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La comunicazione indisciplinata

L'albero della comunicazione: tante radici e pochi rami

Non è possibile dire precisamente che cosa si debba intendere con il concetto di comunicazione, poiché non esiste una sola idea di comunicazione. Gli ostacoli che si interpongono sul cammino degli studiosi di comunicazione sono riconducibili rispettivamente a tre livelli:

  • Le incertezze, i ritardi e l’esasperante eclettismo del complesso degli approcci scientifici che reclamano titoli per occuparsi dell'argomento;
  • Le particolari caratteristiche dell’oggetto-comunicazione che condivide tutta intera l’imprevedibilità dell’azione umana e sociale;
  • Alcune idiosincrasie cognitive radicate nell’evoluzione culturale del nostro secolo e portate ad esprimersi attraverso opposizioni radicali che pretendono dal ricercatore più fede che verifica scientifica.

L'albero della comunicazione: la fatica di crescere

Nello sviluppo storico complessivo delle attività comunicative, l’invenzione della scrittura e poi della stampa a caratteri mobili, nel XV secolo, rappresentano passaggi epocali che hanno introdotto sostanziali modifiche nella fenomenologia comunicativa, gettando le basi per una sua progressiva espansione. Oggi la trama sociale è resa quasi interamente visibile da mezzi di informazione capillari e cambia non solo il numero dei giocatori ma anche le regole del gioco, stabilendo influenze e relazioni fondamentalmente nuove.

Ulteriori elementi di crisi dei comportamenti comunicativi tradizionali provengono dal carattere di istantaneità, che, indotto dalla comunicazione, si riflette automaticamente nella diversa tempestività con cui, quasi ad ogni livello, sono chiamati a reagire gli attori sociali. Oggi ogni azione, ovunque avvenga, può trasformarsi immediatamente in notizia, suscitando una catena di reazioni.

A questa specie di contemporaneità di massa, capace potenzialmente di mobilitazioni istantanee su scala planetaria, si deve aggiungere la complementare possibilità dell’azione a distanza. È evidente che i fenomeni comunicati odierni, per il solo fatto d’essere partecipi di tanta rapidità e potenza, modifichino il senso e la natura del concetto generale che li racchiude, relegando sullo sfondo, ad esempio, quel senso di maggiore responsabilità e controllo implicato dal contatto faccio a faccia.

Ma non è solo la contrazione dei tempi e degli spazi provocata dalla tecnologia a scardinare la visione classica della comunicazione come scambio sociale, un ruolo fondamentale in questa trasformazione è giocato anche dall’emancipazione organizzativa di apposite strutture in grado di produrre comunicazione attraverso un’attività costante, con caratteri di finalizzazione commerciale e di utilità sociale.

Tra le più importanti trasformazioni subite dai processi comunicativi debbono essere annoverate alcune modifiche strutturali dei flussi comunicativi, ormai stabilizzate nella società contemporanea, che incidono sul risultato complessivo dei processi, sul ruolo degli attori sociale coinvolti e sui quadri teorici implicati nella spiegazione:

  • L’incremento straordinario della facilità di accesso all’azione comunicativa;
  • La moltiplicazione dei canali comunicativi e la semplificazione e automazione del loro funzionamento;
  • L’ampiezza inusitata del raggio d’azione e d’influenza della comunicazione: si rifletta ancora una volta sulla dimensione di universalità e di assoluta contemporaneità cui ora possono virtualmente accedere tutti gli atti comunicativi.

La radice del termine comunicazione risale a verbi greci come "rendo comune", "unisco", "notifico" e "partecipo, sono implicato, sono d’accordo", entrambi chiaramente legati all’idea della comunità. La stessa cifra connotativa ritroviamo nel latino communico (metto in comune, condivido). Le azioni comprese in questa cornice terminologica instaurano un complesso di connessioni significative basato sul semplice presupposto per cui “mettere al corrente” qualcuno di qualcosa vuol dire anche coinvolgerlo.

La struttura della società pre-moderna, rigidamente articolata in ceti e ispirata al principio della gerarchia, disciplinava e controllava i contatti interpersonali mediante una pesante formalizzazione, ribadita dalla scarsa elasticità dei comportamenti comunicativi “pubblici” (verticali), regolati da protocolli ed etichette. Se fino a non molto tempo fa l’archetipo dell’attività comunicativa non trovava difficoltà alcuna ad essere conformato sul dialogo, sulla falsariga delle situazioni colloquiali, in una visione meno ingenua, sullo scambio di significanti, ora invece la dimensione fondamentalmente di tutti gli approcci scientifici deve sempre più categoricamente essere marcata dalle nozioni di pluralismo e di complessità, entrambe refrattarie alla struttura dialogica.

La pluralità irreversibile dei soggetti che vi partecipano, la complessità e la sistematicità sempre crescente delle attività comunicative, inclini peraltro ad essere sempre più autoreferenziali, hanno polverizzato la struttura binaria del dialogo, dando luogo ad una folla di forme comunicative che rendono superato, o confinato ad ambiti determinati, il modello “botta e risposta”.

Torna ad apparire quindi in tutta evidenza come al rapporto fra la trasformazione delle modalità per lo scambio dei messaggi e la storia dell’uomo nella società si debba sovrapporre anche quello tra l’evoluzione storica della comunicazione e gli schemi cognitivi che contribuiscono a plasmarne in concetto.

Molti studiosi hanno evidenziato il rapporto tra i processi di modernizzazione e quelli comunicativi nelle società contemporanee, valorizzando però spesso elementi quali l’avvento delle masse e lo sviluppo tecnologico. Si è venuta così accreditando scientificamente un’idea di modernizzazione perversa operata ed operabile con l’apporto decisivo dei mass media, visti dapprima come un flauto magico nelle mani dei vari capi e poi come uno strumento di massificazione, di alienazione e di impoverimento culturale di strati sempre più larghi della popolazione.

Se nella ricerca sulla comunicazione permangono insicurezze e ambiguità, le cause ulteriori vanno cercate, in un quadro problematico più ampio. L’elaborazione di autonomi paradigmi scientifici per la comunicazione, infatti, ha dovuto scontare interamente e contemporaneamente due circostanze traumatiche: la moltiplicazione generalizzata delle possibilità comunicative e le cesure culturali del Novecento che hanno sottoposto a revisione e crisi profonda tutti i paradigmi scientifici.

Sotto l’etichetta di communication research si è costruito il più ampio e consistente patrimonio di ricerca empirica. Tuttavia, anche gli studi più specifici sulla comunicazione finiscono per rivelare una multidisciplinarità obbligatoria e alquanto speciale, che non somiglia all’impegno coordinato verso un obiettivo unico, ma ad una diffidente contesa in cui peraltro ogni egemonia è effimera.

Bisogna però riconoscere alla communication research il merito indiscutibile di essere riuscita a stratificare con il tempo un settore scientifico con fisionomia propria sostanzialmente svincolato dall’analisi di tipo linguistico, più circostanziato rispetto alle generiche formulazioni sociopsicologiche e definitivamente all’approccio retorico classico.

È pur vero che i processi comunicativi sono da sempre parte costitutiva dell’agire dell’uomo, ma nel contesto pre-industriale e pre-moderno i fenomeni comunicativi non riuscivano a generare una riflessione in termini specifici e globali. Quel che contava era il fine cui era rivolto l’atto comunicativo, cioè lo stabilirsi di un legame di tipo razionale oppure affettivo.

Le forme nuove della comunicazione hanno dilatato l’azione comunicativa, mettendola a confronto da un lato con la sfera dell’irrazionalità e con la complessità delle motivazioni psicologiche e, dall’altro, con le influenze provenienti dal sistema sociale. È dunque la particolare visibilità dei mezzi di comunicazione di massa a istituire procedure operative e implicazioni sociali sostanzialmente diverse rispetto al passato, che rendono imprescindibile un esame specifico, sia in termini di analisi scientifica che di verifica dei risultati operativi.

Da più parti convergono proposte di chiavi teoriche inedite per interpretare alla luce dei sistemi comunicativi il senso complessivo della società contemporanea. La più interessante è senza dubbio, quella racchiusa entro la definizione di società dell’informazione, le cui principali caratteristiche, apparentandosi a quelle della cosiddetta società post-industriale, convergono nell’assegnare all’informazione, nella società contemporanea, il ruolo di risorsa più preziosa e di mezzo di produzione più significativo.

Il ruolo svolto dallo sviluppo impetuoso delle comunicazioni di massa è molteplice e controverso. I nuovi tracciati delle grandi comunicazioni nel sistema sociale hanno contribuito a determinare uno spazio scientifico nuovo, ma anche alla perpetuazione dei vizi d’origine della communication research.

Un ruolo importante spetta alle conseguenze che l’irruzione delle masse sulla scena storica, sociale e politica ha prodotto entro la sfera culturale. Si è trattato di uno shock pesante, che ha trovato espressione anche nelle definizioni correnti di società di massa e cultura di massa.

La crescita del sistema delle comunicazioni di massa in una forma centralizzata e politicamente controllata ha messo più del dovuto in risalto l’uso prevalentemente propagandistico che ne è stato fatto dai regimi dittatoriali tra le due guerre e da quelli democratici nel clima della guerra fredda. Questo ed altri fattori hanno condotto ad un’eccessiva insistenza nel connotare la comunicazione come processo essenzialmente strumentale e volontario. La strumentalità dell’atto comunicativo, il suo essere cioè un mezzo per il conseguimento di un fine extra-comunicativo, non può certo essere trascurata, ma la sua esasperata enfatizzazioni non può che produrre una visione angusta dell’intero processo.

Anche il requisito della volontarietà è stato una garanzia che, sotto il nome di selettività, avrebbe reso il pubblico refrattario ai messaggi retorici. Il secondo ambito problematico prende avvio dalla discriminazione tra la comunicazione di massa e tutto il resto dei fenomeni comunicativi. Poiché questa suddivisione fonda la sua legittimità sul fatto che è il sistema dei mass media a fornire la cifra più sicura e vistosa dei fenomeni comunicativi nella società contemporanea.

Ritenendo la macrocomunicazione la lunghezza d’onda appropriata per l’analisi delle dinamiche generali con cui l’attività comunicativa agisce nella società, contribuendo a trasformarne il patrimonio culturale o ad impiantarvi nuovi costumi o stili di vita. Non mancano nel complesso approcci tesi al recupero delle sfere “minime” dell’interazione sociale, identificate soprattutto con i contesti conversazionali.

Mentre gli approcci microcomunicativi andavano aggiornando molti paradigmi interpretativi sulla comunicazione le scienze sociali più intensamente coinvolte nella communication research si sono intanto preoccupate di spogliare questa precipua azione umana del suo carattere mentale, per sforzarsi di ricondurla entro le coordinate del comportamento sociale delimitabile e osservabile razionalmente, scomponibile in una serie di elementi da individuare con precisione e di effetti da rilevare sperimentalmente.

Le diversità palmari che corrono fra la comunicazione intesa come attività umana, in senso generale, e l’attività che passa dentro la moderna strutturazione del sistema delle comunicazioni di massa finiscono per costituire un cardine sopra il quale fondare quelle incomprensioni e quelle distanza epistemologiche che non si possono ridurre a differenze di ampiezza delle rispettive sfere di conoscenza.

La comunicazione "indefinita"

L'eccedenza delle definizioni

Quella che si trova a disposizione degli studi e delle ricerche è una vasta e poco ordinata pluralità di definizioni sulla comunicazione, che se da una parte ha il vantaggio di fugare lo spettro della dogmaticità, rischia pure dall’altra di generare paradigmi incoerenti, metodologie confuse e modelli non sempre in grado di coniugare alla sinteticità la chiarezza.

Per disporre di una connotazione più precisa dell’ambito fenomenico, è spesso utile individuare quei “grappoli” di definizioni che, spostando la riflessione su un asse schematico più generale, consentono almeno di rende chiari i referenti culturali. Per offrire soltanto una vaga idea della complessità del panorama, basti considerare come gli studiosi statunitensi Dance e Larson abbiano potuto fornire un esame dettagliato di ben 126 definizioni del termine comunicazione, sottolineando differenze anche sostanziali ma concordando comunque solamente sul fatto che la comunicazione si presenta essenzialmente come un processo.

Due considerazioni restano ancora da fare prima di passare brevemente in rassegna le definizioni possibili: anzitutto il raggio di variabilità e la reciproca distanza tra i singoli punti di vista rimane amplissima nonostante l’introduzione di qualsiasi spartiacque; in secondo luogo la comodità tassonomica offerta da una eventuale divisione del campo in due parti si rivela poca cosa nel momento in cui debba venir adoperata per sancire un pluralismo “radicale”, riducibile soltanto attraverso rischiose avventure sincretistiche.

La comunicazione come trasferimento di risorse

Trasferimento di una proprietà, di una risorsa o di uno stato da un soggetto ad un altro. Questa prima descrizione è la più omnicomprensiva che si possa immaginare, e rivela senza dubbio profonde assonanze con il clima culturale del progetto neoempirista, impegnato a fondo nella ricerca di protocolli scientifici incondizionatamente validi per tutti gli ambiti. La presumibile meccanicità del processo trasmissivo non disdegna parentele con l’impostazione comportamentista. Morris, ad esempio, include tra i soggetti anche quelli inanimati, portando l’esempio del radiatore che comunica calore all’ambiente.

Entro la cornice delimitata da questa definizione possono dunque ricadere moltissimi eventi, e di natura disparata. In questa comunicazione omnibus rientrano aspetti del mondo fisico come di quello sociale, circostanze umane e non umane, ambiti microsociali e grandi sistemi: possiamo quindi considerarla come un frame, una definizione-quadro che costituisce la più verosimile premessa per tutte le interpretazioni in chiave informazionale, ma al tempo stesso la più solida corazza contro l’enucleazione dell’aspetto propriamente sociale dell’attività comunicativa.

La comunicazione come influenza

Comportamento di un essere vivente che ne influenza un altro oppure qualunque emissione di un segnale da parte di un organismo che influenzi un altro organismo. Si tratta quindi di un semplice trasferimento di risorse, che potremmo sbrigativamente definire “contatto significativo”, si deve accompagnare cioè una modificazione osservabile nell’elemento destinatario come conseguenza del rapporto comunicativo. Il processo non è più omeostatico, come nel primo caso, ma introduce un elemento di variabilità nella finalizzazione dell’atto comunicativo. Tra i due comunicanti si stabilisce cioè una relazione articolata per cui l’uno può modificare l’altro senza modificare se stesso (mentre invece nel “trasferire una risorsa” il soggetto-comunicatore si assimila all’altro, oppure si priva di qualcosa).

Il modello di attività comunicativa sottinteso dalle due definizioni fin qui enunciate non si discosta molto dal paradigma informazionale, anzi è in grado di esaltare alcuni dei suoi presupposti culturali, poiché rende chiaramente leggibile l’assimilazione dell’attività comunicativa al classico schema psicologico denominato stimolo/risposta. Sono in ogni caso privilegiati gli aspetti micro-fenomenici del processo comunicativo, che consentono una maggiore controllabilità e misurabilità dei fenomeni, e quelli estrinseci, che limitano la valutazione all’aspetto “esteriore”, e perciò visibile, del comportamento.

La relativa generalità della definizione resta alta, rendendola applicabile sia alle società umane che a quelle animali, e dunque, merce preziosa per l’etologia o la sociologia.

La comunicazione come scambio di valori

Scambio di valori sociali, condotto secondo determinate regole: definizione proposta da Claude Lévi-Strauss che si ispira alla linguistica strutturalistica di Jakobson per conciliare il positivismo durkheimiano (esistenza di leggi “universali” per la società umana) ed il particolarismo storico (sostenuto dalla convinzione dell’irriducibilità di una cultura umana all’altra). La teoria di Jakobson individua nel sistema di differenze che intercorre fra i singoli termini la struttura costante di una lingua e parimenti, le regolarità delle società umane non vanno cercate in ciò che le varie culture possiedono in comune, ma nella sistematicità delle relazioni fra le loro differenze, cioè, le vere costanti non stanno nelle generiche analogie, ma nell’invarianza celata nelle relazioni intercorrenti fra le variabili. In questo modo lo studioso francese individua alcune “costanti culturali” ch’egli chiama strutture dello spirito umano. Le società non sono altro che insiemi di individui messi in comunicazione attraverso vari aspetti.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher val1712 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di sociologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Ciofalo Giovanni.
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