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ARCHIVISTICA

L’archivistica è una materia antica e complessa, che ha per oggetto la gestione della memoria scritta di soggetti pubblici

e privati. Si occupa della individuazione e della definizione della natura degli archivi, delle modalità e delle procedure di

formazione, dei principi di organizzazione, conservazione e tutela della documentazione realizzata dai soggetti

produttori.

Il materiale archivistico si identifica generalmente con rappresentazioni scrittorie, che possono essere realizzate su

supporti diversi (pergamena, carta, elettronico).

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Ogni archivio nasce quando il soggetto produttore decide di conservare le testimonianze delle proprie operazioni. Il

materiale è conservato quando è considerato utile e utilizzabile, nel presente o nel futuro; un atteggiamento che si

verifica soprattutto nelle fasi iniziali, quando la conservazione soddisfa interessi pratici, amministrativi e giuridici,

riferibile al soggetto principiale e a tutti gli altri a esso correlati. Con il trascorrere del tempo la possibilità di

conservazione della documentazione archivistica diventa più precaria, a causa di rischi naturali, di forza maggiore e

legati all’imperizia del gestore dell’archivio. Nella sua ultima fase, l’archivio assume rilevanza per la ricerca.

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Nel tempo, gli studiosi hanno cercato di individuare e classificare la disciplina archivistica, con difficoltà date dalla natura

stessa dell’archivio, che si presenta di solito con caratteri di specialità. Le discussioni teoriche e metodologiche si sono

intensificate a metà Cinquecento, e miravano a stabilire gli elementi distintivi dell’archivio, tentando di risolvere le

divergenze fra l’archivio in formazione (prerogative pratiche e amministrative) e quello già consolidato (ricerca).

Contemporaneamente, il termine archivio prese a significare tanto il luogo quanto la documentazione stessa. La

disciplina si distingue in moduli:

1. ARCHIVISTICA GENERALE = tematiche base di conoscenza dell’archivio, dei suoi principi teorici, giuridici e

gestionali. L’archivio è osservato nei suoi momenti formativi e strutturali, e per quanto concerne le attività che

si riferiscono alle diverse operazioni. La materia offre sintetiche indicazioni sulla storia degli archivi,

focalizzandosi sui suoi elementi puri, quindi teorici. L’archivistica generale comprende poi un quadro relativo

all’organizzazione nazionale e internazionale dei settori gestionali.

2. ARCHIVISTICA SPECIALE = origine, sviluppo e gestione dell’archivio osservato nella sua realtà fattuale, quale

conseguenza dell’attività del soggetto produttore. Studia quindi la nascita, lo sviluppo e la gestione degli archivi

nella loro appartenenza aspecifiche tipologie, indirizzandosi alla conoscenza del presente e del passato.

3. ORGANIZZAZIONE DEGLI ARCHIVI = approfondimento del modulo generale, con attenzione agli aspetti tecnici.

Aspetti basilari della nascita, della formazione e della gestione dell’archivio corrente; protocollo, procedure

manuali e d’informatizzazione. Conservazione, selezione e scarto dell’archivio di deposito. Criteri di

ordinamento e inventariazione; mezzi di corredo, strumenti di ricerca e applicazioni tecniche nell’ambito

dell’archivio storico.

3b. GESTIONE DEGLI ARCHIVI = modalità di accesso ai fini della ricerca e della fruizione del materiale

documentario. La disciplina introudce alla consapevolezza delle modalità di fgestione delle realtà conservative

archivistiche, con riguardo per gli archivi di concentrazione.

4. INFORMATICA APPLICATA = interventi legati alle progettualità tecnologiche. L’ampiezza del campo d’azione

della disciplna è data dall’esigenza di applicazioni in fase corrente, di deposito e storica. Non mancano I

programmi diretti all’archivio deposito, relativamente alla problematiche legate alla gestione dei massimari di

conservazione, selezione e scarto.

ARCHIVIO

Nell’uso comune si parla di archivio per riferirsi ad agglomerati di carta che, non essendo più di interesse per i soggetti

produttori, sono conservati in vista di una futura e potenziale utilizzazione. A conferma dell’accezione negativa sta la

definizione del 1986 conservata nel Dizionario dei sinonimi e contrari, del tutto inesatta.

Per rimanere nell’uso comune, si osserva correlazione fra archivio e l’insieme di informazioni riunite e conservate per

fini diversi, recentemente gestite a livello tecnologico. Il concetto di archivio non è tuttavia così semplicemente vicino a

quello di raccolta di informazioni; l’esistenza di un archivio in senso stretto dipende infatti da una molteplicità di

elementi, quali le modalità formative, le scelte conservative, le motivazionie e le finalità.

Per definire le funzioni dell’archivistica si è talvolta inteso un insieme di comportamenti, prevalentemente pratici e

preferibilmente ripetitivi, ma Romiti ritiene che l’archivistiva si fondi su generali principi teorici, e che gli aspetti

gestionali trovino la loro ragione funzionale nell’elaborazione di elementi dottrinari. Il vero problema della disciplina è

quindi nella necessità di comprendere e definire la natura dell’archivio. --

Il termine archivio ha avuto e ha una applicazione diffusa, in ambito archivistico, nel linguaggio attinente a discipline

affini e nel linguaggio comune. Può essere inteso come:

COMPLESSO DOCUMENTARIO = senso proprio nell’archivistica. Individuabile in ogni complesso di scritture realizzato

dai singoli produttori, a seguito e quale diretta conseguenza della sua spontanea e naturale attività rivolta verso la

società esterna. Il materiale così ottenuto si distingue per la necessaria presenza di uno specifico vincolo naturale, che

contribuisce a creare un collegamento organico fra gli elementi.

RACCOLTA = nel linguaggio attinente a discipline affini. Si riferisce alla raccolta di scritture prodotta dall’attività di

soggetti che operano non necessariamente verso l’esterno, e nella quale non sussistono le caratteristiche del complesso

organico. Si tratta di insiemi di documenti riuniti occasionalmente o per finalità prestabilite, che danno vita a una realtà

in cui il vincolo non ha carattere naturale, ma dipende dalla volontà del soggetto (vincolo volontario). Non coincide

quindi con l’archivio (vincolo involontario), e il termine raccolta risulta più calzante per i beni librari. --

Nei tempi recenti si è diffusa la prassi di replicare la documentazione, per garantirne la conservazione e ridurre gli spazi

occupati. L’intervento può realizzarsi per:

DUPLICAZIONE = trasferimento del materiale su altro supporto, solitamente di natura diversa. Si continuano ad avere

in giacenza anche gli originali, il che permette di avere il documento a disposizione in duplice copia e di acquisire

maggiori possibilità di conservazione. La fruizione diventa più agile e intensa, poiché si riducono I rischi di usura e si

qualificano al contempo gli accessi.

SOSTITUZIONE = alla realizzazione della copia segue la distruzione dell’originale. Si aumentano gli spazi disponibili, e

seppure in apparenza avente accezione negativa, è una possibilità che rende meno drastiche le procedure di scarto.

La replicazione può avvenire attraverso l’uso di:

MICROFILM = supporto consistente, con limitata capacità di ingombro. È costituita da un archivio fotografico, e risulta

facilmente fruibile e ulteriormente riproducivile. La durata dell’immagine realizzata è però ottimale per un lasso di

tempo non superiore a qualche lustro.

TECNOLOGIE INFORMATICHE E OTTICHE = supporto virutale, con affievolito impatto reale ma capace di offrire estese

qualificazioni e possibilità di fruizione. I dubbi sorgono in riferimento alla sicurezza conservativa dei dati, all’incertezza

della durata, alla natura effimera dei sistemi hard e soft applicati. Tali considerazioni assumono peso ancora maggiore

quando si parla di sostituzione, data la conseguente eliminazione degli originali.

ARCHIVIO INFORMATICO = dati taccolti in contenitori virtuali, pensati per rispondere a esigenze di ricerca;

configurazione non coincidente con il significato di archivio, ma simile a quello di raccolta (non archivio).

Si distinguono gli archivi informatici (nati su supporto elettronico) e archivi informatizzati (creati su supporto cartaceo

e poi trasferiti). Il fine è ampliare e semplificare gestione e fruizione.

ARCHIVIO COME EDIFICIO O VANO DI CONSERVAZIONE = la prassi ha origine nella più antica storiografia archivistica,

e si rapporta alla teoria di età romana in cui – considerando l’archivio sulla base di questo elemento – vedeva lo sviluppo

di altri principi, come la sacralità, la giuridicità, la fides e il carattere pubblico della documentazione. Il luogo si collegava

quindi a questi elementi e allo jus archivi, elemento necessario e imprescindibile per l’impianto, legato al sovrano e al

pontefice e a coloro che avessero da questi ottenuto il diritto.

ARCHIVIO COME ISTITUZIONE E ISTITUZIONE DI CONCENTRAZIONE = l’archivio è coincidente con l’istituzione che lo ha

prodotto o l’istituzione che ha l’obbligo di conservarlo (Archivio del Comune); il materiale è quindi subordinato alle

funzioni che si collegano direttamente con il soggetto, e l’archivio coincide con esso. Non si esclude però, in tal caso, la

presenza di archivi provenienti a diverso titolo da altri soggetti (archivi aggregati), spesso archivi morti. Il rapporto

cambia in riferimento agli archivi di concentrazione, aventi lo scopo primario di conservare e tutelare complessi

documentari altri produttori; istituzioni di rilievo soprattutto negli Stati in cui il materiale archivistico diventa tale solo

quando lascia la sede del produttre. L’insieme degli archivi conservati negli istituti di concetrazione non è quindi un

archivio in senso organico, ma una raccolta di archivi. il trasferimento del materiale dal produttore al destinatario può

avvenire per versamento, deposito, donazione o alienazione.

ARCHIVIO IN STORIOGRAFIA = solitamente improprio, come nel caso in cui alcune riviste lo utilizzano nel senso di

raccolta di documenti o dati legati a un certo argomento. In senso lato, si usa il termine nel senso di luogo di raccolta.

ARCHIVIO COME BENE CULTURALE = il concetto di bene culturale fu riconosciuto nella normativa internazionale

contenuta nella Convenzione dell’Aja (14 maggio 1954), firmata da 40 Stati e confermata in Italia con la legge del 7

febbraio 1958. Tale accordo fu introdotto per la salvaguardia dei beni culturali in occasione di interventi armati, e

all’articolo 1 fu definito il bene culturale stesso: nella elencazione comparvero anche gli archivi.

Il concetto aveva però necessità di essere meglio definito, e a tal fine si provvide con la nomina di alcune Commissioni

Parlamentari, che operarono a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta (Franceschini, 1964-67; Papaldo, 1968-70). Il 17

novembre 1970 fu stipulata a Parigi, presso l’ONU, una Convenzione Intenrazionale con lo scopo di stabilire le misure

per interdire l’illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà dei beni culturali (quelli che, “a titolo

religioso o profano, sono designati da ciascuno stato”); fra questi, anche gli archivi. Nessuno dei concetti formulati, in

Italia e in Francia, permetteva però una concreta realizzazione istituzionale.

Nel dicembre 1974, per iniziativa dell’allora Presidente del Consiglio Aldo Moro e di Giovanni Spadolini fu quindi istituito

un Ministero per I Beni Culturali e Ambientali. Nella prima fase gli archivi (assegnati al Ministero dell’Interno dal 1874,

dalla Commissione Cibrario) non furono presi in considerazione, ma la situazione cambiò quando il decreto divenne

legge (29 gennaio 1975), a seguito di una presa di posizione degli Archivisti di Stato, che ritenevano l’esclusione una

dequlificazione culturale, consistente nella riduzione della gestione archivistica a mera attività amministrativa.

Il nuovo Ministero fu definito con il D.P.R. n. 805 del 3 dicembre 1975, oggi divenuto Ministero per i beni e le attività

culturali, insieme al Testo unico per le disposizioni legislative (D. Lgs. N. 490 del 29 ottobre 1999) atto a definire le linee

da seguire per la tutela. Il T.U. ha inserito una distinzione fra I beni culturali chiaramente individuati quali oggetto di

tutela diretta dello Stato (“appartenenti al patrimonio storico, artistico, demoentoantropologico, archeologico,

archivisitico e librario”, poi seguiti da altre categorie “speciali”, come stemmi, aggreschi, lapidi, ornamenti di edifici ecc.)

e altri individuabili in seguito.

Per quanto riguarda i beni archivistici, il T.U., dopo averli previsti, ha provveduto alla loro specifica individuazione: archivi

e singoli documenti di Stato, Enti pubblici e privati se dotati di interesse storico.

Con questa ultima voce si è confermata l’esclusione di gran parte degli archivi privati; questo non desta granché

meraviglia, perché nello stesso T.U. il cocnetto di vene cultrale è strumentale ai fini della tutela che lo Stato esercita.

Tale enunciazione, quindi, non si estende al concetto stesso di archivio.

Perplessità: il Testo definsice correttamente le fattispecie non archivistiche come raccolte; tra queste si nota però

l’inserimento dei carteggi, che sono effettivamente materiali librari in quanto spesso conservati in biblioteche o altre

istituzioni non strettamente archivistiche, ma che di fatto risultano quindi in ubicazioni non idonee. I carteggi, nella loro

natura originaria, sono infatti elementi degli archivi, pur essendo le loro modalità formative volontarie e quindi

assimilabili alle raccolte.

Storia degli archivi

L’attività di gestione della memoria è documentata fin dal III millennio a.C., su tavolette d’argilla, che indicano

l’esistenza già allora di consapevoli operatori nel settore. Non esistono testimonianze diverse di una normalizzazione

dell’attività, ma alcuni interventi archeologici, come quello di Ebla, inducono a pensare in senso positivo, poiché la

collocazione fisica dei reperti e la loro organizzazione non paiono casuali. Paradossalmente, il supporto argilloso usato

nella fase ha consentito una conservazione delle scritture migliore di quanto non sia sato fatto per gli archivi di età

classica, formati con materiali quali pelle, pergamena o papito, più agili ma meno resistenti.

GLI ARCHIVI DI ETÀ CLASSICA

L’evoluzione nell’uso dei supporti determinò già dal I millennio a.C. un aumento della produzione, ma una limitazione

in riferimento alla qualità e quindi ai tempi di conservazione. Per questo molte civiltà continuarono ad affidare la propria

documentazione di maggiore rilievo ad elementi tradizionali, si pensi ai supporti parietali o alle lastre di marmo e pietra.

A Roma gli archivi repubblicani hanno mostrato la propria evoluzione assieme alla loro precarietà: le tavolette lignee

legate insieme con fili, così da formare i codices, erano diffuse e conservate in ambienti sacri, come il tempio di Cerere

o saturno, ma la loro sorte non è stata fortunata. Non è certo quale fosse il concetto di archivio in età repubblicana:

evidente però la consapevolezza della necessità di conservare, ma anche come l’esigenza mirasse a tramandare il singolo

elemento più che la complessità della fonte. In età imperiale si sentì il bisogno di chiarire il significato dell’archivio.

Secondo Cencetti in questo periodo l’archivistica assunse forme non diverse da quelle odierne, e fecero il loro ingresso

l’idea della memoria eterna dei fatti e quello della fides delle scritture degli archivi pubblici. Il materiale è giunto fino a

noi mutilo: anzitutto per la precarietà dei supporti, quindi per gli eventi naturali di forza maggiore, poi a causa

dell’imperizia di chi ne aveva in carico la conservazione, o per la diretta volontà di eliminarne delle parti. Fra il I millennio

a.C. e la prima parte del I d.C. le testimonianze archivistiche risultano scarse, e rimangono solo episodici documenti

tramandati casualmente. Una eccezione è rappresentata dai Rotoli del Mar Morto, per i quali il supporto membranaceo

è sopravvissuto in virtù della peculiarità ambientale e grazie alla non facile accessibilità al luogo di conservazione.

ETÀ MEDIEVALE

Nell’alto Medioevo l’uso della pergamena e lo sviluppo degli ordini religiosi contribuirono alla conservazione di una

documentazione archivistica che – indipendentemente dalla rilevanza dei contenuti – testimonia la consapevolezza

della disciplina. Con l’età dei Comuni e l’introduzione della carta le operazioni divennero più rapide e sicuro; l’uso del

liber, prima in pergamena poi in carta, quale nuova forma di registrazione della documentazione, divenne più diffuso e

favorito dalla conservazione della documentazione in armrari, scaffalati o divisi in caselle, che sostituirono le capse,

poco pratiche e capienti. Dal XIII secolo crebbe la tecnica archivistica: la conservazione, inizialmente nelle ma

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/08 Archivistica, bibliografia e biblioteconomia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher VeronicaSecci di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archivistica e biblioteconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Tasca Cecilia.
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