Introduzione
La periodizzazione
La validità della periodizzazione è una questione decisiva per disegnare un processo in grado di dare valore alla successione degli avvenimenti. A cavallo tra '700 e '800 cominciava una fase di trasformazioni che avviava un processo di erosione progressiva della società di antico regime. La rivoluzione francese impose nuovi linguaggi politici che modificarono i modelli di cittadinanza e avanzò, per la prima volta su larga scala, richieste di libertà e di diritti estranei alle società di antico regime. Il periodo napoleonico diffuse su gran parte dell'Europa le nuove parole d'ordine che divennero domande di rinnovamento dello stato e delle relazioni che questo manteneva con i cittadini.
Contemporaneamente la rivoluzione industriale non solo aprì un processo di trasformazione delle forme di produzione, ma favorì la creazione di nuovi soggetti sempre più estranei alla tradizione politica di antico regime e insofferenti verso le limitazioni imposte. La formazione dell'industria moderna progredì, poi, amplificando enormemente questi fenomeni. Il Congresso di Vienna è, come si vedrà, non il momento iniziale del mondo contemporaneo, ma il tentativo di reprimere le aspirazioni, cresciute dalla rivoluzione francese in poi, a costruire stati-nazione e ad affermare la sovranità popolare.
Anche la Grande Guerra non fu un avvenimento in senso stretto, ma l'ultima tessera di un processo cominciato almeno una decina di anni prima con il riacutizzarsi della crisi dell'Impero ottomano e più ancora dell'Europa orientale. Questo “lungo 800”, che si chiude con la prima guerra mondiale, è segnato al suo interno non tanto da un avvenimento, ma da un processo non breve in cui, insieme alla creazione di nuovi stati-nazione e alla riorganizzazione di altri, si va affermando, come ha scritto Charles Maier, un “principio di territorialità”.
Il 900, il «secolo breve», descritto alternativamente come l'età della realizzazione del processo di modernizzazione o della violenza e della barbarie, è stato articolato, nelle pagine che seguono, in tre diversi periodi. Il primo si apre con la rivoluzione russa, e si chiude con la lunga fase bellica che va dall'invasione della Manciuria e dell'Etiopia, condotta dal Giappone e dall'Italia, alla guerra di Corea. Più precisamente, la fine del primo periodo è stata fissata al 1956, quando Stati Uniti e Unione Sovietica espressero nei fatti il riconoscimento delle rispettive aree di influenza.
La conclusione fu una pace armata e una separazione, ideologica prima che economica e militare, tra due blocchi contrapposti emersi durante la guerra fredda. Il cinquantennio successivo è separato in due dalla crisi prima e dall'implosione poi del sistema socialista, tanto nella declinazione sovietica che in quella jugoslava. In questi anni si assiste, sul piano strettamente produttivo, al superamento del sistema fordista e alla nascita di un nuovo panorama economico caratterizzato dall'incremento dell'automazione affidata alla microelettronica e all'informatica, dall'aumento di figure di lavoratori più mobili e precari, dal declino delle funzioni di mediazione del sindacato ecc.
Il quadro politico ha assunto nuove configurazioni per la crisi dei partiti di ispirazione socialista, per la difficoltà a identificare progetti riformistici, per le tensioni alimentate in tutto il mondo occidentale dai crescenti flussi migratori, per l'instabilità e la estrema povertà di numerose aree del mondo. Quale sia il momento di svolta in cui la crisi del sistema socialista diventa irreversibile non è facile dire; gli anni '70 sono, però, un riferimento attendibile.
Visto nel lungo periodo lo sviluppo della storia contemporanea si segnala non solo per il continuo aumento della mondializzazione dell'economia in tutte le sue componenti (produttive, finanziarie e commerciali) o per la crescita della società di massa, ma per il progressivo processo di erosione del potere e dell'autorità del continente europeo, con uno spostamento verso gli Stati Uniti dei centri di decisione.
Un altro aspetto che caratterizza il mondo contemporaneo è la straordinaria coincidenza tra fenomeni di varia natura. Le trasformazioni ambientali e dei comportamenti demografici sono tutte interne alle scansioni individuate. Anche per queste, inoltre, la fase di svolta si è collocata a cavallo tra '700 e '800 in seguito all'affermazione dei diritti e delle aspirazioni nazionali, alla crescita dell'agricoltura e dell'industria.
Trasformazioni demografiche
II modello demografico che si è affermato nell'Occidente negli ultimi duecento anni è uno degli elementi che meglio contribuisce a definire i confini tra il mondo di antico regime e quello contemporaneo. Il sistema di antico regime era caratterizzato da inefficienza e disordine demografico. Inefficienza perché l'elevato tasso di mortalità, specialmente alla nascita e nell'età infantile, lasciava dietro ogni persona adulta una serie di tentativi non riusciti. Era poi disordinato perché spesso si confondeva la successione delle generazioni; statisticamente, la possibilità che il figlio morisse prima del padre era straordinariamente elevata.
È negli ultimi due secoli che in Europa, contemporaneamente alla discesa dei tassi di mortalità e di natalità, il numero dei figli per ogni donna è passato da 5 a meno di 2, mentre la speranza di vita è salita da 25-30 anni a 75-80. La rivoluzione industriale aumentò la disponibilità di lavoro e con essa la propensione al matrimonio. Tutti questi cambiamenti produssero, fino alla metà del XX secolo, una vera e propria esplosione demografica: la popolazione europea raggiunse i 295 milioni nel 1900 e 393 milioni cinquant'anni dopo. Il punto di partenza della transizione demografica era la diminuzione della mortalità.
La «grande fame» irlandese, dovuta alla perdita del raccolto di patate del 1846, con i suoi 1,1-1,5 milioni di morti e il fiume di emigrati degli anni successivi, è l'ultimo caso di relazione tra crisi, epidemia, morte che l'Europa occidentale ricordi. La diminuzione della mortalità è legata in buona misura al declino di quella infantile e alla riduzione delle malattie infettive a carattere epidemico.
L'altro fattore dell'incremento naturale della popolazione, la fecondità, si libera nella lunga transizione dalla completa subordinazione ai fattori biologici, legati strettamente all'intervallo tra i parti e alla durata dell'allattamento, e diviene sempre più espressione della limitazione volontaria delle nascite. L'industrializzazione e l'espansione della dimensione urbana della società aumentarono i costi collettivi per il benessere e l'istruzione dei figli. Il risultato fu un allargamento delle spese familiari per la formazione dei giovani.
Un altro elemento strettamente correlato con gli andamenti demografici è costituito dalle correnti migratorie. La crescita della popolazione europea, gli scompensi di un veloce processo di industrializzazione e di urbanizzazione liberarono ingenti masse di lavoratori agricoli in cerca di occupazione. L'esistenza di occasioni di lavoro e di enormi risorse non ancora pienamente sfruttate spinse milioni di lavoratori dai paesi europei verso le Americhe e verso l'Oceania.
Il periodo tra le due guerre registrò la chiusura dei paesi extraeuropei, ma anche una più forte mobilità interna nei singoli stati, con spostamenti dalle aree più povere a quelle più sviluppate, dalle campagne ai centri urbani; il caso dell'Italia è a questo proposito assai significativo. A definire il quadro generale molto contribuirono esodi, genocidi, deportazioni, trasferimenti forzati di popolazione nel periodo compreso tra gli inizi del '900 e gli anni '50. Il secondo dopoguerra rese individuale l'emigrazione transoceanica ma intensificò gli spostamenti verso l'interno dell'Europa di masse di uomini dall'area meridionale e in misura crescente dai paesi extraeuropei del bacino del Mediterraneo.
Dagli anni '80 in poi i paesi europei non alimentarono flussi migratori in uscita ma moltissimo in entrata, in particolare di massi di lavoratori provenienti dall'ex Unione Sovietica e dai suoi paesi satelliti, dai territori dell'ex Jugoslavia in precedenza chiusi in se stessi, e sempre di più dalle aree povere del pianeta. Sia pure con un grande ritardo rispetto alle regioni europee economicamente e culturalmente più ricche, anche nei paesi poveri la mortalità cominciò a calare progressivamente grazie ai progressi della medicina; nonostante questo, però, il quadro generale rimaneva caratterizzato da un altissimo tasso di mortalità infantile.
La alta e in certi casi altissima, mortalità infantile aveva innumerevoli cause, tutte riconducibili al più elementare modello dell'arretratezza: carenza di assistenza professionale al parto, incidenza delle patologie infettive tipiche dell'infanzia. Per le regioni povere l'avvio della transizione demografica e i suoi primi progressi erano strettamente subordinati alla crescita economica.
Le mutazioni ambientali
Le trasformazioni ambientali su vasta scala hanno una lunga storia. Nell'ultimo trentennio del XVIII secolo, il crescente impiego del carbone per le macchine a vapore delle industrie tessili cominciò a oscurare il cielo con i fumi densi e il biossido di carbonio delle ciminiere. Nel 1870 la sola Gran Bretagna contava non meno di 100 mila macchine nelle industrie tessili e nelle altre fabbriche. Il Galles, dove era concentrata la lavorazione del rame, cominciò a conoscere le piogge acide e i danni alla produzione agricola. Nei centri industriali le patologie dell'apparato respiratorio furono rese più frequenti dall'inquinamento atmosferico. L'uso del carbone prosegue, in certe aree del mondo, fino a oggi.
Le aree più dinamiche dell'Europa, Gran Bretagna, Germania e Belgio in particolare, gli Stati Uniti e il Giappone sperimentarono la rapida crescita della produzione di ferro e acciaio. In tutti questi paesi alcune città e alcune regioni divenivano sinonimi di inquinamento atmosferico. La situazione si fece ancora più difficile quando ai problemi creati dal carbone si aggiunsero gli effetti dell'automobile. I tubi di scappamento delle auto rilasciavano nell'aria alcune sostanze inquinanti, e dal 1921 anche il piombo, aggiunto alla benzina per migliorare le prestazioni dei motori: si produsse così lo smog e aumentarono le piogge acide.
Per quanto riguarda l'inquinamento provocato dal traffico non sono mancati dei fattori che hanno parzialmente alleggerito la crescente gravità della situazione. Dagli anni '70 la ricerca ha consentito un miglior funzionamento dei motori, un minor consumo e una riduzione delle emissioni di monossido di carbonio; tra gli anni '70 e '80 si è passati alla commercializzazione di benzina senza piombo. Variazioni nel tasso di inquinamento sono state sfavorite dalla crescente sostituzione del carbone con altri combustibili.
Un'altra misura sempre più frequentemente adottata per diminuire l'inquinamento dei centri urbani fu la delocalizzazione delle attività industriali in aree lontane, più adeguate e meno esposte alle proteste dei cittadini. Negli anni '70 le centrali elettriche a carbone facevano della Boemia la regione a più alto inquinamento d'Europa; e, sempre per il ricorso al carbone per alimentare le centrali elettriche, non era migliore la situazione di numerose aree della Germania orientale e della Polonia. Gli agenti inquinanti possono spostarsi anche da molto lontano dal luogo in cui vengono prodotti raggiungendo talvolta paesi che per varie ragioni hanno habitat salubre o poco contaminato. Già negli anni '60 era abbastanza evidente che i fiumi e i laghi di Svezia e Norvegia avevano subito gravi danni a causa dell'inquinamento prodotto dalla combustione del carbone in Gran Bretagna.
Le conseguenze dell'inquinamento sulla salute delle persone sono assai gravi. Nel 1997 l'Organizzazione mondiale della sanità calcolava in 400 mila le morti dovute annualmente all'inquinamento atmosferico, poco meno della metà di quelle causate dagli incidenti automobilistici. L'azione dell'uomo nel XX secolo non ha solo portato a livelli più elevati l'inquinamento dell'aria, ma ha anche aumentato i gas serra nell'atmosfera e ridotto la quantità di ozono nella stratosfera. L'azione dell'uomo non ha risparmiato le acque.
L'inquinamento, quali che siano l'estensione e i guasti presenti e futuri, non è solo il nemico da cui la terra deve guardarsi; egualmente pericoloso, o forse più pericoloso, è il sempre più evidente squilibrio del sistema ecologico. L'aumento della popolazione, il diboscamento sfrenato, il consumo di risorse non facilmente riproducibili, la distruzione di numerose specie animali sono solo alcuni degli elementi che concorrono a determinare il dissesto ecologico del sistema mondo. In conclusione, non è forse possibile definire con precisione la gravità raggiunta dal cosiddetto effetto serra o dalla diminuzione dell'ozono; è però certo che lo sfruttamento di risorse non riproducibili, la distruzione delle foreste, la scomparsa di migliaia di specie biologiche, hanno profondamente messo in crisi l'equilibrio ecologico mondiale.
Capitolo 1. Formazione degli stati-nazione e grandi imperi (1815-1870)
Dopo Napoleone
Nascita dell'industria moderna
Con l'espressione “rivoluzione industriale” si è soliti indicare lo sviluppo manifatturiero della Gran Bretagna, a cavallo tra il '700 e i primi decenni del secolo successivo. Il termine “rivoluzione” rievoca l'immagine di un cambiamento improvviso. La trasformazione dei modelli di produzione, di vita e di consumo che riguarda la Gran Bretagna, fu invece profonda ma graduale. L'impresa protagonista di questo periodo di trasformazione era di piccole dimensioni, praticamente artigianale, senza capitali, se non quelli provenienti dall'autofinanziamento.
Gli imprenditori non erano uomini nuovi, ma figure, come gli artigiani, i contadini o i commercianti, disposte a rischiare un piccolo capitale. La crescita demografica, comune ad altre aree europee, in Gran Bretagna fu prepotente. Una spinta demografica del genere non si sarebbe stabilizzata senza un corrispondente progresso agricolo. L'agricoltura era organizzata secondo un modello sociale fondato sull'esistenza di una grande proprietà senza limitazioni di tipo feudale e senza contadini. Un'altra condizione favorevole allo sviluppo industriale era data dall'esistenza in Gran Bretagna, prima degli anni '30, di un sistema politico e istituzionale stabile, con forme di rappresentanza socialmente assai limitate, ma regolari e per questo capaci di sostenere, correggere, contraddire il governo.
Uno dei fattori fondamentali per lo sviluppo dell'industria tessile, la navetta, era stata inventata già nel 1733. L'altra importante innovazione, fu l'introduzione della macchina a vapore; anche questa nata da un'invenzione precedente di James Watt brevettata nel 1769.
Il punto di forza di questa fase di sviluppo dell'industria britannica era costituito dalla produzione dei tessuti in cotone. L'elemento più importante fu la capacità dell'industria di imporre il cotone, di dare autonomia e dignità a una fibra quasi sempre adoperata per una produzione povera, adatta solo a muoversi in un circuito commerciale molto ristretto. La dimensione modesta e poco costosa degli impianti, il facile reperimento della forza lavoro, risultato combinato della crescita demografica e del progresso agricolo, assicurarono slancio all'industria cotoniera. La nascente industria tessile, inoltre, diede grande impulso agli altri settori produttivi. Le industrie di cotone stimolarono le attività di estrazione del carbone che sostituiva l'uso della legna come combustibile.
Col passare del tempo, lo sviluppo industriale aumentò i consumi e diffuse benessere anche tra i gruppi più deboli della società britannica. La fabbrica operò una semplificazione dei processi lavorativi e rese sempre meno artigianali le attività, favorendo così l'impiego di schiere di donne e bambini, più facilmente controllabili e molto meno costosi. Le condizioni di lavoro faticose e logoranti alimentarono forme di opposizione che assunsero caratteri distruttivi e irrazionali (il luddismo) o più politicizzati (movimento cartista).
La prima legge (1842) che provò a disciplinare il lavoro di fabbrica, con particolare attenzione per le donne e i bambini, non ebbe grande impatto, ma ruppe per la prima volta con l'idea che il lavoro dovesse essere regolato dalla libera contrattazione delle parti e restare al di fuori degli interventi del governo. Le vecchie corporazioni si sfaldarono; il mercato del lavoro rimase, nonostante tutto, ancora assai limitato, irrigidito dalle forme di tutela previste dalla vecchia legge che concedeva il sussidio solo ai poveri della parrocchia.
Il resto dell'Europa era indietro. Deboli segnali di sviluppo venivano da poche zone. Qualche elemento di rinnovamento veniva dalle colonie di imprenditori e mercanti stranieri che diffondevano un patrimonio di relazioni, saperi, nuovi atteggiamenti gestionali. In buona parte dell'Europa il periodo napoleonico portò una ventata di rinnovamento.
Il congresso di Vienna e l'eredità napoleonica
Il congresso di Vienna (novembre 1814-giugno 1815) fu organizzato dalle potenze europee che avevano avuto ragione delle armate napoleoniche (Gran Bretagna, Austria, Prussia e Russia) al fine di ridisegnare i confini degli stati, e creare le condizioni di una pace duratura, sia pure armata, dell'Europa. Il Congresso mirava a ripristinare la legittimità della monarchia e cercare il “concerto europeo”. Il progetto, tuttavia, era allo stesso tempo fragile e ambiguo. Dietro la formula del “concerto europeo”, si nascondeva la preoccupazione per futuri rafforzamenti.
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