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Fratture sociali e sistemi di partito

Definizione di partito

"La democrazia moderna è impensabile salvo che in termini di partiti politici" (Schattschneider, 1942). I partiti sono attori fondamentali nelle democrazie moderne, specie nei governi parlamentari: la democrazia crea le opportunità per l'affermazione e l'azione dei partiti, attori fondamentali per la formazione del governo che peraltro implementano le loro politiche attraverso la pubblica amministrazione, che in parte controllano. Inoltre, organizzano le elezioni stesse e offrono delle alternative, indicando dei loro candidati che andranno a costituire la catena di deleghe e responsabilità.

I sistemi elettorali devono essere studiati prima dei partiti proprio perché hanno un'enorme influenza sulla loro azione e coordinamento. Si osservi, inoltre, che non tutte le liste elettorali sono partiti: esistono attori che, come i partiti, partecipano alle elezioni, ma che sono meno stabili nel tempo; i partiti possono essere anche confusi con i gruppi di interesse, associazioni che si caratterizzano per rappresentare un determinato gruppo sociale, ma con obiettivi diversi.

I partiti rispondono alla loro realtà contestuale e possono anche interagire tra loro, con varie conseguenze sulla competizione di un dato paese. La definizione di partito serve a identificare i partiti e distinguerli da altri attori sociali che hanno funzioni comuni ai partiti ma che non sono partiti. La proliferazione di definizioni dimostra l'importanza del tema nelle scienze politiche.

  • "Un partito è un corpo di uomini unito, che promuovono l’interesse nazionale tramite il loro sforzo comune, sulla base di qualche principio su cui tutti loro concordano" (Edmund Burke, 1770)
  • "Il partito moderno è un’organizzazione di lotta nel senso politico del termine e in quanto tale deve conformarsi alle leggi della tattica" (Robert Michels, 1911)
  • "I partiti vivono nella casa del potere. La loro azione è orientata verso l’acquisizione del potere sociale, vale a dire a influenzare l’azione comune indipendentemente da quale possa esserne il contenuto" (Max Weber, 1922)
  • "Il partito non è un gruppo di uomini che intende promuovere il benessere pubblico in base a qualche principio particolare su cui tutti loro concordano. Un partito è un gruppo i cui membri intendono agire di concerto nella lotta competitiva per il potere politico" (Joseph Schumpeter, 1950)
  • "Un partito politico è una coalizione di uomini che cercano il controllo dell’apparato governativo tramite mezzi legali" (Anthony Downs, 1957)
  • "Un partito è un qualsiasi gruppo politico identificato da un’etichetta ufficiale che si presenta alle elezioni (libere o no), ed è capace di collocare attraverso di esse candidati alle cariche pubbliche" (Giovanni Sartori, 1976)
  • "I partiti politici possono essere visti come coalizioni di élite volte alla conquista e all’utilizzo di cariche politiche" (John Aldrich, 1995)

Tutte queste definizioni riportate sottolineano alcune caratteristiche che sono le caratteristiche comuni alla definizione di partito (in quanto necessarie): un gruppo di partito, con un'etichetta stabile e capace di durare nel tempo, riconoscibilità, capacità degli elettori di identificarsi in un determinato simbolo, azione coordinata nell'arena elettorale e nell'arena governativa per conquistare il potere politico (inteso come bene pubblico).

Gli attori del gruppo partito intendono massimizzare, con la loro azione, la possibilità di vincere le elezioni: la conquista del potere politico è proprio il fine ultimo che distingue i partiti da altri gruppi. Influenzare le scelte collettive (office-seeking) e influenzare le politiche pubbliche (policy-seeking), sono obiettivi validi cui il singolo partito deve tendere, considerando comunque che il primo è una condizione per il secondo.

Quindi, i partiti sono associazioni di donne e uomini, più o meno organizzate ma comunque in grado di durare, che competono per i voti popolari al fine di fare accedere i loro leader e aderenti alle cariche pubbliche e, quindi, cercare di influenzare le scelte collettive. I partiti esistono anche negli autoritarismi, ma non si formano per competere: sono blocchi di potere che hanno dei meccanismi di selezione ma per cui non sono applicabili le caratteristiche definite sopra. Alcune caratteristiche corrispondono con quelle dei regimi democratici, ma il focus rimane sui sistemi parlamentari.

Funzioni dei partiti

I partiti dispongono di quattro funzioni principali:

  • Coordinamento: i partiti fanno da tramite tra governanti e governati interagendo con entrambi, e strutturano la loro attività politica. I partiti incarnano il principio della rappresentanza in quanto collegamento tra la società e le istituzioni: costituiscono da una parte un'arena di discussione tra cittadini creando un comune quadro interpretativo e fornendo una maggiore chiarezza di visione ai cittadini; dall'altra i partiti sono responsabili dell'organizzazione e conduzione del governo, agendo come macchine organizzative in parlamento.
  • Selezione: i partiti sono responsabili del reclutamento e della selezione delle élite politiche, attraverso un meccanismo interno che ciascun partito si dà.
  • Elettorale: i partiti determinano la competitività nelle elezioni offrendo ai cittadini varie alternative, che hanno un'etichetta stabile nel tempo in cui gli elettori si riconoscono. I partiti sono infatti generati da conflitti nella società e successivamente politicizzati, e sono essenziali per la competizione elettorale e per l'esistenza della stessa democrazia. Tale funzione riguarda anche la campagna elettorale, in cui gli elettori svolgono una generale funzione informativa nei confronti dei cittadini.
  • Problem solving: i partiti prendono decisioni riguardanti le politiche pubbliche e le influenzano, cercando di attuare quanto hanno promesso nei loro programmi elettorali (fare diversamente comporterebbe una perdita di consenso).

Queste funzioni, a seconda che il collegamento riguardi l'arena elettorale o l'arena governativa, possono essere di input o di output: poiché i partiti interagiscono tanto con la base sociale quanto con le élite, i partiti raccolgono le istanze della società e formano politiche pubbliche. Tali concetti sono essenziali nelle democrazie parlamentari, ma potrebbero non corrispondere nei sistemi presidenziali, dove i concetti di input sono più importanti di quelli di output (sono sistemi dove possono anche crearsi coalizioni trasversali, che spezzano i gruppi partitici).

Il sistema partitico

Studiare il sistema partitico significa non guardare i singoli attori, ma a come questi interagiscono tra loro all'interno di un sistema, dove per sistema si intende l'insieme di relazioni (competitive o cooperative) stabili tra partiti: quindi, la somma delle parti di cui si compone, il quadro di alternative disponibili agli elettori ma anche un vincolo alle strategie dei singoli partiti. Tali relazioni sono complessivamente stabili e rendono in parte prevedibile il comportamento stesso dei partiti.

I sistemi partitici possono essere studiati secondo la loro dimensione (forza), il loro numero (formato) e le loro relazioni (meccanica).

  1. La dimensione del sistema partitico, ovvero la sua forza, si articola in due livelli: i voti che i partiti ottengono alle elezioni e i seggi che i partiti vincono in parlamento; rispettivamente, come partito elettorale o partito parlamentare. Le due non necessariamente corrispondono, e possono dare esiti distinti.
  2. Il numero di partiti in un sistema partitico, ovvero il suo formato, può essere studiato secondo un'ottica qualitativa e secondo un'ottica quantitativa.

Nel primo caso, Sartori (1976) ha proposto due criteri qualitativi: secondo il potenziale di coalizione, si considera che un dato partito sia indispensabile per poter formare coalizioni; secondo il potenziale di ricatto, si considera che un dato partito possa condizionare le policy governative, dunque il processo decisionale, con il proprio voto. Tali criteri sono forse troppo discrezionali, ma dimostrano che anche un partito piccolo, a seconda della configurazione dello spazio politico, può avere enorme importanza.

Nel caso del criterio quantitativo, Laakso e Taagepera (1979) hanno proposto un indicatore sintetico in grado di determinare il numero effettivo di partiti, suddivisibile anche in sottoindicatori a seconda che si guardi al partito elettorale o al partito parlamentare.

Esempio: Partito A (30%), Partito B (5%), Partito C (45%), Partito D (20%)

NEP = 1 / (0,302 + 0,052 + 0,452 + 0,22) = 2,99

Tale criterio, utilizzato anche da ParlGov, è divenuto il criterio principale per poter comparare i sistemi partitici di un dato paese (viene utilizzata per vari scopi oltre a questo, tra cui calcolare il numero di gruppi etnici), perché contempla tanto la forza quanto il formato, e permette di ottenere un numero assoluto dei partiti nel dato paese. Il dato utilizzato è la percentuale dei consensi alle elezioni per i partiti elettorali, la percentuale di seggi per i partiti parlamentari. Tale indicatore agevola la comparazione tra più sistemi partitici anche senza conoscerne le dinamiche; viceversa il criterio qualitativo fa distinzioni più specifiche ma la comparazione avverrà necessariamente tra pochi sistemi.

  1. Le relazioni all'interno di un sistema partitico, ovvero la sua meccanica, si articolano in due livelli: la distanza ideologica tra partiti, ovvero la loro collocazione sull'asse sinistra-destra; e la polarizzazione ideologica, ovvero la misura aggregata della distanza tra partiti. Queste due misure costituiscono lo spazio politico dei partiti in un dato sistema.

È possibile osservare quattro famiglie di sistemi partitici (con eventuali sottofamiglie) date diverse combinazioni tra formato e meccanica: sistemi a partito dominante, bipartitismo, pluralismo limitato, pluralismo estremo. Esistono anche sistemi a partito unico, ma sono propri dei regimi autoritari; e apartitici, ma esistono solo in pochissimi casi al mondo (comunità politiche della Micronesia). Questi sistemi, che hanno avuto un equilibrio per decenni, vedono quasi tutti uno squilibrio negli ultimi anni. Si presume inoltre che la dimensione sinistra-destra sia sufficientemente esaustiva, almeno in Europa occidentale – ma non è esattamente così in altre aree del mondo, e il concetto sta evolvendo verso dimensioni differenti.

La competizione nei sistemi a partito dominante

(Vassallo, 2016). La struttura dei consensi di questi sistemi dà quasi sempre ad un partito specifico la maggioranza assoluta dei voti, con governi monopartitici per periodi prolungati di tempo. Il partito liberal democratico giapponese ebbe questo ruolo ininterrottamente dal dopoguerra fino agli anni '90, quando collassò per casi di corruzione dando vita ad un differente sistema partitico, che non si è ancora consolidato.

La competizione nei sistemi bipartitici

(Vassallo, 2016). In questi sistemi, due grandi partiti raccolgono la quasi totalità dei voti e vi sono governi monopartitici, ma alternati. Spesso questo è dovuto anche all'estrema disproporzionalità del loro sistema elettorale, ma non sempre (vedi il caso spagnolo).

La competizione nei sistemi multipartitici moderati

(Vassallo, 2016). In questi sistemi, si contano pochi partiti (un massimo di 5), ciascuno poco distante ideologicamente da altri, che dà spesso luogo a governi di coalizione (le negoziazioni avvengono dopo le elezioni), solitamente tra due partiti. L'alternanza è parziale, con un cambio che in genere riguarda il partner principale di governo. È il caso della Germania, che vede sempre coalizioni del partito liberale con i cristiano-democratici o con l'SPD, e una competizione che tende verso il centro.

La competizione nei sistemi bipolari

(Vassallo, 2016). In questi sistemi esistono due grandi coalizioni bipolari, e l'alternanza è diversa dal bipartitismo perché dipende dalla coalizione. Questo sistema viene incentivato da sistemi elettorali maggioritari o tendenti al maggioritario come i sistemi misti a doppio turno: nel caso francese, si è portati a votare sinceramente al primo turno e allearsi al secondo, formando due grandi blocchi. Data la disproporzionalità, il consenso delle estreme viene invece escluso.

La competizione nei sistemi multipartitici polarizzati

(Vassallo, 2016). In questi sistemi, esistono molti partiti (più di 5) di dimensioni differenti e molto differenti tra loro, che per giunta partecipano alle elezioni individualmente, orientati alle alleanze post-elettorali (esiste un partito dominante, ma deve necessariamente negoziare per governare) e con alternanza politica rara. Ne è un esempio il caso italiano, dal sistema elettorale estremamente proporzionale e dove la competizione si incentra su centrodestra o centrosinistra, escludendo le estreme.

Pregi e difetti dei sistemi bipartitici e multipartitici

I sistemi bipartitici hanno una generale connotazione storica positiva, perché legati ad una maggiore efficacia ed efficienza nel processo decisionale: producono governi prevalentemente monopartitici, che riescono a raggiungere i loro obiettivi più facilmente dei governi di coalizione, implementando le loro politiche e rispettando più facilmente le loro promesse elettorali. In questi sistemi anche la responsabilità è maggiore, per via della presenza del voto retrospettivo degli elettori, che possono punire o premiare il governo al momento delle elezioni. È garantita un'alternanza partitica, intesa come carattere positivo, da alcuni politologi persino come una manifestazione di democraticità in quanto la risoluzione del conflitto si otterrebbe con le elezioni. Il loro settore elettorale, inoltre, agevola il moderatismo lasciando fuori i partiti estremi, e garantendo maggiore prossimità ideologica nei partiti principali. Per contro, i governi bipartitici mancano di rappresentatività e sono discontinui: al momento dell'alternanza partitica, tutte le decisioni prese dalla vecchia maggioranza possono venire poi cancellate dalla nuova, e questo è tanto più problematico se l'alternanza riguarda ogni legislatura (questo viene ovviato nel sistema inglese, ad esempio, dove l'alternanza ha luogo solo dopo lunghi anni di dominio di un partito, che permettono di far maturare le politiche approvate).

I sistemi multipartitici, d'altro canto, faticano a raggiungere gli obiettivi in un governo di coalizione proprio per le loro caratteristiche strutturali, e hanno una connotazione storica negativa perché associati ad un'idea di caos e incapacità di decidere. Sono infatti scarsamente efficaci nell'azione, e scarsamente responsabili in quanto l'e

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Scienze politiche e sociali SPS/04 Scienza politica

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