micenea in realtà anche significativi episodi di continuità, sia insediativa sia cultuale.

Delimitare e recingere lo spazio del dio

Tra i tipi architettonici greci, il solo edificio sacro si caratterizza fin dal principio per proprietà di grandezza, scelta accurata di materiale durevole e pregiato e ricchezze ornamentale. Al contrario, le abitazioni risponderanno sempre ai criteri di ordine pratico.

Il primitivo evolversi di due differenti concezioni e invenzioni progettuali a destinazione sacra corrisponde l’una con l’area dorica della Grecia continentale, l’altra con l’area ionica della grecità orientale. Nel primo caso le soluzioni architettoniche adottate paiono svilupparsi da due fondamentali tipologie planimetriche: il Megaron miceneo e l’Oikos. Il primo è l’edificio a vano rettangolare allungato con terminazione ad abside ovvero ortogonale, esso deriva la sua forma dalla sala micenea, all’interno della quale l’anax (signore) si mostrava ed era possibile sacrificare e consumare pasti vicino al trono. Per questa sua antica funzione, di alto significato culturale e rappresentativo, è l’ambiente più adatto a delimitare e recingere lo spazio della divinità, a fungere quindi da casa del dio e del suo agalma (immagine di culto), dove la comunità compie sacrifici e consuma pasti in comune.

Il tipo dell’Oikos, ossia ambiente quadrangolare di modeste dimensioni, absidato o normale, comune tipologia abitativa viene invece adottato per edifici templari più piccoli (naiskoi). Di straordinaria importanza per l’evoluzione delle primitive forme dell’edificio di culto è Heroon (fig.1.4), rinvenuto nei primi anni Ottanta del secolo scorso a Lefkandi. L’edificio monumentale è datato alla prima metà del X a.C. di pianta rettangolare allungata (45/50m), terminante con un’abside e accessibile dal lato corto tramite un’anticamera: l’interno è scandito da una serie di ambienti accostati l’uno all’altro e comunicanti fra loro.

Fu costruito su una fondazione in pietre, con un alzato in mattoni crudi e un tetto a doppio spiovente in canne e paglia: il peso del tetto era sostenuto sia da una fila di pali lungo l’asse centrale, sia da un recinto di oltre sessanta pali intorno alla struttura. L’edificio, eretto forse come abitazione di un re locale, ne divenne poi la sepoltura; all’interno infatti fu scoperta una tomba, scavata nel pavimento e suddivisa in due comparti; l’uno conteneva le ceneri di un guerriero sepolto con spada e punta di lancia in ferri e i resti di una donna; l’altro le ossa di quattro cavalli con i relativi finimenti. Dopo la deposizione, l’Heroon fu chiuso. Il rito e la struttura ricordano la descrizione omerica dei solenni funerali in onore di Patroclo.

Di indubbia funzione religiosa è il Daphnephorion in Etruria (fig. 1.5 a,b), se la ricostruzione è esatta abbiamo un edificio absidato, datato alla prima metà del VIII a.C. lungo circa 10 m, le cui pareti erano fatte si rami di alloro, albero sacro ad Apollo. Verso la fine del VIII secolo a.C. a questa primitiva struttura viene affiancata un’altra costruzione, egualmente absidata, ma lunga fino a 100 piedi, dunque un hekatompedon. La continuità del culto di Apollo nei secoli VII e VI a.C. è documentata infine dalla successiva edificazione di un tempio periptero.

Un recente ripensamento dei dati ha rialzato la cronologia dei magara nel santuario di Apollo a Thermos in Etolia (fig.1.6) a lungo considerati i capostipiti dell’architettura templare greca, ma attualmente datati entrambi a età micenea. Accanto a questi edifici che, per grandezza maggiore impegno economico e più evoluta competenza tecnica, sono da considerarsi rari, la forma templare più consueta e diffusa, almeno fino al secolo VII a.C., dovette essere quella del più modesto oikos, con eventuale vestibolo ad ante. Una sorta cioè di piccolo “tempio di villaggio”, il naiskos per lo più in legno e argilla esteticamente meno pretenzioso e strutturalmente meno elaborato.

Ne ricostruiamo l’aspetto grazie a decine di modellini di naiskoi in terracotta e in pietra, rinvenuti per lo più come doni votivi nei santuari stessi. Questi oggetti consentono osservazioni sugli alzati e sulle decorazioni policrome, altrimenti difficilmente percepibili. Un esempio è il modellino dell’Heraion di Argo (fig.1.8) degli ultimi decenni del secolo VIII a.C., non solo anticipa la concezione di un atrio tra sostegni o doppi sostegni, ma suggerisce anche la presenza di uno spazio vuoto formato dalle falde del tetto, che sarà successivamente occupato dal frontone.

In area dorica, quindi, il tempio in quanto casa della divinità, ossia ambiente preposto a custodire degnamente l’agalma di dio, ricalca significativamente nelle sue più antiche forme il modello della casa, sia nel tipo più altisonante del megaron rettangolare allungato sia in quello più modesto dell’oikos quadrangolare.

I più antichi edifici sacri dell’Artemision di Efeso e dell’Heraion di Samo mostrano che l’idea generatrice è quella di un recinto monumentalizzato che racchiude la statua di culto, esposta sotto un baldacchino o una struttura di protezione ma non ne costituisce la casa. La più antica testimonianza dell’applicazione di questa concezione architettonica è il periptero geometrico di 8x4 colonne dell’Artemision di Efeso (fig.1.9) che, con una peristasi lignea, avvolge il recinto nel quale viene eretto un tabernacolo a protezione dell’agalma. L’area risulta frequentata a scopo sacro fin dal X secolo a.C.

Il primitivo recinto assume nell’Heraion di Samo le forme di un edificio rettangolare molto allungato con copertura piana. Entro la prima età del VII secolo a.C. un hekatompedon rettangolare (fig. 1.10), il cui tetto era sostenuto da una fila centrale di pilastri lignei. Al tempio si accedeva dal un lato corto aperto, tristilo in antis (con tre colonne tra le ante); la statua di culto della dea, verosimilmente in legno, era collocata sul fondo, su una base leggermente fuori asse, perché la fila di pali centrali non ne disturbasse la vista.

Fin dal VIII secolo a.C. si afferma presso i Greci l’esigenza di delimitare un’area nella quale la presenza della divinità si espliciti concretamente tramite la statua di culto. Si sono stati vari esperimenti architettonici per formulare l’idea di tempio greco compiuti tra Eubea, Golfo di Corinto, Samo ed Efeso.

Vivere nella città e nello spazio domestico

La tipica casa di età geometrica consiste in un ambiente quadrangolare monovano (oikos), privo cioè di suddivisioni strutturali interne di estensione limitata, solitamente 15/20 mq. La scarsa disponibilità di spazio si spiega sia pensando a una famiglia mononucleare e ipotizzando lo spostamento di parte delle attività all’esterno della casa, in spazi con tettoie e pergolati, adibiti a cortili (fig.1.11). A famiglie di tipo allargato, proprie del ceto aristocratico, appartengono abitazioni più considerevoli.

In entrambi i casi la tecnica di costruzione è semplice e lascia tracce sul terreno: se la casa non poggia direttamente su un banco roccioso essa si regge su muretti di ciottoli e pietre di piccolo taglio e pavimenti in battuto di terra. In molti abitati sono attestati entrambi i modelli abitativi, in relazione quindi con un’articolata struttura sociale. I livelli geometrici di Smirne fondata intorno al 1000 a.C. hanno restituito case di forma ovale e rettangolare, con fondamenta in pietra e alzati in legno e mattoni crudi.

Presto la città, di forma vagamente circolare, risulta affollata di centinaia di queste abitazioni, addossate l’una all’altra e contenute entro uno spesso muro costruito con massi. Verso la fine del VIII a.C. la città subisce un incendio devastante, in seguito la città venne ricostruita su un impianto più regolare con case affacciate a strade; un’area della città viene adibita a spazio pubblico (agorà) e su un’altura troviamo un tempio (fig. 1.12).

A Emporio, abitato del VIII secolo, s’installa su un pendio di un colle con un dislivello tra città alta e bassa di quasi 100 m (fig.1.13). L’acropoli di forma ovale è cinta da mura e accessibile da una stradina che risale il colle; di fronte all’ingresso dell’acropoli troviamo un grande ambiente rettangolare a megaron, con una fila interna di sostegni, evidentemente la residenza di un capo (fig.1.14). Le abitazioni consistono per lo più in oikoi quadrangolari, costruiti su muri di pietra oppure appoggiati sul banco roccioso; all’interno sono banchine di pietra e focolari (fig.1.15).

Emporio e Smirne rispondono anche ai due principali criteri di primitivo insediamento. Nel primo caso la forma dell’abitato si articola in case sparse, senza cioè un orientamento preciso e spesso adattandosi alle caratteristiche morfologiche, il secondo caso prevede invece agglomerati di abitazioni a strettissimo contatto tra loro, oppure disposte talvolta in file ordinate. Strutture regolari di più ampia spazialità sono note, per quest’epoca così antica, solo nelle aree coloniali, dove erano possibili per la presenza di ampi territori di nuova occupazione.

Organizzazione di tipo regolare è documentata, ad esempio, a Megara Iblea (Sicilia) dove i coloni già dal loro arrivo avevano suddiviso il territorio in lotti uguali, all’interno venivano edificate case quadrangolari con una superficie abitativa non superiore a 15/20 mq e un piccolo giardino (fig.1.16). Nei decenni successivi il moltiplicarsi delle esigenze e attività realizzate in casa porterà ad abitazioni di maggiore estensione, concepite sulla base del semplice accostamento di più ambienti monovano, l’uno accanto all’altro, spesso non comunicanti tra loro, bensì tramite un corridoio trasversale cinto da muro, detto pasta (fig.1.17); la casa a pastas sopravvive fino alla piena età classica.

Un’arte florida e potentemente espressiva: la ceramica

Lo stile geometrico nelle ceramiche greche

Il termine “geometrico” indica anzitutto lo stile e la natura delle decorazioni dipinte sui vasi prodotti in Grecia tra i secoli XI e VIII a.C.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/07 Archeologia classica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lfly2010 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia e storia dell'arte greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Bejor Giorgio.
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