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Israele, popolo di Dio

Formazione del popolo di Dio

Un piccolo popolo dell’oriente

La storia biblica si svolge in Medio Oriente, in particolare nella terra di Israele, che noi chiamiamo Palestina. La cultura vi si irradiava da due principali focolai: dalla valle dei due fiumi (il Tigri e l’Eufrate) la Mesopotamia e dalla valle del Nilo l’Egitto. Il punto d’incontro di questi focolai era una specie di corridoio limitato ad est dal deserto siriano ed a ovest dal mar Mediterraneo. Il corridoio sirio-palestinese era insomma un vero crocevia in cui si intersecavano strade commerciali ed era il passaggio obbligato di eserciti in marcia e di correnti di civiltà. Questa regione presenta quatto zone: una agricola, una mista dove prevaleva l’allevamento del grosso bestiame, la steppa ai limiti del deserto dove prevalevano i greggi di bestiame minuto ed infine il deserto.

Il tempo dei patriarchi

Abramo: proveniva da un clan nomade di Terah, si era trasferito tra il Tigri e l'Eufrate, e quando divenne capo di un clan indipendente si stabilì nella zona montagnosa attorno al 1850. I suoi antenati erano idolatri, le cui attenzioni erano rivolte agli dèi della natura, personificazione delle forze cosmiche. Abramo, guidato da un'ispirazione interiore, rigetta quell'associazione che corrompeva l'idea stessa di Dio.

Isacco: conduce una vita sedentaria nel sud della Palestina.

Giacobbe: ritorna a fare il pastore. I suoi 12 figli, che portano i nomi delle dodici tribù storiche d’Israele, andarono incontro a una serie di disavventure nella terra dominata dai Cananei.

Giuseppe: lo schiavo divenuto ministro in Egitto. Da Abramo alla discesa in Egitto ci presentano tre generazioni e altre tre dallo stanziamento fino all'uscita dall'Egitto.

Mosè: l’uscita dall’Egitto e il soggiorno nel deserto. Mosè, ebreo di razza ma nome ed educazione egiziana, sente la chiamata divina: deve tornare in mezzo ai suoi compatrioti oppressi e ricondurli al Dio dei loro padri, Jahwèh, e farli uscire dall'Egitto. L'uscita dall'Egitto, o Esodo, è il risultato immediato della rivelazione fondamentale dalla quale dipende tutta la successiva storia di Israele. Dio, con la sua onnipotenza, ne dirige lo svolgimento con lo scopo preciso di liberare Israele per farne il suo popolo. Sfuggiti alla schiavitù, gli Ebrei riprendono la vita nomade dei pastori e, nello stesso periodo, Mosè getta le basi di una nuova organizzazione. Al Sinai le tribù d'Israele stringono con il loro Dio Jahwèh un patto di alleanza di cui Mosè è il mediatore. Il legame che unisce questo popolo è di carattere religioso più che razziale. Lunghi spostamenti conducono le tribù all'esodo e Mosè muore prima che il Giordano venga attraversato. La tradizione ha assegnato a questo periodo la durata convenzionale di 40 anni, cioè il tempo di una generazione.

Nella terra di Canaan: Giosuè e i giudici

Le tribù d'Israele si sono stabilite nella terra di Canaan sotto la guida di Giosuè. Questi fatti si possono collocare tra il 1250 e il 1220. Il primo centro della confederazione israelita in Canaan fu il santuario di Sichem dove venne esposta l'arca dell'Alleanza, simbolo della presenza divina dal tempo dei Sinai. Dagli inizi del XII secolo i Filistei si spingono verso l’interno e forti nuclei di Cananei frazionano in tanti tronconi il territorio occupato dagli Israeliti. Israele trova allora dei condottieri improvvisati che si mettono a capo della lotta di liberazione: i Giudici. Tali sono Debora la profetessa, Gedeone e Jefte mentre Sansone è piuttosto un eroe popolare. In questo tempo Samuele comincia ad esercitare l’ufficio di giudice in Israele.

La monarchia: apogeo del popolo d’Israele

Sotto la spinta del pericolo, Israele si sceglie un re, capo permanente di tutte le tribù che dovrà garantire la giustizia tra il suo popolo e dirigere la guerra di liberazione.

Saul: è il primo re, un signorotto di campagna che organizza un piccolo esercito stabile e il cui stile richiama quello di Ulisse. Saul riesce a contenere l’infiltrazione dei Filistei verso l’interno. Il re divenne sospettoso della popolarità di cui godeva Davide, il capo della sua guardia, che dovette fuggire in zone desertiche e poi in volontario esilio nella terra dei Filistei. Saul e il figlio caddero nella battaglia di Gelboè verso il 1015.

Davide: dopo questo disastro può tornare nella sua tribù che lo proclama re e, alcuni anni più tardi, divenne re di tutto Israele. Costringe i Filistei alla loro striscia di terra costiera, si impadronisce di Gerusalemme scegliendola come sua capitale e vi fa trasportare l’Arca dell’Alleanza. All’apogeo del suo regno si sente fare una promessa dalle conseguenze enormi per il futuro di Israele: Jahwèh stabilisce un’alleanza con la sua dinastia a cui sarà legata la speranza del popolo di Dio. Gli ultimi anni di regno sono funestati da tragedie familiari e ribellioni.

Salomone: la sua amministrazione era fortemente centralizzata e ordinò la costruzione di un fastoso palazzo imitazione della monarchia Fenicia ed Egiziana. Come conseguenza, alla sua morte, il regno si dividerà in due tronconi: gli stati di Israele e di Giuda vivranno politicamente separati. Salomone lascia però eredità importanti: ha costruito il tempio di Gerusalemme e ha creato nel suo regno un ambiente favorevole alla letteratura sapienziale.

Civiltà e religione in Israele

La civiltà d’Israele ha subito una notevole evoluzione fino a raggiungere la centralizzazione monarchica. Israele ha adottato la lingua del paese conquistato e assorbito la totalità della popolazione indigena. Anche il popolo ha riconosciuto il progressivo realizzarsi delle promesse divine. La liberazione dalla schiavitù egiziana e l’indipendenza nazionale, l’alleanza e la legge, la terra e l’istituzione monarchica erano altri doni di Jahwèh.

Le tradizioni d’Israele

Letteratura di tradizioni

A partire dal regno di Davide vivono a corte scribi ufficiali poi Salomone fece aprire le scuole degli scribi. Nei popoli antichi la scrittura era un mezzo secondario a servizio della memoria perché quest’ultima aveva maggiori probabilità di conservarsi. Fino al regno di Davide la letteratura è di tradizioni nella quale lo scritto ha una funzione molto limitata. L’uomo dell’epoca, per trasmettere idee morali e religiose, ricorre a brevi racconti il cui scopo è essenzialmente didattico. Nello stesso racconto si può passare da ricordi storici molto precisi a impennate poetiche. La tendenza dello spirito porta gli uomini a modellare tutte le loro narrazioni nelle forme ad essi più familiari. Quando le tradizioni conservano il ricordo di fatti passati, permettono di risalire ai fatti stessi che hanno dato loro origine. Quanto più lungo è il periodo della trasmissione orale tanto più le tradizioni tendono a schematizzarsi.

I primi testi scritti

Mosè è il legislatore di Israele per eccellenza. Lo mostra nelle mansioni di giudice o nell’atto di scrivere il decalogo su tavole di pietra, stabilisce per il popolo le norme culturali e giuridiche e al Sinai conclude un’alleanza con Jahwèh. Il decalogo contiene le clausole fondamentali dell’alleanza sinaitica. La raccolta legislativa più arcaica è il Codice dell’Alleanza ma la legislazione mosaica garantisce l’antichità. Agli inizi le leggi sono espresse con formulazioni casuistiche (se un uomo…) mentre quando sono accompagnate da una motivazione prendono il tono di un insegnamento sapienziale pratico. Il periodo letterario creativo in Israele ha inizio dopo la conquista, sotto lo stimolo della cultura cananea. Tra le composizioni più antiche troviamo il canto di Giosuè, il canto di Debora e un antico ritornello dell’Esodo. Il nocciolo del poema è la rievocazione lirica dell’avvenimento che ha provocato l’entusiasmo dell’autore. In circostanze importanti l’israelita “consultava Jahwèh” sia mediante procedimenti a noi sconosciuti sia interrogando un veggente. Nello stile delle risposte sono stati redatti gli oracoli di Giacobbe. Essi rispecchiano la situazione delle tribù israelite all’epoca dei Giudici e agli inizi della monarchia e aprono per il lettore una prospettiva sull’avvenire che consente di percepire la continuità del disegno divino da Giacobbe a Davide. Le composizioni poetiche, destinate al canto durante le cerimonie liturgiche, sono state chiamate salmi. Una tradizione attribuisce a Davide l’introduzione della poesia e della musica religiosa in Israele. È difficile stabilire una data precisa per ciascun salmo. Tutti i salmi che ricordano il re risalgono al periodo monarchico.

Le tradizioni

Per spiegarsi le origini del mondo e dell’uomo l’antico Oriente aveva creato i suoi miti, che traducevano un pensiero ancora incapace di esprimersi in un linguaggio astratto. Le tradizioni sulle origini hanno quindi attinto alla coltura ambientale molte espressioni e simboli, purificandoli dalle loro risonanze politeiste. Dalle origini al tempo dei patriarchi sono trascorsi secoli. Il peccato d Adamo ha come conseguenza l‘allontanamento della sua discendenza dal paradiso, i peccati dei discendenti di Caino corrompono la civiltà al suo nascere, il peccato dei discendenti di Noè impegnati nell’impresa della torre di Babele provoca la dispersione delle razze e la confusione delle lingue. Abramo è il significato della vocazione del patriarca e dell’alleanza che Dio conclude con lui. La storia dei patriarchi si presenta come “un’epopea che custodisce i fatti storici, importanti per conoscere le origini e lo sviluppo della rivelazione”. Le tradizioni del tempo di Mosè formano un ciclo della massima importanza e Jahwèh è ora il personaggio centrale. L’abilità dei narratori è attenta a dar rilievo alla sua presenza negli avvenimenti. La salvezza di Israele diviene, insieme alla creazione, il prodigio divino per eccellenza. Le tradizioni inquadrano l’occupazione della terra di Canaan da due angolazioni diverse: una lenta penetrazione delle singole tribù e un’azione militare unitaria guidata da Giosuè. Il secondo gruppo di racconti schematizza la storia per dar maggior risalto alla conquista della terra promessa, con la continuazione del piano divino. Le tradizioni provenienti dal tempo dei Giudici sono di grande varietà raccolte attorno ad alcuni fatti salienti o a qualche personaggio famoso, permettono di ricostruire soltanto una storia episodica, dalla cronologia incerta. La tradizioni sulle origini della monarchia si dividono in due gruppi: Saul fu il primo re e Samuele consacrò la nuova istituzione. Da una parte il vecchio giudice cede alle insistenze del popolo ingrato e dall’altra prende egli stesso l’iniziativa di consacrare Saul per assicurare la liberazione d’Israele.

Dalle tradizioni orali alla storiografia

La storiografia israelita inizia con la storia interna del regno di Davide. Il centro della storia è costituito da una parola profetica che dominava la tappa seguente: la promessa di Natan a Davide. Nella storia di Salomone il tempio occupa il posto d’onore perché rappresenta il compimento dell’opera secolare realizzata da Dio stesso e iniziata con la vocazione di Abramo. Israele, in possesso di stabili istituzioni politiche e religiose, dispone di una classe di scribi che godono a corte di una posizione ufficiale. Mentre si formavano le prime raccolte scritte di testi giuridici e poetici, il materiale orale aveva assunto una forma stereotipa che si trametteva senza notevoli variazioni. I compilatori delle tradizioni devono essere considerati veri autori: s’incontra il loro stile, la dipendenza dalle fonti e la loro originalità. Lo scopo era di ravvivare la fede dei loro contemporanei e presentare a esse un insegnamento vitale.

La fede d’Israele

Alle sorgenti della fede

La fede israelita ha come fondamento Abramo e Mosè, i veggenti che verranno chiamati ben presto profeti. La parola divina diventa la sorgente della fede. La fede non è sbocciata da intuizione della ragione ma da una rivelazione e viene comunicata da uomini eccezionali. Per far riconoscere i suoi invitati Dio compie dei segni, avvenimenti che fanno toccare con mano la sua presenza e realizzano le predizioni degli inviati di Dio o confermano le leggi provvidenziali da essi rivelate.

Il Dio d’Israele

In Israele il Dio è unico, non ha ne sposa ne figli. Dio è il Santo, appartiene a un mondo diverso dal nostro, domina il nostro mondo morale con la sua assoluta perfezione. Viene rappresentato con caratteristiche umane, gli vengono attribuiti dei sentimenti: la pietà e la collera. Gli dèi dell’Oriente erano elementi cosmici personificati. La rivelazione biblica corregge radicalmente le concezioni provenienti dalla notte dei tempi. In essa solo Dio è Dio, tutto il resto è sua creatura. I fenomeni naturali hanno un carattere sacro: sono lo strumento della collera di Dio.

Dio dirige gli eventi con la provvidenza. Il piano divino è l’espressione della sua benevolenza verso gli uomini: egli li ha creati per la felicità e cerca di condurveli ma nella realizzazione di questo piano trova un ostacolo: il peccato. L’Antico Testamento ha preso in prestito dalla terminologia semitica i nomi per indicare Dio: El dagli dèi a Babilonia e in Canaan, lo si ritrova nell’arabo Allah. Il nome proprio del Dio di Israele è Jahwèh, scritto in ebraico con il tetragramma YHWH che, connesso con la radice del verbo essere significa “Colui che è”.

Il popolo di Dio

L'alleanza, conclusa al Sinai, comportava da parte del popolo un impegno: quello di osservare la sua legge e da parte di Dio una promessa: quella di proteggere Israele e condurlo nella terra di Canaan. Verrà rinnovata lungo i secoli e dominerà tutto lo sviluppo dell'antico testamento. Ad Abramo Dio promette tre cose: la sua benedizione, una discendenza e il dominio di questa discendenza sulla terra di Canaan. La stessa promessa si rinnova quando Dio si manifesta a Mosè. Il re non è soltanto il capo politico e militare, suscitato da Dio e consacrato con una unzione sacra. La regalità di Saul era di questo tipo mentre quella di Davide segna un netto passo in avanti. Dio è presente dovunque agisce ma la sua presenza diviene accessibile in modo speciale nei luoghi dove egli si è manifestato. Segno sensibile della presenza di Dio è l’Arca dell’Alleanza, ricordo del patto sinaitico. Il tempio è “la casa di Jahwèh”, la riproduzione terrestre del suo palazzo celeste.

L’uomo di fronte a Dio

L’uomo non è un burattino: una provvidenza attenta regola il suo destino. Quando l’individuo muore, l’israelita pensa che di lui rimane un’ombra che scende allo Sheol e laggiù conduce una vita incolore, uguale per tutti. La morale israelita è religiosa. Dio solo conosce il bene e il male, è la sua volontà. La legge mosaica, la Thorah, ha così lo scopo di conformare alle intenzioni di Dio gli atteggiamenti pratici degli uomini. Il diritto assolve al compito di regolare i rapporti tra gli uomini e in modo che la società sia giusta. Israele non è un popolo come gli altri perché la sua legge gli prescrive le norme cui deve attenersi per costituire una società degna di Dio. L’amministrazione della giustizia alle origini era compiuta dai capi ed all’avvento della monarchia il re è per la sua stessa funzione il giudice supremo del suo popolo. Gli Israeliti hanno utilizzato riti e pratiche appartenenti al comune patrimonio delle religioni semitiche, dai quali è stato eliminato tutto quello che era connesso con l’idolatria. Dopo lo stanziamento in Canaan, l’anno per gli Israeliti è scandito da tre grandi feste: la settimana degli azzimi in primavera, la festa delle messe all’inizio dell’estate e la festa dei raccolti in autunno. Ogni infrazione della legge costituisce un peccato che offende Dio, il quale prevede una espiazione mediante un sacrificio.

Il credo d’Israele

La fede israelita ha il suo fondamento nella testimonianza degli ispirati e quindi si radica nella storia. Sono i fatti salienti della storia nazionale che le offrono l’occasione di arricchirsi ed affinarsi. Per i credenti gli avvenimenti non sono un prodotto del caso ma rappresentano l’azione di Dio sulla terra. Nel Credo israelita si mescolano dogmi di fede e ricordi storici mentre in quello cristiano, più completo, viene raccontata una storia, quella del piano di Dio in cui si manifesta la sua volontà di salvare gli uomini. L’AT ne richiama le prime tappe mentre il NT ne farà conoscere l’ultima tappa, la croce e resurrezione di Cristo. L’israelita vive in un’atmosfera totalmente religiosa, in relazione con Dio, e la sua fede si incarna nelle grandi figure del passato, il cui ritratto religioso è tracciato per mettere dei modelli sotto gli occhi dei credenti: Abramo, Giacobbe, Mosè, Giosuè, Samuele e Davide.

Il dramma del popolo di Dio

La tragedia nazionale

I due regni paralleli

Alla morte di Salomone il regno si disgrega e il popolo di Dio sarà diviso in due stati: al sud Giuda e al nord Israele. Tutti i culti del Medio Oriente avevano i loro veggenti. Si pensava che questi individui, mentre si trovavano in trance, parlassero a nome di Dio. Omri, salito al trono d’Israele attraverso un colpo di stato, regno con un buon successo. Preoccupato per l’espansione dei Siri di Damasco si allea con altri popoli e queste alleanze vengono sancite da matrimoni. La dinastia di Jehu, comandante dell’esercito che uccide i re d’Israele e di Giuda per impossessarsi del trono di Samaria, ridona il suo splendore al regno.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

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