Fonti e metodi per lo studio della popolazione
Nell'ultimo mezzo secolo gli studi relativi alla popolazione e ai meccanismi che ne regolano l'andamento (natalità, mortalità, fecondità) hanno avuto un notevole sviluppo grazie a:
- L'interesse nato nei confronti della storia della società e della sua cellula base, la famiglia,
- L'esigenza di una documentazione quantitativa per integrare le fonti descrittive.
L'inglese Malthus scrisse alla fine del Settecento il "Saggio sul principio di popolazione", dove manifestò la sua preoccupazione in merito allo squilibrio tra popolazione e risorse alimentari. Secondo Malthus la popolazione, se non controllata, cresce in progressione geometrica (1-2-4-8), mentre le risorse alimentari crescono in progressione aritmetica (1-2-3-4). A riportare temporaneamente l'equilibrio interverrebbero di tanto in tanto dei "freni repressivi" ossia carestie, guerre e epidemie, che ristabiliscono l'equilibrio in attesa di un nuovo ciclo di incremento demografico. La soluzione più opportuna in alternativa a questi "freni repressivi", sempre secondo Malthus, era una limitazione cosciente dei matrimoni e quindi della fecondità attraverso i "freni preventivi". Questa soluzione riguardava naturalmente la parte più povera della società.
La statistica nella storia della popolazione
La statistica, cioè la raccolta sistematica dei dati relativi alla popolazione, mosse i primi passi proprio durante l'età moderna. Nel XVII secolo o agli inizi del XIX risalgono i primi censimenti modernamente impostati, mentre prima si usava fare la numerazione dei fuochi (o nuclei familiari) compiuti a scopi fiscali, ossia dei conteggi degli abitanti di città o distretti finalizzati all'approvvigionamento e alla distribuzione dei viveri. Una delle prime e più celebri: "libro del giudizio universale", Inghilterra, dopo invasione normanna 1066. Importante per la sua precisione e ricchezza il catasto fiorentino del 1427 da cui si ricavano la composizione per sesso e per età, le occupazioni e i redditi.
Importanti sono anche le fonti ecclesiastiche, distinguibili in fonti relative allo stato:
- Consistono negli stati delle anime, ossia elenchi degli abitanti di una parrocchia redatti casa per casa con lo scopo di controllare l'adempimento del precetto pasquale (anche se ricorsero ad analoghi strumenti di controllo dei fedeli anche le chiese protestanti). Nel 1614 la Santa Sede dettò delle norme precise per la loro compilazione. Questi documenti sono importanti per ricostruire la composizione per sesso e per età e per conoscere le strutture familiari e le forme di convivenza di una comunità.
- Fonti relative al movimento della popolazione: sono per lo più dei libri dove venivano registrati gli eventi religiosi fondamentali della vita dei parrocchiani (battesimo, matrimonio, sepoltura). Se non presentano lacune per un certo periodo ci permettono di ricostruire l'andamento dei diversi eventi nel corso degli anni.
Queste fonti, insieme agli stati delle anime, permettono di determinare per i relativi anni gli indici di natalità, mortalità e nuzialità. I registri parrocchiali, utilizzati come fonti dagli storici per studiare le conseguenze di eventi catastrofici, sono diventati delle fonti privilegiate a partire dagli anni Cinquanta del XX secolo, quando dei demografi francesi elaborarono un metodo di spoglio che prende il nome di "ricostruzione nominativa delle famiglie":
- Si creava una "scheda di famiglia" per ogni matrimonio celebrato nella parrocchia studiata in un determinato arco di tempo;
- Venivano trascritti in queste schede tutti gli eventi demografici desunti dai libri dei battesimi e delle sepolture riguardanti la coppia presa in esame.
Questo metodo però presenta degli inconvenienti come, innanzi tutto, il lungo lavoro richiesto anche per il villaggio più piccolo e poi il basso numero delle schede di famiglia che è possibile ricostruire in modo completo. Per questo motivo i demografi hanno elaborato poi tecniche diverse basate sui grandi aggregati, ad esempio la costruzione di piramidi delle età e la costruzione di tavole di mortalità (che consente anche di calcolare la speranza di vita alla nascita).
La popolazione europea nell'età moderna
Per il periodo dal tardo Quattrocento agli inizi dell'Ottocento si hanno stime abbastanza attendibili della popolazione mondiale divisa per continenti. Per tutto il periodo più della metà della popolazione viveva nella fascia centro-meridionale del continente asiatico. Queste cifre inoltre mettono in evidenza la crisi demografica che colpì il continente americano con l'inizio della colonizzazione europea e l'arresto dello sviluppo dell'Africa legato allo stesso evento (esportazione di schiavi neri). La popolazione europea invece tra 1400 e 1800 cresce allo stesso ritmo di quella asiatica. Per il nostro continente nei secoli dell'età moderna si delineano tre grandi fasi:
- Una crescita demografica generale e continua tra la metà del Quattrocento e gli inizi del Seicento;
- Un forte rallentamento nel XVII secolo, risultato di comportamenti demografici diversificati per grandi aree;
- Una rinnovata tendenza espansiva nel Settecento che andrà avanti poi fino al XIX secolo.
Si discute ancora se questi dati siano il frutto di uno squilibrio tra popolazione e risorse (tesi Malthus), oppure se sia dovuto ad altri fattori quali le epidemie, le carestie, le guerre ed il clima sfavorevole. Bisogna ricordare che nell'età moderna erano pressoché sconosciute le pratiche contraccettive, che iniziarono a diffondersi solo nel tardo Settecento a partire dalla Francia. Potremmo immaginare, con questi presupposti, che ogni coppia di coniugi mettesse al mondo un gran numero di figli, ma nella realtà non era così per tre motivi:
- In gran parte dell'Europa le donne si sposavano relativamente tardi (tra i 24 e i 26 anni) e quindi gran parte della loro vita feconda restava inutilizzata ai fini della riproduzione,
- Gli intervalli tra i parti, dopo il primo che avveniva circa un anno dopo le nozze, tendevano ad allungarsi tra i 2 e i 3 anni a causa dell'allattamento prolungato,
- Era molto frequente la rottura del matrimonio prima che la donna terminasse il proprio ciclo fecondo a causa della morte di uno dei coniugi.
In linea di massima un matrimonio durava tra i 12 e i 15 anni e potevano nascere 5 o 6 figli, numero abbastanza proficuo per garantire un aumento della popolazione, ma si deve tener conto dell'alto tasso di mortalità infantile e giovanile che dimezzava la prole.
La storia della famiglia nello studio
Il comportamento demografico delle coppie rappresenta solo un aspetto della storia della famiglia: i documenti, come gli stati delle anime, illustrano non solo i nuclei famigliari ma anche le dimensioni e la composizione degli aggregati domestici (coloro che vivono sotto lo stesso tetto). Per lo studio della popolazione ha avuto un grande successo la classificazione elaborata dal Gruppo di Cambridge, diretto da Peter Laslett, che ha distinto cinque tipi di aggregati:
- Famiglia "nucleare", composta solo da due coniugi ed eventuali figli;
- Famiglia "estesa", dove ai coniugi e agli eventuali figli si aggiunge almeno un altro convivente (ad esempio un fratello o un genitore di uno dei due coniugi);
- Famiglia "multipla", caratterizzata dalla compresenza di almeno due nuclei;
- Famiglie "senza struttura", alla cui base non c'è un rapporto matrimoniale;
- I "solitari", quelli che noi oggi definiamo "single".
Laslett, alla fine degli anni Sessanta, avanzò la tesi che durante il periodo dell'Antico Regime fosse predominante il modello di famiglia nucleare, ma man mano che si completavano le ricerche nei vari paesi, il quadro si faceva sempre più complesso. Successivamente Laslett e Hajnal distinsero due diversi modelli matrimoniali e familiari:
- Il primo, tipico di molti Paesi dell'Europa nord-occidentale, si basava su tre regole:
- Sia gli uomini che le donne si sposavano abbastanza tardi ed un numero consistente sia di uomini che di donne non si sposavano affatto;
- Gli sposi seguivano la regola della residenza neolocale dopo il matrimonio (mettevano su casa per conto loro) e quindi davano origine ad una famiglia nucleare;
- Prima del matrimonio un gran numero di uomini e di donne passava qualche anno fuori casa al servizio di un'altra famiglia.
- Il secondo modello era diffuso soprattutto nell'Europa orientale e meridionale e prevedeva un matrimonio abbastanza precoce e una residenza patrilocale (ovvero la convivenza degli sposi con i genitori del marito) escludendo il servizio prepuziale presso altre famiglie.
Per analizzare questi modelli bisogna tener conto anche del fattore economico, in quanto la famiglia non rappresentava solo un'unità di consumo, ma era prima di tutto un'unità di produzione. Le famiglie contadine, che quasi ovunque costituivano la maggioranza della popolazione, assumevano strutture diverse a seconda dei meccanismi ereditari:
- La divisione del patrimonio in parti uguali tra i figli maschi tendeva a favorire la formazione di famiglie nucleari,
- La successione al podere di un solo figlio tendeva a favorire la formazione di una famiglia ceppo (cioè alla convivenza dell'erede e della moglie con i genitori di lui).
Le dimensioni dell'aggregato domestico andavano anche in base al fondo coltivato (sia di proprietà che in affitto) e della quantità di forza lavoro richiesta da esso. Da alcune ricerche emerge che nell'Italia centro settentrionale le famiglie di mezzadri, che gestivano grandi poderi, erano mediamente molto più numerose e ramificate di quelle dei braccianti privi di terra per la presenza sotto uno stesso tetto di vari nuclei coniugali sotto un'unica autorità dispotica.
Le questioni economiche naturalmente non riguardavano solo gli strati bassi della società, ma anzi, nelle élite le questioni patrimoniali tra coniugi, la successione, la dote, assumevano una maggiore rilevanza e complessità. Per le famiglie aristocratiche europee, la conservazione della propria ricchezza, incentrata sulla proprietà fondiaria, era una preoccupazione dominante, tanto che tra il XVI e il XVIII secolo si adottarono strumenti giuridici adatti a tale scopo come i:
- Fedecommessi: una disposizione mediante la quale chi fa testamento obbliga l'erede a trasmettere tutta o parte dell'eredità a un'altra persona per via di discendenza maschile, istituito fidecommissario, dopo la morte dell'erede designato,
- Primogeniture, o maggiorasco: concentrare nel primogenito, in presenza di più figli maschi, il grosso dell'eredità.
Con questi accorgimenti le famiglie cercavano di tutelarsi con il rischio di una dispersione del patrimonio. Per le femmine la dote fungeva da eredità anticipatoria ed era commisurata al prestigio della famiglia, ma solo una femmina era destinata a sposarsi le altre prendevano la via del chiostro (convento) oppure rimanevano a vivere in famiglia. La limitazione dei matrimoni, la trasmissione di beni per linea maschile, la destinazione dei figli cadetti alle carriere militari, ecclesiastiche, giudiziarie, e la destinazione delle figlie femmine alla monacazione o al nubilato, erano le basi di una strategia familiare che, tra le altre cose, dava molta importanza alle alleanze matrimoniali e alle reti allargate di parentela agnatizia (parentela tra i discendenti dallo stesso padre) e cognatizia (acquisita attraverso unioni matrimoniali).
Sono stati compiuti molti studi in merito ai rapporti di autorità e di affetto tra coniugi e tra genitori e figli, tra cui la tesi di Ariès secondo cui l'amore coniugale e la considerazione dell'infanzia come fase avente caratteri propri furono il risultato di una serie di nuove circostanze, tra cui la cultura umanistica e la scolarizzazione. Punto di riferimento per la Gran Bretagna è l'opera di Stone, dove distingue tre tipi di aggregato domestico succedutesi nel periodo:
- Famiglia a lignaggio aperto, 1450-1630: formalismo, freddezza rapporti, importanza casato e controllo del parentado e della comunità sulla vita famigliare,
- Famiglia nucleare patriarcale ristretta, 1550-1700: accentuazione autorità pater familias (riflesso potere assoluto monarca sulla società), sviluppo legami affettivi, importanza educazione cristiana e disciplinamento prole (influsso Riforma protestante),
- Famiglia nucleare domestica chiusa, 1620-1800: individualismo affettivo (attenuamento divario gerarchico e maggiori legami affettivi).
Lo studioso americano Shorter colloca al tardo Settecento e all'Ottocento la trasformazione delle relazioni familiari (erotizzazione del rapporto di coppia e crescita dell'amore materno), e collega tali sviluppi con l'industrializzazione e il trionfo dei rapporti di produzione capitalistici.
L'agricoltura dell'Europa preindustriale: risposta estensiva e risposta intensiva
Nei secoli successivi al Mille, l'agricoltura europea aveva compiuto notevoli progressi che avevano permesso di sottoporre a coltura i terreni umidi e argillosi delle aree centro-settentrionali del vecchio continente. Le innovazioni più importanti sono:
- L'aratro pesante dotato di avantreno, di coltro e di versoio;
- La ferratura degli zoccoli dei cavalli e la loro bardatura con collari fatti in modo da evitare la pressione sulla gola;
- Larga diffusione triennale (= un anno a frumento o segale, un anno a orzo o avena e un anno a riposo).
Nei Paesi mediterranei, però, la scarsità delle piogge e la natura friabile dei terreni ostacolarono l'applicazione di queste nuove tecniche, infatti rimase la rotazione biennale che lasciava la terra a riposo un anno su due e si utilizzava l'aratro leggero privo di ruote. Tra il 1450 e il 1750 l'organizzazione produttiva nelle campagne non registrò grandi mutamenti. L'incremento demografico del "lungo Cinquecento" comportò un aumento della domanda di derrate alimentari, soprattutto verso i cereali. La carne scomparve praticamente dalle mense dei contadini e, in generale, di tutti i lavoratori manuali, che fino al XX secolo si nutrirono prevalentemente di pane e farinate, accompagnati da legumi e verdure, lardo o pesce salato, uova e latticini in modeste quantità e vino o birra di scadente qualità.
Ci si chiede come fosse possibile che l'agricoltura potesse riuscire a sfamare una popolazione in continua crescita. A livello teorico sono possibili due tipi di risposte:
- Una risposta "estensiva" consistente nell'allargamento della superficie coltivata,
- Una risposta "intensiva", consistente nell'adozione di tecniche volte ad accrescere la produttività, ossia la quantità di prodotto per unità di superficie.
Fino al XVI secolo prevalse la soluzione estensiva: mano a mano che la popolazione cresceva vennero rimessi a coltura terreni precedentemente abbandonati, furono bonificate molte aree che fino ad allora erano occupate da foreste e paludi (ad esempio nel Veneto e a Londra). Ovviamente i terreni così dissodati non sempre erano di prima qualità, nella maggior parte dei casi si trattava di terreni marginali che solo la contrazione della pressione demografica aveva fatto sì che fossero resi coltivabili. Conseguenza di ciò fu la riduzione della superficie adibita a pascolo, che a sua volta comportò una scarsità di concime. Anche il clima aveva influito negativamente sui raccolti in quanto nella metà del 400 ci fu una fase di diminuzione delle temperature medie chiamata "piccola glaciazione".
La fertilità dei campi non è solo funzione della natura dei suoli ma anche di altri due fattori:
- La disponibilità dell'acqua: la presenza di una rete irrigatoria fu all'origine della grande produttività della pianura a sud di Milano dove già nel basso Medioevo scomparve il maggese e si diffuse il capitalismo agrario;
- Il concime: le piante foraggere, oltre a restituire alla terra l'azoto sottrattole, rendono possibile il mantenimento all'interno delle aziende di abbondante bestiame bovino.
La stretta associazione di agricoltura e allevamento e l'adozione di rotazioni che eliminano la necessità del riposo periodico dei terreni sono l'essenza della rivoluzione agricola che ci fu nei Paesi Bassi e poi in Inghilterra.
Il regime fondiario e i rapporti di produzione
In gran parte dell'Europa i secoli del basso Medioevo furono caratterizzati da:
- La disgregazione della feudalità come sistema di governo,
- L'erosione dei poteri signorili nelle campagne, per effetto della crisi demografica, per la generale tendenza dei signori di monetizzare le prestazioni loro dovute e per le rivolte contadine scoppiate tra il Trecento e il Cinquecento.
All'inizio dell'età moderna i coltivatori del suolo erano liberi di sposarsi, di trasferirsi, di disporre delle loro terre qualora ne possedevano. Le corvée (prestazioni di lavoro gratuite) erano limitate a poche giornate l'anno e la riserva signorile era stata, per la maggior parte, frazionata in appezzamenti affidati a famiglie coloniche con una serie di patti agrari che andavano dal livello (un canone fisso in natura o in denaro stabilito per un lungo periodo di tempo) al piccolo affitto o alla mezzadria. In alcune zone rimasero dei residui feudali, che agirono come efficaci solventi del regime signorile soprattutto nell'Italia centro settentrionale e nei Paesi Bassi. Rimanevano:
- La giurisdizione e il potere di banno, che consiste nella competenza del giudice signorile sulle minori cause civili e penali,
- L'obbligo, per i proprietari di terre, di pagare al signore un censo annuo.
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