I confini del mondo tra kosmos e polis
Le radici del concetto
Cosmopolitismo è un concetto tardo della cultura classica, nasce nella coscienza dell'uomo greco dove si sviluppa quella rappresentazione del mondo come unità. Il termine kosmos incomincia a essere utilizzato per indicare l'universo o la totalità della superficie terrestre. A prevalere della prima filosofia ionica è una concezione unitaria del genere umano, la tendenza a considerare l'uomo e l'umanità nel loro insieme, postulando per principio la comune appartenenza di tutti quelli che hanno sembianze umane. Il kosmos dei filosofi naturalisti, alla continua ricerca dell'arché, un principio dal quale potevano essere derivate l'acqua di Talete, l'aria di Anassimene, il fuoco di Eraclito (ecc.), designa una dimensione etica e naturalistica di un ordine caratterizzato da armonia e retto da leggi irrevocabili.
In un passo di Eraclito si allude a un ordine universale che è uguale per tutti e che non fu creato né dagli uomini né dagli dei, ma che era sempre fuoco vivente. Più tardi nel Gorgia, Platone rievoca tale discorso parlando di alcuni sapienti per i quali il cielo e la terra, gli dei e gli uomini sono legati tra loro dalla comunicazione, dall'amicizia e dalla giustizia e che per questo motivo chiamano l'universo intero kosmos e non disordine.
Lo spazio di azione delineato dai presocratici è ancora quello circoscritto alla polis, esso si sviluppa organizzandosi come un mondo che riproduce in piccola scala l'ordine sacro dell'universo. Lungi dal proporsi come un'alternativa alla legge della città e al suo principio di appartenenza, l'ordine cosmico delineato dai presocratici influenza le modalità di articolazione dello spazio interno della polis. È solo all'interno di quest'ultima che troviamo valorizzato il principio di eguaglianza, all'interno della polis si instaura il dibattito su identità e differenza tra gli uomini.
L'appartenenza alla polis agisce come contrapposizione, chiunque si ponga al di fuori di essa è un nemico: lo xenos, l'estraneo, lo straniero è il nemico. Lo straniero si trova in una condizione di estraneità politica e si espone al rischio dell'attacco e dell'uccisione. A partire dai primi decenni del V secolo, si instaura una percezione improvvisa di una unità complessiva del mondo greco, fondata sui legami di sangue e sull'omogeneità culturale del mondo ellenico. In alcuni passi delle sue Storie Erodoto mette in risalto il duplice status dell'uomo greco, che si presenta da una parte come membro di una comunità ristretta e ben definita a livello territoriale e giuridico, dall'altra come membro di una comunità definita da criteri etnici e culturali. Però la posizione di estraneità dello xenos, viene mitigata da quella del barbaro, considerato straniero due volte. Gli uomini sono separati da una cesura fondamentale quella tra elleni e barbari.
La trascendenza del teoreta
In altri esponenti della filosofia ionica si trova l'idea che la piena dedizione all'esplorazione del kosmos, costituisca una forma di vita irriducibile ai vincoli della polis a cui il filosofo partecipa passivamente. In un famoso passo del Teeteto emerge la figura del filosofo visto come un indagatore delle cose che sono in alto, come colui che è svincolato dai tradizionali legami sociali e territoriali. A questa figura però, nel V secolo, si contrappone la figura del giramondo, dell'esploratore di ciò che è in basso. In Democrito, il principio di trascendenza del teoreta sfocia nell'affermazione di un universale diritto del cittadino esercitabile in qualsiasi punto dell'oikoumene (mondo abitato): ogni paese della terra è patria dell'uomo saggio. È un ideale di esistenza senza confini che troviamo nella rivoluzione sofista le cui caratteristiche fondamentali sono: l'indipendenza del giudizio, la libertà del movimento, il rifiuto di ogni stabile radicamento e l'inesauribile girovagare. È proprio nella dottrina sofista che vediamo articolato il nascente ideale cosmopolitico.
L'auditorio di Ippia afferma l'esistenza di un legame spirituale che unisce gli esponenti dell'aristocrazia della ragione, una cerchia di sapienti pronti a vivere in un mondo senza confini e leggi scritte. Nella concezione di Antifone il superamento delle tradizionali divisioni etniche, politiche e sociali doveva rappresentare il primo passo per la ricostruzione dell'unità armonica degli uomini. Il cosmopolitismo sofistico è un modo per esprimere l'allontanamento del saggio, attraverso il girovagare.
Il paradosso socratico
Evidente è l'adesione del circolo socratico alla forma radicale di “trascendenza del teoreta”. Il personaggio Socrate, appare dalle testimonianze scritte, molto lontano dall'intellettuale senza fissa dimora, che caratterizzava larga parte della cultura greca del suo tempo. Egli non solo rifiuta di considerare il contatto con altri popoli e città una componente fondamentale dell'esperienza filosofica, ma si dichiara legato ad Atene da un rapporto molto intimo. Infatti da sempre per Socrate, lo straniero è sempre più debole di coloro che hanno una città. Però in Socrate vediamo una completa astinenza alle cose pubbliche, che per lui non significa rinunciare alla politica ma rifuggire dalle forme di impegno istituzionale, per esercitare sui propri concittadini quella forma di chiarificazione teoretica circa le virtù e i valori etico-politici, che rende possibile la retta azione pratica nello stesso contesto della polis. Socrate emerge come colui che ha saputo far scendere la filosofia dal cielo sulla terra, mettendo completamente da parte l'indagine sulla natura e le origini del kosmos, per interrogarsi sul contenuto pratico-morale della propria forma di vita. Anche nelle sue ultime ore di vita, il filosofo rigetta la prospettiva dell'emigrazione, ritenendola in contrasto con i principi che fino a quel momento hanno guidato la sua esistenza.
Nonostante il suo rifiuto del nomadismo sofistico, Socrate condivide con i filosofi naturalisti una profonda estraneità all'ordine della vita associata. Egli sconta la paradossale condizione dello straniero in patria che lo ha accompagnato per tutta la sua esistenza; la dialettica tra vicinanza e lontananza costituisce il nucleo paradossale della politica socratica.
Kosmopolites
La nuova forma di trascendenza del teoreta incarnata da Socrate divenne il nucleo centrale di un nuovo modo di pensare il rapporto tra individuo e comunità politica, destinato a trovare la sua consacrazione nella filosofia ellenistica. Fra gli allievi di Socrate fu Aristippo a porre esplicitamente la necessità che il saggio oltrepassasse i vincoli della cittadinanza, per salvaguardare la propria indipendenza di vita e di pensiero. Aristippo, nella sua concezione edonistica, identifica nel piacere, goduto attimo per attimo, il fine naturale della vita umana e nella legge della polis una mera convenzione destinata a generare rinunce.
Tra i personaggi più importanti della filosofia post-socratica abbiamo Diogene di Sinope che lasciò al pensiero greco, il carattere cinico. Diogene abbandonò la sua città natale, rifiutò la protezione dei potenti e scelse di vivere in assoluta povertà. Secondo lui la libertà del saggio si esprimeva nella autarkeia, ovvero l'autosufficienza che è completa dipendenza dalle convenzioni e assoluta indifferenza per tutto ciò che poteva e doveva essere ripudiato: le ricchezze, gli onori, la fama, la famiglia e la polis. Egli era convinto che la pratica della virtù, implicasse un ritorno alla natura e di conseguenza la rottura con la dimensione politica. Si definiva un errante, un bandito della patria alla continua ricerca di un pezzo di pane; fu il primo ad utilizzare il termine kosmopolites (cittadino del mondo) con il quale rifiutava ogni legame politico-territoriale con qualsiasi paese, la Natura era la sua unica casa.
Il cosmopolitismo cinico resta un ideale individuale, fondato su una concezione della virtù come esercizio dell'autodominio e liberazione dai falsi bisogni indotti dalla società. Nel movimento cinico troviamo portata alle estreme conseguenze la dimensione di nomadismo filosofico del pensiero sofista.
Il canone stoico
La politeia degli stoici
I cinici possono essere considerati gli eredi più diretti del socratismo, ma è nello stoicismo che troviamo la ripresa dell'istanza cosmopolitica enunciata per la prima volta da Diogene. In Zenone di Cinzio fondatore di tale scuola, troviamo il rifiuto dei legami di cittadinanza e l'adesione all'ideale di un universo unificato, privo di frontiere e ostacoli al movimento degli uomini. Nella predicazione di Zenone troviamo l'istanza morale del riconoscimento dell'umano, che si sarebbe imposta come uno degli elementi caratterizzanti del cosmopolitismo stoico.
Il kosmos di Zenone è rappresentato come un tutto organico: vivo, razionale e intelligente che non è soltanto divino ma è Dio stesso. Gli uomini debbono vivere secondo natura, superando il disordine e la frammentazione che caratterizza la loro esistenza. Come essere razionale, l'uomo deve mettere ordine nella propria vita ed entrare in armonia con l'intero universo di cui è parte, perciò non potrà limitarsi a essere l'abitante di una singola città, ma dovrà sentirsi cittadino del mondo. L'universo stoico può trasformarsi in una kosmopolis, un'unica grandiosa città in cui c'è uno stretto rapporto che lega tra di loro gli uomini e gli dei.
Però è con Crisippo, secondo fondatore dello stoicismo, che troviamo ben definito il cosmo, egli lo definisce: “come la sede degli dei e degli uomini e come il sistema dei loro atti e dei loro fini”. Crisippo identifica l'ordine vigente nell'universo con una legge di natura, che nell'uomo trova manifestazione nella sua partecipazione al Logos universale. Essere abitanti della grande città comune agli uomini e agli dei significa, rispettare e obbedire alle prescrizioni della legge naturale. Crisippo riconosce un reciproco vincolo di comunione e convivenza che per natura stringe tutti i membri del genere umano. Sul piano sociale, nel principio di simpatia universale delle cose e degli esseri, secondo Crisippo, si esprime la più profonda razionalità dell'universo.
Se Aristotele aveva pensato ancora alla polis come al naturale contesto di realizzazione dell'uomo virtuoso, gli stoici spalancavano le porte a uno spazio di azione morale grande quanto la stessa oikumene. Nell'ambito dell'etica stoica, la nozione di straniero diveniva perciò del tutto superflua, così come anche la distinzione tra elleni e barbari. A spingere gli stoici verso posizioni di questo tipo era la convinzione che anche nel limitato contesto della polis il saggio, avrebbe trovato il modo per testimoniare la sua intima partecipazione al Logos universale, contribuendo alla realizzazione del legame di simpatia esistente per natura tra tutti gli uomini.
Secondo i maestri dell'antica Stoa, solo il saggio grazie alla sua chiara percezione del bene e del male, poteva dirsi veramente libero, solo questi, grazie alla sua perfezione, era capace di guidare i suoi concittadini sulla strada della virtù, tenendoli lontani dal vizio. Nella predicazione degli stoici, lo stolto – ovvero l'uomo privo di virtù – tendeva ad assumere la posizione privativa propria dello schiavo e del barbaro. In tal modo, tra le righe del cosmopolitismo stoico tornava a insinuarsi il principio di una radicale divisione del genere umano, un'ideale dispregiatore della massa degli stolti e dei malvagi e di per sé molto lontano dalla prospettiva di un'universale solidarietà tra gli uomini.
Il sogno di Alessandro
Nell'ottica di Zenone e di Crisippo essere kosmopolites significa proiettare, sull'orizzonte del kosmos, quello stesso legame partecipativo che nella cultura greca classica aveva stretto l'individuo alla polis di appartenenza. Il mondo nel quale lo stoicismo incomincia a muoversi è quello di Alessandro il Macedone, un regno dominato da una politica dei grandi spazi, dopo Alessandro l'uomo greco si scopre abitante di un mondo più vasto caratterizzato da grandi unità associative pluri-etniche. Alessandro Magno è il vero iniziatore di quel profondo mutamento che vede il mondo sotto gli occhi di un cosmopolitismo stoico. Il sogno di Alessandro era quello di dare vita a una unione duratura di tutti i popoli dell'oikumene, istituendo una forma politica in grado di assicurare la pace, la cultura e le leggi all'interno genere umano. La civiltà ellenistica, non a caso, era la più grande rete di scambi culturali e commerciali che il mondo non avesse mai visto fino a quel momento. La quotidiana mescolanza di uomini di origini, costumi e abitudini diverse apriva la strada a nuovi pensieri che hanno influenzato enormemente la civiltà ellenica.
Da Atene a Roma
La seconda stagione dello stoicismo greco è stata fortemente influenzata dalla presenza militare romana, data l'egemonia dell'impero romano nell'intero bacino del Mediterraneo. Il canone stoico subì così notevoli mutamenti e innovazioni, infatti si trasformò in un “umanesimo della ragione”. A essere riaffermata era quella fede nell'universale possesso della ragione da parte di tutti gli uomini, che nel precedente sviluppo del canone stoico era offuscata dalla esaltazione della saggezza. E inoltre a differenza dello stoicismo greco, qui sembra dominare l'intento di restituire centralità ai concreti vincoli di cittadinanza che i primi stoici avevano ridimensionato.
Cicerone è l'autore che incarna l'essenza dello stoicismo greco-romano. Ciò che Cicerone apprezza della dottrina stoica della kosmopolis è l'idea che esista per natura un legame universale che tiene assieme tutti gli uomini, qualunque sia la loro origine etnica e culturale, questo assunto lo troviamo nel De officiis. L'appartenenza a questa “società universale del genere umano” si traduce nel riconoscimento di determinati criteri di comportamento diretti a conservare quanto occorre alla vita pratica, per assicurare l'unione degli uomini. Nella dottrina ciceroniana dell'honestum la dimensione della socievolezza assume due direttrici: i doveri di giustizia, fondati sul rispetto degli altri esseri umani, e quelli di beneficenza, basati invece sull'impegno attivo per il bene dei propri simili. Secondo Cicerone c'è l'obbligo di riconoscere e rispettare l'umanità in tutte le sue forme: obbligo di rispettare i limiti della proprietà individuale, di contribuire attivamente al benessere altrui con le proprie qualità personali e i propri beni e non recare danno ai propri simili. Occorre seguire la guida della natura mettendo in comune le cose di utilità comune, “attraverso lo scambio dei servizi e cioè dando e ricevendo, con le arti, le prestazioni e gli averi”.
Nel De officiis il principio ciceroniano di giustizia si traduce nel dovere di fuggire dalla guerra come strumento di aggressione, oppressione e sterminio: per un essere dotato di ragione e di linguaggio come l'uomo, l'uso della forza è in extremis, e alla quale si può ricorrere solo a fini difensivi dopo aver esaurito la possibilità di discussione. Qualora il conflitto armato sia inevitabile, bisogna astenersi da ogni forma di brutalità e agire onorevolmente nei confronti del nemico. Con Cicerone, gli ideali stoici si evolvono e si identificano con i confini morali della giustizia e del benessere umano rispetto ai quali ciascun individuo deve rendere conto delle proprie azioni. A unire gli uomini in un reciproco vincolo di solidarietà è un vero e proprio obbligo giuridico, che si fonda sull'ordine razionale dell'universo.
Nel De Legibus egli porta alle estreme conseguenze tale concezione, facendo della legge naturale il fondamento di ogni legislazione umana e il parametro di valutazione della sua legittimità. Un ordine cosmopolitico, quello ciceroniano, basato sul riconoscimento della affinità che lega tutti gli esseri umani nel comune possesso della ragione (ratio) e nella disposizione alla saggezza (sapienza). Non solo i saggi, ma tutti gli uomini possono dirsi membri di questa grande città del mondo. È la natura stessa ad averci fatto in modo che tutti siamo partecipi al diritto e a comunicarcelo tra di noi senza alcuna limitazione etnica o culturale.
Cicerone si schiera a favore per una incondizionata applicazione del principio di socievolezza universale, fondato sui dettami della ragione. La societas hominum è descritto nel De officiis di Cicerone partendo dal fatto, che il miglior modo per mantenere saldo il legame della società umana è quello di essere benevoli specialmente nei confronti di chi ti è più vicino. Qui attua una vera e propria gerarchia dei doveri di socialità, l'uomo sarà obbligato in primo luogo nei confronti della patria che è la più cara e seria in quanto fondata su un'assoluta comunanza di interessi e valori. Poi vengono i genitori, figli, la casa e i parenti. Provare attaccamento per ciò che ci è vicino fa parte della natura umana ed è bene che un cittadino si comporti in questo modo. Cicerone presenta un'etica patriottica del bene comune coincidente con i valori tradizionali del repubblicanesimo civico romano. La massima applicazione della virtù coincide con il governo della civitas, nel quale è possibile perseguire la realizzazione concreta del bene comune. Cicerone giunge a negare che la lontananza dalla patria, possa rappresentare un'autentica causa di infelicità, per chi è impegnato in un itinerario spirituale indipendente da ogni condizionamento terreno.
-
Riassunti esame Diritto di famiglia
-
Riassunto esame Storia delle dottrine politiche, prof. Truffelli, libro consigliato Storia delle Dottrine politiche…
-
Riassunti esame Storia dell'architettura, prof. Massarenti, libro consigliato Storia dell'architettura, Nuttgens
-
Riassunto esame Storia delle dottrine politiche, prof. De Boni, libro consigliato Storia delle dottrine politiche