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Riassunto 1 Parte filosofia del diritto

Appunti di filosofia del diritto basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Ferri dell’università degli Studi Niccolò Cusano - Unicusano, facoltà di Giurisprudenza, Corso di laurea in Giurisprudenza. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Filosofia del diritto docente Prof. E. Ferri

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L’anonimo Oligarca parte dal presupposto, come tutti i conservatori, che un popolo di marinai e di gente

dappoco ha usurpato il diritto al governo della città che spetterebbe ai “migliori”, termine con il quale

sembrerebbe alludere tanto alla vecchia aristocrazia degli eupatridi che ai nuovi ricchi, spesso divenuti

tali grazie allo sviluppo economico che la nuova democrazia aveva assicurato alla capitale dell’Attica.

Critica che però urta in modo evidente con i dati di fatto attestati dalla realtà che vedeva una città ricca e

potente proprio grazie a quel “popolo che fa muovere le navi”, alla sua abilità, alle sue competenze, alla

sua determinazione e alla sua cultura.

Il dominio del mare è possibile perché il popolo di Atene padroneggia la nautike techne, in quanto ha

tutte le caratteristiche necessarie per acquisire una competenza tecnica ed, in particolare, l’arte nautica:

vocazione naturale, come sembra riconoscere lo stesso Anonimo Oligarca , esercizio, esperienza,

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costanza e dedizione completa.

La tecnica inoltre richiede continue innovazioni e sembra quasi riflettere il carattere degli Ateniesi

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“innovatori e rapidi a far progetti e a compiere le loro decisioni” .

La scelta che gli Ateniesi fanno, su consiglio di Temistocle, di dotarsi di una nuova flotta da guerra,

consistente ed operativa, che permise loro di mettere in mare quasi duecento triremi a Salamina,

significò anche un cambiamento di strategia militare e politica: puntare sul dominio del mare per

garantire ad Atene la sua difesa ed il suo primato nell’Ellade. Cittadino diviene sinonimo di marinaio da

quando i cittadini hanno abbandonato Atene alla cavalleria di Mardonio e sono saliti sulle navi che

offrono loro una nuova città ed una nuova difesa, attraverso “il muro di legno” evocato dall’oracolo

delfico. Marinaio diviene sinonimo di polites, la flotta di città. I marinai vincendo a Salamina hanno

salvato la flotta e riconquistato la città. La flotta permette di utilizzare i teti che non erano stati

incorporati nella falange oplitica a Maratona e di riconoscere il loro ruolo militare e, pertanto, sociale.

Aristofane definisce i rematori “la salvezza della città” e in più occasioni evoca la connessione tra

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cittadinanza e arte nautica, come quando equipara giudici e rematori o le dita delle mani che

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applaudono nell’assemblea alle pale dei remi .

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Per più versi è possibile avanzare una similitudine ed un parallelismo tra la città e la flotta, come tra i

cittadini ed i marinai. La flotta come la città offre riparo e difesa, riunisce le varie componenti della

cittadinanza, offre loro la possibilità di difendersi e allo stesso tempo attaccare. Quando il corinzio

Adimanto alla vigilia della battaglia di Salamina intima a Temistocle di tacere in quanto è un uomo e

rappresenta uomini che non hanno una città, il personaggio che trasformò gli Ateniesi da “immobili

opliti” facendone “navigatori e marinai” rispose ad Adimanto che Atene sarebbe esistita attraverso la

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sua flotta ed i suoi marinai, fino a quando sarebbe stata capace di esprimere una potenza a cui nessuno

in Grecia avrebbe potuto e saputo opporsi.

Allo stesso tempo la flotta e ogni trireme rappresenta quasi integralmente la composizione sociale del

popolo di Atene, con una strutturazione verticale e gerarchica che partiva del basso, dall’ultima fila dei

rematori talamiti, i più poveri tra i teti, nella sezione più angusta, più scomoda ed in ombra della trireme,

poi a salire con la fila mediana dei zigianti e dei traniti in una posizione privilegiata, i soli che si

trovavano alla luce del sole, che vedevano il mare e l’orizzonte. Poi c’è un timoniere, una vedetta,

uomini di prua, un keleustes, che dà il tempo ai rematori, una decina di marinai e altrettanti epistatai,

fanti imbarcati, circa una decina, utili nel corpo a corpo quando lo scontro navale si trasformava in uno

scontro sulle triremi. Fino al trierarca che ha dovuto costruire il vascello da guerra, attraverso una

elargizione, una liturgia a cui erano tenuti i più ricchi, e poi provvedere al suo costoso mantenimento. Il

trierarca, di regola, era anche il comandante della trireme, almeno formalmente , perchè la trierarchia,

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come ogni liturgia, era un onere ma anche un riconoscimento onorifico, che si assegnava in base al

reddito, non certo per le competenze del prescelto . Sulla trireme ritroviamo, in scala, le componenti

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sociali della città, quanti appartengono alle quattro classi di censo, dal trierarca al talamite , ma pure i

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meteci, arruolati nell’esercito come nella flotta e, in certi momenti di particolare necessità di uomini

validi, come ad esempio negli ultimi anni della guerra del Peloponneso, anche schiavi e persino

mercenari. Ma è l’elemento popolare che indubbiamente prevale non tanto e non solo per il fattore

numerico. Il prevalere dell’elemento popolare è dovuto al fatto che è “il popolo che fa muovere le navi”

e che la principale arma di offesa della trireme è la sua velocità e il modo in cui viene utilizzata; il modo

in cui s’infrange nella fiancata della nave nemica.

Isocrate collega una politica di inurbamento, attraverso il trasferimento di una consistente parte della

popolazione contadina in città, con la nascita della potenza marittima di Atene, che per un verso si

fondava sull’elemento popolare, che per un altro si alimentava grazie all’impero marittimo ed ai

vantaggi che esso produceva, primo tra tutti un sistema di tributi imposto agli alleati dalla lega delica. E’

la stessa tesi ripresa da Aristotele ne La Costituzione degli Ateniesi.

Essenzialmente su questo tipo umano si fonda l’Arche, il dominio sul mare, in quanto sono capaci di

apprendere e padroneggiare “le tecniche che riguardano le navi”, al punto da dare alla capitale

dell’Attica il primato nell’Egeo. La virtù o tecnica politica è un dono di Zeus a tutti gli uomini che

permette ad ogni individuo di partecipare alla vita della polis e allo stesso tempo di sviluppare la propria

politike techne a partire da un dato acquisito, le “disposizioni naturali” e da un dato culturale,

l’educazione che per un verso è la paideia, attraverso l’insegnamento che si riceve dai maestri e dai

familiari, ma per un altro è la formazione che si acquisisce dalla partecipazione alla vita politica della

comunità e l’orientamento che si riceve dalle leggi. Protagora sostiene che “l’arte bellica è parte

dell’arte politica” e lo stesso Anonimo Oligarca sembra ritenere che gli Ateniesi avessero una

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“naturale predisposizione alla marineria”, accentuata dai loro programmi espansionistici e dalla continua

pratica. Caratteristiche, come abbiamo visto, comunemente riconosciute agli Ateniesi. “Grande cosa è il

dominio del mare” sostiene Pericle quando definisce la strategia che i suoi concittadini dovranno

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adottare nella guerra che scoppierà di lì a poco, strategia incentrata sulla mobilità che la flotta garantisce

e con essa la possibilità di essere presente in una vasta area, praticamente in tutto l’Egeo e nella

propaggine del Ponto (Mar Nero). Tanto per garantirsi i rifornimenti che per portare l’attacco sul

territorio nemico o, laddove fosse necessaria la presenza ateniese, per dare aiuto agli alleati o richiamarli

all’ordine, come nel drammatico episodio di Melo .

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Anche l’anonimo autore dell’Athenaion Politeia è cosciente della mobilità, della versatilità e velocità

operativa, dell’ampio raggio di intervento e dell’impunità che assicura un intelligente uso della flotta,

dei vantaggi che procura la flotta imperiale tanto in ambito civile, essenzialmente commerciale, che

militare. I primi sei paragrafi del secondo capitolo sono infatti quasi del tutto dedicati proprio alla

strategia della marina militare ateniese, tanto che appare chiaro il contesto temporale in cui l’ Athenaion

Politeia fu redatta: i primi anni della guerra del Peloponneso, quando Atene con la sua flotta dispiegava

tutta la sua potenza. Nell’Athenaion Politeia (II, 7) si fa pure riferimento al fatto che “quanto c’è di

gradevole in Sicilia, in Italia, in Egitto, in Lidia, nel Ponto, nel Peloponneso e altrove, lo si trova

raccolto presso di loro, grazie al dominio sul mare”.

Il Vecchio Oligarca pone sullo stesso piano questioni diverse come quella dell’importanza del

commercio per Atene e l’altra del controllo, a tutela dei propri interessi, del traffico commerciale di tutta

l’area del Mediterraneo orientale, una sorta di dominio che si esercitava tanto sulle città amiche che su

quelle avversarie o concorrenti.

L’autore dell’Athenaion Politeia fa allusione all’opulenza dei mercati di Atene, dove i prodotti arrivano

“grazie al dominio sul mare”. Appare una forzatura sostenere che la varietà e l’abbondanza delle merci

che si trovavano ad Atene fosse il solo risultato di una politica di potenza . Come sottolinea Isocrate,

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Atene è un “mercato in mezzo alla Grecia”, e la posizione ha un ruolo importante, come avviene per

tutti i grandi porti e mercati del Mediterraneo orientale.

Sull’utilità del commercio, ivi compreso quello marittimo, fondamentale per una

città costiera come Atene, non ci sono molti dubbi neanche per filosofi come

Platone e Aristotele che non si possono certo definire vicini alla democrazia e alla

logica mercantile. Entrambi mettono in guardia dai pericoli della vicinanza al mare,

veicolo di influenze straniere, argomento presente anche nell’Athenaion Politea.

Per altri versi però vedono la vicinanza al mare come benefica per il commercio.

La possibilità di esportare i beni prodotti in eccedenza e di importare quelli che

mancano è ritenut a utile alla città nel suo complesso sia per i ricchi che per le

classi meno abbienti. Il vecchio Oligarca per più versi ammira l’egemonia

marittima di Atene pur criticando l’aggressi a politica ateniese nei confronti degli

alleati della lega delica, come pure la prevalenza dell’elemento popolare nella

marina. La critica si coglie soprattutto perché non auspica ne la fine della strategia

imperiale ne ad un ridimensionamento della flotta. Si deduce che il primato

marittimo agevola i rapporti commerciali. Ad Atene viene sostenuta anche una

politica di controllo del commercio per evitare speculazioni o investimenti non

convenienti. Gran parte della città alimentava la flotta e contribuiva alle sue

imprese ed un numero ancora maggiore di cittadini ne ricavava beneficio.

Arche

Talassocrazia democratica o ateniese?

All’origine della costituzione di Atene come potenza marittima c’è la

costituzione di un’alleanza che da una parte avrebbe dovuto costituire un

valido deterrente ad ogni nuovo tentativo di invasione persiana e

dall’altra per liberare le città greche dal dominio persiano. Nel 497 a.C. si

costituisce la Lega delica con Atene come città egemone. Gli alleati che

non potevano permettersi di contribuire annualmente con un certo

numero di triremi dovevano pagare il phoros, un corrispettivo in denaro.

L’ammontare dei tributi fu nascosto a Delo e le riunioni della lega si

svolgevano nel tempio. Visto che apparte poche città potevano

permettersi di fornire triremi, gli alleati delegavano di fatto la comune

difesa ad Atene e questo fece crescere ancora di più la potenza ateniese

limitando anche un ipotetica ribellione da parte degli alleati che erano

sempre più impotenti.

L’allargamento della lega delica, il rifiuto degli alleati ad impegnarsi in

campagne militari, il trasferimento del tesoro della lega da Delo

all’acropoli di Atene sono fasi di un processo che porta Atene

dall’egemonia che gli era stata attribuita all’Archè ossia al dominio che

gli alleati subiscono come dei sudditi. Atene diviene amministratrice del

tesoro attingendo senza remore dallo stesso per i suoi bisogni civili e

militari, sulla base dell’argomento che poiché Atene era in grado di

provvedere alla difesa comune e quindi aveva il diritto di usare come

meglio credeva il comune tributo. In realtà gli Ateniesi abbellirono la loro

città con statue e templi ma come Pericle ribadì fino a che Atene teneva

lontana i nemici combattendo anche per gli alleati non dovevano rendere

conto di cosa ne facevano dei tributi. Gli alleati diventando sempre più

sudditi di Atene cominciarono ad adottare anche il regime democratico

caratteristico della città di Atene.

Sia da Aristotele che nell’Athenaion Politea viene riconosciuto il dominio politico e

militare di Atene infatti viene indicato come Atene forniva un vita agiata a più della

metà dei cittadini. Il Vecchio Oligarco sottolinea i risvolti economici del primato

politico militare ma insiste pure sul ruolo politico svolto dai tribunali ateniesi che

con l’assemblea costituiscono i due strumenti principali del potere popolare.

L’accusa principale a loro rivolta è la loro iperattività e la loro funzione di

strumento politico nelle mani del popolo.

Il ruolo del giudice fu il primo incarico ad essere retribuito da Pericle per

permettere anche ai più poveri di ricoprire la funzione di giudice altrimenti

impossibile poiché non potevano permettersi di perdere il salario una giornata di

lavoro. Solo nel IV sec. Tale sussidio verrà esteso anche ai partecipanti

dell’assemblea.

Nella Costituzione degli Ateniesi di Aristotele si parla di più di ventimila uomini

mantenuti dai tributi e dalle tasse degli alleati per cui appare rilevante la presenza

dell’elemento popolare.

L’argomento principale usato dai critici antichi della democrazia si riferisce proprio

a questa realtà, al carattere contradditorio della democrazia che al suo interno

esaltava la libertà, l’uguaglianza e la partecipazione dei cittadini negando tali

diritti ai suoi alleati, di fatto assoggettati, verso i quali esercitava un dominio

tirannico facendo loro pagare i costi della democrazia. Questa accusa è speculare

a quella ricorrente in epoca moderna, che la democrazia greca garantiva la libertà,

l’uguaglianza e il benessere dei cittadini grazie allo sfruttamento su larga scala

della manodopera servile presente nelle campagne, nelle miniere e nella flotta.

Questa tesi trasforma Atene in una realtà schiavista tant’è che la maggioranza

della popolazione cittadina vive del proprio lavoro e non può rinunciare al puro

modesto reddito di qualche obolo giornaliero neanche saltuariamente, per

partecipare alle riunioni dell’assemblea che di regola si tenevano quattro volte per

pritania. Per un altro verso occorre ricordare che la democrazia ateniese

sopravviverà alla sconfitta della guerra del Peloponneso ed alla fine della lega

delica, ratificando una seconda confederazione marittima nel 377 a. C. con i

menbri che conserveranno la loro politea senza essere sottomessi ad un arconte e

senza pagare tributi.

La contraddizione resta difficile da risolvere anche per il Vecchio Oligarca che non

riesce a spiegare la metamorfosi dei cittadini considerati gli ultimi alla

considerazione degli stessi come i signori del mare.


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AUTORE

Valeriat

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6 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Valeriat di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Niccolò Cusano - Unicusano o del prof Ferri Enrico.

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