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Riassunti esame Sociologia della Comunicazione Appunti scolastici Premium

Riassunti utili per l'esame di Sociologia della Comunicazione del prof. Ciofalo. Libri consigliati: Le scienze della comunicazione (Morcellini) e Homo communicans (Ciofalo), dell'università degli Studi La Sapienza - Uniroma1. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Istituzioni di sociologia della comunicazione docente Prof. G. Ciofalo

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ESTRATTO DOCUMENTO

Nel passaggio epocale dalla comunità alla società, e dunque alla piena modernità, i mezzi di comunicazione

diventano uno strumento essenziale di socializzazione per le masse di persone che dalla campagna si

riversano nelle città, offrendo alle migliaia di individui la possibilità di ritrovare voce e visibilità, attraverso i

suoni del telefono, le parole della radio e le immagini del cinema.

Nasce l’industria culturale, espressione tipica della modernità, costituita da un insieme complesso di

strumenti diabolicamente persuasori, attraverso cui il sistema sociale veicola dall’alto valori, modelli di

comportamento, ideologie. Il presunto effetto collaterale è quello di trasformare l’opera d’arte in un

prodotto standardizzato, omogeneo, livellato verso il basso, che non può che produrre una degradazione

delle funzioni sociali e artistico-culturali.

I principali agenti responsabili di questo frutto amaro del processo di modernizzazione sono: mass media,

che indipendentemente dai contenuti trasmessi assumono una funzione ideologizzante; le macchine che,

obbedendo alle leggi della fisica e non rispettando la legittima aspirazione alla libertà degli esseri umani,

creano intorno agli individui un apparato colpevole di generare omologazione, standardizzazione e

costrizione. Il progetto originario dell’uomo di dominare la natura si è rovesciato nel suo esatto opposto:

nell’asservimento del soggetto e nella sua degradazione.

-La fine del sogno: il Grande Fratello e la postmodernità

Quando il 27 gennaio del 1945 vengono aperti i cancelli di Auschwitz e l’orrore dell’Olocausto appare in

tuta la sua tragicità, il paradigma della modernità illuminata assista sgomento al suo ultimo atto, mostrando

al corso della storia che non solo il sonno, ma anche la veglia della ragione, quando diviene strumento di

dominio, è capace di generare mostri.

Il nazismo è riuscito ad annientare ed eliminare milioni di uomini innocenti.

A metà del 900 cala così il sipario su una visione del mondo che per quasi due secoli aveva raccontato

un’opposizione irriducibile tra luce e ombra, bene e male, offrendo all’uomo, guidato dalla ragione, la

libertà di scegliere da quale parte stare. Va in frantumi la perfezione dell’assioma cartesiano, basata sulla

forza del pensiero razionale, sul principio di non contraddizione, sulla potenza dei numeri. Il motto della

Rivoluzione francese si deforma, prefigurando un sistema costituito da individui liberi di esseri uguali, ma la

cui uguaglianza, portata alle estreme conseguenze, si trasforma in un annullamento delle differenze e delle

singolarità. Un paradosso filosofico, che originato dall’intenzione di democratizzare la società, finisce per

dissimilare una sorta di dittatura della medietà.

Dall’inizio del Novecento una corsa costante al progresso aveva prodotto enormi trasformazioni sul piano

politico, sociale ed economico. Treno, automobile, aereo, ma anche telefono, cinema e radio avevano dato

l’impressione che il nostro pianete non fosse poi così misterioso e ingovernabile. In modo altrettanto

rapido, però, l’esplorazione era divenuta conquista e quindi oppressione, i confini degli Stati si erano

trasformati in trincee, il pensiero si era mostrato capace di forgiare ideologie ipnotiche, in grado di spingere

sull’orlo dell’abisso intere nazioni. La scienza e la tecnica si erano proiettate verso i traguardi di una

conoscenza assoluta, priva di scrupoli e di freni etici, rinunciando così a quell’umanità, che, dall’origine, ne

era stata l’essenza più intima.

Le stesse fondamenta su cui è stato costruito il progresso, in sostanza, si rivelano le basi da cui nasce la

tragedia.

La comunicazione che, attraverso la costruzione di sterminate reti fisiche, prima si è fatta esclusiva dello

Stato, quindi del mercato per poi, infine, riuscire a fare il suo ingresso in ogni dimora di ogni singolo

individuo, si è rivelata potenzialmente corruttibile e fragile, fino a essere convertita in una potente arma di

propaganda, di controllo e di coercizione.

Il Grande Fratello, descritto in 1984 da Orwell, con la sua visione opprimente e soffocante del mondo

nuovo, ne rappresenta il simulacro romanzato: una sintesi agghiacciante di quanto si verifica dagli anni

Venti fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale e, contemporaneamente, un monito allarmante per i

decenni successivi.

I mezzi di comunicazione non sono dunque, in grado di produrre cambiamenti immediati e reazioni

omogenee sulle persone, ma solo effetti limitati, rafforzando in alcuni casi le opinioni già esistenti.

Anche se intorno agli anni Sessanta si torna a discutere in merito al potere dei media, le teorie elaborate

sono tutte orientate a cogliere effetti che possono prodursi solo nel lungo periodo e in concomitanza con

altri fattori. L’unico elemento certo è che, in questa fase, il sapere e la comunicazione hanno,

definitivamente, acquisito un ruolo centrale, tanto che l’elemento caratterizzante la nuova epoca diviene la

conoscenza, la sua distribuzione e il potere che ruota attorno al possesso di beni immateriali.

In questa metamorfosi, acquisiscono credito forma alternative d’interpretazione e di spiegazione, che,

tornate dall’esilio in cui, simbolicamente, erano state relegate, rinvigoriscono un legame, mai realmente

scisso, tra razionale e non razionale, etica ed estetica, reale ed immaginario, dando vita a nuove narrazioni

che vanno a colonizzare anche lo spazio dei media.

La percezione del passaggio a una nuova epoca determina l’esigenza di dare un nome alla figurazione che si

osserva, di mettere ordine nel caos di una costellazione inedita di categorie, concetti, immagini della realtà,

di studiare i fenomeni che si presentano. Ma il moderno, condizione del presente, sempre attuale, per sua

stessa vocazione etimologica (l’aggettivo moderno è la traduzione del tardo latino dotto modernum, e cioè

attuale, recente, derivante a sua volta dall’avverbio modum, che significa ora, adesso) appare difficilmente

descrivibile attraverso il ricorso a un unico termine o una singola definizione, capace di fornire una misura

del cambiamento in atto.

Non è semplice capire se la modernità sia davvero finita e soprattutto cosa vi sia dopo: sociologhi e filosofi

tentano di rispondere a questo interrogativo. Ponendo l’accento su alcuni elementi di rottura rispetto al

passato s’inizia a parlare di postmodernità: il sapere come totalità, le grandi narrazioni, le religioni e le

ideologie vengono delegittimati e spogliati della loro portata universale, lasciando il posto a una miriade di

microstorie a misura d’uomo, di visioni, di punti di vista, di voci dissonanti. Il superamento della modernità

non coincide con la fine della conoscenza, ma con l’affermarsi di una nuova enciclopedia che comprende,

allo stesso tempo, cultura alta e cultura bassa.

Se la libertà, nell’accezione moderna, conteneva in sé un vincolo prescrittivo alla scelta migliore (la più

equilibrata, quella capace di garantire il massimo dell’utilità), nella postmodernità, invece, il soggetto è

libero di prendere anche la decisione meno efficace. L’individuo non è più l’Ulisse eroico e esploratore

cantato da Omero, ma quello problematico e frammentato descritto da Joyce. Illudendosi di essere privo di

condizionamenti, l’uomo muove i suoi passi all’interno di un sistema fluido, flessibile, in cui si mette in

gioco, immagina altri mondi possibili, ma impara a convivere con la solitudine, la precarietà e l’incertezza.

Una nuova arte (il Surrealismo) a nuovi artisti (Duchamp, Magritte, Dalì) raffigurano questo spaesamento e

questa tensione verso l’immaginario: la liberta associazione, la capacità sovversiva di mettere in relazione

ciò che prima non lo era e una nuova idea del corpo come mezzo di comunicazione.

In questo modo, in sostanza, la fine del sogno della modernità non equivale necessariamente al suo totale

fallimento, ma all’inizio di una nuova costruzione del pensiero in cui convivono smarrimento e perplessità,

materiale e immateriale, oggetto comune e opera d’arte.

La criticità legata all’uso del prefisso “post”, che individuerebbe un’ipotetica fase nettamente successiva

alla modernità, viene aggirata ricorrendo alla definizione di tardo modernità, fondata sulla considerazione

dei mutamenti prodotti dall’ulteriore ridefinizione delle tradizioni categorie spazio-temporali. Se in passato

l’attività sociale era articolata attraverso interazioni faccia a faccia localizzante, ora, invece, appare

organizzata in termini di relazioni con altri assenti, disseminati per il mondo. È, tuttavia, proprio l’avvento

delle tecnologie, e in particolar modo di quelle comunicative, a produrre questi effetti: il carattere mediato

dell’interazione viene amplificato come ami prima e, di conseguenza, tutte le attività sociali e culturali,

collettive e individuali, non appaiono più legati semplicemente al tempo o al contesto in cui si svolgono, ma

subiscono un processo di sradicamento. Così, mentre lo spazio virtualmente si annulla e il tempo diviene

sincronico, l’ipotesi futuribile di un villaggio globale si materializza non più come utopia

dell’iperconnessione, ma sotto forma di globalizzazione.

La società postmoderna o tardo moderna, così, pone le sue nuove fondamenta sul superamento del

modello centralizzato del motore e della macchina e sulla sua sostituzione con quello della rete.

La crescente centralità acquisita dai media arricchisce la dimensione della vita quotidiana, liberando

definitivamente la sfera nascosta in cuci ha luogo l’incessante creazione di utopie e distopie, tra credenza,

desideri e sogni, ma anche nuovi incubi. I mezzi di comunicazione di massa riscoprono una seconda natura

che, nella costante oscillazione tra il piano dell’informazione e quello della relazione, trova

nell’intrattenimento il veicolo per la costruzione di significati e il luogo di contrattazione tra saperi esperti e

conoscenze profane, attori sociali e istituzioni, test e contesti, norme e desideri. Attraverso i racconti che i

media producono in merito a eventi, situazioni e momenti significati, si creano aree di sovrapposizione tra

una dimensione macro-sociale, istituzionale e pubblica, e una micro-sociale, personale e comunitaria, che

se da un alto, nei casi miglior, valorizzano la memoria e le storie di vita, dall’altro alimentano le forme di

voyeurismo e falso realismo.

Nella comunicazione moderna, la cultura alfabetico-numerica era statica, frontale, spazializzata,

desensorializzata, orientata a dialogare con un soggetto con un’identità forte, uno spiccato senso del

privato, una tendenza all’interiorizzazione e all’introspezione. In quella post moderna si afferma una realtà

dinamica, digitale, immersiva, virtuale, multimediale, ipertestuale, interattiva, incorporata. Alla prima

oralità, se ne affianca una seconda, legata sempre di più alle immagini, che privilegia il linguaggio

audiovisivo alla scrittura e scardina l’organizzazione alfabetica della cultura per lasciare spazio a nuove

modalità di racconto e rappresentazione. L’ipertesto segna il passaggio verso una nuova rivoluzione del

rapporto tra Sé e mondo, tra conoscenza e realtà; una struttura “ad albero”, non più lineare, consecutiva,

esprime metaforicamente la com-presenza di aspetti differenti, di modelli comunicativi non gerarchici,

circolari, simmetrici. Insieme all’accelerazione esponenziale delle innovazioni, la diffusione del digitale

opera una traduzione della realtà materiale in onde, in energia, in informazione, andando al di là delle

culture dello schermo, dissolvendo le immagini in bit.

Sono almeno quattro le categorie che si impongono in questo tipo di trasformazione:

 Interattività;

 Virtualità;

 Connettività;

 Immersione.

Tutte costituiscono le caratteristiche principale della nostra comunicazione.

2-LA COMUNICAZIONE COME OGGETTO DI STUDIO

-La comunicazione come oggetto scientifico

La costruzione di un’identità chiara e univoca appare ancora oggi in corso di definizione per le scienze della

comunicazione, ma, allo stesso tempo, queste offrono un tragitto percorribile e in grado di arricchire le

riflessioni sull’epistemologia delle scienze sociali.

La radicalizzazione di categorie e concetti, così, ha lasciato il posto a un tipo di conoscenza più ecologica e

flessibile, pronta a riconsiderare i suoi contenuti e le relative interconnessioni: alla formula dell’aut aut,

basata sulla contrapposizione e sull’esclusione, si è sostituita quella possibilista dell’et et, fondata sulla

contiguità e sulla compresenza.

Ogni scienza, per dirsi tale, deve essere in grado di definire il proprio oggetto di studio, ma questo si rivela

un obiettivo quanto mai difficoltoso e non privo di rischi quando ci si allontana dai confini delle cosiddette

scienze della natura, orientate a indagare fenomeni naturali e materiali, per addentrarsi nel territorio delle

scienze umane e sociali, che si occupano, invece, di realtà culturali e immateriali. Facendo parte di

quest’ultime, la comunicazione presenta alcune caratteristiche di mutevolezza e imprevedibilità che

rendono particolarmente complesso fissarne i limiti in modo chiaro e univoco.

Prendiamo in considerazione, ad esempio, l’etimologia. Il termine greco koinonia, designa il concetto di

comunità, viene assorbito dal latino attraverso la parola communio e cioè società, comunità. L’aggettivo

latino cummunis vuol dire comune, pubblico, è alla base del verbo communicare, il cui iniziale significato è

quello di condivisione di una carica. Il sostantivo munus, inoltre, può anche essere tradotto con il termine

dono, aggiungendo un’ulteriore valenza, riguardante gli aspetti legati all’affettività e alle relazioni umane, il

cui significato, richiama l’idea di reciprocità e dunque di partecipazione. Nel termine communicatio

possiamo cogliere un’identica accezione: quella di sostanziale messa in comune, cui, progressivamente, è

stata collegata l’idea di diffusione di un comportamento, di un pensiero o di una notizia. Dal punto di vista

etimologico, pertanto, il significato essenziale che sembra contraddistinguere il termine “comunicazione” è

quello di uno scambio che avviene tra un numero variabile di soggetti.

Però, è necessario prendere in considerazione anche il senso più recente che tale parola ha assunto,

cercando di capire quale sia l’utilizzo che ne viene fatto oggi. Sono soprattutto due le macro-aree intorno a

cui tendono ad aggregarsi le diverse definizioni: la prima più legata alle pratiche culturali, sociali,

antropologiche; la seconda caratterizzata dalla centralità dell’innovazione e dalla messa in luce degli aspetti

più tecnologici e strumentali.

Studiare la comunicazione vuol dire confrontarsi con un oggetto indisciplinato, contradditorio e mutevole,

che sembra richiedere una pluralità di definizioni e continui aggiornamenti, tanti quanti sono gli

orientamenti teorici implicati nell’analisi, nessuno dei quali, tuttavia, sembra riuscire a prevalere sugli altri.

Il rischio che si corre è quello di incorrere in descrizioni eccessivamente generiche e evanescenti da un lato,

e in catalogazioni dai contorni fin troppo rigidi e limitativi dall’altro.

Tutti i tentativi di ricorrere a uno specifico concetto di società per interpretare le relazioni umane si sono

rivelato complessi, poiché nonostante sia possibile osservare i comportamenti collettivi e interattivi degli

individui, rimane, tuttavia, una parte dell’individualità che risulta inevitabilmente svincolata dalle leggi e

dalle norme.

Una possibile strategia per ovviare alla tendenza a considerare in maniera poco dinamica i rapporti tra gli

uomini e le strutture sociali è quella di assumere una visuale prospettica, in grado di osservare un oggetto

in movimento, focalizzandosi prevalentemente sui processi di socializzazione, anziché sulle caratteristiche

acquisite, prediligendo le relazioni, gli scambi, la produzione di significati, la formazione di valori.

Un’ulteriore criticità da affrontare nell’analisi delle forme sociali, oltre alla necessità di considerare

l’esistenza di prospettive complementari e compresenti, deriva certamente dalla partecipazione

dell’osservatore all’oggetto osservato, al suo prendere parte ai processi e alle relazioni che si propone di

studiare.

Uno studioso di sociologia, come di scienze della comunicazione, in sostanza, deve riuscire a trovare il

necessario distacco per osservare il proprio oggetto di studio, ma, d’altra parte, deve sviluppare, proprio in

funzione della sua stessa appartenenza al mondo, una visuale adeguatamente critica anche sul proprio

operato.

Un’altra questione decisiva riguarda lo scarto che si genera tra una dimensione collettiva e una individuale.

Le scienze della comunicazione hanno mostrato una certa reticenza a propendere per una prospettiva che

tenesse conto simultaneamente degli aspetti macro-comunicativi e di quelli più prettamente micro-

comunicativi.

La progressiva creazione di reti complesse, sempre più orientate all’interconnessione, ha indotto a

concentrare l’attenzione sul versante macro-comunicativo, trascurando il fatto che, all’interno di questi

processi, in ogni caso, ad agire, creare, interpretare sono gli esseri umani.

Le pratiche comunicative che hanno accompagnato l’avventura dell’uomo e la sua lotta per addomesticare

il mondo, attraverso l’uso di tecniche e artefatti, inventati, costruiti, perfezionati, adattati, hanno permesso

di entrare in contatto con l’altro, mediante i gesti e poi il linguaggio, di conoscere se stessi, nello spazio che

va dall’immediatezza delle emozioni alla riflessività dei pensieri e, infine, di costruire la realtà sociale nella

sua totalità.

Siamo pur sempre in presenza di astrazioni concettuali, nella consapevolezza che la comunicazione,

essendo coessenziale alla natura umana, conserva sempre una quota di inconoscibilità e di

contraddittorietà che sfugge a ogni tentativo di essere racchiusa entro formule generali e ripetibili.

L’imprevedibilità e la mutevolezza insite nell’agire comunicativo degli esseri umani, non possono costituire

un limite invalicabile per la ricerca e per l’elaborazione teorica. I molti e i numerosi approcci sviluppati dagli

studiosi che si sono impegnati a delimitare questo territorio hanno avuto ragione delle difficoltà insite in

una sfera dell’agire umano tanto ricca di implicazioni e possibili declinazioni.

-Verso le scienze della comunicazione

Nel caso dei fenomeni comunicativi, inoltre, entra in gioco anche un elemento fondamentale: il fatto che la

comunicazione sia divenuta una sorta di prerequisito della società contemporanea. Quindi esiste un legame

diretto e essenziale tra le scienze della comunicazione e quella che ormai possiamo definire la società della

comunicazione.

Sul versante della teoria, attraverso l’aggiornamento di modelli e paradigmi e istituendo nuove influenze e

relazioni, la comunicazione ha cambiato le regole del gioco e i modi di procedere della ricerca scientifica;

sul versante della vita quotidiana, i mutamenti radicali indotti da pratiche comunicative sempre più estese

e articolate, l’aumenti delle competenza, la moltiplicazione e la semplificazione dei canali trasmissibili

hanno modificato tradizioni, abitudini e comportamenti degli attori sociali.

Le trasformazioni in atto, dunque, non si limitano alla sfera della conoscenza: potremmo quasi sostenere

che ci troviamo a vivere una fase di transizione in cui la velocità del fare supera quella del sapere, in cui le

applicazioni tecnologiche, i loro usi domestici e privati, le pratiche sociali quotidiane che le accompagnano,

si stendono sulle vecchie mappe sociali come un velo troppo corto.

I significativi cambiamenti intervenuti degli ultimi decenni nell’universo della comunicazione appaiono più

profondi della maggior parte dei mutamenti avvenuti nelle epoche precedenti, modificando non solo gli

assetti sociali, ma anche alcuni degli aspetti più intimi e personali della nostra esistenza. Pensiamo al modo

in cui le macchine in grado di elaborare e trasmettere informazioni, hanno modificato radicalmente le

pratiche del sapere: mentre in precedenza la scienza ricorreva prevalentemente a modelli di tipo

matematico, oggi i ricercatori sperimentano sempre più spesso percorsi conoscitivi fondati sulla

simulazione, facendo assumere alla pratica scientifica un carattere sempre più pratico, basato sul fare.

Nonostante lo studio della comunicazione abbia conquistato nel tempo una propria relativa autonomia

disciplinare, la fondazione di una teoria generale al momento sembra ancora lontana, perlomeno nella

forma omnicomprensiva immaginata da una concezione usualmente intesa di teoria.

Molto sinteticamente, potremmo dire che a un periodo iniziali in cui la comunicazione e i suoi effetti sono

stati di fatto abbandonati a mere speculazioni di carattere filosofico e intellettuale, in concomitanza con

l’ascesa dei movimenti di massa e con la diffusione del cinema e della radio di propaganda, ne è seguito

uno caratterizzato da un forte empirismo, che ha messo in dubbio alcune delle ipotesi formulate in

precedenza, collocando al centro della scena i gruppi sociali e le relazioni interpersonali.

Tra gli approcci più rilevanti, un ruolo estremamente significativo, anche per i suoi successivi sviluppi, è

stato assunto dalla teoria degli usi e gratificazioni, concentrata sull’analisi delle motivazioni e dei bisogni

che inducono l’individuo all’adozione di particolari comportamenti culturali. La teoria della coltivazione ha

messo a punto un’interessante prospettiva per l’analisi dei fluissi comunicativi, sottolineando come i più

forti consumatori mediali possano correre il rischio, soprattutto nel caso di una diminuzione elle loro

occasioni di interazione diretta, di sovrapporre le forme (telegiornali, film) della realtà mediata a quelle di

vita concreta.

Il volume Apocalittici e integrati ha il merito di legittimare anche in ambito universitario molti prodotti

culturali fino ad allora considerati come marginali dalla cultura intellettuale, come io fumetti e la musica

popolare.

-Oltre il pensiero debole della comunicazione

Non c’è dubbio che per le scienze sociali e umane, la difficoltà di giungere a una visione unitaria e

incontrovertibile divenga ancora più evidente considerando come la condizione del sapere nelle società

occidentali sia andata profondamente mutando nel corso del tempo. La crisi di quei saperi, che costituivano

la base della coesione sociale, hanno favorito la diffusione di forma di eccessivo relativismo e di de-

oggettivazione della realtà, definibili nei termini di pensiero debole.

L’adesione, tipicamente postmoderna, a una visione secondo cui non ci sono fatti, ma solo interpretazioni,

ha avvalorato l’idea che il mondo reale esistesse solo in virtù dell’azione interpretativa dell’individuo, in

netto contrasto con quanto sostenuto, invece, dal positivismo, teso all’analisi e alla spiegazione dei

fenomeni attraverso una logica causale. Potremmo dire che quello che sperimentiamo nella società

contemporanea è una sorta di effetto Rashomon. L’espediente narrativo utilizzato ci offre

un’esemplificazione suggestiva di come la realtà possa opacizzarsi, smettendo di fondarsi su un unico

statuto di veridicità, fino a porsi come il risultato di tante possibili ricostruzioni, tutte ugualmente valide e

verosimili.

In un mondo in cui la nostra esperienza diretta non costituisce più il filtro principale per l’acquisizione di

conoscenze, diviene fondamentale affrontare la questione relativa a quale sia la verità, se l’unico modo per

accedervi è offerto da forme mediate (discorsi, parole, immagini). A tale proposito, la comunicazione

possiede indiscutibilmente la capacitò di rendere opachi i confini che tradizionalmente separano i gruppi

sociali, portando ad esempio, a una ridefinizione dell’identità di genere e a una corrosione del principio di

autorità.

Nel panorama dell’industria culturale, la tendenza a creare forme di conversazioni che ruotano attorno a

versioni molteplici di uno stesso evento non è un aspetto riducibile soltanto alla dimensione delle

narrazioni finzionali, ma riguarda una pluralità di prodotti culturali. Si pensi al talk show, dove soggetti

diversi con visioni politiche. Ideologiche, culturali differenti si trovano a discutere di una data situazione,

all’interno di una particolare cornice mediale, perseguendo come fine ultimo la possibilità di generare e

alimentare una discussione (infinita) a partire da posizioni inconciliabili.

Il pensiero debole, nato come tentativo di emancipazione, come possibilità di liberarsi dal peso di categorie

insuperabili, attraverso la moltiplicazione e ibridazione delle pratiche comunicative, si è radicalizzato in

alcune sue espressioni più rilevanti, rivelando un altro lato della medaglia, che poco ha davvero a che fare

con più elevate possibilità di espressione e di conoscenza. Il crescente overload di contenuti mediali,

produce il rischio che la supremazia delle interpretazioni sulla realtà posso trasformarsi nel successo della

retorica e, dunque, nell’attribuzione di un potere superiore al più forte: a chi, avendo maggiori possibilità

economiche, culturali, simboliche, riesce a controllare a proprio vantaggio il flusso comunicativo, facendo

prevalere una particolare visione dei fatti.

Le categorie interpretative che hanno guidato lo sviluppo critico e teorico delle scienze sociali, con il

passare del tempo, hanno perso la loro capacità di comprendere e spiegare le forme della vita sociale, molti

concetti derivanti dalla sociologia classica devono oggi essere sottoposti a un complessivo processo di

revisione e aggiornamento del loro significato.

Il percorso di revisione delle tipologie interpretative che utilizziamo per comprendere la realtà deve, allora,

fondarsi da un lato sulla pratica della ricerca e dall’altro sulla sfida di sperimentare aggiornamenti e

adeguamenti dei concetti teorici indispensabili a guidare le analisi empiriche, la consapevolezza di non

poter raggiungere un tipo di conoscenza assoluta e completa non costituisce un fallimento.

-la comunicazione tra scienza e immaginario

non esiste attività umana esente da errori, e neanche la pratica scientifica si sottrae a questa regola.

Partendo da tale presupposto è possibile sostenere che il pensiero debba contemplare la possibilità

dell’errore, sulla base della necessità di una scienza con coscienza.

Riferendoci ancora al paradigma del pensiero complesso, una sorta di antidoto alla semplificazione e al

riduzionismo positivista, è opportuno restituire il giusto rilievo ad alcuni aspetti della conoscenza

tradizionalmente messi in disparte dal paradigma della modernità. Attraverso questo capovolgimento di

prospettiva, prende forma un nuovo oggetto scientifico: l’immaginario.

L’origine di questo termine riconduce immediatamente al concetto di immagine, in cui convivono due

differenti nature, la realtà e la rappresentazione. Se da un lato l’immagine restituisce l’aspetto di qualcosa

in assenza, dall’altro la capacità creativa delle immagini può rendere reale anche ciò che non lo è. O per lo

meno produrre degli effetti concreti.

Per la loro doppiezza e ambiguità. Le immagini sono da sempre state considerate pericolose e sovversive,

poiché in esse risiede la possibilità di prospettare altri mondi realizzabili e soluzioni imprevedibili, e quindi

di manifestare una volontà sovversiva nei confronti di ciò che è già dato.

In passato, a segnare il confine tra reale e immaginario, tra scienze esatte e elucubrazioni fantastiche, era

stata la configurazione storica assunta dalle forme culturali, politiche e filosofiche di quella modernità che

aveva fatto delle dicotomie di soggetto e oggetto, corpo e anima, ragione e sentimento, immagine e

rappresentazione i suoi assiomi principali.

Oggi i miti, la fantasia, l’immaginario non costituiscono più deviazioni erronee dal pensiero razionale, ma un

tratto fondamentale della realtà con cui è necessario dialogare e confrontarsi.

Così, ad esempio, la notte non è più solo un intervallo di riposo che separa le giornate lavorative, ma un

terreno da esplorare: l’ombra, l’oscurità, il nero, il lato più misterioso, e a volte pericoloso, di questo

emisfero notturno della vita quotidiana, trovano la loro più esplicita forma di espressione sul piano

narrativo attraverso l’indiscutibile centralità ormai assunta dal noir.

Nel film A beautiful mind, assistiamo alla scena in cui il protagonista spiega ai suoi amici, seduti a un

tavolino di un bar, che la migliore strategia per far colpo su un gruppo di ragazze è quella di concentrarsi

ognuno su una diversa. O ancora, in Contact, vediamo un’astronauta viaggiare in un tunnel

spaziotemporale, in cui, alla fine, incontra il padre deceduto anni prima, forse non siamo consapevoli del

fatto che stiamo consumando un prodotto di fiction supportato da teorie scientifiche precise. Nel primo

caso, viene illustrata la teoria dei giochi di John Nash, premio nobel per la matematica; nel secondo casa ci

viene presentata la teoria del wormhole, diffusa nel campo della fisica, che ipotizza l’esistenza di gallerie

gravitazionali, attraverso cui spostarsi velocemente in uno spazio inimmaginabile.

Il processo attraverso il quale la comunicazione, per mezzo della progressiva edificazione di un immaginario

ricco di simboli e di significati, traduzioni e adattamenti, è riuscita a influenzare la scienza: invitandoci a

considerare la necessità di oltrepassare i confini di mondi chiusi in se stessi e costringendoci ad aprirci

all’esterno, per seguire con convinzione e consapevolezza le continue evoluzioni concettuali e materiali di

forme di conoscenza, oggi più che mai complesse ed affascinanti.

3-LA COMUNICAZIONE IN UN “TWEET”

-Gli hastag della comunicazione

Nel 2006, dopo MySpace, Facebook e Flickr, appare Twitter.

L’idea è tanto semplice, quanto vincente: dotare i social network di un accresciuto potere informativo,

attraverso un servizio di microblogging. Agli utenti viene offerta la possibilità di fornire continui

aggiornamenti, fondata su una paradossale restrizione della loro capacità espressiva. Un vincolo che se, da

un lato, limita le possibilità di approfondimento rispetto a qualsiasi argomento trattato, dall’altro però

determina necessariamente una diminuzione del valore informativo delle notizie veicolate, favorendo,

attraverso l’istantaneità e la compressione, una fruizione veloce e potenzialmente continuativa.

Twitter si pone come un nuovo punto di convergenza tra le routine produttive tipiche delle agenzie di

stampa e la necessità di espressione, confronto e scambio, che le tecnologie digitali hanno ormai

trasformato in un prerequisito fondamentale dei nostri comportamenti comunicativi.

Il modo migliore per studiare un oggetto complesso e articolato come la comunicazione è certamente

quello di partire da pratiche e da prodotti comunicativi. Più semplicemente, studiare la comunicazione con

la comunicazione. Per farlo, tuttavia, è necessario rispondere a un interrogativo principale: che cos’è la

comunicazione?

Il termine fa riferimento a una pluralità di aspetti, fenomeni, oggetti, strumenti e pratiche riconducibili a

un’unica idea generale. Per cogliere l’essenza di questa idea, tuttavia, dobbiamo selezionare un ventaglio di

significati e valenze riconducibili a quello che oggi è divenuta la comunicazione, provando a individuare

punti di contatto e elementi di sovrapposizione.

Maggiore accuratezza e ponderazione vi sono nel corso del processo di scelta degli elementi costituiti di un

certo fenomeno, maggiore sarà la possibilità di comprendere e trasmetterne il significato e la valenza. Allo

stesso tempo però, qualsiasi definizione non può che limitarsi alla considerazione di un numero ristretto di

aspetti, non potendo comprendere in un unico intervallo concettuale la totalità di essi.

Come avviene nel caso della comunicazione, l’unica alternativa teorica appare quella di mettere a punto più

immagini concettuali e procedere a una loro giustapposizione, in modo da coglierne complessivamente il

senso.

La principale caratteristica di Twitter è lo spazio limitato concesso alla scrittura. Alla brevità, si affianca

un’altra dimensione centrale che permette a questo SNS di dialogare con altri ambienti simili: il link. In

questo modo ogni tweet si trasforma nel nodo di una rete più ampia e estesa. Per evitare il rischio che tutto

ciò diventi caotico e che l’utente alla fine si perda, è necessario utilizzare gli hastag, uno strumento che

consente di organizzare i messaggi secondo specifiche parole chiave. In questo modo i tweet possono

essere dotati di una maggiore o minore rilevanza e il loro contenuto può essere aggregato insieme ad altri,

rispettando un principio di coerenza.

-#comunicazione come bisogno

Nel campo delle scienze della comunicazione non è possibile appellarsi a leggi inconfutabili. Almeno

rispetto alla comunicazione urbana sono stati definiti alcuni assiomi che costituiscono verità incontestabili.

Tra queste, la prima, e forse la più nota, afferma che non si può non comunicare.

Il fatto che qualsiasi nostro comportamento possa essere interpretato dall’esterno come portatore di

significati sottolinea quanto la comunicazione costituisca una delle prerogative principale della nostra

stessa esistenza. La comunicazione, infatti, è anzitutto un bisogno umano elementare insisto nella nostra

stessa natura.

La comunicazione, infatti, è una prerogativa essenziale del nostro essere vivi. Dal punto di vista individuale

essa appare come un connotato naturale biologico: la nostra capacità di produrre suoni articolati, di

effettuare movimenti e di attribuirvi un senso, sono alla base delle nostre possibilità di pensiero e di azione.

A un livello sovraindividuale, la comunicazione si rivela come un connotato sociale antropologico: un

bisogno elaborato di relazione, di solidarietà che conferisce stabilità all’ambiente che abitiamo.

Persino in un’ipotetica situazione d’isolamento completo non potremmo essere in grado di sospendere le

nostre attività comunicative, che continuerebbero a essere esercitate nei confronti di noi stessi, almeno

attraverso il pensiero.

Considerare la #comunicazionecomebisogno non significa, però, sostenere che essa rappresenti una

dimensione esclusivamente spontanea e automatica.

La comunicazione presuppone sempre e comunque un codice, una matrice, che deve essere appresa e

condivisa affinché sia possibile un dialogo. Nel corso della nostra vita, sono moltissimi i diversi linguaggi che

abbiamo dovuto imparare (da quello del corpo alla lingua parlata fino ai dialetti) attraverso una serie di

sforzi cognitivi (modulare e controllare le espressioni del nostro volto in funzione del contesto) e esercizi

pratici (es. la memorizzazione dell’alfabeto).

Non solo: abbiamo poi rielaborato ciascuno dei linguaggi appresi sulla base del nostro repertorio sociale e

culturale, in virtù della netta distinzione che esiste tra un codice ristretto, qualitativamente più povero ed

essenziale, e un codice elaborato, più ricco e articolato, derivante da un più elevato livello di conoscenze e

competenze.

Il nostro bisogno di comunicazione, inoltre, con il passare del tempo è stato supportato dalla messa a punto

di nuove modalità espressive e di nuovi strumenti capaci di amplificare le nostre potenzialità comunicative.

-#comunicazionecometecnica

Una concezione generale che ha connotato le idee sulla comunicazione è quella di teknè: una tecnica,

un’arte, un’arma, uno strumento, un mezzo tramite cui è possibile ottenere effetti e raggiungere obiettivi.

Le trasformazioni più immediatamente visibili della società in conseguenza dell’evoluzione delle tecnologie.

La dicotomia apocalittici e integrati si trasforma in una categoria interpretativa quasi insuperabile, capace

di fotografare gli orientamenti completamente opposti generati dalla diffusione di nuove tecnologie

comunicative.

In realtà, seppure oggi possiamo considerare definitivamente superata la distinzione che separa

nettamente gli apocalittici, difensori della tradizione, dagli integrati, accaniti sostenitori del cambiamento,

nel corso della storia una simile dialettica si è ripetutamente concretizzata in occasione dell’introduzione di

nuovi mezzi.

In altri casi, la centralità delle tecnologie è stata interpretata in modo tale da indurre a leggere la storia

dell’umanità attraverso la lente di un determinismo tecnologico, che attribuisce ai mezzi tecnici una

capacità di condizionamento tale da renderli una variabile indipendente nei processi di trasformazione degli

equilibri sociali, politici, economici, culturali e antropologici.

In realtà, oggi, non possiamo parlare di comunicazione senza prendere in considerazione anche gli aspetti

concreti attraverso cui essa si manifesta. Nel momento in cui un utente parla, scrive o semplicemente invia

un sms, sta di fatto utilizzando un supporto tecnologico capace di materializzare, estendere, memorizzare o

amplificare un messaggio. La tecnologia ha accompagnato l’uomo nel suo cammino verso il progresso.

La comunicazione in tutte le sue manifestazioni, appare come una tecnologia in grado di attivare

cambiamenti sia sul versante socio-culturale, sia su quello cognitivo-individuale.

Volendo fissare un percorso di evoluzione, è possibile far riferimento ad almeno tre ere principali. Nell’era

del linguaggio la tecnologia dell’oralità è determinata dalle possibilità tecniche a disposizione dell’uomo, da

una particolare configurazione sociale, costituita da piccoli gruppi di individui (tribù). La peculiarità di

questa prima fase consiste nella netta predominanza del contesto sul testo: i contenuti degli scambi

comunicativi restano inevitabilmente confinati all’interno dell’ambiente in cui sono stati prodotti. Nell’era

della scrittura la messa a punto di strumenti di archiviazione di contenuti (argilla, pietra, carta) dà origine a

dinamiche d’istituzionalizzazione e condivisione di segni e, dunque, di significati fondati sulla disponibilità di

codici analogici e digitali (geroglifici e scrittura alfabetica) e sull’acquisizione di competenze pratiche (il

sapere scrivere e leggere). Diventa così possibile la circolazione del testo al di fuori del contesto di

riferimento: l’effetto conseguente è quello di estendere il controllo dell’uomo sullo spazio e nel tempo

(attraverso la codificazione delle leggi, la trasmissione e l’accumulazione del sapere, la nascita di nuove

discipline…), consentendo nuove forme di organizzazione collettiva (dalla Città-Stato allo Stato-Nazione).

Nell’era dell’elettricità vengono amplificate in modo esponenziale le chance comunicative del soggetto

moderno, attraverso una serie di invenzioni (fotografia, telefono, cinema, radio, televisione…) che produce

una rivoluzione mediale senza precedenti. Questa è la fase in cui la moltiplicazione dei testi, dei codici, dei

linguaggi e dei mezzi attribuisce, progressivamente, alla comunicazione un ruolo sempre più centrale nello

scenario sociale e culturale.

Con il passare del tempo le vecchie tecnologie non sono state sostituite radicalmente da quelle più recenti,

ma è avvenuto un generale processo di ri-mediazione, fondato su due principali tendenze: l’evoluzione (la

pagina di un portale informativo sul web può apparire come la naturale prosecuzione di quella di un

quotidiano stampato); l’integrazione (gli smartphone sono il risultato della convergenza di una pluralità di

tecnologie come il telefono, la televisione e Internet).

Quella che stiamo vivendo, dunque, può essere considerata come un’ulteriore tapa del percorso di sviluppo

dei media: il passaggio a una dimensione comunicativa sempre più individuale e al tempo stesso reticolare,

attraverso l’uso di tecnologie trasparenti, portatili, adattive e tagliate sulle esigenze di ciascuno di noi. La

manifestazione tangibile della capacità innata dell’uomo di ideare strumenti, in grado di collocarsi

all’incrocio tra bisogni soggettivi e possibilità tecniche.

-#comunicazionecomeinformazione

Il termine informazione rimanda a un’idea di comunicazione come trasferimento di risorse o trasmissione di

contenuti da un soggetto all’altro. Il concetto originario presuppone una supremazia della fonte rispetto a

un destinatario tendenzialmente passivo. Tale visione è coerente con la polarizzazione determinata

dall’individuazione di due macro aree di riferimento per lo studio della comunicazione: il paradigma

informazionale, secondo cui la comunicazione è un processo di trasmissione a senso unico; il paradigma

relazionale, in cui ha luogo, invece, uno scambio, una condivisione, fondati sul dialogo e sull’interpretazione

del significato.

La coppia dicotomica informazione/relazione rappresenta un tentativo di sistematizzazione del variegato

panorama teorico che ha caratterizzato i media studies sin dalle origini, funzionale all’individuazione di

un’asse su cui l’azione comunicativa, oscillando tra questi due estremi, possa essere compresa e analizzata.

Se dal punto di vista relazionale viene enfatizzato il valore di mutamento della comunicazione, al momento

della sua nascita il paradigma informazionale è stato considerato come una possibile soluzione alla distanza

tra approcci umanistici e scientifici, tra l’uomo e la macchina: la comunicazione si delinea così come un

processo trasmissivo, un passaggio di contenuti da un punto a un altro, in cui rivestono un valore prioritario

il processo in sé e la tecnica cui si ricorre.

È fondamentale anche il ruolo attribuito al destinatario, che sa da un punto di vista relazione, nella

selezione come nell’adozione di particolari comportamenti viene considerato attivo, dal punto di vista

informazionale, invece, è relegato alla posizione di semplice ricettore.

Se con il passare del tempo l’idea generale di comunicazione è stata ricondotta alla sua originaria accezione

etimologica di condivisione, l’informazione ha smesso di essere percepita come una risorsa di pochi, per

assumere la valenza di un potenziale patrimonio collettivo. Non è un caso che, proprio nella seconda metà

del ‘900, a seguito della diffusione capillare di un mezzo come la televisione, fondamentale per

l’implementazione dei processi di circolazione di dati e nozioni a tutti i livelli sociali, sia iniziata a circolare la

definizione di società dell’informazione. Un risultato che da un ampio processo di evoluzione sociale.

L’importanza assunta dall’economia, insieme alla metamorfosi avvenuta sul versante culturale, ha condotto

a un generale rinnovamento della struttura sociale, al cui interno i flussi informativi hanno dato origine a

nuove forme di organizzazione, produzione e diffusione della conoscenza. Le tecnologie di trasmissione e

elaborazione dei dati hanno permesso di definire il percorso che ha condotto alla nascita di una information

age.

In quest’epoca il pensiero umano e l’informazione non rappresentano più un elemento sovrastrutturale,

ma diventano una risorsa potenzialmente inesauribile, che se adeguatamente utilizzata appare persino in

grado di sostituire tutte quelle risorse materiali, di cui, invece, non abbiamo scorte a sufficienza.

Come dimostrato da alcune teorie e ricerche condotte in campo comunicativo, insieme alla dimensione

economica, fondamentale per l’acquisto e l’utilizzo delle tecnologie più evolute, è divenuta determinante

anche quella legata all’alfabetizzazione mediale.

La possibilità di fruire dell’enorme mole di contenuti e prodotti, che sostanzia il nostro attuale overload

comunicativo, rimane condizionata da due fattori tra loro inversamente proporzionali: se, infatti, il costo

delle tecnologie, invariabilmente, tende a scendere con la loro progressiva normalizzazione, le competenze

richieste per il loro utilizzo tendono, invece, ad aumentare.

-#comunicazionecomerelazione

Riferirci al concetto di #comuniaczionecomerelazione equivale da un lato a considerare la sua valenza nei

termini di socializzazione, intesa come il processo di interiorizzazione di norme, valori, modelli di

comportamento che consentono all’individuo di entrare a far parte del mondo della vita, e dall’altro di

concentrarsi sulla sua natura di scambio sociale, fondata sui meccanismi di interazione e cooperazione con

gli altri. L’idea di socializzazione, quanto quella di scambio sociale, tuttavia si sono andate inarrestabilmente

modificando sotto la spinta di una modernizzazione che, ha comportato un incremento senza precedenti,

della nostra sfera relazionale, rendendo sempre più labili i confini fra questi due concetti.

Così, alle tradizionali agenzie di socializzazione (famiglia, scuola. Religione) se ne sono aggiunte di nuove

(gruppo dei pari, media). Molte teorie sociologiche hanno cercato di analizzare la presunta dicotomia

individuo-società, privilegiando ora l’uno, ora l’altro termine del discorso. In particolare, le teorie

funzionaliste hanno individuato nella coesione, nella stabilità e nell’integrazione gli imperativi fondamentali

per una convivenza pacifica, elaborando una concezione del sistema sociale che vede il soggetto adeguarsi

alle regole e ai modelli proposti, allo scopo di contribuire al mantenimento dell’ordine e dell’equilibrio.

Altre impostazioni teoriche (come l’interazionismo simbolico) hanno contribuito al superamento di questa

visione statica, valorizzando l’elemento della relazione sociale e immaginando la società come una fitta rete

di legami che non si basa sulla contrapposizione tra un livello individuale e uno collettivo, ma che, al

contrario, proprio in funzione di una costante alternanza di ruoli, si pone come una società degli individui.

Nel campo dei media studies, la scoperta della centralità delle relazioni sociali ha condotto a una generale

revisione degli approcci di studio e ricerca, sulla base della semplice considerazione che sono le persone,

con la loro fitta rete di legami scoiali, a porsi come il mezzo di comunicazione più potente.

Comprendere la natura complessa della comunicazione nel suo aspetto relazionale è divenuto

indispensabile, e per diverse ragioni. L’incremento delle reti di relazioni coincide da un lato con l’evoluzione

delle tecnologie comunicative e convergenti, dall’altro con un aumento di alfabetizzazione mediale da parte

dei fruitori.

Nella nostra epoca il numero di persone con cui è possibile entrare in contatto e interagire, non è in alcun

modo paragonabile a quello che avveniva in un passato neanche troppo lontano. A cambiare non è soltanto

la dimensione quantitativa, ovviamente, ma anche la qualità stessa delle nostre relazioni, sia per quanto

riguarda la forma, sia per il contenuto.

Nel primo caso, quanto avvenuto sul piano sociale e culturale (l’evoluzione dei costumi, un progressivo

svincolamento dalla tradizione) e la moltiplicazione dei contesti che riusciamo ad abitare, talvolta in

maniera quasi simultanea, tendono ad affievolire la rilevanza e la rigidità dei ruoli (genitore/figlio,

moglie/marito, insegnante/allievo) a vantaggio di una gestione relazionale necessariamente più dinamica e

flessibile. Come Woody Allen nel film Zelig, è capace di modificare, quasi fosse una specie di camaleonte

postmoderno, il suo aspetto fisico, il suo modo di esprimersi e di parlare in funzione delle circostanze in cui

si trova, così oggi noi siamo portati a sviluppare un più elevato livello di automonitoraggio, modellando la

nostra identità a seconda delle persone con cui ci rapportiamo e degli ambienti in cui si verificano le nostre

interazioni.

Nel secondo, gli strumenti di cui disponiamo hanno reso sempre più difficile differenziare quanto avviene in

modo diretto da ciò che si verifica in modo mediato, avvalorando la percezione di una continuità tra reale e

virtuale, online e offline, all’insegna di un rapporto quasi simbiotico con alcuni media.

-#comunicazionecomecultura

La cultura si rivela un oggetto estremamente complesso. Un’idea trasversale e polisemica, in cui aspetti

concreti e normativi si intrecciano con una sfera più spirituale e creativa.

Appare chiaro come lo studio dei fenomeni e dei processi culturali investa la quasi totalità delle sfere di vita

del soggetto, coinvolgendo il pensiero, l’immaginario, l’etica, ma anche le pratiche, gli oggetti, le tecniche,

e, dunque, originando un legame talmente stretto con la comunicazione da produrre, in alcuni casi, una

vera e propria sovrapposizione o coincidenza.

La cultura si pone come un’attività quotidiana che, attraverso la comunicazione, tende alla propria auto-

produzione. Ogni fase dell’evoluzione umana è stata caratterizzata da valori, miti e riti collettivi che

attengono a un determinato livello di sviluppo culturale. Nella sua conquista dell’habitat naturale, l’uomo

ha utilizzato i mezzi di comunicazione in modo strategico, costruendo artefatti tecnologici e simbolici che gli

hanno consentito di adattarsi al contesto e, contemporaneamente, di plasmare l’ambiente per i propri

bisogni. In questo quadro la comunicazione è la protesi di un individuo sempre più eterodiretto.

Con l’affermazione della società industriale, e quindi dal momento in cui, a cavallo tra la fine dell’Ottocento

e l’inizio del Novecento, i media hanno assunto un ruolo sempre più centrale, la progressiva appropriazione

della realtà da parte degli individui, attraverso la costruzione di mezzi materiali e simbolici, è diventata

molto più diffusa, intensa e rapida. A questo proposito, è opportuno soffermarsi sulla differenza che esiste

tra i concetti di kultur e civilisation.

Il primo termine, che viene dalla lingua tedesca, fa riferimento alle caratteristiche al valore che attribuiamo

ai prodotti culturali: sistemi di pensiero, concezioni religiose, opere d’arte ecc. il secondo, che invece deriva

dalla lingua francese, considera non tanto i risultati tangibili dei processi di produzione, quanto

l’atteggiamenti degli individui nei confronti del mondo, sia che si tratti del rapporto con il tempo, lo spazio,

il corpo, i generi. L’idea essenziale è quella relativa al processo di civilizzazione e, quindi, all’inarrestabile

processo di mutamento delle complessive strutture sociali, culturali e psichiche che ha riguardato la

dialettica natura/cultura, in funzione di cui l’uomo vive il contrasto tra reale e ideale, tra esperienza e

progetto. Ecco, allora, che la cultura assume la valenza di secondo natura dell’essere umano, che modella i

comportamenti collettivi e quelli individuali, nonostante ciascuno di noi, non sia mai totalmente conforme

ai modelli proposti, arrivando perfino a forme di devianza, pur di ridurre la distanza tra norma e desiderio.

La civilizzazione come processo storico, si sviluppa anche attraverso un aumento esponenziale delle catene

di interdipendenza tra soggetti, istituzioni, gruppi, consentendo alla comunicazione di divenire il portale di

accesso a beni, prodotti, servizi culturali e il contesto della loro produzione. La tecnologia assume,

certamente, un ruolo fondamentale nelle dinamiche di trasformazioni delle relazioni tra gli individui, del

loro rapporto con la sfera sociale e della creazione di prodotti culturali.

È in questo modo che si concretizza lo spirito del tempo di una società, riconfigurando, incessabilmente, il

rapporto dinamico tra kultur e civilisation, in un continuo oscillare tra persistenza e cambiamento, stabilità

e fragilità, vita e forma.

Oggi, in quella che possiamo considerare come l’epoca della simultaneità, dell’immediatezza, i processi di

cambiamento sono stati sostituiti da una metamorfosi senza soluzione di continuità, da una trasformazione

di ambienti, soggetti, prodotti, molto meno discontinua; la comunicazione, dunque, conferisce alla cultura

un ritmo e una velocità di cambiamento mai sperimentati prima, nel segno di una iperproduzione di

messaggi, testi, informazioni, modelli, espressioni che rendono spesso imprevedibile e complessa queste

sfera della realtà. In altre parole, determinano un cambiamento di un altro degli ambiti fondamentali in cui

la cultura e la comunicazione risultano profondamente legate: la conoscenza.

Conoscere vuol dire attribuire senso e significato a oggetti, fatti, fenomeni, grazie alla capacità di

richiamare saperi, aspettative, ipotesi, inferenza, implicando una loro riorganizzazione, rielaborazione,

rappresentazione e interpretazione. In questo senso, il rapporto tra comunicazione e cultura costituisce la

doppia via attraverso cui gli individui possono mettere in atto i loro scambi e attribuire loro un significato.

La messa a punto di sistemi industriali di produzione dei contenuti, tuttavia, ha amplificato come mai prima

la portata di tale processo, imponendo, contestualmente, la necessità di riflettere sulle implicazioni che ne

sono derivate. È proprio a partire dalla relazione tra pratiche di produzione, sistema culturale e processi di

trasmissione che, negli anni Quaranta del Novecento, attraverso la prospettiva critica elaborata dagli

esponenti della Scuola di Francoforte, ha origine il concetto di industria culturale.

Si sono affermate teorie differenti che hanno proposto giudizi più articolati e approfonditi sul rapporto tra

industria e cultura. Alcuni studiosi hanno cercato id comprendere il rapporto di natura dialettica tra la

creazione dei contenuti e la standardizzazione delle forme in formule: una logica sistematica, che appare

come uno spazio di produzione e riproduzione si simboli, miti, norme, immagini attraverso cui viene data

voce agli istinti e alle emozioni. Altri ancora, considerando le modalità attraverso cui i media forniscono una

gran quantità di informazioni e messaggi a masse di persone si sono invece soffermati sull’emersione di

nuove aree della cultura. Presupponendo una divisione del lavoro intellettuale, l’industria culturale sarebbe

in grado di produrre una cultura media, nuovo comun denominatore tra i differenti popoli, le classi, oi

generi e le generazioni.

Concettualizzazioni più recenti sono arrivate a considerare la cultura in generale come il frutto di una

cooperazione tra creatori e consumatori, implicando meccanismi di produzione e di distribuzione, tecniche

di commercializzazione, legami sociali e comunicativi che mettano in contatto soggetti diversi in ambiti

diversi. In questo modo, sostanzialmente, è stato ridefinito strutturalmente il concetto di industria culturale

che è stato sostituito da quello di industrie culturali. Un insieme di beni e servizi prodotti e riprodotti,

immagazzinati e distribuiti con criteri industriali e commerciali non più su larga scala, in un’ottica attenta

alla peculiarità di ogni singolo mezzo a all’attività del pubblico.

-#comunicazionecomepotere

Al livello delle relazioni interpersonali, ogni atto comunicativo è condizionato dal tipo di rapporto che esiste

tra colore che ne sono coinvolti e, pertanto, può essere definito come simmetrico o complementare.

Possiamo considerare simmetrico uno scambio comunicativo in cui ci troviamo sullo stesso piano (ad

esempio quando chiacchieriamo con un amico), mentre ci appare come complementare se, in qualche

modo, ci troviamo su piani diversi (quando il nostro datore di lavoro ci chiede informazioni sui compiti che

ci erano stati assegnati). Non dobbiamo considerare soltanto il ruolo (amico, alunno, insegnante, genitore,

figlio), ma anche una pluralità di variabili (risorse economiche, formazione culturale…) capace di influenzare

l’andamento del flusso di comunicazione.

Se abbandoniamo la sfera della micro-comunicazione per considerare quella della comunicazione mediata e

di massa, dobbiamo ulteriormente ampliare il numero di fattori che concorrono alla determinazione dei

rapporti di potere configurabili tra emittente/i e ricevente/i.

All’inizio del Novecento, il potere della comunicazione viene paragonato a un proiettile magico in grado di

colpire sempre il suo bersaglio, inducendo i destinatari di un potenziale messaggio a eseguire in maniera

automatica ciò che gli viene imposto.

Con il passare del tempo, la presunta capacità di manipolazione mediale cede gradualmente il passo a una

visione secondo cui i mezzi di comunicazione sono fondamentali strumenti di propaganda e di persuasione.

Ormai è maturata la convinzione secondo cui i media non siano in grado di esercitare la medesima

influenza su tutti gli individui e, dunque, di determinare un cambiamento immediato, ben definito e uguale

per tutti.

Sarebbe, tuttavia, ingenuo professare un’assoluta innocenza della comunicazione che, invece, produce

effetti concreti e conferisce livelli diversi di potere a chi ne controlla i flussi e a chi ne utilizza i contenuti.

Allo stesso tempo, però, è opportuno tenere presente che il potere dei media va posto al centro di una

riflessione di un lungo periodo.

Diffondendo rappresentazioni di una realtà, non necessariamente compresa all’interno delle nostre

routine, i media possono produrre diversi effetti: ordinare in funzione di un ipotetico criterio di importanza

gli avvenimenti (agenda setting), dare l’impressione che esiste una presunto maggioranza di persone che

condivide un medesimo punto di vista, a discapito di una minoranza che invece appare poco rappresentata

(spirale del silenzio); produrre, nei fruitori più assidui, una sorta di deformazione nella percezione del

mondo circostante, non determinata dall’esperienza diretta, ma da quella mediata (coltivazione).

Il potere mediale, e della comunicazione, si può esprimere anche attraverso la sua capacità di influenzare

mondi che le sono, in origine estranei, come ad esempio quello scientifico, riuscendo ad imporre, in alcuni

casi, le proprie regole e finalità. Possono accrescere il capitale simbolico di uno scienziato che, ospite di un

programma televisivo, riesce a esporre le proprie tesi davanti a un vasto pubblico. La visibilità può

trasformarsi in fama, in un prestigio che l’esperto successivamente, può spendere all’interno del proprio

universo professionale di riferimento. Le conseguenze, tuttavia, possono essere anche differenti, quando,

come molto spesso avviene, si verifica una semplificazione e una banalizzazione dei contenuti veicolati.

Una corretta comprensione delle conseguenze non può prescindere quindi dalla considerazione delle

modalità attraverso cui questi si concretizzano, come ad esempio in funzione delle dinamiche legate ai cicli

di produzione delle informazioni o dei prodotti culturali.

I media occupano una posizione che non è in alcun modo neutra, né innocente, ma politicamente centrale.

Sarebbe un errore pensare la comunicazione come un soggetto a sé stante, quasi fosse una sorta di sistema

indipendente finalizzato alla semplice messa in luce di altri insiemi dipendenti.

Oggi considerare gli aspetti della #comuniacazionecomepotere non consente di limitarsi più alla sola

televisione, ma comporta estendere riflessioni di questo tipo anche a tutti gli altri strumenti che

contribuiscono a confermare una stessa ipotesi di base: la comunicazione, proprio in quanto congenita

attività umana non può essere considerata pura.

Il potere che ne scaturisce continua a rappresentare un obiettivo primario per tutti coloro che possono

essere in grado di influenzare la scelta, la produzione e la distribuzione dei contenuti a tutti i livelli.

-#comunicazionecomegioco

Un’altra possibile chiave di lettura per definire la comunicazione è quella legata al concetto di gioco: un

aspetto fondamentale dell’esperienza umana, che attraverso i meccanismi sociali e culturali della

mediazione consente differenti forme di coinvolgimento.

Il gioco rientra a pieno titolo nelle attività di vita quotidiana e, allo stesso tempo, se en distanzia,

richiedendo al giocatore di mettere in atto un processo di sospensione dell’incredulità: prendere parte a un

gioco è un atto libero e volontario.

Il gioco diventa, quindi, uno strumento conoscitivo, di esplorazione del mondo, che stimola la fantasia e

l’immaginazione.

Anche la dimensione dello sviluppo del sé è influenzata dal gioco e, in particolare, p attraverso tra

principale fasi (play, game, generalised other) che il bambino, in un primo momento focalizzato

esclusivamente sulla prospettiva dei genitori, riesce a costruire una percezione di sé stesso, filtrata

attraverso lo sguardo degli altri.

I media possono essere identificati come veri e propri spazi di gioco (sarebbe sufficiente pensare alla

nascita dei videogames) grazie alla loro vocazione a coinvolgere il pubblico, inglobandolo in una dimensione

familiare ma altra, dove vigono regole differenti che gli spettatori conoscono: dall’acquisizione delle

competenze necessarie all’utilizzo e al funzionamento di un particolare strumento, all’emersione o

definizione d’inedite potenzialità ludiche di mezzi che, al momento della loro ideazione, ne erano sprovvisti

(come nel caso dei telefoni mobili con l’utilizzo delle emoticon per la scrittura degli sms).

Un’ulteriore e immediata dimensione ludica è poi certamente presente nella struttura stessa dei contenuti

veicolati, dalle partite di calci ai quiz televisivi fino alle applicazioni per i dispositivi mobili, del resto,

l’implementazione di dinamiche legate al gioco in contesti lontani è divenuta ormai un vero e proprio

fenomeno di costume, avvalorando l’ipotesi teorica alla base del concetto di homo ludens. La gamification,

infatti, si concretizza in ambiti molto diversi tra loro, da quello commerciale a quello educativo fino al puro

intrattenimento, e consiste nell’applicazione di meccaniche tipiche del gioco che permettono all’utente di

sperimentare nuove e più stimolanti forme di partecipazione e coinvolgimento.

Sul versante dell’industria culturale la leva cui tradizionalmente si fa riferimento è quella del fortuna e del

premio.

Va infine considerata un’ultima prospettiva, che potremmo definire nei termini di una sorta di meta-

mediazione: la convergenza sempre più ricercata e offerta dai diversi supporti favorisce, infatti, un continuo

gioco di rimandi tra i diversi media, consolidando l’abitudine a pratiche di fruizione sempre più orientate a

un’esplicita transmedialità.

È proprio nell’ottica della più completa manipolazione che, allora, il gioco assume anche una funzione

aggiuntiva rispetto a quella della semplice evasione o dell’intrattenimento, fino al punto di acquisire i

connotati sovversivi del dissenso e della resistenza. È ciò che avviene, ad esempio, nel caso del

subvertiding, capace di dare origine a messaggi pubblicitari con scopi opposti a quelli prefigurati dagli

originari brand di produzione. O ancora, secondo le modalità di quella che può essere definita come pop-

ilarity: un fenomeno di contagio comunicativo, basato sulla diffusione di un tormentone, successivamente

condiviso e declinato da un numero crescente di utenti, che attraverso la forma dello scherzo o della satira

può veicolare forme di critica più o meno esplicita.

-#comunicazionecomenarrazione

Le storie, i miti, le esperienze, le culture sono stati tramandati e diffusi grazie ai più diversi strumenti

comunicativi, attraverso supporti artigianali e device tecnologici: non è mai esistito, in alcun tempo, un

popolo che non si affidasse ai racconti, poiché questo è uno dei modi attraverso cui una comunità riconosce

e preversa sé stessa.

Fare riferimento all’idea di #comunicazionecomenarrazione vuol dire concentrarsi sulla sua funzione di

messa a punto di un assetto valoriale in cui è possibile riconoscersi, di creazione di relazioni tra simboli e

significati, di consolidamento del senso di comunità attraverso la generazione di immaginari condivisi.

Grazie alla narrazione, infatti, viene conservata e trasmessa, seppure in forme diverse (un libro di storia, un

saggio, un film…) quella memoria indispensabile al mantenimento di una comunità nel corso dei secoli: la

stessa appartenenza a una specifica nazione, del resto, si basa su un mito fondativo che si tramanda nello

stesso tempo e in tempi diversi tra comunità immaginate.

Nella società contemporanea l’atto del raccontare assume un ruolo ancora più centrale, tanto che

potremmo indicare quella in cui viviamo come l’epoca del narrative turn.

È anche ciò che è avvenuto in televisione, mezzo generalista per eccellenza, che, proprio nel segno di una

diffusa narrativizzazione ha proceduto alla rielaborazione di generi e formati, dall’intrattenimento

all’informazione. Consideriamo, ad esempio, i criminality show: il fatto criminoso diventa una favola nera,

ricca di archetipi e stereotipi indispensabili per fissare confini netti tra bene e male, tra giusto e sbagliato,

che, neppure troppo implicitamente, veicola una morale e, talvolta, persino condanne mediatiche senza

appello.

Il principio dello story telling (la comunicazione come racconto) ha permeato tutte le sfere della produzione

culturale e, dunque, qualsiasi fenomeno considerabile come un potenziale contenuto. La narrazione si pone

come uno degli strumenti più efficaci per la veicolazione di valori, ideologie, comportamenti: il politico

vincente è quello che ha una buona storia da raccontare, in cui gli elettori possono identificarsi…la marca

vincente è una storia ricca di riferimenti simbolici in grado di sedurre il consumatore.

Non è un caso che la pubblicità abbia gradualmente abbandonato la formula ripetitiva degli spot in pillole

per concentrarsi, in modo sempre più convinto, sulla dimensione dell’advertainment. La combinazione tra

intrattenimento, iniziative promozionali e serialità ha fatto sì che i prodotti commerciali venissero

reclamizzati all’interno di frame narrativi in grado di essere incastrati tra loro per far emergere un’unica

storia complessiva.

Oggi, la nuova frontiera dello storytelling è costituita dalla narrazione transmediale grazie a cui uno stesso

contenuto può trovare posto su piattaforme diverse, generando potenzialmente uno sterminato universo

narrativo a cui accedere da diverse porte.

L’esperienza di fruizione, così, si trasforma: gli elementi della storia, dispersi su piattaforme coinvolte,

attivano una ricerca di senso e creano un’esperienza inedita di intrattenimento. Intercettando le esigenze

di un pubblico sempre più competente, narrazioni come Lost, Matrix, Star Wars, configurano veri e propri

mondi immaginari in cui la storia non è semplicemente offerta agli spettatori su un medium tradizionale,

bensì riprodotta, in modi peculiari, su media differenti, consentendo di attivare vari livelli di coinvolgimento

e partecipazione.

Ovviamente, non tutto ciò che ci viene raccontato ci interessa: alcune storie sono noiose, altre lontane da

noi…quando tuttavia scatta la nostra attenzione selettiva, la narrazione, grazie al suo ruolo chiave nel

processo di significazione degli eventi, arriva fino a influire sul piano della costruzione delle nostre identità

individuali. I social media non fanno altro che offrire opportunità aggiuntive per soddisfare la nostra

sostanziale esigenza di raccontarci, offrendo spazi dedicati in cui è possibile praticare forme di

enunciazione, archiviazione e condivisione delle esperienze. Da MySpace a Instagram, le interfacce che

utilizziamo, se analizzate in medio-lungo periodo, contengono, la nostra storia raccontata giorno per giorno

attraverso foto, commenti, preferenze e relazioni.

Un esercizio che svolgiamo implicitamente senza prestare troppa attenzione al fatto che: da un lato il

rapporto tra il tempo e la nostra identità si esprime sempre attraverso le certezze del passato, i

cambiamenti del presente e le ambizioni del futuro; dall’altro avviene una costante riconfigurazione dei

limiti tra la sfera del nostro privato e quella del pubblico dominio.

Perdendone l’esclusività, la nostra storia personale diviene una tessera di un più grande mosaico narrativo,

attraverso forme più o meno esplicite o suggestive.

4-LE TRE H DELLA COMUNICAZIONE

-Il perché dei perché

La comunicazione può essere considerata contemporaneamente un ambiente (habitat), uno spazio

d’interazione (habitus), una terza natura (heimat).

-Perché la comunicazione è un habitat

La comunicazione non è semplicemente un insieme di mezzi che utilizziamo, ma un ambiente in cui siamo

immersi: habitat vuol dire ambiente, ecco perché la comunicazione è un habitat.

Questa semplice corrispondenza linguistica non è sufficiente. La presenza costante e multiforme della

comunicazione nella nostra vita quotidiana rende molto difficile mettere a fuoco l’oggetto di studio che ci

interessa. Ciò nonostante, considerare la comunicazione come un ambiente, permette di iniziare a

delimitare lo scenario di riferimento al cui interno ci stiamo muovendo, dopo averlo volutamente ampliato.

Per verificare la validità dell’equivalenza comunicazione=habitat è necessario, anzitutto, capire cosa

intendiamo con questo secondo termine. L’habitat è l’insieme delle condizioni ambientali che

caratterizzano la vita e consentono la sopravvivenza di una specie animale o vegetale. L’habitat, quindi, non

è semplicemente uno spazio fisico, ma più propriamente il risultato del rapporto tra tre differenti

dimensioni: spazio-tempo-vita.

Non esiste un singolo habitat, ma una moltitudine di ambienti, la cui sovrapposizione e integrazione dà

origine a una figurazione macro-sistemica: un habitat complessivo al cui interno si preserva la vita, nel

senso più generale possibile.

Per poter comprende le caratteristiche della nostra realtà comunicativa dobbiamo indirizzare la nostra

attenzione verso una pluralità di habitat comunicativi abitati da attori sociali completamente diversi

rispetto al passato, frutto di una grande co-evoluzione che ha coinvolto elementi biologici, culturali,

antropologici.

La nostra esigenza di abitare il mondo ha portato a un processo di compenetrazione tra gli elementi

naturali e biologici e quelli sociali e culturali (tra corpo e protesi tecnologiche). Contestualmente ha reso la

relazione tra ambiente e comunicazione sempre più stretta e indissolubile, nel segno di una precisa

concezione strumentale e strategica: addomesticare la natura circostante, costruire forme di solidarietà e

istituire legami sociali, al fine di rendere possibile la sopravvivenza e di ridurre l’incertezza e la paura

dell’ignoto.

Ancora una volta, intendiamo qui la comunicazione come istinto naturale e come esigenza sociale,

sviluppata attraverso le possibilità di creare forme di trasmissione e di condivisione, anche grazie a una

fondamentale capacità simbolica.

Una volta divenuto faber, l’uomo riesce a distinguersi dagli altri esseri viventi perché è in grado di articolare

suoni dotati di senso e perché riesce a produrre strumenti, artefatti simbolici, da utilizzare per raggiungere i

suoi obiettivi, primo tra tutti la sopravvivenza.

Per abitare il mondo, gli esseri umani, nel tentativo di dominare la natura, ne producono e riproducono altri

e, modificando la loro stessa ereditarietà biologica, riescono a trasmettere le competenze e le tecniche

indispensabili affinché questo processo non si interrompa. La comunicazione, attraverso la creazione,

implicita ed esplicita, di connessioni tra mezzi, modalità di condivisione e di trasmissione, diviene una realtà

di vita, non alternativa, ma perfettamente sovrapposta a quella apparentemente più concreta e immediata.

L’habitat non coincide con l’idea di un univo spazio esteso, ma più propriamente con quella di multiverso.

Questo termine presuppone il superamento dell’idea di un solo universo a favore dell’ipotesi della

coesistenza di più universi capaci di racchiudere qualsiasi aspetto della realtà. Si stratta ovviamente di una

suggestione che appare particolarmente efficace nel descrivere le modalità attraverso cui la comunicazione

è abile nell’originare, alimentare, ma anche preservare una pluralità di mondi compresenti e interconnessi.

L’uomo nasce in un ambente che prevede lo sviluppo di forme di adattamento; una peculiare forma di

adattamento dell’uomo è rappresentata dalla comunicazione, che determina una modifica dello stesso

ambiente; l’adattamento diviene un processo di trasformazione dell’ambiente circostante che, proprio in

funzione del ricorso alla comunicazione, assume le caratteristiche della costruzione di nuovi ambienti

all’interno di quello iniziale, la cui naturalità e artificialità, infine, non sono più distinguibili né assolute,

i diversi spazi di vita che, gradualmente, vengono scoperti e definiti determinano così la generazione di un

habitat complessivo che, però, non è semplicemente il frutto della loro somma algebrica.

Pensiamo a Internet: la rete è stata etichettata come uno spazio virtuale completamente distaccato e

differente da quello reale. non è così: le molteplici connessioni prodotte e riprodotte dagli utilizzatori nella

dimensione online, infatti, tendono a essere trascinate, senza soluzione di continuità, anche nell’offline.

La specifica progettazione di un sito (il suo design) costituisce, in modo innegabile, un elemento già da solo

capace di influenzare le modalità di aggregazione degli utenti. LinkedIn ad esempio, si fonda sul sistema

definito gated-access approach, secondo cui la connessione tra gli utenti, per potersi realizzare, deve

fondarsi su una relazione pre-esistente o un contatto reciproco.

ASmallWorld è pensato come un ambiente privato, il cui accesso è reso possibile dall’invio di alcuni utenti

già iscritti.

In Facebook e Twitter, la maggior parte degli utenti è incline a muoversi e a posizionarsi all’interno di gruppi

caratterizzati dai medesimi gusti e dalle stesse scelte. Una tendenza che può essere simbolicamente

rappresentata dall’esclusività del like, che tende a banalizzare processi di partecipazione.

In quest’ottica, i SNS si pongono quasi come walled gardens o giardini recintati, la cui natura monologica, in

contrasto con la loro sterminata vastità, non è legata soltanto a una serie di barriere in ingresso,

determinate dalla loro particolare conformazione, ma anche a variabili di tipo sociale: piccoli mondi elitari

fondati sulla replicazione di tradizionali forme di disuguaglianza sociale e culturale.

Il multiverso comunicativo, l’habitat, non consente un utopistico superamento delle differenze, che invece

si dimostrano sempre connesse all’eredità simbolica che ciascuno di noi incorpora nelle sue pratiche

quotidiane.

Se, infatti, accanto a Internet e ai telefoni mobili, proviamo a posizionare l’insieme complesso di tutti gli

altri ambienti comunicativi determinati dai precedenti mezzi di comunicazione e dalle innumerevoli altre

forme di relazione, il risultato che otteniamo è quello di un aumento esponenziale del livello di complessità

del nostro habitat.

Un multiverso che rappresenta una forma di arricchimento di una nostra originaria realtà naturale.

-Perché la comunicazione è un habitus

L’habitus può essere inteso come il rapporto, caratterizzato da un processo di influenza bidirezionale, che

esiste tra un soggetto e la collettività cui appartiene. Una connessione, irresolubile, tra noi e il mondo.

L’habitus inscrive la relazione tra l’individuo e la società in un processo circolare, che rende impossibile

attribuire a ciascuno di noi proprietà completamente innate o, viceversa, completamente acquisite.

Qualsiasi routine che abbiamo appreso nel corso del tempo è sempre frutto di una negoziazione che ha

luogo tra noi e la società.

Consideriamo un aspetto della vita di tutti i giorni: l’abbigliamento. Il modo in cui ci vestiamo determinato,

apparentemente, dal nostro gusto personale. Il gusto, tuttavia, deriva, seppure secondo strategie diverse

rispetto al passato, da una sorta di compromesso tra noi e il nostro ambiente di riferimento. Le nostre

capacità o possibilità di scegliere e acquistare i capi di vestiario sono influenzate dalla disponibilità

economica. la volontà di seguire una moda può costituire un elemento significato dei nostri acquisti.

L’educazione che abbiamo ricevuto può rappresentare un fattore altrettanto determinate nell’orientare le

nostre scelte, così come possono dimostrarsi fondamentali le esperienze che abbiamo fatto entrando in

contatto con altre persone.

Possedere lo stesso indumento può rivelarsi un elemento fondamentale di aggregazione e socializzazione,

oppure impedire forme di distinzione e individualizzazione (come ad esempio accade con le uniformi). Una

certa combinazione d’indumenti può trasformarsi nell’espressione di un preciso stile di vita (punk, yuppies,

emo, hipster) oppure nella necessità di adeguare il proprio abbigliamento a un particolare contesto (lavoro,

tempo libero). Anche una certa noncuranza, se non il totale disinteresse, rispetto all’abbigliamento deriva

in realtà dal modo in cui, assorbite una serie di informazioni e norme sociali e culturali, abbiamo proceduto

a costruire una categoria personalizzata di moda.

L’habitus, è quindi il risultato di un processo che, sulla base dell’ambiente di riferimento, l’eredità sociale,

culturale, simbolica incorporata dal soggetto attraverso la socializzazione, orienta le possibilità di scelta e di

azione dell’individuo, il quale nel metterle in atto produce contemporaneamente una conferma e una

modifica di quella stessa ereditarietà e, dunque, del proprio contesto sociale.

Più semplicemente, potremmo utilizzare la definizione d’interdipendenza: il modo in cui l’io individuale e il

noi sociale si modellano, attraverso un rispecchiamento e una contaminazione tra strutture pscichiche e

sovraindividuali, dà origine a specifiche configurazioni storico sociali, come ad esempio la società

medievale, la società di corte o ancora la nostra società della comunicazione.

Utilizzare la categoria interpretativa dell’habitus vuol dire arrivare alla conclusione che gli individui sono,

contemporaneamente, conio e moneta del mondo sociale che li ospita e che essi stessi contribuiscono a

costruire. L’impatto che la comunicazione ha avuto su questo processo è stato deflagrante: la

moltiplicazione delle occasioni di scambio, confronto e condivisione ha condotto a un potenziale

superamento della classica distinzione/opposizione tra individuo e società. L’ambiente di vita è trasformato

in una rete sempre più fitta di relazioni, attraverso cui ciascuno di noi procede alla costruzione e alla

gestione delle sue diverse identità. Alla società, intesa come realtà ontologicamente oggettivata, si è

venuta, cioè, ad affiancare la socialità, intesa come insieme di relazioni e processi.

Utilizzando un più elevato numero di opportunità comunicative siamo in grado di modificare più

agevolmente la nostra struttura e quella dell’intreccio sociale che contribuiamo a formare. L’uso intensivo

dei messi di comunicazione ha coinciso con la continua emersione di nuove forme di azione e d’interazione.

Si tratta di una trasformazione interna dell’architettura cognitiva del singolo e a quella contestuale della

società: la comunicazione combina, nella forma del connettivo, l’individuale e il collettivo, modificando

l’habitus da interdipendenza, costante in tutte le epoche ma caratterizzata da un’intensità variabile, a

connessione.

L’esempio che riesce a rappresentare nel modo più immediato è fornito dall’immagine della rete: ognuno di

noi, infatti, può essere considerato come un punto che, insieme a tutti gli Altri, dà forma a una specifica

figurazione reticolare attraverso cui passano e si diramano i flussi comunicati. Contemporaneamente, però,

ciascuno di noi può contribuire a modificare o implementare anche il contenuto di cui è composta tale

configurazione.

L’espansione dei mezzi ci offre, in maniera crescente, la possibilità di trasformare curiosità, interessi e

passioni prima in opportunità di approfondimento, quindi in occasioni di scambio e confronto, dirette o

mediate, in cui assumiamo il ruolo di influenti o di influenzati a prescindere dal nostro status.

Procedendo verso un livello più complesso, possiamo, però, osservare come, al di là delle relazioni

personali o di delimitati gruppi di appartenenza, la comunicazione acquisisca compiutamente la valenza di

habitus, presupponendo nuove forme di attualizzazione del rapporto tra l’individuo e la collettività.

In Internet i casi in cui gli utenti mettono a disposizione volontariamente le proprie capacità, le proprie

competenze, il proprio tempo, sono moltissimi. Le diverse forme di engagement risultano appaganti in

quanto costituiscono il risultato di un coinvolgimento dell’individuo.

In Wikipedia scrivere un documento su un personaggio pubblico, un evento storico, una scoperta scientifica

costituisce un’attività in cui sono coinvolte migliaia di persone, che possono intervenire per colmare un

vuoto, oppure per migliorare quanto realizzato da altri.

La comunicazione, fornendoci un più elevato numero di risorse, ridefinisce il nostro agire comunicativo e ci

abitua a nuovi standard che, poi, tendiamo a utilizzare, seppure attraverso opportune declinazioni, a

prescindere dal contesto a cui facciamo riferimento. È esattamente in questo passaggio, allora, che diviene

possibile intuire e cogliere la valenza della comunicazione come nostro habitus elettivo: un’idea di

connessione che garantisce una più vasta capacità di azione, trasposta al di fuori del sistema in cui si

sviluppa, fino a tradursi in un nuovo statuto ontologico.

Essere continuamente connessi, ludicamente impegnati, in numerosi ambienti comunicativi, configura per

l’individuo un habitus attraverso cui può sentirsi libero di esprimere sé stesso, i propri desideri, le proprie

capacità. Tale habitus sempre distante da qualsiasi forma di condizionamento economico e strumentale, a

tal punto che tra le metafore in grado di esprimerne il senso, quella del dono apparare la più affascinante.

Un più elevato livello di partecipazione e, al tempo stesso, la presa d’atto da parte del singolo di rivestire un

diverso ruolo nei confronti della collettività prefigurano una serie di opportunità certamente molto

affascinanti. Vogliamo però sottolineare che la velocità che caratterizza quanto stia avvenendo può

rappresentare un possibile elemento di distorsione del giudizio che oggi siamo in grado di formulare e, in

ogni caso, non consente di verificare, in tempo reale, gli effetti che tali modifiche inducono.

Tale effervescenza comunicativa potrebbe non corrispondere a un reale utilizzo di quanto può venire

prodotto, dando origine a una sorta di surplus cognitivo e inficiando la valenza di un modello di capability

approach, all’insegna di uno scarto tra capacità potenziali e reali.

Anche alla luce di queste considerazioni, dunque, ci sembra opportuno segnalare almeno tre criticità che

sono insiste nella logica connessionista che stiamo cercando di analizzare: anzitutto, più siamo connessi in

scambi sempre più rapidi e istantanei, più rischia di aumentare la nostra ansia di non essere in grado di

gestire questo immane flusso comunicativo. Poi non è da sottovalutare il pericolo che un continuo utilizzo

di tecnologie possa comportare una paradossale contrazione delle nostre capacità riflessive e cognitive.

Infine, l’overload informativo che si genera, anche in relazione alla commistione delle diverse sfere sciali,

culturali e relazionali, può produrre come effetto collaterale una vera e propria tirannia del presento,

capace di sbiadire l’importanza del passato e di costringerci a vivere in funzione di un eterno oggi.

In questo senso, l’idea di comunicazione come habitus acquisisce una concezione inedita e, in parte,

rischiosa, che potrebbe presupporre, ammesso che ciò non stia già avvenendo, il passaggio da una sorta di

polifonia comunicativa, a una potenziale cacofonia comunicativa.

Un modo per combattere questo malessere che se, da un alto, propone una società densa e in

appartenenza soddisfacente, dall’altro tratteggia le sembianze di un soggetto ansioso, incapace di

controllare le traiettorie di un mondo sfuggente e dinamico. Nella capacità, cioè, di comprendere e

orientare proprio attraverso una connessione più cosciente e pragmatica il nostro ambiente, il nostro agire,

noi stessi: il nostro habitus.

-Perché la comunicazione è un’heimat

Heimat è un termine tedesco che vuol dire patria. Quello spazio costituito da i luoghi in cui ognuno di noi ha

le proprie radici e i propri affetti. A questo significato se ne aggiunge un altro, che possiamo indicare come

Heimat 2. Qui il principio narrativo è completamente rovesciato: se nel primo Heimat veniva raccontato il

ritorno alle origini, adesso è l’abbandono e la partenza verso una nuova destinazione ad attribuire un senso

allo svolgersi delle vicende.

La scelta e la decisione esprimono quel senso di libertà che ci consente di creare nuovi legami, cominciare

un nuovo lavoro, fare nuove esperienze, per realizzare il nostro progetto di vita.

Possiamo utilizzare il concetto di heimat per descrivere in modo generale come negli esseri umani

convivano due patrie complementari (una d’origine: la natura; una elettiva: la cultura), in modo più

specifico riteniamo che esso riesca a cogliere un ultimo e fondamentale aspetto della comunicazione.

La comunicazione infatti, è anzitutto una patria d’origine: una dimensione biologica e un luogo

antropologico a cui apparteniamo fin dalla nascita e da cui origina il nostro percorso biografico. La

comunicazione è poi anche una patria elettiva: una destinazione individuale e simbolica verso cui ci

dirigiamo, selezionando consapevolmente unità di senso.

L’innovazione tecnologica ha reso possibile un’inedita integrazione tra questi due aspetti: fino a quando era

disponibile una tecnologia limitata, tendeva a prevalere il primo tipo di heimat comunicativa. Non a caso, la

definizione di mass medium, che utilizziamo ancora oggi, deriva da una precisa concezione legata a un

sistema di trasmissione basato su un ristretto numero di scelte. A questo proposito, l’esempio forse più

significativo è costituito dalla televisione.

Sin dal 1954, anno d’inizio delle trasmissioni regolare nel nostro Paese, la televisione, almeno fino la metà

degli anni 70, è stata improntata, molto più degli altri mezzi di comunicazione, a un modello trasmissivo e

pedagogico. Soggetta a un attento controllo da parte della Democrazia Cristiana, la TV. Così, ha favorito la

diffusione di una neolingua nazionale, riuscendo dove per quasi un escolo la scuola e le altre agenzie di

socializzazione avevano fallito. Un risultato ottenuto sia attraverso programmi educativi come Non è mai

troppo tardi, in cui il maestro Manzi insegnavi agli italiani a leggere e a scrivere, sia ancora prima attraverso

il grande successo di trasmissioni come Lascia o raddoppia?, in cui il linguaggio utilizzato da Mike Bongiorno

diveniva un punto di riferimento per i telespettatori.

Quello che ci interessa sottolineare è come il mezzo televisivo abbia costituito un enorme archivio

condiviso di immagini e informazioni a cui gli italiani, seppure con modalità personalizzate, hanno attinto,

riconoscendovi le proprie radici e appartenenze culturali. Appunto un Heimat ha intendersi come ipotetica

patria d’origine di un Paese in movimento, proiettato verso la modernità.

Il raggiungimento di questa meta a coinciso inevitabilmente con il progressivo abbandono dei luoghi

originari a favore della ricerca di altre destinazioni.

La nascita delle TV private, del walkman, dei videogames e del pc, hanno fornito a ciascuno di noi gli

strumenti necessari per avviare la costruzione di nuovi territori dell’abitare. Il passaggio da una dieta

mediale povera a una più ricca ha favorito la moltiplicazione degli stili di vita e la radicalizzazione di una

tendenza all’individualismo, hanno permesso la fondazione di una seconda heimat comunicativa.

Nei nuovi mondi che abitiamo, sperimentiamo una libertà di scelta senza precedenti. L’immensa quantità di

comunicazione riversata o riversabile nella società contemporanea trova una delle sue espressioni più

efficaci nel social network che oggi forse può rappresentare ciò che la televisione è stata per gli italiani in

passato: Facebook.

Facebook rappresenta il modo in cui la comunicazione è diventata, attraverso strumenti, competenze,

ambienti, una patria elettiva nella quale scegliamo di abitare: un luogo che racchiude in modo

ologrammatico il nostro mondo individuale che, proprio in funzione della visibilità che decidiamo di

attribuirgli, è reso accessibile agli altri e dunque diventa collettivo. La nostra immagine emerge attraverso le

foto che carichiamo e che diventano oggetto di discussione, le nostre preferenze, espresse dai like o ancora

dai gruppi di cui entriamo a far parte.

Quello che traspare dalle pagine del nostro diario, in sostanza, può rivelare la nostra più intima natura,

coerente con il profilo che utilizziamo nei diversi contesti della quotidianità, oppure porsi come una

machera. Così Facebook diventa il luogo in cui cerchiamo evasione e relax, oppure quello in cui, in modo

volontario, scegliamo di nasconderci.

Allo stesso tempo, come ogni patria elettiva, però, questo microcosmo, in cui ciascuno di noi è

contemporaneamente cittadino e straniero, presenta un serie di rischi e insidie. In primo luogo, l’incertezza

dovuta alla volatilità di incontri, relazioni e amicizie che possono nascere e morire nello spazio di un post,

procurandoci un senso di perdita e frustrazione. Quindi, come dimostrano alcuni casi di cronaca, le for e di

stigma, etichettamento, emarginazione attuale soprattutto a danno di quei soggetti psicologicamente più

fragili e socialmente meno integrati.

In generale, tuttavia, tanto la televisione quanto Facebook costituiscono soltanto due dei molti esempi che

potremmo citare a supporto della medesima idea: la comunicazione, diventa ambiente (habitat) e nodo di

connessione tra la sfera individuale e quella collettiva (habitus), è anche in cui ci troviamo a vivere (heimat)

5-FENOMENOLOGIA DELL’HOMO COMMUNICANS

-Nella società della comunicazione

Nell’anni Sessanta, lo studio dell’economista Machlup rivela un cambiamento senza precedenti, negli Stati

Uniti, il settore terziario (comunicazione, trasporti, assicurazioni e servizi bancari, turismo…) registra un

numero di lavoratori superiori a quello occupato nel settore secondario.

Meno di venti anni dopo, il peso dell’informazione sull’economia americana viene stimato pari a quasi il

50% del prodotto interno lordo e della forza lavoro totale.

Le tecnologie della comunicazione hanno sensibilmente modificato gli stili di vita e di consumo degli

individui e creato modalità sempre nuove di interazione e socializzazione.

Attraverso forme di simultaneità despazializzata è stato possibile svincolare le categorie di tempo e spazio

dal legame che le univa inestricabilmente.

In considerazione di quanto avviene dalla seconda metà del Novecento in poi, (la crescente globalizzazione

dei mercati, l’applicazione di politiche economiche liberiste, la crisi delle ideologie), prende forma un

mutamento che riguarda la società nel suo comportamento.

In sostanza, lo scenario che si presenta alla fine del secondo conflitto mondiale, sulla spinta del desioderio

di ricostruzione e progresso che accomuna l’Occidente, sembra prefigurare una nuova fase.

L’industria, che aveva rappresentato, e non sol simbolicamente, il motore di un’incessante trasformazione

sociale, perde il suo primato, vittima della stessa razionalità tecnica. Nasce la scoietà postmodermam le cui

caratteristiche princiaple scaruriscdono dall’affermazione di un’economia basata sulla produzoine di beni

immateriali, dalla preminenza di una classe di professionisti e tecnici, dalla centralità del sapere come

risorsa e come strumento per l’innovazione e la mobilità sociale.

Un ruolo primario viene ricoperto dalla tecnologia, considerata da un alto come la variabile determinante

nei processi di cambiamento, dall’altro come fautrice di una sorta di postumanesimo, connesso alla

capacità dei mezzi di comunicazione di prospettare un nuovo modello di uomo, più adatto ad abitare un

ambiente profondamente mutato.

La figurazione sociale che si determina a partire dal concetto di società dell’informazione, tuttavia, non è

ancora, in tutto e per tutto, simile a quella che oggi caratterizza la nostra contemporaneità. Riteniamo

opportuno a questo punto sostituire il termine informazione con quello di comunicazione, sottolineando

l’ulteriore passaggio a una nuova fase. Riferirsi a una società della comunicazione, infatti, consente di

ampliare il significato originario, prendendo in considerazione non solo gli aspetti tecnico-economici o

ideologici, insiti nella parola informazione, ma anche quelli più relazionali e di scambio che il termine

comunicazione riesce, invece a includere sottolineando anche l’apertura verso dimensioni di partecipazione

e interazione.

Si passa, cioè, da un’economia di mercato a un’economia della rete, che inaugura una nuova era

dell’accesso, al cui interno la capacità di indirizzare, gestire e distribuire valori come la cultura, le idee, le

informazioni, diviene centrale così come la loro condivisione e implementazione. Inevitabilmente, come

accade per ogni passaggio d’epoca, questi cambiamenti innescano una complessa rivoluzione

antropologica, ponendo le basi per l’affermazione di un modello di individuo dotato di nuovi skills e di

bisogni e desideri differenti. Il cammino inarrestabile percorso dalle tecnologie della comunicazione,

sancisce, simbolicamente, la transizione dagli atomi ai bit.

Il prevalere dell’aspetto immateriale può coincidere con l’esaltazione di alcuni valori piuttosto che altri

come il tempo a discapito dello spazio,


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val1712

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Corso di laurea: Corso di laurea in cooperazione internazionale e sviluppo
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher val1712 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di sociologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Ciofalo Giovanni.

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